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mercoledì 20 marzo 2019

Recensione: Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso

Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso. Mondadori, € 17, pp. 155 |

Alcune ferite non guariscono mai, lasciano cicatrici nella carne viva: non basta la chirurgia plastica. Non si guarisce mai da alcuni personaggi, lasciano tracce incancellabili in chi li incrocia: non basta voltare pagina, se l'incontro è stato un tamponamento a catena di cui autostrade e librerie serbano ancora il ricordo traumatico.
La visione di Christian Negri, infatti, è uno shock: che tu sia uomo o donna, un amante o un parente di sangue, non puoi fare a meno di cadere vittima della sua pessima influenza. Così è stato anche per la sempre bravissima Eleonora C. Caruso, l'unica a saperlo tenere sotto controllo: una prosa conciliante come il litio e un insperato lieto fine per quella mina vagante bipolare, bisessuale, la cui bellezza esagerata attira puntualmente maledizioni. A diciassette anni, nell'impossibilità di combattere ancora buchi neri e mulini a vento, Julian – il fratello minore che Christian ha tentato di proteggere e traviare a sbalzi d'umore alterni – ha spiccato il volo. Abbiamo letto di loro in Le ferite originali, ma questa è un'altra storia: spazio ai personaggi marginali, una rivoluzione totale nei toni e nei colori. 
Meno cupo ma non per questo indolore, Tutto chiuso tranne il cielo ha inizio lì dove le fughe si concludono: da un ritorno. Sono passati due anni dagli eventi raccontati in precedenza: che li conosciate oppure no, non importa. Dall'aereo è sceso un diciannovenne con i capelli da cartone animato, che ha tolto l'apparecchio da poco ma non per questo ha voglia di sorridere al mondo. Anzi: si dice che la lingua batta dove il dente duole. Lui, così, fa fatica a entrare nell'appartamento signorile con in giro inequivocabili ciocche di capelli biondi e il disordine dell'amato-odiato Christian, atteso a giorni da un viaggio in Svizzera.

Julian ha di nuovo diciassette anni e suo fratello accelera. Diventa una stella cadente, un buco nero, una macchia solare. Lui lo guarda con tutti gli sguardi che ha, e non capisce. Sei già la fine del mondo. Perché vuoi finire di nuovo?

Sparpagliati qui e lì ci sono vestiti più grandi in cui al ragazzo piace scivolare di nascosto, nell'illusione di annullarsi con quel parente che l'ha amato a lungo di un bene sbagliato, e proprio fuori si affaccia una Milano fantasma già pronta ad andare in ferie. 
Il protagonista è un otaku: uno di quei Millennials con il sogno del Giappone, non dell'America, che riporta dal soggiorno a Tokyo trolley pieni di anime e dolciumi, sigarette alla ciliegia e lecca-lecca da intingere nel caffè. A colpo d'occhio sembra un tenero extraterrestre – soprattutto a me che non ho mai visitato né l'Expo né l'Oriente, di giapponese conosco a malapena l'all you can eat all'angolo e il bubble tea non so cosa sia –, ma ci è voluto un istante affinché mi affezionassi a un ragazzo sperduto con la bocca sporca di cioccolato e le ossa a vista sotto le magliette fantasiose. Non meno sui generis e irresistibili, allora, vi appariranno le figure con cui Julian cerca di compensare ai propri vuoti: il logorroico Leo, che a trent'anni fa i turni di notte al Carrefour, si prodiga in gentilezze adorabili e non ficca il naso nell'illecito; la coetanea An, innamorata non corrisposta, con una famiglia cinese che la vorrebbe già moglie e la proposta di andare a saltare sui gonfiabili in piazza all'indomani di una confessione struggente; la youtuber Cloro, compagna di stanza durante l'esperienza in Giappone, con un privato sotto gli occhi di milioni di followers e i ricordi di un'infanzia alla mercé della madre approfittatrice. 
Il protagonista padroneggia molte lingue ma non ne fa uso: taciturno ai limiti del mutismo, vive una sfuggente esistenza interiore che lo conduce alle soglie dell'anoressia e nell'arco dell'intero romanzo aspetta una notifica di Christian, che nel frattempo si è rimboccato le maniche, rattoppato le ferite con l'inchiostro dei tatuaggi e sui social va scrivendo che la sofferenza fa pendant con l'essere fotogenici. Julian ha il suo identico naso, la stessa sindrome d'abbandono, ma è una persona ben diversa. Non per questo sano, non per questo l'adolescente responsabile che tutti danno per scontato.

Si ritira in se stesso uno strato alla volta, un odore alla volta, un timore alla volta, un sentore alla volta, finché non può dire: il mio corpo è vuoto.
Non si è rotto, se non si vedono i pezzi.
Non è nemmeno caduto, se non ha fatto rumore.

Grazie a un'autrice che qui cambia pelle e presta straordinaria attenzione alla sua, pallida e fragilissima, in Tutto chiuso tranne il cielo Julian riprende lentamente possesso della sua giovinezza, della sua rabbia, anche se parla a stento e non sbraita affatto, in un miscuglio di idiomi e onomatopee che rinfrescano la narrativa italiana. Mentre Le ferite originali intrigava al suon di pulsioni disturbanti, in questo ho creduto a torto di non poter entrare: se amore e sofferenza restano sentimenti universali, cosa mi accomunava al contrario con questo giovane con la tinta colorata, i problemi di peso, qualche questione pregressa con mamma – morta suicida – e papà? Tutto e niente, eppure all'inizio leggevo divertito dialoghi di cui coglievo forse la metà delle citazioni; e alla fine, invece, scoprivo di volergli un bene profondo. Verso Julian, che vorrebbe farsi bagnare dalla poggia fino ad annegare – a Tokyo hanno cinquanta sostantivi per definirla –, scatta infatti un rarissimo e asessuato senso di protezione: non sorprende che perfino il famelico Dante Beltrami, dongiovanni senza scrupoli con un ruolo risolutivo un romanzo fa, abbia per lui le premure di un padre e lo culli sulle note di David Bowie nel salotto che fece da sfondo a una tragedia mancata.

«Julian, perché mi hai cercato?»
Tira su col naso. Cercavo una parte di me.
«No, questo lo cerchi negli altri. In me cerchi una parte di Christian e non ne hai bisogno.»
«Di cos'ho bisogno, allora?»
«Di iniziare a guarire la ferita.»

A Julian conti le costole, strappi gli abbracci e le parole non dette, tendi un ombrello trasparente per evitargli la deriva. In un'estate che non finisce mai, sulle scene del crimine di vecchi rancori, Eleonora ci regala un romanzo di formazione lieve e psichedelico, dotato di una galleria di personaggi sopra le righe e di una profondità d'animo tale da scandagliarli uno a uno fin sotto la superficie. Una boccata d'ossigeno per un augurio di pronta guarigione – dagli incisivi scheggiati, dalle ferite finalmente in via di risanamento –, che ti lascia uno strascico blu attorno allo scarico della vasca, la voglia di riscoprire da capo quella canzone di Marco Masini che nelle gite al mare aveva il merito di ammortizzare le liti dei tuoi genitori, il desiderio di riprendere a cucinare torte e soprattutto di mangiarle a cuor leggero.
Si apre il cielo su una Milano con la testa altrove.
E, da chiuse che erano, si aprono le docce – dalla chioma, allora, via un turchino senza ombre di fate prodigiose – e le bocche – per il canto, per la fame, per l'esigenza di dirsi –, con il sospiro di sollievo delle rischiarite.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mahmood – Asia Occidente

lunedì 16 luglio 2018

Recensione: Le ferite originali, di Eleonora C. Caruso

| Le ferite originali, di Eleonora C. Caruso. Mondadori, € 19, pp. 352 |

Inutile stare qui a pesare e soppesare. Le parole, i pensieri, li formulo e li risputo: ridotti all'osso, all'inutile, come noccioli di ciliegie di stagione. Ci sono quei romanzi, infatti, per cui è fatica sprecata, tempo perso in partenza, cercare a tavolino perifrasi, aggettivi o avverbi di modo con cui parlarne. Significherebbe semplificarli. Significherebbe mettere nero su bianco cosa ti è piaciuto, cosa no, e soprattutto spiegare il perché. Impossibile con un animale a sangue caldo come Le ferite originali: lo tengo qui con me mentre scrivo, accanto al mouse, ed eccolo che ancora scotta, che ancora non si cheta. Troppo intricato l'intreccio, che in due cartelle Word non vuole stare? No, se si parla di poligoni sentimentali senza peli sulla lingua né tabù. Troppo celebrata l'autrice, forse? Tutto il contrario, trattandosi di una trentenne al secondo romanzo che si è fatta le ossa scrivendo fanfiction, leggendo il leggibile, e che per la sua inesperienza, per la sfacciataggine dei giovanissimi, avrà senz'altro attirato su di sé l'infondatezza di qualche pregiudizio perbenista. Non si tratta di una lunga epopea: appena 350 le pagine. A intimidire di certo non è la scrittura, affatto pretenziosa, bensì mirata come un pugno in pancia. E allora cos'è, cosa, a farmi sentire impreparato come davanti all'ultimo Paolo Giordano? A ben vedere, non sono di certo personaggi con cui è facile andare d'accordo questi Dafne, Dante e Davide: ciascuno con le proprie mancanze e le proprie manie da abbandono; ciascuno prigioniero di un capoluogo tentacolare e ipnotico, gelido, come la miniatura di una boccia di vetro. Vicini ma distanti, cosa lega allora la figlia di papà con la vocazione per lo shopping e il volontariato, l'uomo d'affari che mostra tenerezza solo alla figlia, lo spilungone occhialuto che ha paura di ingrassare di nuovo e ritornare a una provincia che non sa quanto ambizioso e prezioso sia? Cardine arrugginito e marcescente di una storia altrimenti senza intoppi, Christian: bipolare, bisessuale. L'aria da angelo, l'anima da puttana, con un fratello minore per traviare il quale farebbe carte false – nel rapporto di dolcezza e sopraffazione con Julian, custode involontario dei segreti dei Negri, ci sono delle ombre che ricordano molto quelle fra Fassbender e la Mulligan nello splendido Shame – e una schiera di amanti da usare e gettare come fossero profilattici.

Ho provato a inglobarti, ma non ne ho avuto il coraggio. Ho provato a proteggerti, ma non ne ho avuto la forza. Hai detto che non mi lascerai solo, e siccome io non posso uscire, tu verrai con me.

I tre protagonisti sono i fortunati eletti. Una donna e due uomini che gli aprono le porte di casa, la bocca e le gambe, assecondando il suo desiderio ora di turpitudine, ora di familiarità. Spezzerà il cuore a tutti: perché Christian vive di cocci e di bellezza, di rese. Vorrà essere il solo, il sole. Terrà i piedi in tre scarpe, il coltello dalla parte del manico: cresciuto senza madre né padre, libero e arrabbiato, come una pianta infestante malata sin dalle radici. Lasciarsi tuttavia avviluppare dalle sue braccia lunghe, dai suoi garbugli spinosi, significa circondarsi ora dalla sua bellezza, che in strada farebbe voltare perfino le statue invidiose, ora dal suo disagio, a cui tentare di rimediare per sentirsi illusoriamente felici. L'autrice indugia sui corpi: aperti, esposti, messi all'ingrasso su letti che sembrano tavoli autoptici. A pezzi, inservibili, eccessivi. Diversi da me e da te, troppo, con il rischio di apparire quasi irreali, d'altri mondi – l'eccezione è Davide, che ha gli organi speculari e la mia stessa insicurezza. I dolori, invece, a sorpresa si somigliano sempre. Lividi di diverse sfumature di viola che fanno pendant con gli occhi di chi la malinconia proprio non può scollarsela via dalle ciglia umide di pianto. Tutti con qualcosa da perdere, tutti affamati d'impossibile, tutti in un bolla sul filo del baratro. All'interno si intravede una metropoli un po' paese dei balocchi, un po' sagra della perdizione, con le simmetrie dello skyline modificate dall'Expo e dappertutto giocolieri, musicisti, venditori ambulanti di mostri e magia. Una Milano bellissima, ma scrutata attraverso una vetrata, dall'alto, a distanza di sicurezza. Qualcuno, chissà dove, intanto ascolta ad alto volume Luci a San Siro.

A tutti piacciono le cose strane, sofferenti, imprevedibili, ma se diventi troppo strano, troppo sofferente, troppo imprevedibile, si spaventano e vanno via.

La ragionevole tentazione è quella di distogliere lo sguardo per pudore, perché l'onestà del sangue vivo spaventa. Mi sono ritrovato tuttavia a pensare a loro quattro anche a libro riposto, a luci spente: con o senza, comunque non riuscivo a starci. Le ferite originali è i suoi protagonisti, i buchi neri che hanno al posto del cuore: zavorre cariche, pesanti, che non si sa come sorreggono anziché buttar giù. Non vedi l'ora di arrivare alla fine, e non per sapere cosa sarà di loro. Ma per liberartene in fretta e dimenticarlo, anche se non è mica detto ci riuscirai. Per lavartene le mani, di questa sporcizia, di questa strana bellezza. Non che sia una brutta lettura, anzi, l'opposto. Assoluta, ingombrante, scomodissima, suscita una fascinazione istantanea e nel mezzo mette a disagio. Ci vuole coraggio per scriverlo e pubblicarlo, lasciandolo scabroso e incontaminato come lo troviamo in libreria. Ci vuole coraggio a leggerlo, a tratti, ma più coraggio ancora a regalarci un po' di speranza all'ultimo; una specie di lieto fine.

«Se non avessi paura, ti lascerei adesso […] Perché non ci siamo visti per sei giorni e mi mancavi. E adesso che sto per andarmene mi mancherai.»
«Questo sarebbe un buon motivo per lasciarci?»
«Sì.»
«Puoi anche restare, sai?»

Dafne non si trasforma in una pianta di alloro, no. Dante non esce dalla selva oscura di una mezza età che gli ispira bilanci amareggiati. Davide, aspirante ingegnere, non scopre sui libri una formula matematica per stare improvvisamente bene. E Christian, incostante e bisognoso alla stregua di un bambino abbandonato: meglio perderlo o trovarlo? Cosa fa più male? Eleonora C. Caruso colleziona tagli sanguinanti, amori purulenti, schegge e tessuti. Non cuce, non guarisce, non soffia sul bruciato. È un nervo scoperto, un tasto dolente: un fantasma che si trascina in giro il suo lenzuolo forato, le sue catene, per chiederti in pegno anche il resto. Infine ti grazia, però. Insegnandoti a contare fino a cento per sbollire, e a tendere l'orecchio a destra se in un abbraccio manca il battito. C'è infatti gente che ha cisti piene di denti e capelli, come se nascendo avesse fagocitato in un moto cannibale qualcun altro. C'è gente che ha il cuore dalla parte sbagliata. Lo intravedi pulsare dai labbri profondi dei tagli sul petto, prima che il chirurgo Eleonora ci getti dentro una generosa colata d'oro liquido. Per suturarle e farle risplendere, le crepe delle Ferite originali, come in una pratica giapponese – il kintsugi – che tramuta in arte il secco non riciclabile.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Woodkid feat. Elle Fanning – Never Let You Down