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venerdì 1 marzo 2024

Recensione: Estranei - All of Us Strangers, di Taichi Yamada

| Estranei, di Taichi Yamada. Nord, € 16, pp. 216 |

Uno sceneggiatore in crisi sentimentale e creativa, pessimo nel gestire i rapporti interpersonali – in particolare con le moglie, fidanzatasi nel frattempo con il migliore amico, e con il figlio universitario –, sperimenta gli scherzi delle solitudine nel torrido agosto di Tokyo. La città, calda e trafficata, sembra essersi svuotata. Il condominio di cui occupa un appartamento al settimo piano, stipato di uffici, si spopola al calare della sera. Siamo in un romanzo giapponese degli anni Ottanta, a cui l'omonimo di Andrew Haigh (al cinema da ieri) si è soltanto liberamente ispirato. Siamo in una storia di fantasmi, a tratti sorprendentemente horror, in cui la soglia tra vivi e morti sa farsi labile. Il giorno del compleanno del protagonista coincide con una festività buddista chiamata O-bon: una ricorrenza in cui, un po' come il due novembre, si è soliti celebrare i propri defunti. E parlarci? Tornato a quarant'anni di distanza nel quartiere in cui è cresciuto, ormai zeppo di cinema dismessi e lotti abbandonati, il protagonista è ospite di una giovane coppia: dopo un pomeriggio passato a bere birra e whisky, si congeda da loro e, sul taxi del ritorno, piange di malinconia. L'uomo e la donna sono i suoi genitori, morti quando lui aveva dodici anni appena. È la fantasia del protagonista ad animarli, o c'è qualcosa di soprannaturale in atto? Una forza mortifera che minaccia di strapparlo alla realtà, all'insegna di un passato idealizzato in cui può atteggiarsi a figlio devoto?

Non sparire, adesso.

Considerato un maestro del genere in patria, Yamada punta tutto sulla fascinazione delle atmosfere e su una scrittura lineare, ma capace di sensazioni ambigue. Vietato aspettarsi lo stesso struggimento del film omonimo, che già con il trailer ci ha miseramente ridotti in lacrime. Resta, tuttavia, una profonda tenerezza nel figurarsi il protagonista bearsi delle mille premure dei familiare; godersi la quieta gioia mai sperimentata da bambino. Ma qui ci si domanda costantemente: i genitori redivivi sono spiriti benevoli o demoni sanguinari? In un limbo su misura dove l'immaginazione viene preferita alla realtà, l'ossessione per i morti rischierà di allontanarlo da Kei: una vicina di casa segnata da profonde cicatrici che, come nel mito di Amore e Psiche, domanda di non essere osservata alla luce dell'abat-jour. Fiaba cupa e minimalista sulle leggi imperscrutabili dell'aldilà, la controparte letteraria di Estranei è come un lungo corridoio angusto. A seconda del nostro stato d'animo, può ispirare smarrimento o terrore.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pet Shop Boys – Always On My Mind

lunedì 3 febbraio 2020

Recensione: La gatta, Shozo e le due donne, di Jun'ichiro Tanizaki

| La gatta, Shozo e le due donne, di Jun’ichiro Tanizaki. Neri Pozza, € 17, pp. 125 |

Il triangolo no, non l’avevan considerato. Dalle borgate di Zero al Giappone degli anni Trenta, il ritornello non cambia. Anche se a far scoppiare la coppia, in una commedia di vendette e tradimenti apparentemente scaturita dalla penna di Woody Allen o Pedro Almodovar – figuratevela, infatti, ciarliera e coloratissima –, è una guastafeste d’eccezione: non una donna di troppo, bensì la gatta Lily. Servita e riverita, salutata con bacetti e vezzeggiativi, l’irresistibile felino tartarugato è la prediletta di Shozo. Un uomo per il resto anaffettivo e indolente, che soltanto davanti all’animale domestico si prodiga in mille cerimonie. Ogni giorno le dà sottobanco pescetti marinati con soia e aceto; acconsente a morsi e graffi dalla connotazione quasi erotica; si bea dei suoi modi candidi e carezzevoli, tipicamente femminili, acconsentendo che faccia le fusa perfino nel futon. Sempre ghiotta di prelibatezze e baruffe, Lily desidera essere contemplata e contesa come una nobildonna. È così assurdo che la seconda moglie di Shozo, Fukuko, legata all’uomo da un matrimonio di convenienza ordito dalla suocera diabolica, s’ingelosisca fino a meditare un piccolo colpo di stato? Il menu a cena dipende dai capricci dell’animale, da dieci anni accanto al padrone di casa. Il talamo nuziale, senza più alcuna intimità, va spartito per tre. Snervata dalla convivenza, Fukuko caldeggia perché la gatta sia ceduta alla donna venuta prima di lei, Shinako: la ex moglie di Shozo, nel frattempo caduta in disgrazia, brama un pezzetto di quel matrimonio finito all’improvviso. Perché, allora, non l’indigesta Lily?

È così difficile guardagnarsi la fiducia di un gatto? O è Lily a essere particolarmente cocciuta?, si domandò esasperata Shinako. Il problema era che si trattava di una gatta anziana, molto simile a una nonnina avanti con gli anni; se fosse stata giovane o ingenua si sarebbe adattata senza problemi al nuovo ambiente. Il trasferimento forzato in un posto tanto diverso da quello abituale doveva essere stato uno shock tremendo. […] Poi, ripensando al misterioso destino che la legava alla gatta, sentì che in fondo non le portava rancore. Anzi, per un momento provò addirittura una sorta di compatimento per lei e per se stessa.

Schiacciato tra l’incudine e il martello, dotato di una vena segretamente subdola ma altresì di momenti di profonda dolcezza, il protagonista maschile – eterno bambinone a capo di un negozio di casalinghi – rivedrebbe a cuor leggero la ex pur di passare a trovare l’adorata Lily? Come la preferirebbe: selvatica e infelice, perfino maltrattata fisicamente, oppure a proprio agio anche altrove?
Tra dilemmi morali e sentimentali, appostamenti notturni e nostalgia, il racconto lungo del divertito Tanizaki – cantore per eccellenza di eros e thanatos, nel novero dei classici della narrativa orientale: La chiave di Tinto Brass, pensate, è tratta proprio da un suo romanzo – è in primis una storia di solidarietà femminile: entrambe sole e abbandonate, all’inizio ostili l’una verso l’altra ma pian piano complici, la gatta e la sua nuova padrona si confortano reciprocamente per riprendersi quello che pensano spetti loro di diritto. Ma in secondo luogo, vedasi le descrizioni particolareggiate del manto tatuato e della routine, è anche una storia che incanterà ogni gattaro degno di questo titolo.

Non aveva neanche l'ombra di un vero amico col quale confidarsi e si sentiva sempre solo, afflitto e insicuro. Quel senso di solitudine era forse all'origine del suo profondo attaccamento nei confronti di Lily. Difatti aveva l'impressione che soltanto lei, con quegli occhi pieni di malinconia, fosse capace di indovinare i suoi pensieri tristi e consolarlo, mentre né Shinako né Funuko, e ancor meno sua madre, lo avevano mai capito. Tra l'altro, era convinto di essere il solo in grado di cogliere quella peculiare tristezza animale che la gatta serbava dentro di sé senza aver modo di comunicarla agli esseri umani.

Quanta attenzione e passione ci sono nella resa del mondo felino? Quanto emozionano gli occhi malinconici di Lily, la cronaca delle sue gravidanze sfortunate e dei suoi viavai, il pelo che va ingrigendosi per via della vecchiaia? Shozo ha per gli animali un amore superiore di quello che dimostra agli esseri umani. Oltre che del protagonista, lo stesso potrebbe dirsi anche dell’autore. Sarcastico e indagatore, Tanizaki dipinge negativamente le contraddizioni e i vizi dei suoi protagonisti, ma ha parole belle e poetiche per la gatta: il filo conduttore delle loro vite, e il cuore pulsante del racconto. Si sofferma, così, perfino sulla sua dieta alimentare o sui suoi odori. E attraverso di lei lascia emergere un originalissimo ritratto familiare, a tratti dolce e a tratti crudele, che fa le fusa e graffia insieme. Deliziosa variazione sul tema della gelosia, semplice e senz’altro non indimenticabile, il testo precedentemente edito da Bompiani è un assaggio dell’inventiva dello scrittore. Un racconto incisivo e soprattutto scritto divinamente, sulle follie e le privazioni che vivremmo per il bene dei nostri amici animali. Tra moglie e marito non mettere il dito. E la zampa?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – La gatta