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lunedì 22 febbraio 2021

Recensione: Questo giorno che incombe, di Antonella Lattanzi

| Questo giorno che incombe, di Antonella Lattanzi. Harper Collins, € 19,50, pp. 456 |

Lo hanno ribattezzato il Giardino di Roma. Lontano quanto basta dal caos cittadino, è il quartiere perfetto per ricominciare. Le strade portano nomi di attori e cantanti famosi, i parchi intorno sono verdeggianti, la vita trascorre placida. Composto da sei palazzoni azzurri, con al centro un cortile animato dagli schiamazzi dei bambini, il complesso residenziale in cui si trasferiscono Francesca e famiglia sembra paradisiaco. I vicini sono ospitali, anche se un po' ficcanaso: gli appartamenti, infatti, sono sprovvisti di tende. Il cancello rosso all'ingresso ispira un senso di sicurezza diffuso: rossi sono anche i braccialetti ai polsi dei più piccoli. Lì i protagonisti saranno felici, al sicuro. Come nel più classico degli horror, però, niente è come sembra. E ben presto Francesca si trova a fare i conti con i modi scorbutici dei responsabili della portineria, strane ombre che si muovono ai margini del suo campo visivo, atti di piromania inspiegabili... Fino alla tragedia: una sparizione raggelante – un rapimento, forse un omicidio –, che trasforma il tranquillo quartiere in uno scenario da cronaca nera. Che fine ha fatto Teresina? Il pericolo è all'interno: dentro quel condominio non così perfetto; nella testa a soqquadro di Francesca, donna sull'orlo di un tracollo psicologico.

Perché non succede qualcosa a qualcuno? Anche qualcosa di brutto, purché succeda qualcosa (sei una creatura malvagia – scusa, scusa).

Madre di due bambine piccole, moglie nell'ombra del ricercatore universitario Massimo, la protagonista è una trentacinquenne vittima dell'alienazione tipica di molte neomamme. Nevrotica, sfiorita, senza prospettive future, patisce l'insonnia, gli automatismi della routine e lo start working mentre il marito è impegnato altrove: sradicata da Milano e vittima di misteriosi vuoti di memoria, prende a guardare con sospetto e un po' di invidia il vicinato. I condomini formano un organismo policefalo. Dotati di un senso di giustizia tutto loro, si riuniscono in autentiche adunate e sobillano contro chi non si adegua: l'affascinante Fabrizio, ad esempio, violoncellista che preferisce starsene in disparte. Pur di ritrovare sé stessa, Francesca sarebbe disposta a diventare parte di quel coro vagamente mostruoso? Proposto per il premio Strega da Domenico Starnone, Questo giorno che incombe è un romanzo sorprendente. Anzi, è tanti romanzi in uno. Una riflessione amarissima sulla maternità, la solitudine, la depressione. Una storia d'amore tanto spasimata quanto impossibile. Un thriller psicologico che strizza l'occhio al giornalismo d'inchiesta.

Le altre madri sanno tutto, forse. Io non so niente. Se le madri sapessero tutto, i bambini non scomparirebbero. Se le madri sapessero tutto, i figli non sarebbero estranei con sopra la faccia dei tuoi figli. Le madri non sanno niente, e i figli soffrono, crescono, sbagliano, chiedono aiuto da soli nella notte ma nessuno li viene a salvare, crescono, vivono, impazziscono, muoiono, e le madri non sanno niente. Non esiste un sesto senso delle madri. C'è solo il caso, l'amore, la speranza, o il tradimento.

Il troppo stroppia? A giudicare dal parere di qualche lettore scontento, sì. Personalmente ho trovato il microcosmo di Antonella Lattanzi di un magnetismo irrinunciabile, anche se sarebbe meglio per la vostra incolumità non soggiornarvi troppo a lungo. Sensibile nello scandagliare tanto il mondo degli adulti – pulsioni segrete, bugie, tensioni – quanto quello dei bambini – riti, giochi, cantilene –, l'autrice architetta una vicenda oscura, dai ritmi perfettamente cinematografici, dove una scrittura sincopata e ossessiva fa da potente amplificatore. Generosissima, Lattanzi rende il romanzo un concentrato di grandi terremoti interiori, di grandi passioni, con un senso di tragedia che aleggia palpabile dalla prima all'ultima pagina. Minacciato da un predatore senza nome, il quartiere appare d'un tratto in decadenza. Il cortile è una scena del crimine. Mentre fuori dai cancelli si muovono ombre sinistre e giornalisti affamati di scoop, dentro è un assalto continuo ai nervi della povera Francesca. Quella casa, all'inizio inondata di luce, si fa man mano più piccola, più buia, più maligna. E, grazie a un espediente memorabile, comincia a parlare alla donna: autentica coprotagonista, diventa infatti la migliore amica e la peggiore aguzzina di Francesca. Storia di una novella Rosemary's Baby, Questo giorno che incombe ha i palazzoni di Eshkol Nevo e Aisha Cerami – a ogni piano c'è una storia, una voce, un rumore –, ma si lascia divorare grazie alle atmosfere del miglior Polanski. Tesissimo, è un attacco di panico. Un ossimoro. È urlare, ma sottovoce. Di là ci sono le bambine che dormono, meglio non svegliarle.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sunday Girl – Where is my mind

martedì 8 settembre 2020

Recensione: Ragazzo divora universo, di Trent Dalton

| Ragazzo divora universo, di Trent Dalton. € 19, Harper Collins, pp. 548 |

Per via delle oltre cinquecento pagine, ho terminato di leggerlo soltanto nella prima settimana di settembre. A dispetto delle tempistiche sbagliate, però, l’esordio di Trent Dalton resterà la lettura con cui mi piacerà ripensare a quest’estate. Un romanzo variopinto, cangiante e rocambolesco – sulla crescita e altre avventure –, con una galleria di personaggi talmente assurdi da essere veri. Ispirato in parte al vissuto dell’autore, Ragazzo divora universo è una lunga storia di formazione ambientata tra gli anni Ottanta e i Novanta, tra i dodici e i diciannove anni del protagonista: Eli.

Fai fuori il tempo, prima che lui faccia fuori te.

All’inizio poco più che un bambino, vanta un mamma fresca di disintossicazione, un patrigno spacciatore, un papà dalle tendenze suicide pregresse, un fratello – il geniale Gus – che parla per enigmi tracciando lettere nell’aria. Il suo babysitter, per di più, non somiglia certamente a Mary Poppins: si tratta di Slim Halliday, il cosiddetto «Houdini di Boggo Road», più volte entrato e uscito di prigione con trovate a dir poco brillanti. Tra ergastolani per amici di penna, sit-com dopo cena, citazioni di Star Wars e Steinbeck, Eli cresce con consapevolezze granitiche. C’è qualcosa di speciale nella sua famiglia, e c’è qualcosa di marcio nello stato del Queensland. Siamo nel peggiore sobborgo australiano. Le persone tendono a sparire nel nulla, in strada si scontrano baby gag armate di machete, le minoranze etniche campano di espedienti: la polizia si volta dall’altra parte.

Slim dice che questo libro l’ha aiutato a sopravvivere alla prigione. Parla degli alti e bassi della vita. La parte negativa è che la vita è breve e finisce. La parte positiva è che comprende il pane, il vino e i libri.
Attratto dalla cronaca nera e ossessionato dalla bontà, Eli sogna il mestiere di cronista per denunciare il malcostume e per potersi trasferire lontano dalla provincia. Ma fantastica, divaga, ama i dettagli e le coloriture liriche: insomma, gli dicono, a mancargli è l’asciuttezza che si confà allo stile giornalistico. Come frenare però la sua voce, per di più se ci regala pagine tanto preziose? Perché stare a sindacare sul suo abuso di figure retoriche, se ha per le mani un grande scoop? Lo squillo di un misterioso telefono rosso e la scoperta di un traffico di droga lo portano a incrociare spesso Tytus Bonz e il suo spietato sicario, Iwan. Non sarebbe meglio cambiare strada, soprattutto se quel vecchio di bianco vestito – un luminare nell’ambito delle protesi meccaniche – è un pilastro della comunità?

Lo scopo della vita è fare ciò che è giusto, non ciò che è facile.

Sempre di corsa, sempre in fuga, il protagonista anela fino all’ultimo alla pace e si specializza nell’arte di tagliare la corda. Il bello è che pur suscitano le preoccupazioni dei prof e degli assistenti sociali, pur rendendoci partecipi di una sordida storia di criminalità e squallore, ci appare una gran brava persona. Un ragazzo normale. E la sua famiglia strampalata, nel bene e nel male, finisce per somigliare proprio alle nostre. Con una struttura ciclica in cui tutto torna per magia, l’autore incanta con un apprendistato che fa tornare in mente le infanzie miserabili di Dickens e Twain, e nelle sue sfumature più inquietanti – tunnel degli orrori, cadaveri mutilati, presunte resurrezioni – il primo King. Certo, come capita con le narrazioni fluviali, i difetti e le lungaggini non mancano: la vicenda appare forse troppo dilatata nel tempo e ha una natura ondivaga, episodica, che ben si adatta alla serie TV di prossima uscita. Ma tutti noi abbiamo superato l’infanzia con una specie di disturbo post-traumatico da stress. Si diventa grandi, infatti, non vivendo: bensì sopravvivendo. Trent Dalton ce l’ha fatta. Da ragazzino, per sfuggire a pericolosi intrighi alla Breaking Bad, ha cercato eroi e vie di fuga. Questa sua testimonianza, tenera e leggendaria, ci racconta il lato ordinario del crimine e quello, assolutamente straordinario, della maturazione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Woodkid- Run Boy Run

giovedì 9 luglio 2020

Recensione: Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani

Il paese dalle porte di mattone, di Giulia Morgani. Harper Collins, € 18, pp. 346 |

Quando i fratelli Lumière proiettarono uno dei loro primi cortometraggi, gli spettatori abbandonarono le postazioni urlando. Sul telone veniva proiettato l’ingresso del treno nella stazione di La Ciotat e l’immagine appariva così realistica da generare inquietudine: il mezzo avrebbe forse travolto il pubblico in sala trapassando il muro? Nell’immaginario, da allora, i treni rappresentano il dinamismo e la modernità: il progresso che alletta ma spaventa. Per me non è un caso che la salernitana Giulia Morgani – attrice e sceneggiatrice  qui al suo esordio – abbia voluto un capostazione come protagonista del suo primo romanzo, conciliando così la sua formazione cinematografica al simbolo per eccellenza del progresso. Il paese dalle porte di mattone, su carta un horror alla Pupi Avati, racconta infatti le difficoltà di un uomo di mondo alle prese con concittadini chiusi al nuovo.

Non è cosa per noi, la città. Siamo quello che siamo, non si può sfuggire. È come per questa nebbia, ti viene a cercare e ti ricorda chi sei. Non la vogliamo la città.
A Centounoscale Scalo, un borgo fittizio in un Sud imprecisato, nessuno si ferma mai per restare. Il treno passa soltanto due volte alla settimana. Non ci sono né chiese né scuole. La natalità è in stallo. La maggioranza delle case, per di più, presenta misteriosi sbarramenti: muri di mattoni che impediscono l’ingresso in camere specifiche  e che dietro, scavando, nascondono tragedie indimenticabili. Quale futuro potrebbe esserci lì per Giacomo, giovane di belle speranze che nel secondo dopoguerra, con la sua bella divisa inamidata, sogna un impiego sereno e remunerativo? Accolto in malo modo, fa fronte a scortesie grandi e piccole e affitta una stanza a casa di una coppia di fratelli poco raccomandabili: isolati dal resto della comunità, Pantaleno e Basilio hanno i coltelli in camera da letto, le finestre sbarrate e degli asini con le orecchie mozzate. Dieci anni prima è accaduto qualcosa di terribile. Indagare lo condurrà a una verità triste e polverosa. Perché i muri a volte proteggono, altre nascondono, altre ancora tagliano fuori.

Una volta in quella fornace cuocevamo vasi, piatti, brocche. Poi mattoni, mattoni, nient’altro che mattoni. Nell’illusione che avremo dimenticato. E ci avremmo chiuso dentro anche il dolore. Ma quello continuava a uscire fuori. Nessun muro poteva contenerlo.
L’autrice attinge agli archetipi e alle suggestioni di un genere consolidatissimo, ma aggiunge i colori tipici del nostro folklore. Alcuni capitoli scritti in corsivo, narrati dal punto di vista degli abitanti, mi hanno ricordato inoltre le lamentazioni dell’Antologia di Spoon River: voci rotte e drammi privati, in un’intensa carrellata di storie complementari. Il fascino diffuso, per fortuna, contribuisce a coprire anche i difetti di un intreccio fragile e ripetitivo. Nella seconda metà il romanzo diventa qualcosa a cui la veste grafica dark, un po’ fuorviante, non mi aveva preparato. Anziché scandagliare a tappeto le ombre, Giacomo le combatte. Desidera riportare il paese in vita, cerca alleati, dà il via a una ristrutturazione graduale e utopistica. Il gotico che all’inizio prometteva brividi di paura si stabilizza su sentieri meno impervi, ma al contrario comodi e rassicuranti. Perde l’elemento horror all’insegna di un dramma corale sulla perdita e sulle piccole rivoluzioni, con un paesino sinistro a fare da sfondo a una vicenda che ha finito per ricordarmi Klaus – la favola di buoni sentimenti targata Netflix – sia per il linguaggio pulito sia per il messaggio di rinnovo. Prevedibilmente, a fare la differenza sarà la generazione rappresentata da Roberto e Malvina: bambini vittime della superstizione e dell’analfabetismo. Quando il treno di Giacomo fischierà, Centounoscale si metterà finalmente in cammino? Il lieto fine rischia di deludere chi, come me, si aspettava al contrario una vicenda torbida. Ma una volta venuti a patti con in contenuti – più rassicuranti del previsto –, quello nel Paese delle porte di mattone resterà comunque un soggiorno piacevole, grazie alle atmosfere caratteristiche e alla bontà dell’anfitrione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Le rondini - Lucio Dalla

lunedì 25 novembre 2019

Recensione [romanzo e film]: Dove la terra trema, di Susanna Jones

Dove la terra trema, di Susanna Jones. Harper Collins, € 18, pp. 204 |

In un Giappone di grattacieli vertiginosi e abbaglianti luci al neon, luogo d’ispirazione per le indimenticabili scenografie di Blade Runner, nasce e muore la storia di Lucy Fly. Straniera in terra straniera, l’enigmatica inglese in trasferta si trova coinvolta in un mistero degno del suo passato. È a Tokyo da dieci anni, lavora come traduttrice. Ormai ha imparato a confondersi tra lo sfarfallare delle luci e la pioggia fitta. Al punto che, probabilmente, un passionale fotografo di pozzanghere chiamato Teiji la prima volta deve averla fotografata scambiandola per un dettaglio del paesaggio. Da un semplice scatto ha avuto inizio una passione laconica e telepatica, terminata con la scomparsa del giovane uomo e l’omicidio di un’altra espatriata: Lily, originaria dello Yorkshire come la protagonista, in fuga da un fidanzato possessivo. Non è stato abbastanza per la sfortunata infermiera nascondersi in un bar dall’altra parte del mondo? O, come insinua la polizia all’indomani di un macabro ritrovamento – un busto ripescato nella baia di Tokyo –, la compatriota sotto torchio potrebbe aver avuto un ruolo cruciale nel fatto di sangue?
Dove la terra trema, dramma psicologico di Susanna Jones tornato in libreria grazie all’arrivo dell’omonimo film Netflix, è il romanzo che avrei voluto leggere al liceo. Quando un thriller tirava l’altro e, reduce dalla lettura dello straordinario Memorie di una geisha, sognavo di trasferirmi nel Sol Levante. Ma la lunghezza del viaggio, le difficoltà della lingua e una sensibilità troppo diversa da quella occidentale, a ben vedere, incantavano e terrorizzavano.

«Non abito in Inghilterra da tanti anni».
«Ma le radici sono importanti».
«I fiori e gli alberi hanno radici. Gli esseri umani hanno le gambe».
Come si vive in Oriente? Ci si ambienta? Ci si abitua mai ai risucchi rumorosi delle zuppe, ai condomini abitati soltanto da stranieri, alle caparre salate e agli agenti immobiliari diffidenti, alle minuzie del rito del tè o alle bellezze naturali dell’isola di Sado e del monte Fuji? Ultima di una nidiata di figli maschi, taciturna ai limiti del mutismo, Lucy – nel resoconto di un’infanzia a tinte burtoniane – racconta dell’attrazione magnetica verso il planisfero e del bisogno di appropriarsi di un linguaggio segreto. Distante chilometri e chilometri dal provincialismo inglese, ha realizzato il desiderio della bambina che in vacanza si era spinta col materassino in alto mare puntando alle coste norvegesi: isolarsi. Burbera e solitaria, benché i suoi occhi di corvo la rendano irresistibile per il sesso maschile, ha un’intensa vita notturna e un passato inframmezzato d’accidenti e catastrofi. Si immedesima nelle storie di finzione del teatro kabuki. Inventa esistenze per gli sconosciuti in foto. Scivola dalla prima persona alla terza. Sempre propensa a mettersi in pericolo, cammina sui binari di una città che somiglia a una giungla urbana. E talora si perde.
Narrato da una voce assolutamente conturbante, il triangolo erotico dell’autrice è un intrigo di amore e morte dall’intreccio basico – gelosie, stalking, ossessione –, con due grandi pregi: la scrittura della Jones, ipnotica e delirante per stare al passo con la confusione della protagonista; le ambientazioni giapponesi vividissime, che tenteranno ogni otaku a prendere il primo aereo e partire. Leggendolo senza particolari aspettative, mi sono trovato per le mani un romanzo di grande atmosfera ma con un finale sbrigativo, non all’altezza del resto. La tensione accumulata, infatti, si sgonfia come un palloncino nelle pagine conclusive. E una trama che scricchiola, qui e lì, si assesterà soltanto imparando a portare pazienza.

Guardandola, potrei pensare: è questo il momento esatto in cui qualcosa ha cominciato ad andare storto, il punto in cui ormai i giochi erano fatti. Prima dello scatto dell’otturatore. Dopo lo scatto dell’otturatore. Una frazione di secondo tra i due istanti, quando si verificò uno scorrimento sismico non registrato dalla crosta terrestre. Le sue conseguenze si sarebbero manifestato con il tempo sotto forma di un movimento tellurico talmente intenso da non poter essere misurato sulla scala Richter né con il sismografo giapponese.
Potrei dire lo stesso della trasposizione di Wash Westmoreland: fedelissima, pro e contro compresi, se non fosse per l’ambientazione anni Ottanta, il trattamento del protagonista maschile – un personaggio più ordinario e prevedibile rispetto alla controparte letteraria, dunque già sospetto a colpo d’occhio – e la retrocessione di Tokyo, cuore pulsante del tutto, a patinata protagonista secondaria. Da vedere esclusivamente per l’ennesima grande prova di Alicia Vikander, alle prese qui con un copione sdrucciolevole  e con le difficoltà dei monologhi in giapponese, il film può contare anche sulla freschezza dell’esuberante Riley Keough. Il terremoto resta una metafora dell’instabilità mentale della protagonista accusata e l’interrogatorio il mezzo per eccellenza per scoprire cosa, ieri come oggi, spinga una ragazza di belle speranze a preferire l’ignoto rispetto ai vincoli di casa propria. Preferibili l’arresto – benché in alcuni luoghi viga ancora la pena di morte per impiccagione – o il rimpatrio forzato? C’è differenza tra essere non colpevoli e incolpevoli? Dimenticherò presto la trama, forse. Non questa Tokyo inedita, inquadrata al buio e sotto un acquazzone perenne. Non lo smarrimento di un’apolide senza bussola e senza equilibrio, che sulla propria pelle sperimenta la curiosità e la tristezza di una versione noir di Lost in translation.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tycho - Japan

giovedì 14 giugno 2018

Recensione: Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti

| Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti. HarperCollins, € 17, pp. 358 |

Ci sono quei nomi, quegli scrittori diventati negli anni un po' amici tuoi, a cui è sempre un piacere aprire le porte di casa o un documento Word. Autori e autrici che passano a trovarti con regolarità, per sapere se stai bene, cosa ne è dei tuoi ultimi esami e, soprattutto, se dicevi il vero congedandoti da loro con il classico: a rileggerti presto. Nicoletta Bortolotti, scoperta anni fa e da allora inseguita con piacere tra i generi, le case editrici, la Storia con la lettera maiuscola, è tornata sul mio comodino a fine maggio per raccontarmi un'altra vicenda a metà tra rievocazione e fantasia. In precedenza ci sono stati gli adolescenti alle prese con i morsi del lutto, o quella partita di pallone per battere ad armi pari i nazisti. Adesso, nel suo ritorno a una narrativa per adulti che conserva comunque un occhio di riguardo per l'infanzia, per la fiaba, Nicoletta racconta il dramma di un passato a me poco noto e quello di tre persone irrisolte che tentano disperatamente di far luce, di imparare ad alzare la voce, per andare oltre senza più rimorsi. La prima che conosciamo è Nicole, voce rotta ma preponderante alle prese con le esequie della madre e i suoi ultimi lasciti. In eredità, le legge il notaio, i ricordi di un'adolescenza a Lugano, il profondo disagio di sentirsi orfani anche a quarant'anni e le chiavi della Maison des roses, casa polverosa in quel di Airolo in cui ha passato le prime vacanze e detto i primi addii. Nella Svizzera neutrale, ma non per questo ben disposta alla concorrenza della forza-lavoro straniera, il padre era uno degli ingegneri ai vertici del traforo del San Gottardo: un'impresa in cui si contrastavano uomo e montagna, un'ossessione lunga una vita, per costruire la galleria autostradale più lunga al mondo. Erano gli anni Settanta e Nicole aveva due genitori con la mente altrove, un'anziana dirimpettaia dalla doppia professione e un amico immaginario, solo e soltanto suo. Trent'anni dopo, tornando su luoghi di radure incantate, profumi intensi e leggende che ispiravano fantasiosi disegni a matita, tocca fare i conti con una pensione non così spettrale, amicizie segrete e una pagina purtroppo dimenticata della storia recente.

«Perché non ho avuto un padre alcolista o una madre tossica? La pazzia della nostra famiglia era troppo normale.»
«Vuoi dire che troppo bene fa male?»
«Voglio dire che eravamo felicemente tristi.»
«O tristemente felici.»
«È lo stesso.»

Accanto a Nicole, giunta a una crocevia, troviamo Michele: l'amico di cui nessuno doveva sapere. Figlio di un minatore italiano, era arrivato in Svizzera a otto anni nel bagagliaio della monovolume di famiglia. Alla dogana, interrogati, i genitori avevano disposto di non avere nulla da dichiarare: nemmeno quell'unico bambino da introdurre clandestinamente oltre il confine, da allevare nel buio di una soffitta rischiarata appena dalle cure della pensionante Delia Pizzorno – cresciuta da un padre anti-fascista, innamorata in gioventù di un ragazzo che voleva assassinare Mussolini e poi andata in moglie a un comune odontoiatra, l'anziana manterrà qualche camera sfitta e silenzio assoluto in caso ci sia bisogno del suo proverbiale riserbo. 
Quello era lo status quo nella vecchia Confederazione Elvetica, quando un referendum contrario all'inforestierimento aveva decretato che si dovessero accogliere cinquemila migranti per cantone; che i lavoratori stagionali con un contratto da rinnovare non potessero portare con sé i propri affetti. Allora c'era chi, nelle miniere, vendeva boccette in cui annunciava di avere racchiuso l'aria di casa. E chi, come i genitori di Michele, facevano carte false e condannavano i figli alla reclusione, alla legge del silenzio. Con la vana promessa che la soffitta come cameretta, l'incubo ricorrente di irruzioni armate che facevano bagnare i pantaloni del pigiama, l'arcobaleno scarabocchiato sulle nude assi di legno, sarebbero durati giusto il tempo dei lavori in corso. O di una denuncia anonima.

Ma poi cos'è una casa. La stanza dove sono nato? La soffitta di Delia? La dimora azzurra? L'appartamento lussuoso in cui abito adesso? Oppure lo sguardo di Nicole. L'odore di Delia. Un giardino di rose dove posare l'infanzia. Forse una casa non è dove tu sei, ma dove sei tu. C'è una differenza.

Cos'è stato di Nicole e Delia, protagonista di infanzie opposte ma coincidenti, e di un'anziana ribelle che parlava dei morti, coi morti? Perché la prima, illustratrice per l'infanzia, rifiuta l'idea della maternità, l'amore del compagno Giovanni e il perdono a una mamma sepolta di fresco; perché il secondo, uomo di successo rintracciato grazie a Facebook, non cerca chiarimenti, ha risposto all'infelicità con la ricchezza economica e conserva sempre l'antica paura del buio? E dov'è Delia, con un'attività di affittacamere ceduta a un indiano gentile e, si spera, risposte che dicano cosa sarebbe stato di loro – magari una coppia, chi lo sa – se il destino non avesse strappato all'una il cuore, all'altro il tetto sulla testa? Ci voleva una quarta persona per riprendere la loro storia da dove si era interrotta, ci voleva Nicoletta Bortolotti. Sempre impeccabile, ma matura ed emozionante come non mi ero accorto mai. Riconciliarsi con i bambini che si è stati una volta, con il desiderio ossessivo di venire di nuovo alla luce lasciandosi le storie di fantasmi alle spalle: si può, grazie alle prose intense, agli spunti sconosciuti, agli sguardi che non ti aspetti.

Non sempre le persone sono la terra in cui nascono, ma spesso diventano la terra che abitano.

Chiamami sottovoce è una storia vera, in parte, che non conosce il rallentamento delle ricostruzioni né il buonismo dei romanzi a tesi. Attualissimo in tempi di porti chiusi, di hashtag che fanno appello a un ritorno all'umanità perduta, è un dramma di migranti e frontiere – geografiche, anagrafiche, psicologiche – che scuote e fa riflettere. 
Sull'imparare a fare rumore, a disobbedire, a sgolarsi, per dirsi con il senno di poi che quei bambini sono stati forgiati dalle stelle avverse, dalle scelte altrui, ma non stravolti: hanno una voce chiara e squillante, inequivocabile, e l'autrice ce la restituisce riaccordata, ricomposta. 
Su quando eravamo noi lo straniero di qualcun altro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Walker – Leave a Light On

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Unrivaled - La sfida, di Alyson Noel

"Era rimasta chiusa in camera a meditare sulla linea sottile che separava la fama dall'infamia. Per un colpo di sfortuna, la sorte aveva voluto che per lei fossero inestricabili."

Titolo: Unrivaled – La sfida
Autrice: Alyston Noel
Editore: Harper Collins
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Tutti desiderano diventare qualcuno nella vita. Layla Harrison vuole fare la giornalista; Aster Amirpour sogna di essere un'attrice di successo; Tommy Phillips ha intenzione di diventare una rockstar. Madison Brooks ci è riuscita: ha afferrato il destino e lo ha piegato al proprio volere molto tempo fa. Ora è la più acclamata stella di Hollywood, e ciò che ha fatto per diventare il personaggio di cui tutti parlano è solo una macchia sull'asfalto, polvere sotto i tacchi delle sue Louboutin. Finché Layla, Aster e Tommy non ricevono un invito speciale per entrare nel mondo esclusivo della vita notturna di Los Angeles e partecipare a una spietata competizione di cui Madison Brooks è l'obiettivo. Ma proprio quando le loro speranze si accendono come stelle che bucano lo smog della California, Madison Brooks scompare... e le aspettative dei quattro ragazzi si spengono, oscurate da una nebbia di bugie.

                                              La recensione
La visione di Blake Lively a Cannes – stupenda in azzurro, in rosa, in oro e, con la gravidanza a fare capolino e ad arrotondarle le forme, forse, ancora di più – mi ha ricordato perché al ginnasio fossi perdutamente cotto della sua inarrivabile Serena van der Woodsen e seguissi, fedelissimo, un mondo di intrecci, tradimenti e surreali colpi di scena descritti da colei che, nell'anonimato, cantava e condannava i rampolli e le meteore delle scandalose élite di Manhattan. Tra il teen e la soap, trash solo verso la conclusione, Gossip Girl era – è – il mio guilty pleasure con la lettera maiuscuola. Da allora, cercasi rimpiazzo. A consolare gli orfani e i nostalgici, chi a New York non ci ha mai messo piede e alcuni party di certo non può permetterseli, ci hanno pensato le amiche di Pretty Little Liars e, lo scorso anno, i nobili britannici secondo The Royals: serial che, senza cerimonie, ho abbandonato strada facendo. Il primo, infatti, non mi aveva anticipato che oltre che carine e giovani le quattro protagoniste fossero stupide da non credere; con il secondo, nonostante il piacere degli episodi introduttivi, era venuta meno la curiosità e non restava, allora, che il trash. Quello, in dosi abbondanti: ingenerose. Finché, tra i guilty-pleasure-ma-non-troppo, non è spuntato dal nulla Unreal. Quali meccanismi nascondeva un programma in cui ragazze bellissime si sfidavano per il cuore di un lui assai ambito, se le sporche manovre della produzione facevano vittime innocenti e la commedia nera prendeva d'un tratto il sopravvento? Unreal e Unrivaled: un titolo in assonanza, un'altra sfida annunciata, la contaminazione a fantasia tra il mistery e lo chick lit. Come nel caso del telefilm Lifetime, anche con Alyson Noel c'era la sorpresa, dietro l'angolo? Primo di una serie, tradotto in tempi record e coccolato dalla nascente HarperCollins Italia, Unrivaled è ambientato in una Los Angeles festaiola e rumorosa, ha protagonisti che indossano le migliori griffe e coltivano i peggiori propositi, fa una satira non troppo caustica ma che si legge, e lì sta la sorpresa, con un ghigno di sottile apprezzamento. Il titolo si riferisce alla missione di tre diciottenni senza grilli per la testa, determinati sin dall'inizio, che rispondono all'invito del potente e misterioso Ira, proprietario dei locali notturni più in
La fragola in copertina, intinta nell'oro, è il frutto proibito a cui Tommy, Layla e Aster tendono la mano, ignari degli effetti collaterali della loro cupidigia. Vogliono sfondare. Il primo, ragazzo di periferia con la chitarra in spalla, sogna la carriera delle rock star e il cenno del capo di un padre gelido, ignaro della sua stessa esistenza; la seconda, hipster fino al midollo e con un fidanzato storico che sprizza gioia di vivere, scrive cattiverie e news su un blog di pettegolezzi; l'ultima, che per ribellarsi a due genitori aristocratici e normativi gioca a fare la cattiva ragazza, sa che la sua pelle caffellatte e il fare da gatta morta le apriranno in fretta e furia le porte dello showbusiness. Intanto, fanno i promoter per l'uomo che, in pugno, custodisce le chiavi di Los Angeles. Ci sono tre locali da riempire e loro sono i leader di tre diverse squadre. Chi la avrà vinta? Chi potrà vantarsi di avere, come fiore all'occhiello, l'attrice Madison Brooks e la sua dolce metà? La ragazza che s'inchina davanti alle stelle, però, scompare nel nulla. Cosa hanno a che fare i protagonisti con il sequesto dell'ospite più ambita?
Il romanzo della Noel è una lettura disimpegnata ma coinvolgente, che lascia più domande che risposte. Una “toccata e fuga” dal senso d'irrisolto, di incompiuto, che nel pugno stringe un pugno di mosche; generi che si combinano sì e no; polvere di stelle cadenti. Pensato per un pubblico di giovanissimi, nonostante le premesse, non risulta di certo più cinico o provocante del young adult medio; e il riferimento principale, ahinoi, è quello delle “liars”, tanto benvolute altrove. Con un mistero che, nel prossimo romanzo, ci darà i debiti grattacapi e un finale che suona tanto come un arrivederci, alla prossima puntata.
Ci sono romanzi dallo stile chirurgico e nitido, che non puoi fare a meno di definire cinematografici. Unrivaled è invece modesto, nel bene e nel male, e ammiccante: televisivo, con il bollino giallo. Tra lo standard e l'irriverente, segue un compromesso che, questa volta, non mi è dispiaciuto, benché non ami le vie di mezzo, le pietanze senza pepe, la satira senza coraggio. Ma La sfida mi ha divertito, intrigato il necessario, e un'altra puntata di prova, un altro romanzo, me lo concederei ben volentieri. Al momento, sospendo il giudizio. Non cambio canale, senza sapere che fine ha fatto Madison Brooks e com'è, nel dettaglio, un mondo che qui ho occhieggiato tra i flash dei paparazzi e in mezzo ai punti di vista di un trio all'oscuro dei fatti. Freno un po' l'istinto di darmi allo zapping sfrenato. Il guilty pleasure, però, resta più appetibile sul divano, in pigiama e alla luce dello streaming, che tra le pagine. 
Su questo no, non cambierò idea. 
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Vogue – Madonna