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mercoledì 22 gennaio 2025

Recensione in anteprima: Mentre tutto brucia, di Paulina Spiechowicz

| Mentre tutto brucia, di Paulina Spiechowicz. Nutrimenti, € 19, pp. 240 |

È il 1994. Carlo e Diana d'Inghilterra annunciano alla stampa il loro chiacchierato divorzio. L'Italia è incantata e indignata dalle ragazze ammiccanti di Non è la Rai. Le prodezze di Roberto Baggio ai mondiali fanno ululare i tifosi di gioia. In quello stesso anno nasco anch'io. L'esordiente Paulina Spiechowicz – in libreria dal 24 gennaio, nella collana italiana Greenwich Extra – va indietro nel tempo, all'estate di trent'anni fa. I suoi protagonisti, come lei alla loro età, non si sentono né abbastanza polacchi né abbastanza italiani. Tornati a Roma da Varsavia, compongono una famiglia in prova assieme alla madre: un'ereditiera fragile e incostante, ai ferri corti con un ex marito educato secondo una rigida educazione sovietica.

Avrebbe vagato alla ricerca di origini impossibili da trovare. La perdita, ecco le sue nuove radici.

Kamil, quasi diciotto anni, vuole essere disperatamente accettato dal branco: si esprime in romanesco, in segno di appartenenza forzata. Beatrice, sedicenne, fa invece i conti con una femminilità esplosa all'improvviso, legge Sylvia Plath, confonde il piacere con il dolore: a differenza del fratello maggiore, prova profonda nostalgia per la lingua paterna. Tra loro c'è Nico: acerrimo rivale dell'uno, amante segreto dell'altra, è appena uscito da Rebibbia per buona condotta e cerca la redenzione tra gli scaffali di una libreria, sperando che l'accesso alla cultura lo nobiliti agli occhi di Beatrice. Sensuali, selvaggi e incapaci di stare al mondo, i personaggi popolano una Ostia da Far West, fatta di rave trasgressivi e fantomatici dischi volanti. Il mare all'orizzonte non lenirà il senso di claustrofobia. In questa storia di estasi e colpa, in questo intrecciarsi di solitudini senza posa, incombe per tutto il tempo la nuvola nera di un brutto presentimento.

Quando vedo una famiglia felice mi prende una fitta allo stomaco, so già che mentono.

Con una lingua ritmica ed energica, Paulina Spiechowicz rispolvera un immaginario di citazioni pop e fabbricati industriali, in cui il vuoto generazionale somiglia a quello dei romanzi giovanili di Valentina D'Urbano, Silvia Avallone, Mattia Insolia. Qualche dinamica appare talora troppo frettolosa. Qui e lì vengono aperte parentesi su personaggi secondari (l'amica Ludovica, l'ex Tiziano, il pigmalione Pawel), a ben vedere, lasciate irrisolte. I fratelli "cannibali" Kamil e Beatrice vivono a velocità raddoppiata l'ultima estate della loro innocenza. Dove li porterà l'arrivo di settembre, mese di cambiamenti e rivoluzioni personali? L'autrice, classe 1983, si adegua al loro passo nervoso e firma un romanzo disperatissimo a proposito di due anfibi senza identità, senza casa, senza speranza, che domandano forse soltanto un po' d'amore. Al pari loro, Mentre tutto brucia è nostalgico, vitale, precipitoso. Brucia, sì, e in fretta: a volte in un'unica fiammata. Il luccichio violento del fuoco, però, si farà notare.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Afterhours - Non è per sempre

venerdì 15 ottobre 2021

Recensione: Ivy, di Susie Yang

|Ivy, di Susie Yang. Neri Pozza, € 18, pp. 368 |

Preceduto da paragoni illustri e da un gran dispendio di energie da parte di Neri Pozza, editore solitamente infallibile, Ivy è arrivato in libreria promettendo sconvolgimenti. Poco più che un fuoco di paglia, resterà una delle maggiori delusioni dell'anno corrente. L'ho letto con piacere? Mentirei se dicessi il contrario. Scorrevole e intrigante, nonostante le sue quattrocento pagine, si legge smaniosamente ma in cerca di guizzi, di risvolti sensazionali, che purtroppo non arrivano mai. E le promesse mancate, spesso, irritano più dei romanzi brutti. Presentato come un thriller patinato, a metà tra le atmosfere di Patricia Highsmith e quelle di Donna Tartt, l'esordio di Susie Yang prende in parte spunto dall'infanzia dell'autrice per raccontare la scalata sociale della protagonista. Cresciuta secondo una rigida educazione cinese, fatta di percosse e rinunce, Ivy muove i primi passi in un quartiere di immigrati.

Ormai da tanto aveva capito che la verità non contava, quello che serviva a lei erano le apparenze. Se la lasci depositare, l'acqua fangosa diventa limpida.

Disposta a tutto pur di vivere appieno il famoso sogno americano, inizia a rubacchiare ciò che i genitori le negano – accessori e frivolezze da adolescente per integrarsi meglio a scuola – e baratta la propria verginità soltanto per dispetto. Vittima di sogni a occhi aperti ben più grandi di lei, si macchia di piccoli crimini ma immagina di vivere in un film o in un romanzo ottocentesco: punta a sposarsi, magari con un dottore, perché stando alle massime della nonna un matrimonio di successo sfamerebbe tre generazioni. Diventata maestra elementare, abilissima nel tessere relazioni di convenienza, riallaccia i rapporti con il ricco e volubile Gideon: un ex compagno di scuola con il pallino delle sciate, dei ristoranti stellati e dei cottage in New Hampshire. Mentre i sogni di gloria di Ivy sembrano realizzarsi, spunta però una figura del suo passato: Roux, altro parvenu che minaccia costantemente di smascherarla. Ritratto tanto impietoso quanto banale della sfaccendata borghesia bianca, il romanzo parte in maniera convincente ma si arena in una parte centrale prolissa e salottiera. Le carte in tavola cambiano grazie alla nascita di un pericoloso triangolo sentimentale, di un epilogo prevedibile ma crudele: il cambio di toni e ritmi, tuttavia, lascia straniti.

A volte Ivy aveva l'impressione che in lei ci fossero due persone diverse: la cittadina gentile, generosa, moralmente irreprensibile che cercava di essere con Gideon; e la sua essenza insoddisfatta, pragmatica, opportunista. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché le venisse naturale essere come Gideon – per essere buona – ma non era buona. Era gelosa, meschina, vendicativa.

Le parti migliori restano, allora, quelle dedicate alla contraddizioni della famiglia della protagonista: benché non esente dai cliché, presenta un personaggio – Austin, il fratello minore di Ivy – che mostra le conseguenze alternative di un'infanzia traumatica. Allevato senza amore, smarrito, vive una profonda depressione che l'ha trasformato in un sorta di hikikomori. Volitiva in teoria, ma fragile e dubbiosa nella pratica, sua sorella intanto commette un errore di valutazione. Amore, ricchezza e bellezza possono forse fare la felicità: non regalare la pace. Messo in cattiva luce da paragoni senza fondamento, questo romanzo garantisce un buon intrattenimento, ma non è né noir né rosa, né serio né ironico. Come classificarlo? Commedia nera? Satira sociale? Al pari della sua protagonista eternamente fuori posto – troppo poco cinese in casa sua, troppo poco americana agli occhi dei suoceri –, Ivy resta ferma al bivio del bene e del male.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Applause 

lunedì 22 marzo 2021

Recensione: Quanto tornerò, di Marco Balzano

| Quando tornerò, di Marco Balzano. Einaudi, € 18,50, pp. 197 |

Si sarebbe potuto chiamare Mal d'Italia. Ho scoperto questa definizione leggendo del senso di smarrimento di Daniela, badante romena a Milano, e dei suoi familiari lasciati indietro. Questa sindrome affligge innumerevoli paesi dell'Est, popolati esclusivamente da bambini, adolescenti e uomini: le donne di casa sono infatti andate via all'improvviso per prendersi cura degli altri, altrove; per provvedere alle spese della famiglia con uno stipendio guadagnato lontano, tra razzismo sottile e insopportabile nostalgia. La storia della protagonista di Marco Balzano è la storia di tante straniere che affollano le nostre città. Orgogliose, robuste e coriacee, scortano anziani a braccetto; sono in fila alle poste, al supermercato o in farmacia, mentre ascoltano le direttive dei datori di lavoro al cellulare; siedono sulle panchine dei parchi, con un contenitore di cibo speziato sulle ginocchia, e si guardano intorno in cerca di accenti amici. Daniela è fuggita dalla Romania nel cuore della notte, senza salutare nessuno: ha lasciato un biglietto per rendere l'arrivederci meno straziante.

La guardo sempre con la stessa rabbia e la stessa delusione, la casa. La mia famiglia sono questi calcinacci.

Si lascia alle spalle una coppia di genitori cagionevoli, un marito sfaccendato, due figli giovani schiacciati dalle responsabilità e una casa da ristrutturare: la mansarda smantellata sarebbe da risistemare; sarebbe bello inoltre pitturare, riarredare, rimodernare, per trasformare la proprietà in un piccolo agriturismo. Daniela impara la lingua delle medicine, delle malattie, dei principi attivi, e nel tempo libero si diletta a cercare parole più poetiche sul dizionario. Sconsolata, all'inizio del romanzo torna a casa d'urgenza: in sua assenza, la famiglia è andata in malora. Che senso ha badare al prossimo quando nessuno ha badato ai suoi cari? Alla luce di questa contraddizione, Balzano costruisce un romanzo con un difetto evidente alla base: la storia di Daniela è la storia di tante donne, e lui non sembra far niente per mostrarcela con occhi diversi. La sua esistenza ai margini è fatta di ambienti umili e spartani, di minestre e candeggina, di una pioggia sottile e tagliente che ispira mestizia. Il dramma senza fondo della protagonista – forse il personaggio meno interessante del romanzo – per fortuna viene smorzato grazie ai figli, che portano punti di vista diversi e a me vicinissimi.

Forse nella vita si rincorre la vita.

Manuel e Angelica sono arrabbiati, si sentono traditi. Su Skype non sanno bene cosa raccontare a quella madre di cui non comprendono le ragioni. I silenzi astiosi si allungano, le parole diminuiscono, il malcontento cresce. Manuel, al primo anno di liceo, colleziona brutti voti e patisce la sindrome d'abbandono: frequenta compagnie turbolente e spinge al massimo il motorino truccato. Angelica, il personaggio che ho di gran lunga preferito, è una studentessa brillante e un'instancabile bestia da soma: per pensare ai familiari ha taciuto su tante cose, compresa la sua vita sentimentale. A loro spetta il compito di migliorare le sorti del romanzo, soprattutto in un finale davvero perfetto. Dopo un intermezzo lungo e canonico, infatti, Balzano sorprende con delicatezza in un'ultima parte insolitamente armoniosa, fatta di balli folkloristici, frutta secca e boomerang. Lontano dalle tragedie di Orfani bianchi di Antonio Manzini, Quando tornerò è una lettura sensibile, delicata e piena di dignità. Il ritratto di una famiglia in frantumi che nei giorni buoni sa indossare gli abiti eleganti e riunirsi sotto un percolato. Perché l'amore non è sempre un lusso per pochi: non si paga per forza a caro prezzo. Dopo il più memorabile Resto qui, Marco Balzano torna con un romanzo diverso sin dal titolo: una storia giocata non sulla strenua resistenza delle stelle fisse, ma sugli andirivieni di mamme che sono meteore passeggere. Ma restare è una lezione comune, che si impara come l'italiano dei quotidiani online e delle canzoni di Vasco Rossi.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli – L'abitudine di tornare

martedì 29 dicembre 2020

[2020] Top 10: Il mio cinema, nell'anno che il cinema ce l'ha tolto

10. His House: Presentato in anteprima al Sundance, un horror indipendente che racconta con i toni della ghost story la tragedia dell'immigrazione clandestina. Per riflettere, nello stile del cinema di Ken Loach, ma con qualche brivido in più.

9. Shirley: Un po' biopic, un po' thriller, purtroppo inedito in Italia, è un faro acceso sulla vita oscura di un'autrice famosissima – anzi famigerata – interpretata qui dalla camaleontica Elisabeth Moss. Per chi è affascinato dai meccanismi del parto creativo, soprattutto quando genera mostri.

8. Ema: L'ultima fatica del cileno Pablo Larraìn, all'indomani di innumerevoli film politici, si dedica anima e corpo a una storia controversa e passionale su una ballerina pansessuale e sul suo desiderio di maternità nonostante tutto. Contro natura, oltre natura. 

7. Il buco: Poetico, politico, claustrofobico, è uscito nel clou del primo lockdown. Qualcuno lo ha amato, qualcuno lo ha odiato, qualcun altro ha amato odiarlo. Ma questa distopia spagnola a tinte forti – ambientata in un carcere verticale dove vige la legge del più forte – è forse il film più rappresentativo dell'anno.

6. Favolacce: Sono giovani, sono belli, sono volenterosi. Soprattutto, sono il futuro che il cinema italiano non sapeva di meritare. Fabio e Damiano D'Innocenzo, premiati in pompa magna per la miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino, sono infine giunti a seminare turbamento anche su Amazon Prime Video.


5. Swallow: Si chiama picacisco, ed è una compulsione che spinge a inghiottire oggetti di varia forma e natura per dar voce a un disagio interiore. È questo il tema di un esordio shock – un horror originale, elegante, femminista –, con una Bennett in fuga dalla sua gabbia dorata.

4. Soul: Lo abbiamo visto un po' tutti sotto Natale ed è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci. È l'ultimo capolavoro Disney-Pixar. Per me il film più maturo, adulto e profondo del filone.

3. Jojo Rabbit: Ai tempi non mi era piaciuto in realtà. Lo avevo definito innocuo, una favoletta più graziosa che bella. Però ci ripenso spesso e con emozione, e vorrei che il 2020 finisse proprio come finisce il film del premiato Waititi: ballando, con David Bowie in sottofondo.

2. Sto pensando di finirla qui: In pole position non poteva mancare lui, Charlie Kaufman, con un viaggio al termine della notte e della ragione folle, destabilizzante, logorante. Riempie prima di orrore, poi di nostalgia.

1. Sound of Metal: Negli anni Venti c'era il cinema muto. È possibile, oggi, un cinema sordo? Da quest'idea difficoltosa ma coraggiosissima parte un piccolo dramma disposto a farsi valere alla prossima stagione dei premi. Un'odissea lunga due ore interpretata da un incredibile Riz Ahmed, nel ruolo di un batterista che perde l'udito e sperimenta, così, un nuovo mondo. Quel mondo diventa anche il nostro. In un cinema che è esperienza umana, e condivisione.

lunedì 19 agosto 2019

Recensione: La vita davanti a sé, di Romain Gary

| La vita davanti a sé, di Romain Gary. Neri Pozza, € 11,50, pp. 214 |

Arrivati a Belleville, Parigi, chiediamo indicazioni per giungere alla meta. Un passante di buona volontà, uno straniero come noi, ci indica un casermone fatiscente e, all’apparenza, inospitale. Siamo quasi arrivati. Lì, al sesto piano, vivono Momò e gli altri. Tocca sudare sette camicie, arrampicarsi lungo scale ripide e accidentate come sentieri montuosi: purtroppo non c’è l’ascensore. Il protagonista, un berretto con la visiera storta e un cappotto lungo fino ai piedi, ci apre la porta dopo un attimo di titubanza. Che ci abbiano mandati gli assistenti sociali? L’appartamento ha ospitato in passato fino a sette bambini. Il disordine e i colori, allora, sono quelli di un’aula scolastica. La padrona di casa, che per questioni di salute non riesce più a stare dietro a tutto, è l’indimenticabile Madame Rosa: prostituta ebrea in pensione, sopravvissuta all’Olocausto, ha raggiunto col fiato corto il traguardo dei sessantacinque anni. Quasi paralizzata dai chili di troppo, costretta in cima a un condominio impraticabile, ha paura del cancro, delle retate notturne – il trillo del campanello la mette sul chi vive, facendola subito pensare alle incursioni tedesche – e di recente, oltre alla padronanza del corpo, sta perdendo anche la testa. Maschera il decadimento fisico e mentale con lunghissime sessioni di trucco, kimono orientali e parrucche variopinte, ma la sua lucidità ha le ore contate. Cosa sarà dell’amato Momò all’indomani dell’agonia della donna, tutrice di generazioni e generazioni di figli di puttana?

Gli incubi sono i sogni di quando uno invecchia.

Se lo domanda il lettore, forse chiamato proprio a decretare; a tirare le somme di un’infanzia atipica ma felice, fatta dell’amore di una famiglia alternativa e di bislacchi rapporti di buon vicinato. Conosciamo così Lola, corpulenta transessuale senegalese con un passato da boxeur; il signor Hamil, venditore di tappeti che trae insegnamenti dal Corano e dai capolavori intramontabili di Hugo; il Dottor Katz, unica voce della ragione, chiamato spesso a districarsi nella folla di tossicodipendenti, papponi, fuochisti e sciamani che fan da infermieri al capezzale della degente. Può capitare un’iniezione sbagliata: una dose d’eroina scambiata per un calmante da un drogato di buon cuore. Può succedere, ancora, che certi padri tornino all’ovile con la coda fra le gambe e si scoprano vittima di esilaranti qui pro quo. Acclamato alla stregua di un classico, successo postumo di Romain Gary – famoso tombeur de femmes morto suicida nella sua vestaglia porpora, in seguito al giallo sulla scomparsa dell’attrice Jean Seberg: musa della Nouvelle Vague e sua amante –, La vita davanti a sé mi è stato consigliato da molti amici negli anni. La prima volta, probabilmente, il titolo era saltato fuori all’indomani dell’entusiasmo per Stanza, letto, armadio, specchio: dopo Jack, mi assicuravano, avrei trovato un altro piccolo grande narratore nel monello di Gary. Nel frattempo, però, mi sono scoperto purtroppo insofferente verso i romanzi ad altezza bambino. A esercizi di stile non sempre altrettanto riusciti, troppo artificiosi per simulare la meraviglia dell’infanzia. Anche a costo di disattendere le attese di chi lo ha tanto amato e difeso, dico che con Momò è mancato il colpo di fulmine – la sua vicenda, tutta aneddoti e figuranti sopra le righe, è l’ennesima senza un filo conduttore in cui ho la sfortuna di imbattermi in quest'estate votata ai recuperi –, ma stavolta non per ragioni stilistiche.

«Sei un ragazzo molto intelligente, molto sensibile, addirittura troppo. Spesso ho detto a Madame Rosa che tu non sarai mai come gli altri. Certe volte vengono fuori dei grandi poeti, degli scrittori, e certe altre…»
Ha sospirato.
«… e certe altre, dei ribelli. Ma tranquillizzati, questo non significa affatto che non sarai normale».

Il protagonista è di quelli adorabili e riusciti in ogni sfumatura. Incerto a proposito della sua reale data di nascita, venuto al mondo forse in Algeria o forse in Marocco, ha la strada come maestra di vita e una voce squillante dove si mescolano innocenza e crudeltà; eventi e drammi dilatati a piacimento; strafalcioni grammaticali e passaggi volutamente ridondanti, accanto alle perle di saggezza di chi crescendo vorrebbe diventare o un poliziotto o un terrorista. A capo della marmaglia, all’occorrenza anche ladruncolo, Momò ha imparato a sfruttare il suo bel faccino con gli adulti e a sfuggire alle droghe, false portatrici di felicità.  Vuole i suoi genitori. Desidera un cane. Va per i dieci, ma raggiunge i quattordici – strano ma vero, lo scoprirete leggendo – in un giorno soltanto. A volte responsabile, altre avventato, vorrebbe farsi adottare con mezzi leciti e non. Dotato di una fervida immaginazione e di lingua sciolta, artificioso soltanto nei passaggi più filosofeggianti, ha un ombrello chiamato Victor per migliore amico e s’incanta al cospetto della settima arte, capace di mandare l’esistenza al contrario in un continuo rewind. Come potrebbe Madame Rosa rinunciare al suo affetto, non preservarne intatte le origini musulmane e la diversità, benché il vaglia per mantenerlo abbia smesso un giorno di arrivare? Gary, scrittore dalla fama da divo, regala a sorpresa una carrellata di novelli Miserabili: orfani dickensiani e drag queen degne di una commedia di Almodovar, per riflettere sul significato della parola famiglia e sull’irragionevolezza dell’accanimento terapeutico. 

Io all’eroina ci sputo sopra. I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità. Per bucarsi, bisogna veramente cercare di essere felici e solo i re dei cretini possono avere delle idee simili. […] Ma io non ci tengo a essere felice, preferisco ancora la vita.

Il risultato, su carta, è un racconto con il respiro dei classici. Uno spaccato densissimo, umano e multiculturale, che ispira leggerezza e filantropia. Avrebbe potuto essere più lungo. Avrebbe potuto essere più breve. Come Abbiamo sempre vissuto nel castello, invece, si colloca a un crocevia apprezzato a metà: da un lato una scrittura perfetta, al passo con un narratore da incorniciare; dall’altro poche idee, allungate per più di duecento pagine, e la sensazione che questo stesso quartiere, questo stesso protagonista, meritassero uno spazio diverso o comunque un’avventura con tutti i crismi. Ma questa riunione di condominio a Belleville fa senz’altro bene al cuore. In  tempi di integrazione (negata) e immigrazione – già soggetto per un film premiato agli Oscar nel 1977, per altro, il romanzo avrà una  trasposizione italiana con Sofia Loren – la lettura appare attuale come non mai. Ma per chi come me si aspettava, in fondo, la storia di una vita, meglio ridimensionare un po’ le aspettative. In cima ai gradini, al sesto piano senza ascensore, c’è un’ordinaria storia di gente fuori dall’ordinario. E nei giorni giusti, quando la sfacchinata non pesa e le gambe accompagnano, macinando ad ampie falcate le rampe di scale, potrebbe rinfrancarci la semplice presenza di Momò. Che ci dice: sedetevi dove capita, non badate al disordine. Alla mia casa schifa, alla mia storia a soqquadro, ci sono affezionato. Voi, dal canto vostro, fate quello che vi pare.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Chainsmokers & Coldplay -  Something Just Like This

sabato 11 maggio 2019

Recensione [Strega 2019]: L'età straniera, di Marina Mander

L'età straniera, di Marina Mander. Marsilio, € 16, pp. 206 |

Milano città. L'insopportabile pigrizia delle vacanze estive. Il desiderio di fare una scappata sulla costa ligure per il piacere del mare nella bella stagione. In una famiglia disfunzionale ma di larghe vedute – di quelle con i preservativi in un cestino all'ingresso –, lo scostante Leonardo prova gusta nel dare sui nervi a una mamma troppo speranzosa e al suo compagno, un anonimo tassista amante dei passi a due. D'altronde, comprendiamolo: ha diciassette anni e ogni diritto di avere il mondo contro. Figlio degli anni Novanta e della democrazia progressista, patisce l'ingombro della verginità e la frustrazione per i sogni di gloria mancati: si sognerebbe l'epigono ribelle di Kurt Cobain, a cui somiglia perfino un po' per via della zazzera bionda, ma a rubargli il nirvana sono i drammi quotidiani. Prima il suicidio del padre, eterno Peter Pan scomparso in mare con addosso il suo pigiama migliore; poi la convivenza forzata con Florin, ragazzo dell'Est accolto in casa per l'inguaribile spirito da crocerossina della capofamiglia. Se Leo non è abbastanza adulto, Florin non è abbastanza bambino. Il nuovo compagno di stanza si prostituiva: ha piedini di fata, mani lunghe per soddisfare i piaceri altrui, frequenta cinema a luci rosse e quartieri sconosciuti. Accondiscendente fino al fastidio, si nutre di dolciumi preconfezionati e attira occhiate ora indifferenti, ora indignate. Il gatto di casa, un randagio, lo riconosce come padrone. La sofferenza degli altri, però, ci rende persone migliori?

Noi siamo una famiglia di larghe vedute e questo è un fatto importante perché, a forza di guardare più in là, è diventato sempre più difficile guardarsi negli occhi.

Se lo domanda a lungo il protagonista, che dovrebbe usare la compagnia di Florin – brutto e sfigato, citandolo – a proprio vantaggio. Con queste premesse potrà forse nascere un'amicizia sincera? Leo ci prova. E prova anche con l'analisi, con la marijuana a scopo terapeutico, ma la rabbia di vivere lo segue perfino in incubi dov'è messo sotto processo. Lui il giudice, lui l'accusato, lui l'accusatore. 
L'età straniera, finalista al Premio Strega, è l'apprendistato di un adolescente che deve capire come gira il mondo. Il narratore non crede nei mezzi termini, nelle sfumature di grigio, ma nella giustizia sì. Suona disilluso e antipatico, un nichilista provetto, ma fra sé e sé nutre speranze esagerate verso il futuro. Al contrario degli adulti, che gli insegnano il bene ma soprattutto l'utile. Al contrario del coinquilino extracomunitario, che parla poco perché in Italia purtroppo non ha voce. La scrittura verbosa e cervellotica di Marina Mander ci porta nel clou dell'irrequietezza. In un'età che sputa fuori parole ciniche e parole d'amore, riflessioni amareggiate e finali preferibilmente dolci.

E tu, Iwazaru, riesci a capire quanto mimetizzarsi sia vantaggioso? Bastano cento parole di vocabolario, dieci capi di vestiario, due o tre accessori non troppo cafoni, sono sicuro che mamma saprà indicarti quali, e tutti vedranno in te una personcina affidabile; confezionati bene anche se hai l'inferno dentro, impara un altro modo di spaccarti in due, ma senza mai darlo troppo a vedere, mi raccomando, è questo l'essenziale. E se dentro di te ci fosse davvero il nulla, rivestilo di diamanti.

La sua lingua, ben affilata contro il perbenismo e il politicamente corretto, spesso suona artificiosa. Mi ha ricordato quella di una Mazzantini più lieve ma a tratti irritante, fatta di allitterazioni e giochi, di stridori e parolacce. È la scrittura, in effetti, a dare il vero guizzo – una parvenza fortemente autoriale – a una commedia edificante a proposito di crescita e integrazione che al cinema vedrei bene sotto la direzione del bravo Francesco Bruni. Ma è proprio la scrittura, originale perché ardita, a non avermi conquistato. 
Benché l'autrice parli a nome di un diciassettenne senza falsi moralismi né censure, regalandoci nell'ultima parte la struggente lettera che Leo indirizza a sé stesso per il futuro, il suo romanzo di formazione resta un paradosso. Incentrato sul dialogo fra culture, di dialoghi ne ha stranamente pochissimi. Il protagonista e Florin non si parlano neanche a gesti. Il narratore, straripante e megalomane, ma almeno onesto, parla per tutti e due. I voli pindarici e gli sproloqui: quelli del Giovane Holden. Come già successo con il classico di Salinger, ne ho apprezzato la compagnia a piccole dosi, più in teoria che in pratica, trovandolo non sempre godibile eppure toccante nel suo imperscrutabile diritto all'egoismo. Perché Leo storpia il nome di Florin in Iwazaru, lo chiama scimmia per disprezzo, ma intanto si commuove davanti ai primati in gabbia allo zoo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jovanotti – Mi fido di te

sabato 22 settembre 2018

Recensione: Preghiera del mare, di Khaled Hosseini

| Preghiera del mare, di Khaled Hosseini. SEM, € 15, pp. 56 |

Ero io a prestare i romanzi a mia mamma, un tempo, e mai viceversa. 
Il cacciatore di aquiloni e Mille splendidi soli – i più belli degli strappi alla regola nell'intera storia degli scambi in famiglia – erano però per una volta il suo genere, un suo consiglio, e non il mio. Li ho letti e amati a ciel sereno, nonostante fossero i fragili anni delle medie, quelli, e sul mio comodino di ragazzino annoiabile non facessero ancora tappa cose come l'impegno della cronaca nera o l'attualità. Non leggo Khaled Hosseini da allora. Saranno passati dieci anni, ormai, e in mezzo c'è stato E l'eco rispose: non era piaciuto proprio a mamma, però, che per storie come quelle ha da sempre il pallino, ed ero finito per fidarmi un'altra volta di chi mi aveva fatto scoprire le gioie e i dolori del Medio Oriente e tenuto lontano dalle potenziali delusioni in agguato. Hosseini è tornato in libreria dopo l'estate. Ha cambiato editore italiano, formato, e mi sono trovato così per le mani Preghiera del mare: volume illustrato di uno splendore ipnotico, con la prefazione del nostro Roberto Saviano e un fine umanitario degno di infinito rispetto. Uno di quei libri che sfogli e sbirci distrattamente, soltanto per vedere in anteprima cosa ti aspetterà, e che dal nulla finisci. Così, lì su due piedi. Tanto avvincente la lettura, chiederete? Si tratta in realtà di uno di quei libri di pregio impossibili da valutare, difficili da recensire, al pari della raccolta poetica Milk & Honey o della biografia a carboncino di Mary e il Mostro. La differenza è che l'ultimo Hosseini lo leggi senza accorgertene, lo leggi purtroppo senza dargli peso. Distratto un po' dalla cura dell'edizione, un po' da una storia-simbolo che in sé vorrebbe inglobare l'intero dramma delle migrazioni clandestine.


Sono solo parole,
l’espediente di un padre.
La fiducia che riponi in me
mi strazia.
Perché questa notte riesco solo a pensare
a quanto è profondo il mare,
a quanto è vasto e indifferente.
E a come sono impotente io,
incapace di proteggerti.
Non posso fare altro che pregare.

Un padre si rivolge a suo figlio, gli scrive una lettera aperta: come tanti disperati, loro sfidano la furia del mare aperto per sfuggire a una guerra senza connotati. Il bambino è troppo piccolo per ricordare il buono della sua terra: il verde dei pascoli, il rosso dei papaveri, i profumi speziati del mercato. La pace, ormai, è il ricordo bruciato di un'infanzia fa. Amaramente, in compenso, ricorderà la violenza di un conflitto immotivato: quella morte che occupa l'orizzonte tutto, il presente e il futuro. Dio non sa che il loro barcone alla deriva sta trasportando un carico prezioso? Non restano allora che le promesse, non resta che pregare: il Padreterno, e il mare – ugualmente sconfinati, misteriosi e sordi.
L'errore è stato mio, devo avere capito male sin dall'inizio. Mi aspettavo qualcosa di diverso: il narratore a cui sono affezionato, che qui invece scompare per diventare l'emblema di un padre. Per darsi alla sensibilizzazione, alla filantropia, in un compito – per quanto lodevole, per carità – che funziona più in teoria che in pratica. Qualcuno vi dirà che è straziante. Qualcun altro che è buonista. Io, invece, vi dirò in tutta onestà che non è né l'una né l'altra cosa: troppo legato alla sua natura di lettera breve per lasciarsi amare o odiare; troppo succinto per lasciarsi commentare con fiumi di parole che, a colpo sicuro, supererebbero questa volta quelle di un Hosseini pensato per immagini. Beneficenza a parte, di Preghiera del mare mi è sfuggita l'utilità. Ci sono un tema che scotta, che tocca, e una realtà così dura che non serviva affatto ricamarci sopra Peccato mi siano mancati uno sguardo, una prospettiva, l'emozione. Uno svolgimento e una fine. Aveva fatto meglio Margaret Mazzantini in Mare al mattino; a Sanremo, avevano commosso maggiormente le migrazioni ad altezza bambino dell'esordiente Mirkoeilcane. 
Preghiera del mare si legge in dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, con la scusa di tornare indietro per soffermarsi sulle illustrazioni, e con il rischio di peccare di insensibilità si fa fatica a trovargli con il senno di poi una parvenza di contenuto. Ci si allontana dalla riva, infatti, ma non dalle premesse di base. Dal poco che il risvolto di copertina riassume. Dalla fiducia per uno scrittore che racconta esistenze a rischio senza avere più, a malincuore, il coraggio di rischiare. 
Il mio consiglio musicale: Mirkoeilcane – Stiamo tutti bene 


giovedì 14 giugno 2018

Recensione: Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti

| Chiamami sottovoce, di Nicoletta Bortolotti. HarperCollins, € 17, pp. 358 |

Ci sono quei nomi, quegli scrittori diventati negli anni un po' amici tuoi, a cui è sempre un piacere aprire le porte di casa o un documento Word. Autori e autrici che passano a trovarti con regolarità, per sapere se stai bene, cosa ne è dei tuoi ultimi esami e, soprattutto, se dicevi il vero congedandoti da loro con il classico: a rileggerti presto. Nicoletta Bortolotti, scoperta anni fa e da allora inseguita con piacere tra i generi, le case editrici, la Storia con la lettera maiuscola, è tornata sul mio comodino a fine maggio per raccontarmi un'altra vicenda a metà tra rievocazione e fantasia. In precedenza ci sono stati gli adolescenti alle prese con i morsi del lutto, o quella partita di pallone per battere ad armi pari i nazisti. Adesso, nel suo ritorno a una narrativa per adulti che conserva comunque un occhio di riguardo per l'infanzia, per la fiaba, Nicoletta racconta il dramma di un passato a me poco noto e quello di tre persone irrisolte che tentano disperatamente di far luce, di imparare ad alzare la voce, per andare oltre senza più rimorsi. La prima che conosciamo è Nicole, voce rotta ma preponderante alle prese con le esequie della madre e i suoi ultimi lasciti. In eredità, le legge il notaio, i ricordi di un'adolescenza a Lugano, il profondo disagio di sentirsi orfani anche a quarant'anni e le chiavi della Maison des roses, casa polverosa in quel di Airolo in cui ha passato le prime vacanze e detto i primi addii. Nella Svizzera neutrale, ma non per questo ben disposta alla concorrenza della forza-lavoro straniera, il padre era uno degli ingegneri ai vertici del traforo del San Gottardo: un'impresa in cui si contrastavano uomo e montagna, un'ossessione lunga una vita, per costruire la galleria autostradale più lunga al mondo. Erano gli anni Settanta e Nicole aveva due genitori con la mente altrove, un'anziana dirimpettaia dalla doppia professione e un amico immaginario, solo e soltanto suo. Trent'anni dopo, tornando su luoghi di radure incantate, profumi intensi e leggende che ispiravano fantasiosi disegni a matita, tocca fare i conti con una pensione non così spettrale, amicizie segrete e una pagina purtroppo dimenticata della storia recente.

«Perché non ho avuto un padre alcolista o una madre tossica? La pazzia della nostra famiglia era troppo normale.»
«Vuoi dire che troppo bene fa male?»
«Voglio dire che eravamo felicemente tristi.»
«O tristemente felici.»
«È lo stesso.»

Accanto a Nicole, giunta a una crocevia, troviamo Michele: l'amico di cui nessuno doveva sapere. Figlio di un minatore italiano, era arrivato in Svizzera a otto anni nel bagagliaio della monovolume di famiglia. Alla dogana, interrogati, i genitori avevano disposto di non avere nulla da dichiarare: nemmeno quell'unico bambino da introdurre clandestinamente oltre il confine, da allevare nel buio di una soffitta rischiarata appena dalle cure della pensionante Delia Pizzorno – cresciuta da un padre anti-fascista, innamorata in gioventù di un ragazzo che voleva assassinare Mussolini e poi andata in moglie a un comune odontoiatra, l'anziana manterrà qualche camera sfitta e silenzio assoluto in caso ci sia bisogno del suo proverbiale riserbo. 
Quello era lo status quo nella vecchia Confederazione Elvetica, quando un referendum contrario all'inforestierimento aveva decretato che si dovessero accogliere cinquemila migranti per cantone; che i lavoratori stagionali con un contratto da rinnovare non potessero portare con sé i propri affetti. Allora c'era chi, nelle miniere, vendeva boccette in cui annunciava di avere racchiuso l'aria di casa. E chi, come i genitori di Michele, facevano carte false e condannavano i figli alla reclusione, alla legge del silenzio. Con la vana promessa che la soffitta come cameretta, l'incubo ricorrente di irruzioni armate che facevano bagnare i pantaloni del pigiama, l'arcobaleno scarabocchiato sulle nude assi di legno, sarebbero durati giusto il tempo dei lavori in corso. O di una denuncia anonima.

Ma poi cos'è una casa. La stanza dove sono nato? La soffitta di Delia? La dimora azzurra? L'appartamento lussuoso in cui abito adesso? Oppure lo sguardo di Nicole. L'odore di Delia. Un giardino di rose dove posare l'infanzia. Forse una casa non è dove tu sei, ma dove sei tu. C'è una differenza.

Cos'è stato di Nicole e Delia, protagonista di infanzie opposte ma coincidenti, e di un'anziana ribelle che parlava dei morti, coi morti? Perché la prima, illustratrice per l'infanzia, rifiuta l'idea della maternità, l'amore del compagno Giovanni e il perdono a una mamma sepolta di fresco; perché il secondo, uomo di successo rintracciato grazie a Facebook, non cerca chiarimenti, ha risposto all'infelicità con la ricchezza economica e conserva sempre l'antica paura del buio? E dov'è Delia, con un'attività di affittacamere ceduta a un indiano gentile e, si spera, risposte che dicano cosa sarebbe stato di loro – magari una coppia, chi lo sa – se il destino non avesse strappato all'una il cuore, all'altro il tetto sulla testa? Ci voleva una quarta persona per riprendere la loro storia da dove si era interrotta, ci voleva Nicoletta Bortolotti. Sempre impeccabile, ma matura ed emozionante come non mi ero accorto mai. Riconciliarsi con i bambini che si è stati una volta, con il desiderio ossessivo di venire di nuovo alla luce lasciandosi le storie di fantasmi alle spalle: si può, grazie alle prose intense, agli spunti sconosciuti, agli sguardi che non ti aspetti.

Non sempre le persone sono la terra in cui nascono, ma spesso diventano la terra che abitano.

Chiamami sottovoce è una storia vera, in parte, che non conosce il rallentamento delle ricostruzioni né il buonismo dei romanzi a tesi. Attualissimo in tempi di porti chiusi, di hashtag che fanno appello a un ritorno all'umanità perduta, è un dramma di migranti e frontiere – geografiche, anagrafiche, psicologiche – che scuote e fa riflettere. 
Sull'imparare a fare rumore, a disobbedire, a sgolarsi, per dirsi con il senno di poi che quei bambini sono stati forgiati dalle stelle avverse, dalle scelte altrui, ma non stravolti: hanno una voce chiara e squillante, inequivocabile, e l'autrice ce la restituisce riaccordata, ricomposta. 
Su quando eravamo noi lo straniero di qualcun altro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Walker – Leave a Light On