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venerdì 28 agosto 2026

Recensione: La valle dell'Eden, di John Steinbeck


 | La valle dell'Eden, di John Steinbeck. Bompiani, € 16, pp. 784 |

Sono devoto al potere delle storie. Amo i romanzi in cui succedono le cose, le scritture al servizio dei fatti, la magica illusione di poter confondere la vita dei personaggi con la mia. Sotto questo punto di vista, La valle dell'Eden è la storia delle storie. Epico ma intimo, monumentale eppure scorrevolissimo, trasforma la valle del fiume Salinas nel cuore del mondo e quel terreno roccioso, da spartirsi coi coyote, nella Terra promessa. Qual è il segreto di un classico di settantaquattro anni, con impresso in copertina lo sguardo fiammeggiante di James Dean? A rivelarcelo è Lee, un servitore cinese colto e lungimirante, troppo fedele al padrone per aprire la libreria da sempre sognata. I miti biblici, spiega durante la lettura, sono eterni poiché universali: archetipi dove il sesso e la virtù, la vendetta e il potere, costituiscono la prima pietra del nostro DNA. Steinbeck è stato la mia Bibbia. In questo inno dedicato ai diseredati e ai ricchi di spirito, canta di un paradiso maledetto e di una felicità da costruire un tassello dopo l'altro. Tra la fine dell'Ottocento e la Grande guerra, infatti, era necessario ascendere socialmente per comprarsi l'amore, la dignità, la stima. E un destino alternativo?

La traduzione dell'American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo “lo dominerai”, nel senso che l'uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel - “Tu puoi” - quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta le cose sull'uomo. Perché, se “tu puoi”... è vero amche che “tu non puoi”.

Nel mezzo della corsa all'Ovest, due famiglie arrivano laggiù per un futuro di abbondanza. Samuel Hamilton, irlandese, è padre di nove figli: la terra, per lui, non ha segreti, e la affronta con la fantasia e il cuore di chi sa che siamo polvere di stelle. Adam Task viene dal Connecticut, è padre dei gemelli Caleb e Aaron, ha molti soldi ma scarso spirito imprenditoriale: l'abbandono della moglie Cathy – sociopatica, piromane, pluriomicida, prima prostituta e infine maitresse: un'antagonista indimenticabile – lo ha marchiato, condannandolo a compiere sempre gli stessi errori. Anche i figli della coppia saranno in lotta, proprio come Adam lo era stato col fratello Charles: al centro della contesa, l'amore di un padre anaffettivo e quello della medesima ragazza - Abra, l'antitesi di Cathy. Quelli di Steinbeck sono uomini d'altri tempi. Scavano pozzi, costruiscono mulini, coltivano fagioli. Polverosi e spiegazzati, tuttavia, sono capaci di una gentilezza commovente e pregano che le loro grosse mani callose, sempre libere del sangue, possano raccogliere le azalee. A volte meschini, altri generosi, camminano a notte fonda per non azzuffarsi e si confessano a vicenda il terrore di scoprirsi dalla parte sbagliata della storia.

Le bastava bere la bottiglia intera e lei sarebbe rimpicciolita ancora e scomparsa e avrebbe cessato di esistere. E la cosa migliore di tutte era che, quando avesse smesso di essere, non sarebbe mai stata. Quella era la sua certezza più cara.

All'incirca lì, dove tre generazioni di personaggi straordinari hanno deciso di intrecciare i loro destini, era stato esiliato anche Caino dopo l'assassinio di Abele. L'antico testamento dedica a lui quindici versi appena. Steinbeck, invece, lo mette a processo in oltre settecento pagine. E, a sorpresa, lo assolve con una parola-mondo: timshel, tu puoi. L'uomo non è prigioniero del proprio sangue. È libero di scegliere, ricordare, perfino dimenticare. Artefice del proprio destino e, per questo, pari agli dèi. Nella valle di Salinas cresce di tutto, ma soprattutto la convinzione che qualcosa possa sempre rinascere. Perché “siamo animali meravigliosi”. E capolavori così esistono proprio per ricordarcelo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Work Song - Hozier

lunedì 14 ottobre 2024

Recensione: Il male che non c'è, di Giulia Caminito


| Il male che non c’è, di Giulia Caminito. Bompiani, € 18, pp. 272 |

Parte tutto da un refuso nella newsletter della casa editrice per cui lavora. Un apostrofo fuori posto e Loris, trent'anni, precario, finisce schiacciato sulle mattonelle del bagno. Il fiato corto, il cuore impazzito, un uovo dal guscio duro che gli si schiude all'improvviso sul fondo della pancia. Lo conosciamo steso tra il lavandino e il bidet, all'alba dell'ennesima crisi. Al di là della porta chiusa c'è Jo, l'eterna fidanzata, che spererebbe in un compagno più tonico, più intrepido, più appassionato. Seduta sulla lavatrice, invece, c'è la sua amante immaginaria: si chiama Catastrofe, spiazza con trasformazioni imprevedibili e somiglia alla versione horror di una delle emozioni di Inside Out. È lei a comunicargli che presto o tardi esploderà. Cosa si nasconde dietro i mal di pancia, i tremori, le ossessioni di Loris? Schiavo della melatonina e dei fermenti lattici, prigioniero dell'inferno di sé stesso, invidia il codice rosso dei feriti a morte, si nutre di tragiche storie vere sui forum e su YouTube, origlia con astio i suoni di un vicino di casa che suona, scopa e vive senza pudore. A un certo punto dichiara che preferirebbe una malattia terminale al pressappochismo con cui, ormai, lo liquidano i medici.

Cosa succederà a quel ragazzino nella foto lui non lo sa, eppure non può fare niente per salvarlo, né da sé stesso né dal dolore, perché così avviene: il male arriva e passa schiacciando e livellando, deviando il corso del fiume che sei stato.

Sarebbe facile biasimarlo, considerarlo empio e vittimista, ma la verità è che quest'ipocondriaco con cui parrebbe impossibile empatizzare ha la mia faccia allo specchio, le mie identiche crepe. All'inizio ho corso il rischio di divorare la sua storia. Poi ho rallentato, per la paura di essere divorato. Il lockdown sembra accaduto una vita fa, ma l'altro giorno ho trovato una vecchia mascherina nella tasca del doppiopetto. E ho ripensato a quand'ero come Loris, ai capelli sporchi e alle clavicole sporgenti, ai libri letti bulimicamente e ai siti porno consultati in cerca di un'eccitazione che non sopraggiungeva. A un lavoro che, nell'immobilismo generale, non arrivava. Dopo tanta paura della malattia, il contagio, infine, era giunto con carico di delusione: una febbriciattola che non mi avrebbe ammazzato — per fortuna, purtroppo. La mia stanza, intanto, era diventata una cella dove enumerare le figuracce, i rimorsi, i ricordi; il corpo un campo di battaglia. Durante la lettura mi sono materializzato alle spalle di Loris e, io che ci sono passato, io che a volte ci passo ancora, ho rubato il posto a Catastrofe nell'ascoltarlo, scuoterlo, stringerlo forte. Se non fosse così brava, Giulia Caminito risulterebbe respingente. È il rischio che corre chi sceglie personaggi scomodi e pone al centro, senza fronzoli, la malattia: queste volta, per di più, una malattia reputata immaginaria. La sua scrittura, di chirurgica esattezza, è la sonda nelle viscere di Loris. Cerca il male, Giulia. Insegue il ticchettio della bomba e medita un modo per disinnescarla, lei che ha strumenti da artificiera. È nella ricerca, però, che trova anche la luce che resta.

Si era sempre immaginato accanto a lei, ma da soli. Loro due come una diade tenace, un microcosmo autosufficiente.

Loris, anestetizzato, se ne sta rannicchiato in posizione fetale e torna neonato, embrione, spermatozoo. Vive un'evoluzione a rovescio. Il suo lamento diventa un romanzo intimo, privatissimo, pieno di simboli e dolori, in cui il passato è l'unico baluardo sicuro contro un presente sismico. Laggiù c'è un nonno che ci spiega la vita attraverso l'osservazione delle voliere e che ci rivela, all'occorrenza, i segreti degli innesti felici. Serve colla abbondante affinché la vita attecchisca; serve pazienza, poi, affinché fiorisca nella pelle di una corteccia estranea. L'autrice romana si fa portavoce di quei segreti — suo nonno, a cui il romanzo è dedicato, doveva somigliare molto a Tempesta — e li condivide generosamente con noi, pur di vincere la solitudine che l'ansia chiama a sé. Firma, così, un romanzo ben più misurato del precedente, in cui trova finalmente spazio vitale una generazione che finora non c'era sui libri: quella affetta dal male che non c'è. Giulia Caminito ci ha salvati dall'estinzione.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gazzelle - Destri


lunedì 18 marzo 2024

Recensione: Le nostre mogli negli abissi, di Julia Armfield

| Le nostre mogli negli abissi, di Julia Armfield. Bompiani, € 18, pp. 250 |

Il sangue e il mare hanno una composizione chimica simile. Le prime forme di vita sono nate dall'acqua: nelle nostre ossa abbiamo un po' del sale dell'oceano. Leah, biologa, è cresciuta ascoltando questi e altri aneddoti. Intrigata dai misteri degli abissi, li ha raccontati anche a Miri, sua moglie, facendone fiabe della buonanotte piene di zanne e tentacoli. Parimenti incantevole e sinistro, il primo romanzo di Julia Armfield è un diario di bordo su una coppia e un sottomarino condannati alla deriva. A capitoli alterni ci spingiamo nei pensieri delle due protagoniste, con il desiderio inquieto di assemblare una a una le tessere di un puzzle dal disegno confuso. Leah, partita per una missione a diecimila metri di profondità, torna a casa dopo cinque mesi di assenza: costretta in uno spazio ristretto con altri due scienziati, disorientata dal buio pesto e dalle istruzioni dei capispedizione, si è spinta in un luogo infestato in cui, contro ogni pronostico, c'era vita. Fragile e ipocondriaca, tormentata dal pensiero della malattia genetica che ha recentemente ucciso la madre, Miri elude invece l'attesa fantasticando sui vicini di casa rumorosi e visitando forum su ragazze scomparse.

Sai, mi piace entrare al cinema quando c'è ancora luce e uscire quando fuori è buio. Mi fa pensare al fatto che la città non è mai la stessa. Cioè, al fatto che tutto cambia. Ogni sera, ogni minuto, qualcosa finisce e non sarà più come prima.

Quando Leah viene tratta in salvo, Miri la aspetta a braccia aperte all'uscita del Centro. Ma l'altra, elusiva, non ricambia la stretta: rifiuta cibo e carezze, soffre di epistassi, ha un colorito insalubre, fa scorrere l'acqua della vasca per tutta la notte. Irraggiungibile, sembrerebbe essere divorata dalla nostalgia. Ma di cosa? Perché Leah, così prodiga di storie in passato, glissa proprio sull'ultima che ha vissuto? Ai primi appuntamenti si scambiavano baci al gusto popcorn, guardando i classici di Bava, Cronenberg e Spielberg. Alle feste indossano vestiti che le avvolgono come bozzoli di una crisalide. Nei loro incubi perdono i denti e ospitano larve nell'incavo delle guance. Sul pannello di controllo del sottomarino, immancabile, troneggia un portafortuna a forma di Chtulu. Le nostre mogli negli abissi ha le caratteristiche dei sad hot girls, ma padroneggia il lessico dei body horror. Perfino con il peggio in atto le protagoniste cercano disperatamente di ripristinare l'antica normalità. Stavolta in bagno, utilizzando il water come base d'appoggio, continuano a rifugiarsi in film di serie B che trattano di invasioni, scuoiamenti, metamorfosi.

Il problema non è che è stata via, è che durante la sua assenza non c'era niente di normale. Non è dura perché è tornata, è che non sono sicura che sia tornata davvero.

Servono gli horror per ricordarsi di un amore totalizzante, a tratti violentissimo nei litigi. Servono gli horror per raccontarsi i corpi fusi nel culmine del sesso o la miracolosa banalità del tenersi per mano: quando si è vicini, infatti, l'arto del partner sembra un'escrescenza spuntata direttamente dai nostri tessuti. Ho letto di loro in apnea, sul chi vive. Affascinato dalla voce di sirena dell'autrice e angosciato dall'andamento di un romanzo in cui, anche a poche pagine dalla fine, si resta in attesa di un guizzo sotto il pelo dell'acqua. All'apparenza non succede niente di rilevante; in superficie non si intravedono che lievi increspature. Cosa accade però negli abissi? Tra le righe? È laggiù che si agitano i significati di una storia lugubre e quiescente, dal linguaggio cifrato, in cui i giorni perdono di senso e l'amore coniugale minaccia di sciogliersi in una massa cangiante a causa di una convivenza forzata. Niente è più lo stesso. Nessuna è più la stessa. Al centro di una terapia di coppia su come elaborare le diverse consapevolezze maturate in una relazione a distanza, le due mogli osservano i loro anniversari da un oblò e, dopo averlo sfidato controcorrente nel tentativo di opporsi al divenire naturale della vita (e della morte), assecondano il moto delle onde. E rompono la veglia a cui hanno condannato i loro lettori, ormai commossi, con una parabola in cui non è importante che gli amori siano eterni, purché ci insegnino a nuotare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Olivia Rodrigo - Vampire 

martedì 9 maggio 2023

Recensione: Uvaspina, di Monica Acito

| Uvaspina, di Monica Acito. Bompiani, € 20, pp. 416 |

Ho radici frastagliate, io. Un accento strano, difficile da indovinare. Ho rubato la parlata al luogo in cui sono nato, alle città in cui mi sono trasferito, ai miei genitori. Quando mi arrabbio, lo faccio come mamma e papà: in napoletano. La lingua delle parolacce. Del cuore e delle viscere. Si trovano la stessa istintività, la stessa musicalità scassata, nell'esordio di Monica Acito. Un'opera prima che, nel bene e nel male, somiglia alla sua città: Napoli. Generoso, barocco, saturo fino a scoppiare, racconta con stile funambolico la funambolica storia di una famiglia infelice a modo suo. Quando la Spaiata (che di mestiere si si strugge ai funerali degli sconosciuti nell'umile Forcella, abile a “chiagnere e fottere”) sposa Pasquale Riccio (figlio di un famoso notaio dei quartieri alti, pieno di debiti e smanie) dalla loro unione nascono due figli rissosi ma inseparabili.

C'era un punto di non ritorno, al di là dell'invidia, ma a quel punto nessuno ci voleva mai arrivare, perché sotto le crepe dell'invidia c'era una sorgente carsica di amore sconfitto.

Il primogenito, detto Uvaspina, ha una voglia a forma di chicco sul volto e la stessa pelle traslucida di un frutto: sospeso tra i sessi, bellissimo ed efebico, sembra essere della specie dei femminielli o dei semidei. Sua più spietata carnefice, sua boia e liberatrice, è la sorella Minuccia: una giovane dispettosa e imprevedibile, come le eruzioni del Vesuvio, difficile da accasare e da saziare; con la sua fame nervosa, bulimica, divorerebbe anche il sangue del suo sangue. Il destino di Uvaspina, strizzato costantemente come il frutto di cui porta il soprannome, è portare pazienza. Ma come può continuare a vivacchiare se la conoscenza di Antonio, pescatore dagli occhi bicolore desideroso di una scalata sociale per riscattare la mamma dalla miseria, gli fa venire l'improvvisa voglia di fare l'amore sulle scale di Palazzo Donn'Anna? Ogni personaggio ha una ricca vita intima. Ogni angolo della città racconta una storia d'amore infelice. Ogni pagina scoppia di dettagli, odori, suoni, colori. All'ombra del Vesuvio, sotto un'aura magica di miti e leggende, è possibile predire l'identità dell'anima gemella; gettare fatture mortali; innamorarsi al suon di aneddoti su regine e puttane.

Le mani di Antonio risvegliavano tutto, con una potenza dolorosa che faceva gemere Uvaspina come una giovenca: nel tocco di Antonio c'era la misura di tutto l'amore che negli anni lui aveva dovuto ingoiare e poi vommecare nel cesso che si affacciava sulla Marinella.

La lingua bellissima di Monica Acito, non contenta della tanta carne al fuoco, fa scintille e fuochi artificiali. C'è troppo, di tutto. E a lungo andare, prolisso, il romanzo perde l'umorismo e il senso del grottesco iniziali (l'incipit somiglia a “Filumena Marturano”); diventa una tragedia senza fondo, in cui perfino gli elementi del folklore locale assumono connotati luttuosi. Senza equilibrio, fuori scala, “Uvaspina” non si mette scuorno di niente: nemmeno delle sue mani unte d'olio evo; nemmeno della sua pelle che puzza di sigarette di contrabbando, sperma e sangue di polpo.
Come non uscire stanchi dopo un tale stordimento sensoriale? Come, tuttavia, non uscirne grati? L'ho letto in gita in Campania. Mancavo a Napoli da un po'. A modo mio, mi mancava. Ma sul treno del ritorno, a riparo dagli schiamazzi della mia scolaresca e dai clacson dei motorini a picco nei Quartieri Spagnoli, mi sono contraddetto ancora e mi sono detto: per fortuna torno a Torino.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Nimpha

venerdì 11 febbraio 2022

Recensione: Morsi, di Marco Peano

 
| Morsi, di Marco Peano. Bompiani, € 17, pp. 186 |

Considerato a torto un genere minore, l'horror ha saputo farsi metafora degli argomenti più disparati. Non stupisce allora che Marco Peano, autore dell'acclamato L'invenzione della madre e stimato editor Einaudi, sia tornato in libreria con una storia vicina ai mondi di Stephen King: una favola nerissima, in pendant con il candore della neve e il rosso fluviale del sangue. Citando apertamente Shining e It, Morsi digrigna i denti e racconta i disagi universali della crescita attraverso il filtro dello splatter: che siano avvisati i deboli di stomaco. In un paesino delle valli piemontesi, a metà degli anni Novanta, un vento gelido proveniente dalla Russia – forse proprio dalla famigerata Cernobyl'? – sconvolge i bollettini meteorologici e il quieto vivere degli abitanti. La neve, abbagliante, semina smarrimento. Il silenzio è impenetrabile. Ma i cuori, intanto, battono forte un ritmo di morte. Disorientati, i piccoli protagonisti si imbarcano in un'avventura ai confini della realtà: i pericoli si annidano soprattutto fra gli adulti.

Ormai era chiaro a entrambi che diventare grandi significa imparare a dire addio.

Sonia, dieci anni, si è da poco riprese da una febbre che l'ha resa un po' più donna: di notte si sveglia con la mascella indolenzita per via del bruxismo e si rigira talora nel letto, in preda ai primi turbamenti. Si domanda, ad esempio, come facciano due innamorati a non mordersi mentre si scambiano un bacio alla francese. Studiosa e matura, si affida per il resto al potere delle parole e, in mancanza di una maggiore stabilità familiare, alle cure della nonna. Peccato che l'anziana – rispettata all'unanimità, o più probabilmente temuta – non conosca dolcezza e, in segreto, traffichi con l'occulto. Cosa nasconde nella stanza che tiene chiusa a chiave? Qual è il legame tra lei e l'insegnante che, un giorno, ha raggelato un'intera classe a colpi di taglierino? Mentre gioca alla detective, muovendosi in punta di piedi in una casa d'un tratto niente affatto rassicurante, Sonia incrocia il cammino di Teo: un coetaneo a proprio agio con le malie del dialetto e la praticità della vita contadina, disposto a correre il rischio pur di affiancare l'amica passo dopo passo.

Per quanto si possa tentare di dimenticarli, alcuni momenti della vita emotiva di ciascuno di noi risultano indelebili. Che sia un episodio tremendo o piacevole, un evento gioioso o qualcosa che si vorrebbe cancellare per sempre, il tempo agisce sulla memoria lasciando un segno. Una cicatrice, per costringerci a ricordare – ogni volta che ci si passa sopra il dito – che qualcosa è accaduto.

Il passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, in Peano, è un rito d'iniziazione doloroso e sanguinario: parte come una tipica vicenda di formazione, ambientata nella profonda provincia settentrionale; muta rapidamente, poi, in un pandemonio di cannibalismo e autodistruzione; si assesta, infine, nei territori del survival horror, con tanto di macchina fotografica di Topolino per immortalare i momenti clou. La scrittura dell'autore, cristallina a dispetto dei toni foschi, trasfigura luoghi sicuri (le aule scolastiche, le case piene di chincaglierie dei nostri nonni) in autentiche scene del crimine e raggiunge, a tratti, picchi di sensibilità che me l'hanno reso sorprendentemente affine. È questo, nel mio piccolo, che ho scritto in passato. È questo che mi piacerebbe scrive in futuro. Le poche pagine, purtroppo, gli impediscono di approfondire alcune sottotrame: l'epilogo chiarisce soltanto alcune delle stranezze di Lanzo Torinese; le sequenze truculente, generosissime, hanno la meglio sulla delicatezza di alcuni momenti d'insieme; la metafora alla base della vicenda s'intravede filigrana. Atteso al varco, ma inatteso in vesti simili, Peano mette la narrativa italiana – di cui conosce a menadito, ormai, i meccanismi intrinseci – al servizio del genere. Il risultato è un intreccio tanto semplice quanto efficace che avrebbe dovuto concedere a Sonia e Teo più tempo per collezionare piccoli brividi e diventare, così, grandi insieme. Crescere? Che paura.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Kasabian - Stevie 

sabato 14 agosto 2021

Recensione: L'acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito

| L’acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito. Bompiani, € 18, pp. 304 |

Quando i best-seller dividono, può capitarmi di leggerli più per curiosità – da che parte della barricata mi schiererò? – che per interesse verso la trama. Sono pronto a lasciarmi sorprendere. È accaduto così con il terzo romanzo della giovane Giulia Caminito, reduce dal successo al premio Strega e dal trantran dei lettori. Qualcuno scommetteva in una folgorazione totale; qualcun altro, invece, mi metteva bene in guardia da pesantezza e lungaggini. L'acqua del lago non è mai dolce è un romanzo difficile per stile e protagonisti, e difficile è stato il nostro rapporto: un amore-odio cresciuto di pagina in pagina, che all'inizio mi ha elettrizzato e all'ultimo mi ha stancato.

Io vorrei dire che tutti mentiamo sulla nostra famiglia, è quello il covo delle nostre più ardite bugie, dove nascondiamo la nostra identità, ci inventiamo favole, proteggiamo ingiustizie, facciamo incetta di luoghi comuni e ci barrichiamo dietro alle grida, le urla, i misteri; ma non è questo che dico, lo guardo e ribatto: Raccontami un’altra storia.

La storia, nel migliore stile dei romanzi di formazione, segue la crescita di Gaia. Si tratta di un'educazione sentimentale dura e rigorosa, ambientata nel peggio della provincia romana: un luogo di piscine mai finite, luna park decadenti e giardini pieni di siringhe in cui la protagonista cresce insieme ai genitori derelitti e a una nidiata di fratelli maschi. Sono i primi Duemila, ma sembrano gli anni Settanta: la povertà è alle stelle, in casa si consumano litigi e rivoluzioni, in salotto non ci sono né il modem né TV. Dopo un'infanzia di abiti smessi e libri di seconda mano, spesa in un lugubre scantinato di venti metri, Gaia si sposta nelle palazzine popolari ad Anguillara. La seguiamo lungo tre stadi della sua esistenza, descritti in un eterno tempo presente: prima le medie, poi il liceo classico, infine la facoltà di filosofia. Spronata da Antonia, indimenticabile mamma, coraggio cocciuta e battagliera come Anna Magnani, Gaia tenta di superare l'imbarazzo per le proprie origini mimetizzandosi tra la borghesia.

La casa che la attende ora è una famiglia, una ferita pulsante, un ascesso scoppiato, un bisturi che ha diviso lembi di pelle.

Tralasciando Antonia, gli altri personaggi non suscitano empatia: gli amici e i fidanzati della protagonista risultano intercambiabili, definiti soltanto dal nome di battesimo, e Gaia resta impressa per l'esagerazione dei suoi gesti. Bulla, vandala, piromane, assassina mancata, tenta la strada delle antieroine indomabili – penso a Lila – ma risulta sgradevole e inverosimile: non un corpo di carne e ossa, ma una semplice voce. All'inizio mi ha irretito, grazie a uno stile denso e barocco, ma complice un prosieguo ridondante ho finito per trovare la scrittura – per quanto bella – ingombrante, pretenziosa. Senza quelle metafore ardite, senza quel periodare ellittico e studiatissimo, mi sarei più soffermato sui drammi dei personaggi – a me, purtroppo, estranei – che sulla confezione? I confronti sono sorti spontaneamente. L'acqua del lago non è mai dolce ha i viavai di Di Pietrantonio, le amicizie tossiche di Avallone e D'Urbano, le arrampicate sociali di Ferrante, e ciò che di nuovo aggiunge – penso, ad esempio, alla vaga denuncia contro i mali dell'eternit o al tema del suicidio – è affrontato con approssimazione. A restare, nel bene e nel male, uno stile che ricorda proprio il fascino del lago di Bracciano: denso, tetro e limaccioso, ma anche stagnante. Qualcuno, tuttavia, sul fondo scorgerà il baluginare di un presepe sommerso; un po' di luce.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Alessandra Amoroso – Immobile

martedì 24 marzo 2020

Recensione: Agostino, di Alberto Moravia

| Agostino, di Alberto Moravia. Bompiani, € 12, pp. 182 |

Mi mancano molte cose con la quarantena. Su tutte, il mare. Fino a due settimane fa bruciavo i miei diecimila passi giornalieri sul bagnasciuga, d’inverno come d’estate, e lasciavo sbollire l’insofferenza lì. Dove il cielo era più alto e il vento più pungente. Anche il ritmo delle mie letture, all’inizio, ha sofferto per l’osservanza di questa nostra nuova sedentarietà. Bloccato in un quartiere di palazzine grigie tutte uguali, senza cantanti sui balconi né grandi scorci naturali, mi sono spento in fretta negli andirivieni tra la cucina e il soggiorno; ho camminato soltanto quando c’era da liberare il vialetto dalle foglie secche. Per fortuna, dopo una serie di romanzi sfogliati a tempo perso e riposti intonsi in libreria, sono tornato a leggere grazie al  mio primo Alberto Moravia. Sarà che con lui ho corso all’aria aperta; sarà che mi ha portato fino al mare. Un inchiostro limpido e rigenerante come acqua salata mi ha guidato nel cuore in subbuglio dell’irrequieto Agostino.

Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle sue spalle i ragazzi, il Saro, la madre e tutta la vecchia vita. Chissà che forse, camminando sempre diritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli sarebbe stato possibile dimenticare tutto quanto aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che, oscuramente, presentiva.
Tredici anni, orfano di padre, si gode la villeggiatura in compagnia della madre: una donna bellissima e senza nome – figuratevela come la Loren: bruna, le gambe chilometriche, uno scandaloso due pezzi –, che a bordo del pattino flirta con un baldo giovine del luogo. Costretto suo malgrado a reggere il proverbiale moccolo, Agostino sviluppa una gelosia fortissima verso la genitrice. Pur non conoscendo ancora il sesso, il desiderio carnale, l’amore, intuisce l’ascendente che lei ha sui maschi di ogni età. Iperprotettivo, si sorprende a spiarla dalla soglia della porta: nel riflesso polveroso dello specchio, in deshabillé, per la prima volta la vede come una donna; non come una madre.
Crescere significa anche questo, accorgersi che i genitori sono persone con bisogni e debolezze, e tagliare il cordone ombelicale con ordinari atti di ribellione. Entrando a far parte, ad esempio, della cricca di monelli del bagno Vespucci. Fra falò, piccoli furti e tramonti infuocati in compagnia di Berto e degli altri, Agostino si guadagnerà un soprannome – Pisa – e l’iniziale scetticismo degli spregiudicati compagni di giochi. Cos’ha da spartire con loro, se in città può vantare una casa con venti stanze, un autista e un cameriere? Come testare la propria virilità messa in dubbio, se non con le parolacce, le zuffe, le prostitute?

Tuttavia sentiva con dolore che non era neppure simile ai ragazzi della banda. Troppa delicatezza restava in lui; se fosse stato simili, pensava talvolta, non avrebbe sofferto tanto della loro rudezza, delle loro sguaiataggini e della loro ottusità. Così si trovava ad avere perduto la primitiva condizione senza per questo essere riuscito ad acquistarne un’altra.
In questo piccolo classico ho trovato il voyeurismo incantato del film Malena, le prurigini universali di Chiamami col tuo nome, i soggiorni isolani tanto amati di recente in L’isola di Arturo e Storia del nuovo cognome; l’amarezza e le ansie di una “straziante età” che somiglia, in Moravia, a un torbido paese dei balocchi. Il pedaggio va pagato attraverso la rottura simbolica dell’immancabile salvadanaio di ceramica: quanto è alto, tuttavia, il rischio di essere imbrogliati all’ingresso e poi tagliati fuori? Né grande né piccolo, né carne né pesce, il ragazzino rifugge le pose dei coetanei della propria estrazione sociale ma fatica comunque ad amalgamarsi ai monelli indigeni. È destinato a fare la spola tra due stabilimenti balneari, così, alla scoperta dei segreti della malizia. 
Agostino è un sempreverde perturbante e modernissimo, meno memorabile del romanzo di formazione di Elsa Morante ma altrettanto anticipatore. Un racconto freudiano sull’eros e la pubertà, dove al calare del sole s’intravedono le ombre torve della pedofilia e dell’incesto; ma anche i simbolismi, gli attimi e le rivoluzioni tipiche dei migliori narratori. Non temetene la fama. Appassionato e scorrevole, in realtà, porta senza rughe i suoi settantacinque anni e stupisce tutt’oggi per il coraggio di infrangere i tabù più taciuti risparmiandoci la morale dell’ultima riga. All’interno, per fortuna, ci troverete i miei cieli sterminati, il vento e il mare; la nostalgia della libertà e dell’adolescenza, che in giorni come i nostri mi sorprendo a cercare dappertutto. Nell’attesa spasmodica di un’altra estate.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Sapore di sale

lunedì 3 febbraio 2020

Recensione: La gatta, Shozo e le due donne, di Jun'ichiro Tanizaki

| La gatta, Shozo e le due donne, di Jun’ichiro Tanizaki. Neri Pozza, € 17, pp. 125 |

Il triangolo no, non l’avevan considerato. Dalle borgate di Zero al Giappone degli anni Trenta, il ritornello non cambia. Anche se a far scoppiare la coppia, in una commedia di vendette e tradimenti apparentemente scaturita dalla penna di Woody Allen o Pedro Almodovar – figuratevela, infatti, ciarliera e coloratissima –, è una guastafeste d’eccezione: non una donna di troppo, bensì la gatta Lily. Servita e riverita, salutata con bacetti e vezzeggiativi, l’irresistibile felino tartarugato è la prediletta di Shozo. Un uomo per il resto anaffettivo e indolente, che soltanto davanti all’animale domestico si prodiga in mille cerimonie. Ogni giorno le dà sottobanco pescetti marinati con soia e aceto; acconsente a morsi e graffi dalla connotazione quasi erotica; si bea dei suoi modi candidi e carezzevoli, tipicamente femminili, acconsentendo che faccia le fusa perfino nel futon. Sempre ghiotta di prelibatezze e baruffe, Lily desidera essere contemplata e contesa come una nobildonna. È così assurdo che la seconda moglie di Shozo, Fukuko, legata all’uomo da un matrimonio di convenienza ordito dalla suocera diabolica, s’ingelosisca fino a meditare un piccolo colpo di stato? Il menu a cena dipende dai capricci dell’animale, da dieci anni accanto al padrone di casa. Il talamo nuziale, senza più alcuna intimità, va spartito per tre. Snervata dalla convivenza, Fukuko caldeggia perché la gatta sia ceduta alla donna venuta prima di lei, Shinako: la ex moglie di Shozo, nel frattempo caduta in disgrazia, brama un pezzetto di quel matrimonio finito all’improvviso. Perché, allora, non l’indigesta Lily?

È così difficile guardagnarsi la fiducia di un gatto? O è Lily a essere particolarmente cocciuta?, si domandò esasperata Shinako. Il problema era che si trattava di una gatta anziana, molto simile a una nonnina avanti con gli anni; se fosse stata giovane o ingenua si sarebbe adattata senza problemi al nuovo ambiente. Il trasferimento forzato in un posto tanto diverso da quello abituale doveva essere stato uno shock tremendo. […] Poi, ripensando al misterioso destino che la legava alla gatta, sentì che in fondo non le portava rancore. Anzi, per un momento provò addirittura una sorta di compatimento per lei e per se stessa.

Schiacciato tra l’incudine e il martello, dotato di una vena segretamente subdola ma altresì di momenti di profonda dolcezza, il protagonista maschile – eterno bambinone a capo di un negozio di casalinghi – rivedrebbe a cuor leggero la ex pur di passare a trovare l’adorata Lily? Come la preferirebbe: selvatica e infelice, perfino maltrattata fisicamente, oppure a proprio agio anche altrove?
Tra dilemmi morali e sentimentali, appostamenti notturni e nostalgia, il racconto lungo del divertito Tanizaki – cantore per eccellenza di eros e thanatos, nel novero dei classici della narrativa orientale: La chiave di Tinto Brass, pensate, è tratta proprio da un suo romanzo – è in primis una storia di solidarietà femminile: entrambe sole e abbandonate, all’inizio ostili l’una verso l’altra ma pian piano complici, la gatta e la sua nuova padrona si confortano reciprocamente per riprendersi quello che pensano spetti loro di diritto. Ma in secondo luogo, vedasi le descrizioni particolareggiate del manto tatuato e della routine, è anche una storia che incanterà ogni gattaro degno di questo titolo.

Non aveva neanche l'ombra di un vero amico col quale confidarsi e si sentiva sempre solo, afflitto e insicuro. Quel senso di solitudine era forse all'origine del suo profondo attaccamento nei confronti di Lily. Difatti aveva l'impressione che soltanto lei, con quegli occhi pieni di malinconia, fosse capace di indovinare i suoi pensieri tristi e consolarlo, mentre né Shinako né Funuko, e ancor meno sua madre, lo avevano mai capito. Tra l'altro, era convinto di essere il solo in grado di cogliere quella peculiare tristezza animale che la gatta serbava dentro di sé senza aver modo di comunicarla agli esseri umani.

Quanta attenzione e passione ci sono nella resa del mondo felino? Quanto emozionano gli occhi malinconici di Lily, la cronaca delle sue gravidanze sfortunate e dei suoi viavai, il pelo che va ingrigendosi per via della vecchiaia? Shozo ha per gli animali un amore superiore di quello che dimostra agli esseri umani. Oltre che del protagonista, lo stesso potrebbe dirsi anche dell’autore. Sarcastico e indagatore, Tanizaki dipinge negativamente le contraddizioni e i vizi dei suoi protagonisti, ma ha parole belle e poetiche per la gatta: il filo conduttore delle loro vite, e il cuore pulsante del racconto. Si sofferma, così, perfino sulla sua dieta alimentare o sui suoi odori. E attraverso di lei lascia emergere un originalissimo ritratto familiare, a tratti dolce e a tratti crudele, che fa le fusa e graffia insieme. Deliziosa variazione sul tema della gelosia, semplice e senz’altro non indimenticabile, il testo precedentemente edito da Bompiani è un assaggio dell’inventiva dello scrittore. Un racconto incisivo e soprattutto scritto divinamente, sulle follie e le privazioni che vivremmo per il bene dei nostri amici animali. Tra moglie e marito non mettere il dito. E la zampa?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – La gatta

lunedì 27 novembre 2017

Recensione: La zona cieca, di Chiara Gamberale

| La zona cieca, di Chiara Gamberale. Feltrinelli, € 15, pp. 219 |

Non ci eravamo lasciati bene, no. Adesso, inconcludente e furbissimo, aveva dato vita a una pausa di riflessione lunga più di un anno e mezzo. Chiara Gamberale, leggevo in dolce attesa, questo inverno torna (ma non proprio) con La zona cieca. Si tratta infatti di una ristampa. Di un romanzo che il prossimo anno soffierà sulle sue dieci candeline. Ho potuto tirare così un sospiro di sollievo. Perché sulla Chiara di una volta non ho mai avuto dubbi: è la nuova, ogni tanto, che mi fa dubitare. Perché questi Lidia e Lorenzo, io, tanto li ho letti e riletti in ordine casuale. Li conoscevo già. Mandorla, la protagonista di Le luci nelle case degli altri, era loro condomina: la speaker radiofonica e lo scrittore in crisi creativa facevano coppia fissa, avevano un cane con il nome di un antidepressivo e si accapigliavano spessissimo, nell'amore bello e litigarello dei proverbi delle nonne.

Non ne posso più di tutto questo altrove, ho bisogno un po' di dove.

Lidia, a un bivio, più padrona di sé, era anche in quell'Adesso da dimenticare. L'alter ego dell'autrice – come lei, qualche disturbo alimentare in gioventù e buoni consigli in radio – incontra Lorenzo, un maestro nel dare e nel togliere, nel febbraio di un anno bisestile. Non per un caffè, ma per un giro a un luna park che di per sé mette un po' di malinconia. Credono che faranno eccezione. Si prendono e si lasciano. Lei, troppo malleabile, predica bene e razzola male. Lui, bello e dannato per copione, con una ex moglie omosessuale e un livido dentro, dipende dagli stupefacenti ma non dagli altri. Convivono, ma guai a dirsi insieme.

Nel suo immaginario Lorenzo era il pesce giallo e blu ferito nell'acquario dove va a finire il piccolo Nemo, era Spugna l'aiutante di Capitan Uncino ed era Scar, lo zio cattivo del giovane Re Leone, mentre, sempre secondo lui, io ero il piccolo Nemo, il giovane Re Leone ed ero Wendy, che sa volare sull'Isola che Non C'è ma può anche tornare a casa - questa la sua tragedia, questa la sua fortuna, diceva. Eravamo Lilo e Stitch.
- Una bambina delle Hawaii sola al mondo e un mostro orribile programmato per distruggere, ma che insieme imparano che 'Ohana vuol dire famiglia.

La zona cieca è la loro storia d'amore: con tutte le ansie, i dilemmi e i grattacapi propri delle coppie di oggi. La compongono le confessioni anonime degli ascoltatori; i pensieri estemporanei di una trentenne insicura, cotta e chiacchierona, che qualcuno potrebbe giudicare perfino senza capo né coda. Eternamente indecisi, Lidia e Lorenzo sono scordinatissimi: vogliono la stessa cosa, ma le danno nomi diversi. Fidarsi, affidarsi, significa scoprirsi vulnerabili. Perché finché siamo soli possiamo penserare a noi: anche diventando, a volte, i peggiori nemici che abbiamo. Ma in due ecco che ci si scopre più pieni, più felici, ma anche più tristi per per un muso lungo. Per un giorno no contro cui, nostro malgrado, nulla possiamo. L'amore fa miracoli? 
La zona cieca è tutto un processo di accettazione e di elaborazione, ora frizzante e ora mesto. Finisce con l'amarezza e una punta di beffa, con i puntini di sospensione, anche se a differenza loro so già la fine che faranno: so che possono farsi felici, applicandosi.
La zona cieca, ancora, è tutto quello che gli altri vedono di noi ma che ci sfugge – ad esempio, un pezzo di lattuga rimasto intrappolato fra i denti a cena, o una convivenza altalenante che bene non fa. Per capirlo bisogna sbatterci la testa o, in questo caso, rompersi il mento. Lo suggerisce per email uno sgrammaticato sciamano irlandese come amico di penna. Lo ribadisce una Gamberale ritrovata con piacere – anche se con due protagonisti molto difficili da amare, e infatti non li ho amati fino in fondo – che per fortuna, tra queste pagine, mi ha ricordato perché non sia un'autrice di cui parlare e sparlare per pregiudizio preso.

Vorrei tanto essere meno triste per farla felice.

Sulle strade senza uscita, sui coni d'ombra, ci proietta la sua riconoscibilissima luce. E gli spigoli di un rapporto considerati pericolosi solo perché lasciati al buio, i segreti dell'altro, non fanno più spavento sotto la guida di chi sa e, soprattutto, sa condividere. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Arisa - Ho perso il mio amore

mercoledì 25 ottobre 2017

Recensione: Ho taciuto, di Mathieu Menegaux

| Ho taciuto, di Mathieu Menegaux. Bompiani, € 15, pp. 144 |

Claire e Antoine hanno una bella casa nella capitale, carriere di successo e, come unico problema in paradiso, l'esasperante prigrizia degli spermatozoi di lui. Quarantenni attraenti e affiatati, hanno i loro piacevoli riti – fare l'amore di domenica mattina, ad esempio, o partire per una vacanza dell'ultimo momento senza dover dare conto a nessuno – e inviti a cena nei palazzi signorili della migliore borghesia parigina. A casa di un collega di Antoine, ci sono chiacchiere e perbenismo di troppo. Claire si congeda elegantemente, inforca la bicicletta. Imbocca un sottopasso, rivolgendo un sorriso di buona educazione a un'ombra più fitta delle altre. Che la abbranca strappandole un urlo e i jeans. Che la stupra sull'asfalto, al buio.

Ieri la mia vita era una vita a metà, una vita da fenicottero rosa, una vita su una zampa, in cui cercavo di mantenere l'equilibrio alla meno peggio, ma una vita. [...] Oggi cosa sono? Una donna violentata.

Come Isabelle Huppert in Elle, la protagonista chiama la polizia per riattaccare dopo qualche squillo appena. Si solleva da terra e se ne va. Si concede una lunga doccia. Si tiene per sé la paura di quell'aggressione che la renderebbe solo più fragile, solo più vulnerabile, agli occhi degli altri. E Claire, troppo legata alla sua idea di decoro per mostrarsi a pezzi, già in passato si è tenuta stretta i suoi segreti. Tace lo stupro. Qualche anno dopo, in attesa del verdetto della giustizia, tacerà le barbare ragioni che l'hanno condotta a una cella di massima sicurezza. Dove della sua identità non resta che un anonimo numero identificativo e una confessione di cui liberarsi entro l'alba del mattino successivo. Ho taciuto è un noir dell'anima. Un dramma giudiziario scabroso ma elegante, come soltanto i francesi sanno. Stranisce perché ha il tono delle storie vere, e al fatto che l'autore sia un esordente, lo stesso uomo fotografato nel risvolto di copertina, si fa semplicemente fatica a credere.

Leggetemi. Siete la mia ultima conversazione prima che io scompaia.

Si legge di Claire con un misto di interesse e abiezione. Ha commesso infatti il crimine più ignobile che si possa immaginare. E, tra le pagine, torna indietro. A quando era libera. A quando era innocente. A quando era lei, la vittima, e non il macellaio che fa sbizzarrire la stampa internazionale. Non fornisce alibi e non cerca giustificazioni. Non deve convincere il giudice e non può rabbonire una giuria di conservatori. Lei ha già condannato sé stessa. Il suo provante calvario, la sua affascinante tela di pensieri, contagia il lettore assieme all'incubo incancellabile di due occhi nerissimi. Claire, all'inizio dalla parte della ragione, gioca a imbrogliare gli altri, a fingersi Dio. Pecca di tracotanza nel costruire la sua personale Babele di bugie. Come Prometeo nel mito, però, ha un avvoltoio che le divora il fegato. E troppo provata, troppo suggestionata dalla violenza, smette di credere nei miracoli e nel prossimo. Il fegato a brandelli, e un cuore buio che non crede più alle schiarite.

Scavalcherò i muri di cinta senza scala, senza rampini, senza lenzuola annodate, volerò al di sopra dei fili spinati senza ali, sparirò senza trucchi, svanirò senza armi, senza odio né violenza. […] La scrittura è l'ultima stazione della mia Via crucis. Non conto di tornare il terzo giorno. Non mi rivedranno.

Corto e spregevole, il primo romanzo di Mathieu Menegaux è un racconto a sangue freddo aperto a diverse svolte shock e a pagine di impensata delicatezza (pensate, si chiude con la mia preferita delle canzoni degli Smiths). Succede poco, ma le pagine non consentono altrimenti. Non dico troppo, perciò. O comunque meno di quanto vorrei. Sembrerebbe di giudicare una pagina di diario, non un romanzo bellissimo. Gli sbagli della donna, non del personaggio fittizio. Claire non esiste, invece, e metabolizzare la consapevolezza, lo strazio, richiede tempo; i nervi che intanto ringraziano. Ho taciuto è un romanzo di cuori neri che non vogliono saperne di far riempire da cima a fondo una pagina bianca. Una macchia addosso che più provi a cancellarla, con il palmo della mano, e più ti insudicia.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode - Enjoy the Silence

lunedì 19 giugno 2017

Recensione a basso costo: Uomini e topi, di John Steinbeck

Un uomo ammattisce se non ha qualcuno. 
Vi so dire che si sta così soli che ci si ammala.

Titolo: Uomini e topi
Autore: John Steinbeck
Editore: Bompiani – I grandi tascabili
Numero di pagine: 128
Prezzo: € 7,90
Sinossi: Pensato per un pubblico - i braccianti della California - che non sapeva né leggere né scrivere, "Uomini e topi" (1937) è un breve romanzo, ricco di dialoghi, che, nelle intenzioni di Steinbeck, avrebbe dovuto essere in seguito adattato, come difatti avvenne, per il teatro e per il cinema. Protagonisti, due lavoratori stagionali, George Milton, e l'inseparabile Lennie Little, un gigante con il cuore e la mente di un bambino, che il destino e la malizia degli uomini sospingono verso una fine straziante. Il ritratto di un'America stretta dalla sua peggiore crisi economica nella drammatica rappresentazione di un maestro.


                       La recensione
Mi faccio impressionare da quei libri di cui mi si dice: va letto, almeno una volta nella vita. Su Uomini e topi è stato detto questo e altro ancora. Lo citano romanzi e telefilm sacri e profani; lo consigliano indiscriminatamente gli appassionati di lunga data e i lettori della domenica; lo mettono in scena il laboratorio di teatro del liceo statale, il cinema d'autore, le leggende di Broadway – per assistere all'ultima riduzione teatrale con James Franco e Chris O'Down darei un rene e qualsiasi cosa resti del cuore. Sono state spese tante, tante parole per un libricino che supera a stento le cento pagine. Cos'altro aggiungere, ci si domanda, alla fine di una lettura che strema? Per fortuna non passa mai per la mente un altro dubbio: perché comprarlo e leggerlo, a ottant'anni dalla sua pubblicazione? Scopro la grandezza di John Steinbeck un giorno di metà giugno, su una sedia di plastica in balcone. Torno a sperimentare la reverenza motivata (ma in questo caso ingannevole) per un titolo molto più grande di me e la poesia di queste parabole americane che, da qualche anno a questa parte, ho imparato ad amare profondamente. Le mie storie di campagna preferite, amate perché raccontate a bassa voce, partono da qui. La semplicità di Haruf, le amicizie al maschile di Butler, si rifanno a questi campi di grano assolati. A questi poveri diavoli in blue jeans che camminano spalla a spalla, si rovinano e si migliorano la vita, non si tradiscono. George e Lennie sono due figure all'orizzonte che, da sfocate, entrano man mano nel nostro campo visivo. In viaggio, in fuga. Il primo è secco, sveglio, riflessivo. Il secondo, invece, è grosso e tonto: un gigante buono che ignora qualsiasi malizia e accarezza cuccioli fino a stritolarli – le mani pesanti, il cervello minuscolo. Si conoscono da Dio solo sa quanto. Si accampano sotto i sicomori, sulle sponde di un lago limaccioso, e mangiano fave in scatola alla luce di un falò. L'indomani è un altro ranch.

«Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi. Non ci tocca di sederci all'osteria e gettar via i nostri soldi, solamente perché non c'è un altro posto dove andare. Ma se quegli altri li mettono in prigione, possono crepare perché a nessuno gliene importa. Noi invece è diverso». Lennie lo interruppe: «Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché».

I braccianti dividono una stanzetta, l'ossigeno, le speranze. L'apprensione condivisa verso la giovane moglie del padrone – una femme fatale dai vestiti leggeri e dal trucco marcato, che vorrebbe fare l'attrice. Le donne e il gioco d'azzardo sono un pericolo da scongiurare. In Steinbech ci si spezza la schiena. Sullo sfondo, l'America ignorante e povera di spirito della Grande Depressione. Introducono i capitoli rare descrizioni paesaggistiche e il resto son dialoghi e soliloqui d'ispirazione teatrale. Si parla poco, e per lamentarsi perlopiù della paga misera, di trucchetti pratici per sfangarla, di infortuni sul posto di lavoro che sbarrano il cammino. Si spara ai cani per proteggerli dall'inoperosità della vecchiaia. Il classico di Steinbech, essenziale e laconico com'è, puzza e impreca, non fa cerimonie, ma resta impresso per una delicatezza impensata. E, come Lennie, per una forza animalesca di cui non si accorge quasi. Ti strugge, anche se tutto è un presagio della fine e pagine passeggere vorrebbero invano impedire l'attaccamento ai personaggi. Intenerisce, anche se preferirebbe la tua indignazione. Cosa scontata ma tant'è, Uomini e topi è una lettura bellissima. Pur con una traduzione a tratti compassata, non me ne voglia la memoria del nostro Cesare Pavese, e i tempi che cambiano. I protagonisti sono l'eccezione alla regola dei solitari. Il loro rapporto, impari solo in apparenza, li completa. George spiega all'altro cos'è bene e cos'è male male (e spesso e volentieri perde la pazienza). Quanto sarebbero facile le cose senza di lui? Lennie gli insegna l'immaginazione, amica stretta della speranza, e la tenerezza (e spesso, mortificato, minaccia di andarsene). Quanto sarebbe vuota, però, la vita? E solitari i viaggi a piedi, e scarse le speranze, e mal riposti i guadagni? I colleghi della coppia, altrettanto male in arnese, aguzzano le orecchie sentendo certi discorsi. Quell'inutile desiderio di ricominciare, infatti, li tenta ancora – soprattutto l'acciaccato Candy e Crooks, isolato dagli altri perché nero.

Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all'ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia. E mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. Qui io leggo molti libri. Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa.

Gli uomini e i topi condividono una favola dopo dodici ore spese nei campi. I piani mandati amaramente a monte. Fantasticano su una terra promessa, al bando l'indiscrezione dei curiosi. Un fazzoletto di terra, il calore di una stufa, ferie quando vogliono: conigli e carezze in quantità, su un pavimento di erbetta alfalfa. Con l'indomani che è un altro ranch, sì, e lo stesso sogno impossibile prima di coricarsi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Blowin' in the Wind

lunedì 23 gennaio 2017

Mr. Ciak: Indivisibili, Animali fantastici e dove trovarli, Collateral Beauty, Assassin's Creed, Un bacio

Daisy e Viola sono gemelle. Ma, siamesi, di quelle destinate a spartirsi per sempre l'esistenza. Oppure no? Un medico dice che è possibile separarsi, anche se il pensiero spaventa. Cantano a comunioni e matrimoni, vengono portate in processione come se potessero far miracoli, permettono ai parenti di vivere degli introiti che la loro particolarità comporta. Identiche ma diverse nel carattere, si scontrano: una sogna l'America e l'altra recita l'atto di dolore al mattino, una cerca di distinguersi indossando smalti aggressivi e l'altra si adegua bonariamente, una vuole la libertà e l'altra non lo sa. Ad allontanare Daisy e Viola, cose grandi e piccole: la voglia di sperimentare il sesso, un gelato in centro da non spartire più in due, i piedi puntati contro l'avidità dei parenti. Siamo indissolubili, indivisibili, cantano in coro le protagoniste dell'ultimo film di Edoardo De Angelis. Un dramma girato in napoletano, a cui la colonna sonora neomelodica e il dialetto conferiscono alla ribellione inaspettata poesia. Presentato a Venezia, Indivisibili è un film che mi era passato di mente: dimenticato, sembrava tenersi ai margini di quella nuova gioventù del cinema italiano scoperta lo scorso anno. Mi ha preso alla sprovvista e, a sorpresa, messo sottosopra. Potente, tenero, struggente. Il tassello che ancora mancava e che, nell'indecisione, avrei presentato agli Oscar: perché alcuni casi di coscienza, certi dilemmi, arrivano alla meta in qualsiasi lingua si esprimano. Quanta rabbia, allora, verso quei genitori che se ne approfittano. Quanta angoscia in un epilogo che un po' ti tiene a galla e un po' ti porta giù, dove le vie di fuga si fanno disperate. Indivisibili ha ravvicinati primi piani che colgono i pensieri a voce bassa di due esordienti, Angela e Marianna Fontana, sorprendentemente spontanee. Una regia schiacciante, che contrappone il fascino kitsch di Sorrentino – i figuranti pittoreschi che popolano yacht e parate, la colonna sonora invadente, la decadenza segreta delle città di mare – all'asciuttezza di Mustang. Una lacrima silenziosa, non prevista, che ti scende sulla guancia quando senti pigolare Janis Joplin: prima piano, poi più forte. E un soliloquio che forse si farà duetto, nella sua onestà, completa l'identità di un gioiellino che, oltre a condivide un cuore in due, ne lascia uno spigolo generoso anche per te. (7,5)

Peggio dei detrattori, mi faceva notare un'amica scrittrice, sono i fan. Intransigenti, scettici, spietati. Quando l'arrivo di Animali fantastici era nell'aria, mi sono accorto di essere uno di loro. Come chi è cresciuto tra le pagine della Rowling, non mi lasciavo incantare dalle premesse. Chi ne sentiva la necessità? A parlarvi, una persona incostante di natura, che ha amato infinitamente Harry Potter su carta ma non sempre sul grande schermo. A novembre, perciò, ho mancato Animali fantastici senza dispiacermene. La storia, che si svilupperà in altri quattro film, segue le disavventure di Newt Scamander: timido zoologo che, nella New York degli anni '30, trasporta una ventiquattrore piena di mostri e meraviglie. La valigetta, scambiata per sbaglio, libera per strada i suoi animali – che fantastici, complice una computer grafica ad hoc, lo sono per davvero. A seminare panico e distruzione, il pasticcio dello zoologo o gli emissari del malvagio Grindelwald? Animali fantastici mi ha sorpreso pian piano. Godibilissimo, affascinante, adulto, con un indimenticabile leitmotiv che solletica i ricordi e personaggi da approfondire meglio. Se la trama serba infatti divertenti scene a Central Park, locali charleston e un duplice colpo di scena finale, i protagonisti – timidi, spesso sulle loro – costituiscono un simpatico quartetto, in cui spiccano al momento le smorfie di troppo di Redmayne e la bellezza di Alison Sudol. A caccia di misteri e bestie, il film di Yates ha un forte fascino retrò e cenni a sufficienza alla serie originale – Silente in cattedra, una romantica sorella Lestrange che non vediamo l'ora di conoscere – per rabbonirci. Meno entusiasmo, invece, per un finale parzialmente conclusivo che ci lascia con l'immagine di una New York digitalizzata, distrutta, presa di peso dalle produzioni Marvel. Il resto è una valigia che, se fa difetto nel chiudersi, è per via di incantesimi e divertimento in quantità. E, per la barba di Merlino, chi si aspettava un bagaglio così carico? (7)

Un pubblicitario perde la figlia e, per un soffio, anche il posto di lavoro. Scrive lettere a Morte, Tempo, Amore. E un giorno, in un parco, quelle tre entità gli rispondono di persona. Collateral Beauty aveva, dalla sua, uno spunto affascinante, un cast stellare e un trailer furbissimo. Il dramma natalizio di David Frankel è stato demolito all'unisono; ma il pubblico pagante, in sala, lo premiava. L'ho visto con una segreta speranza: che l'intransigenza della critica ufficiale – quella per cui i melodrammi dai buoni sentimenti sono il male nel mondo – fosse dettata dal pregiudizio. Collateral Beauty, purtroppo, è alquanto indifendibile. Irrispettoso, retorico, sconclusionato. Perché quella trama che vi ho riassunto, sdolcinata ma emozionante, è uno specchietto per le allodole. Perché il padre in lutto interpretato dal solito Smith – qui in fase: ricicliamo pure i pianti imparati con Muccino – ha un punto di vista inefficace, che si perde tra i comportamenti egoisti e avidi dei comprimari. Alcuni dei più grandi attori su piazza, in ruoli marginali e detestabili, accentuano così le voragini di una sceneggiatura che gioca a carte scoperte e, nei suoi ordinari atti di fede, fa acqua. Si salvano in extremis la delicata Naomie Harris, in odore di nomination per Moonlight, e il parziale colpo di scena legato al suo personaggio. Il resto, indeciso tra generi e toni, scandito da bruttissime frasi ad effetto e attimi che non sanno come emozionare, è un mappazzone affollato e insapore, che ambisce invano a imporsi come un moderno Canto di Natale e a raggiungere il cuore. Si resta distanti, involontariamente divertiti: pronti a fargli le pulci. E, se le lacrime arrivano, non sono che per la rara strage di talenti e idee a cui abbiamo assistito.  (5)

Pur non essendo tipo da videogiochi, cresco in una famiglia che colleziona console sin dagli anni Novanta. La fama di Assassin's Creed, non particolarmente amato dai miei ma famoso per le trame ambiziose e una serie di romanzi, è giunta fino a me. Giunto fino a me anche il film, una sera in cui non decidevo io cosa guardare. Con una splendida coppia riunita dal regista del faticoso ma ineccepibile Macbeth e viaggi nel tempo che sono sempre i benvenuti, non mi sono lamentato. Assassin's Creed, però, è una visione sconclusionata, indolore, deludentissima. Tanta azione – un'azione artificiale e coreografica, che poco coinvolge – e dialoghi scarsi a inframmezzare le panoramiche a volo d'aquila, i salti nel vuoto, i muscoli glabri del protagonistia Tu quoque, Fassbender? Spiace constatare che uno dei miei attori preferiti, qui, sia un pesce fuor d'acqua: per fortuna l'ho già trovato straordinario in The Light Between Oceans, quest'anno, quindi fingerò di dimenticare la partecipazione a un blockbuster che, con a bordo uno che non sbaglia mai, prometteva bene. Con lui, un'avvilita Cotillard e la sua pessima doppiatrice. Cosa ci fa un cast così in un film scritto male e di fretta, con effetti speciali che hanno più carattere dei suoi stessi eroi e cerchi che si chiudono senza neanche aprirsi? I videogiochi somigliano sempre di più ai film, ed è un complimento. I film, però, somigliano sempre di più ai videogiochi – divertimento mordi e fuggi, precipitosi e vuoti -, e che tristezza che mettono. (4,5)

Blu scrive lettere aperte alla sé del futuro. Lorenzo anima la vita con inseriti musical che fanno il verso a Glee. Antonio, talentuoso cestista, ha una stanza vuota per metà. Hanno sedici anni, frequentano una scuola di provincia, sono nel mirino del bullo. Si fanno scudo contro l'intolleranza, le prepotenze, le occhiate storte: funzionano meglio insieme. Un bacio, scritto e diretto da Ivan Cotroneo – suo l'adorabile La kryptonite nella borsa -, è una commedia adolescenziale che lo scorso anno ha avuto una discreta fortuna. Bene accolto nei licei, mirato a sensibilizzare un pubblico giovanissimo, è pulito, pensato come un contenitore di temi contemporanei – cyberbullismo, omofobia, violenza nelle scuole –, semplice e televisivo per natura. Modello di riferimento: Noi siamo infinito. Un trio eterogeneo tra gelosie e complicità, la musica, personaggi fragilissimi. Ma piacciono più i riferimenti a Chbosky che a Moccia, parlare di simili problematiche non è mai fiato sprecato e, cosa importante, ci si emoziona: per le famiglie straordinariamente tolleranti; per un finale shock in cui tutto precipita. Cos'è Un bacio? Un film adatto alle scuole, al Giffoni e dintorni, con una bella scrittura, qualche trovata stilistica audace – ma non sempre portata a buon fine -, tre talenti acerbi. Spiace dirlo, ma funziona poco Rimau Grillo Ritzberger: troppo stereotipato, antipatico e sopra le righe per essere il cuore del film. Sorprendenti, invece, Pazzagli – un piccolo Kim Rossi Stuart - e la Romani. Cos'è, ancora, Un bacio? Un gesto troppo candido e troppo istintivo, per chiamare a sé qualsiasi vergogna. (6,5)