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mercoledì 7 luglio 2021

Recensione: Promesse, di Bryan Washington

| Promesse, di Bryan Washington. NN Editore, € 18, pp. 352 |

Mike, giapponese, fa il cuoco in Texas. Ben, afroamericano, sieropositivo, è un maestro d'asilo. Fanno coppia da quattro anni. Si sono incrociati a una festa di amici di amici, poi si sono ritrovati su una app d'incontri. Giunti ormai a un bivio, litigano spessissimo e rimediano dandosi a quel sesso riparatore che lascia addosso una vaga tristezza. La loro relazione, avvizzita più che matura, è fatta di sporadici momenti di romanticismo e di compromessi infiniti. Cosa sarà di loro? La domanda si complica quando la loro convivenza, un tempo privata, diventa una questione di famiglia. Nessuno ha risposte consolatorie, neanche i genitori: tutti divorziati, spesso incapaci di voltare pagina, elaborano in maniera goffa i propri fallimenti sentimentali. Il romanzo di Bryan Washington prende avvio con la partenza di Mike per Osaka: quando la madre, Mitsuko, giunge in visita a Houston, lui è costretto a volare in Giappone per riappacificarsi con il padre, Eiju, affetto da un tumore all'ultimo stadio. Scappa forse lontano dal compagno? Soprattutto, tornerà indietro?

Una storia è un cimelio, dice. Una cosa personale. I cimeli non si chiedono. Ti vengono dati e basta.

Questa è una vicenda tenera e laconica di convivenze segnate dall'incomunicabilità. Caratterizzata da un'intimità palpabile, a volte irresistibile e altre dolorosa, racconta di culture agli antipodi e radici, di ritorni alle origini e ritorni di fiamma. Mentre Ben è obbligato a dividere l'appartamento con la suocera, una granitica fata madrina che cucina continue prelibatezze e si commuove segretamente davanti ai film di JLo, Mike raccoglie l'eredità del padre: a sorpresa, un anziano gioviale e benvoluto, che ha deciso di sospendere le terapie e di affidare al figlio il bar di sua proprietà. Il riavvicinamento andrà di pari passo col decadimento fisico di Eiju. Lieve e schietto, fortemente contemporaneo, Washington riporta i dialoghi senza le virgolette. Cattura i gesti, gli sguardi, le smorfie e i sorrisi attraverso una narrazione spontanea nel suo disordine, che intreccia a piacimento i ricordi dei protagonisti con gli eventi raccontati.

Senti, ha detto Mike. Solo perché qualcosa non funziona non significa che sia rotto. Devi avere voglia di aggiustarlo. Ci deve essere la volontà. Allora dimmelo. A te va di aggiustarlo?

La trama è appena accennata, l'epilogo sospeso, e qui si muovono senza copione personaggi completamente a piede libero. Come succede anche nei romanzi di Sally Rooney, tuttavia, alla curiosità iniziale subentra strada facendo un po' di monotonia: colpa di una parte centrale non esente da lungaggini, che sceglie di soffermarsi eccessivamente sul soggiorno di Mike glissando invece sugli sviluppi di Ben, e di uno stile all'inizio fresco e colloquiale, poi appesantito da capitoli densissimi. Promesse è una commedia indipendente che parla di identità, sessuale e culturale; dei luoghi e delle persone da considerare, finalmente, casa nostra. In copertina non sventola nessuna bandiera. Né giapponese, né americana, né arcobaleno. C'è semplicemente una busta in balia del vento. Perché Mike e Benson, scostanti, fuori forma e separati dai non detti, sono un casino e basta. Ma d'altronde ce l'ha insegnato American Beauty, in una scena che ha fatto istantaneamente la storia del cinema: anche una busta volante può essere un capolavoro.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alphaville - Big in Japan 

mercoledì 7 settembre 2016

I ♥ Telefilm: The Get Down, Unreal II, Feed the Beast

Dopo Stranger Things, Netflix fa l'en plein? Dopo gli anni Ottanta, un salto nel decennio precedente e, magari, un'altra serie candidata a essere la serie? Baz Luhrmann a vegliare sulla produzione, e tutt'altro che silenziosamente; un budget ricco e una colonna sonora fantasiosissima, per raccontare le origini di un genere e di una generazione; un cast di giovani che vogliono farsi conoscere, e sanno di certo come attirare l'attenzione. Eppure sapete che ho fatto fatica, io? I primi sei episodi di The Get Down – i restanti sei saranno trasmessi il prossimo anno - parlano dei sogni di gloria e delle avventure di un gruppo di ragazzi nel selvaggio Bronx. L'altro lato di una città di luci; un quartiere che sembra una città sotto i bombardamenti. Gli anni della disco e dell'hip hop; i graffiti che imbrattano treni e muri; i bambini abili con i grilletti, il ballo, il rap. Ezekiel, orfano e talentuoso paroliere, ama Mylene, figlia di un rigido pastore dall'ugola d'oro. Vogliono la fama, ma il canto è diventato il piano B. Lui preso da un team che lo vorrebbe anima del gruppo, lei alla ricerca disperata di una casa discografica. Lei con le sue amiche barra coriste; lui con i suoi coetanei, writer e teppisti, guidati da uno che si muove furtivo come Bruce Lee e si immischia negli affari dei boss locali. Hanno un cuore buono, grossomodo, e sentimenti nobili. Sperano di cambiare la loro realtà difficile a suon di buona volontà e canzoni di denuncia. Delineati con tratti rapidi di biro, spiccano a sprazzi e qualche storyline interessa di più, qualcuna di meno. Sei episodi visivamente impeccabili, ma distribuiti in quasi un mese: colpa della mia scarsa affinità verso queste serie all black – vedasi il tamarrissimo Empire -, che trovo kitsch, sguaiate, disordinate. Abbinateci Luhrmann, autore del mio film preferito in assoluto, ma altrettanto kitsch, sguaiato e disordinato, è il troppo qui e lì storpia. Da un lato, The Get Down è una serie più lineare e leggera del previsto; dall'altro, già carica di per sé, rincara la dose con l'horror vacui del tenutario del Moulin Rouge. E' mancata la scintilla, il guizzo nell'intreccio e, se resisto e restisterò, è solo per un Luhrmann all'ennesima potenza che qui, in veste di produttore e qualche volta di regista, ho amato e odiato come non mai. Sommerge di suoni e strass, disorienta e stordisce: gioca coi suoi montaggi futuristici, gli accostamenti bizzarri e gli innesti personali, esagera e confonde. Uno straordinario ambaradan; un caotico e nostalgico “spettacolo spettacolare”, con il limite di una storia troppo elementare. Il rumore: tanto. E se Get Down nulla proprio non è, comunque, al momento, pare un po' poco. (7)

Serie rivelazione della passata stagione, Unreal era il guilty pleasure con qualcosa in più. La commedia nera della Lifetime coi ritmi del thriller psicologico era arcigna, crudele, intelligente, recitata ad arte. Era, e per molti lo è anche quest'anno. Si conservano i personaggi principali, chi questo show alla Uomini e donne lo pensa e lo manovra, ma a bordo piscina troviamo un altro scapolo d'oro e altre debuttanti senza scrupoli. Su carta, Unreal ci propone l'edizione di Everlasting di cui tutti parleranno: perché, per la prima volta, c'è uno scapolo di colore – e, checché se ne dica, il razzismo è una piaga lontana dall'estinguersi – e, in mezzo alle partecipanti, belle e vuote, covano risentimento e intolleranze. Ci si sfrega le mani: c'è di che divertirsi, c'è di che riflettere. Darius, campione sportivo reduce da un grave infortunio, non è Adam, l'inglesino biondo della scorsa stagione. E le giovani donne del suo harem - fatta eccezione per Yael, protagonista di un'umiliazione indimenticabile – le ho già scordate. Da una parte, ho trovato che il novello Unreal si discostasse il minimo indispensabile dal suo predecessore, come per pigrizia; dall'altra, invece, che quel minimo indispensabile non fosse poi gran cosa. Stagione similissima alla prima, ma dallo scarso mordente, di cui non conquistano i nuovi ingressi – accanto a corteggiatore a corteggiatrici, un inservibile Ioan Gruffud e un Michael Rady dall'esito scontato – ma danno significative conferme le bravissime Shiri Appleby e Constance Zimmer, nomi di punta anche nella stagione dei premi. Everlasting si segue senza attenzione, questa volta. Unreal è il solito, ma il solito, nel suo caso, è bene. O sono una sola cosa e quella è la scusa degli sceneggiatori, che furbescamente tanto fanno, tanto dicono, da non fartelo sembrare una mezza delusione? (6,5)

Tommy, vedovo affranto e padre di un bambino che, per lo shock, ha perso la voce, si arrangia come può. Dion, piantagrane e tossicomane, si mette spesso nei guai: l'ultima volta, è finito dietro le sbarre. Esce, senza però avere espiato un debito esorbitante. Cos'hanno in comune? Il sogno di aprire un ristorante in memoria di Rie, uccisa da un pirata della strada, e un'amicizia che dura da vent'anni. Perché il loro sogno pare impossibile? Perché la loro amicizia, eppure consolidata, va d'un tratto in crisi? Il ristorante greco in progetto vogliono aprirlo nel cuore del Bronx, e nessuno punta su di loro; la donna scomparsa, stando al geloso Tommy, considerava Dion molto più che un amico. Il quartiere chiama su di sé morti e sparatorie, sui due cala il velo del dubbio. In mezzo ai protagonisti, la bella Lorenza Izzo, conosciuta a un gruppo di supporto; un temibile boss dal grilletto facile e dalla sessualità tormentata; un minore traumatizzato che, aprendo bocca, potrebbe chiarire le dinamiche di un incidente che chissà se davvero un incidente è stato. Feed the beast, remake di un'impronunciabile serie danese, è una produzione AMC ingiustamente fischiata che, zitta zitta e dal futuro assai incerto, mi ha fatto tanta compagnia quest'estate. Mi piacciono i progetti persi a monte, il crime e l'alta cucina, il redivivo David Schwimmer e lo scapestrato Jim Sturgess. E, divertito e intrattenuto, con prematuri e ingannevoli paragoni con Breaking Bad che lasciano prevedibilmente il tempo che trovano, ho trovato che l'amalgama di Feed the beast funzionasse. Gli ingredienti segreti (e i bravi interpreti) risaltavano, tra pistole, carichi di droga e padelle roventi. Gli ascolti bassi, tanto quanto l'inospitale Bronx, potrebbero mandare all'aria i bei propositi, le interpretazioni di due tanto simpatici al sottoscritto e far sì che, lasciati a bollire più del dovuto, gli spaghetti si scuociano. Non mancano né il sale né il pepe, ma è questione di tempi sbagliati. E Feed the beast, come commedia in dieci episodi, in una stagione e basta, poteva starci ad hoc. All'indomani di un ultimo episodio intitolato Fire – il che è tutto un programma – servirebbero gli estintori e le risposte. La pietanza si è bruciata, e c'è chi non tollera la crosta croccante; e ci sono io che odio i finali mancati. Perché non finirla qui, non raccogliere baracca e burattini, quando sarebbe stata questione di uno schiocco di dita appena, cosa da nulla, risolvere i problemi ai fornelli dei cari chef del ghetto? (6,5)

mercoledì 27 gennaio 2016

Mr. Ciak: Il piccolo principe, Macbeth, The Lobster, Il sapore del successo, The End of the Tour

Ho letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe, infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po' parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa: coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà. Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis, l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito, s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato, vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche, scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta, e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra. Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui – con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)

La prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame, qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se, giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di una donna. Macbeth è un fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto, il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro potere. Dalla tragedia, la trasposizione cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico. I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un uomo non nato da donna. Macbeth, così, è una visione che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale, paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo, recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)

David, accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo. L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster, tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande, in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura, il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia, sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)

In un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo si metta all'opera. Metteteci un montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz, Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per ricominciare. Qual è Il sapore del successo? Burnt, diretto da John Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci, interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley Cooper può gigioneggiare alla grande, parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di nota, con il personaggio di un professionista arrogante, spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti prende per il naso e la gola, rapido e brillante, sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini. Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert. (6,5)

David Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso, di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo: capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere. Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola, mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena – e che diventa il biopic che non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour, commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg, invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo – nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente, prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga, e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)