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venerdì 3 luglio 2026

Pillole d'autore: Lo straniero | Andorra | Fun Home

 








Sole a picco: abbacinante. Poi la canicola, che scioglie l'asfalto. Smargina i contorni. Imperla le tempie. La calura della Algeri degli anni Quaranta fa da sfondo a un delitto a sangue freddo, nel classico di Camus. Un romanzo breve e introspettivo, schematico e rigoroso, un po' come il suo protagonista. Candido perfino nell'efferatezza, Mersault è etichettato come sociopatico. Accusato di omicidio, viene messo in discussione come figlio, amico, amante. È difficile simpatizzare per lui, così com'è difficile dichiarare amore verso questo romanzo che dal personaggio eredita gli schematismi, l'andamento boccheggiante, l'indifferenza. Eppure, Lo straniero all'inizio lascia freddi, per poi affascinare. Merito di un narratore chirurgico, che sembra guardare dall'esterno perfino i propri gesti e filtrare tutto più attraverso il corpo che le emozioni. Cosa ricorderò di Mersault? Un colpo di calore, poi un colpo di pistola: ne seguiranno altri tre. Il soffio oscuro della morte, che spazza via la monotonia dell'estate. I giorni che scolorano, mentre la detenzione si popola di ricordi. Il protagonista non dorme. Ha paura che il boia lo sorprenda nel sonno. Per fortuna, c'è la sera. Il caldo diminuisce, i rumori del carcere cessarono, e subentra una specie di tregua. È il sentimento della rassegnazione? Forse. Ma, in Camus, appare l'unica pace concessa. ★★★

Oltre ai dialoghi cinematografici, c'è una cosa che rende sempre riconoscibile Peter Cameron: il modo in cui descrive luce. Dorata come nel titolo del suo romanzo più bello, cristallizza i paesaggi in un eterno tramonto degno degli impressionisti francesi. Siamo sui Pirenei, nel principato di Andorra: un paradiso fiscale di hotel a picco e case in granito rosso, dove gli expat sono di casa. Segnali e minacce, però, seguono l'arrivo di Alexander Fox: un misterioso antiquario americano in cerca di redenzione, presto diviso tra due donne. Il ritrovamento di un cadavere in fondo al porto trasformerà quel microcosmo fiabesco in un labirinto senza uscita. Sospeso e raffinato, questo Cameron flirta con Daphne Du Maurier. Aspettatevi un gioco colto e raffinato: non un vero giallo. Forse meno a fuoco che altrove ma molto divertito, l'autore si conferma impareggiabile quando si tratta di raccontare gli uomini irrisolti e la gabbia d'oro del privilegio. Anche le pagine del suo Andorra scintillano. Ma, questa volta, è stato impossibile non immaginarle nel bianco e nero dei noir anni '50. Sotto la luce, sin dall'inizio, covava l'ombra. ★★★½

Si chiama Fun Home, eppure non c'è niente da ridere: i protagonisti lavorano in una ditta funebre. Parla di elaborazione del lutto, ma non c'è commozione: a raccontare la morte del capofamiglia è una figlia dagli occhi asciutti, che a quel padre gay rimprovera di averle rubato perfino il coming out. È una delle saghe familiari più belle che leggerò quest'anno: a parlarci, però, sono semplici didascalie. I graphic novel possono essere anche grandi romanzi? L'autrice ce ne dà la conferma con un gioiello dove ogni stanza di casa Bechdel riflette la personalità di un prof frustrato, col pallino degli esistenzialisti francesi e del design. Come ci si affranca da un'infanzia che è un'impostura? Come ci si libera dell'ombra di un padre tirannico, che non ha rinunciato al colpo di teatro nemmeno alla fine: incidente o suicidio? Mentre rievoca la propria formazione, Bechdel si scopre per sempre ingarbugliata all'uomo che ha tanto amato e tanto odiato. Questa tragicommedia è per chi è cresciuto con gli Addams alla TV, ha pianto davanti al finale di Aftersun e riso al funerale di un parente morto di fresco. L'odissea di chi non ha mai smesso di setacciare lettere e fotografie, pur di esistere ancora nella vita – e nella morte – di chi ci ha sempre tenuti a distanza. ★★★★½

mercoledì 30 aprile 2025

Recensione: Il weekend, di Peter Cameron


| Il weekend, di Peter Cameron. Adelphi, € 18, pp. 177 |

Fine luglio, anni Novanta. Se bianchi, ricchi e privilegiati a New York, può apparire legittima la tentazione di ritirarsi dal mondo per un po'. Magari di trasferirsi in campagna? Lyle, un attempato critico d'arte, prende il treno per raggiungere John e Marian: legati da un'amicizia decennale, hanno in comune anche un lutto da elaborare. Tony, compagno del protagonista e fratellastro di John, è infatti morto di Aids l'anno prima. Un fine settimana di ricordi condivisi all'ombra dei gelsi e di nuotate al fiume è stravolto, però, da due ospiti dell'ultimo momento. Il primo, Robert, è l'ultima frequentazione di Lyle: meno inconsolabile del previsto, infatti, il vedovo si accompagna con un bel pittore con la metà dei suoi anni. La seconda, Laura Ponti, è un'italiana in vacanza: ai ferri corti con la figlia attrice, accetta volentieri l'invito a cena dei vicini di casa. Siamo nel più classico dei romanzi di Peter Cameron. E, con il senno di poi, nel più sottovalutato.

Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella copia carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi, ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore, ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai.

Sono tutti cinici, colti, snob. Parlano troppo, e a sproposito, alimentando aperte ostilità a dispetto del perbenismo diffuso. Per tutto il tempo serpeggia un disagio strisciante. Per fortuna, Cameron si riconferma l'artefice dei dialoghi più belli del mondo. Le lunghe contestazioni dell'esistenza dell'anima gemella, le frecciate al vetriolo contro la vacuità della narrativa contemporanea e le massime vibranti di spocchia — gli immobili sarebbero preferibili agli innamorati — suoneranno acide e assolutamente deliziose alle orecchie di coloro che hanno amato le vite segrete di Perfetti sconosciuti. All'apparenza meno caustico del film del nostro Paolo Genovese, Il weekend è una commedia umana densa di tensioni latenti, dove la vicinanza forzata cambierà per sempre dinamiche e relazioni. Possono due soli giorni essere percepiti come un secolo? Mentre la padrona di casa cerca di scongiurare i silenzi imbarazzanti con considerazioni a sproposito, mentre gli uomini si rifugiano in nuovi hobby per superare il lutto, gli ospiti faranno notare il disgustoso perbenismo dei protagonisti e, forse, troveranno una soluzione ai loro errori di percorso. Secondo Cameron, la vita è una vacanza. Ma chi, nel bel mezzo della villeggiatura, esaurito il divertimento di iniziale, non ha mai sperato di poter tornare immediatamente a casa?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Forth of July

lunedì 23 dicembre 2024

Recensione: L'avversario, di Emmanuel Carrère


| L’avversario, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 169 | 

Ho scoperto la tragedia greca negli anni del liceo classico. Personaggi oscuri, argomenti tabù, epiloghi sanguinosi. Ma, al termine di un'inarrestabile catena di nefandezze, ecco sopraggiungere la catarsi. Ci si può sentire liberati dopo una lunga esposizione alla violenza? Può la sperimentazione del male renderci meno estraneo il prossimo nostro? Emmanuel Carrère, oggi autore che non ha bisogno di presentazioni, al tempo dei fatti era conosciuto soprattutto come critico cinematografico. Fu un caso di cronaca nera a ossessionarlo e consacrarlo, facendone un osservatore più attento e, soprattutto, un narratore più empatico. In una comunità tra la Francia e la Svizzera, nei primi anni Novanta, lo stimatissimo Jean-Claude Romand sterminò i suoi cari. Se il gesto non ci stupisce, tristemente assuefatti come siamo a notizie altrettanto agghiaccianti, a farci rabbrividire è il resto della vicenda: la vita dell'assassino (medico presso l'OMS, padre amorevole, figlio devoto) era, infatti, una menzogna. Non era nemmeno laureato.

Una dolorosa lucidità è preferibile a una pace illusoria.

Narcisista patologico, impostore, mitomane, Romand raccontava bugie da vent'anni. E da vent'anni, invano, aspetta di essere scoperto. Come hanno potuto gli amici, i parenti, l'amante, credergli? In che modo ha pagato la scuola privata ai due figli, le macchine costose, i viaggi all'estero? Cosa faceva tutte le mattine quando non andava a lavorare? Sulle sue orme, Carrère gli scrive lettere; lo studia durante il processo, per poi vederlo diventare un detenuto modello; immagina di seguirlo nei parcheggi desolati, nelle stanze d'albergo, nei vuoti di una routine fantasma. Romand aveva una doppia identità o, a ben vedere, nessuna? Come Capote prima di lui, come Lagioia dopo, Carrère mette una scrittura dalla lucidità giornalistica al servizio della verità - sempre che esista. E, in un reportage che ha il ritmo dei migliori thriller, scandaglia una famiglia all'apparenza divorata dalla putredine e gli abissi di un personaggio pirandelliano.

Di norma una bugia serve a nascondere una verità, magari qualcosa di vergognoso, ma reale. La sua non nascondeva nulla. Sotto il falso dottor Romand non c’era un vero Jean-Claude Romand.


Additato dai media come l'incarnazione dell'incubo, il protagonista del romanzo custodiva un silenziatore in una confezione regalo e una ricca collezione di maschere. Chi era in borghese, a nudo? Forse nessuno, ci dice Carrère, in un'opera pubblicata dopo cinque anni di tagli, riscritture e ripensamenti. Ha tentato di dare al carnefice profondità psicologica, redenzione, perdono. Ma forse, amaramente, gli ha assicurato soltanto l'ennesimo ruolo da interpretare; un'altra maschera dietro cui schermarsi. “Sono un essere umano”, scriveva Terenzio, “tutto ciò che è umano mi riguarda”. E il disumano, invece?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Psycho Killer 

martedì 1 ottobre 2024

Recensione: Elizabeth, di Ken Greenhall

| Elizabeth di Ken Greenhall. Adelphi, € 19, pp. 173 |

Seduta in soffitta, a gambe incrociate, studia il suo riflesso allo specchio. Bellissima, mostra più dei suoi quattordici anni. La minigonna mette in mostra le gambe tornite e una ferita ancora fresca: è il morso di un ragno. Dall'altra parte della finestra New York è una foresta di grattacieli. All'improvviso sullo specchio si proietta l'immagine di un'altra donna: proviene da un'altra epoca, il Cinquecento, e da un'altra dimensione. Ha inizio, così, un dialogo strano e perturbante tra due generazioni lontane; tra un'allieva e la sua guida. Come si diventa una strega? Elizabeth è un'alunna provetta. Responsabile della tragica morte dei genitori, ha uno zio per amante e un'istitutrice inglese che pende dalle sue labbra. Nessuno — lettore compreso — può resistere ai suoi desideri mostruosi e alla sua oscura libidine. La seduzione è un'arma. Fin dove si spingerebbe per imparare a tracciare formule magiche con il suo rossetto scarlatto?

Tutti abbiamo diritto ai nostri segreti. Potremo forse affrontare il mondo con un minimo di sicurezza, senza la giusta dose di conoscenza non condivisa? La conoscenza di ciò che succede tra due persone nel buio di una stanza?

Accolta in un'antica famiglia di armatori navali, vivrà un soggiorno da brividi nella casa di Coenties Slip: vi seminerà turbamento e scompiglio. Come in ogni gotico degno di questo nome, non possono mancare all'appello stanze piene di specchi; feroci animali domestici contro cui accucciarsi per prendere sonno; un omicidio consumato con un candelabro d'argento. Ken Greenhall, contemporaneo di Shirley Jackson, debutta in Italia a dieci anni dalla sua morte con un teen horror esile ma dalle atmosfere suggestive, delirante nel contenuto ma elegantissimo nella forma. Al di sopra del bene e del male, contorto e sessualmente ambiguo, il romanzo è un covo di desideri inconfessabili su una ninfetta irrequieta: dietro il fare provocante, però, come ogni adolescente, sogna di vivere una vita straordinaria o un amore che appaia meno soffocante dell'odio. Abbraccerà la sua eredità o la avverserà? L'epilogo, frettoloso, lascia con la sensazione che nella giovinezza della protagonista ci saranno altri misfatti, altri colpi di fulmine, altre scoperte. Quanto sarebbe soddisfacente saperne di più, leggerla ancora? Come l'antieroina di Goliarda Sapienza, costi quel che costi, Elisabeth punterà a ottenere la sua personale parte di gioia. Sarà, però, la dannazione dei più. La lettura del vostro prossimo Halloween è presto servita.

Il mio voto: ★★★

Il mio consiglio musicale: Rettore – Il Cobra

giovedì 16 maggio 2024

Recensione: Quella sera dorata, di Peter Cameron

| Quella sera dorata, di Peter Cameron. Adelphi, € 12, pp. 318 |

Peter Cameron scrive i dialoghi più belli del mondo. È il primo pensiero davanti all'arguzia, alla naturalezza e alla classe dei protagonisti di Quella sera dorata: a detta dei conoscitori, forse il romanzo più memorabile dell'autore americano. Ambientato in Uruguay, in un Eden splendido ma segretamente decadente, segue la missione di un dottorando in odore di pubblicazione: Omar, ventotto anni e tante ambizioni confuse, vorrebbe scrivere la bibliografia di Jules Gund, scrittore da poco morto suicida. Gli eredi, tuttavia, negano fermamente il consenso. Spinto da una fidanzata ben più volitiva di lui, l'aspirante autore vola dal Kansas al Sud America come la Dorothy del Mago di Oz. Al termine del sentiero di mattoni gialli lo aspetta la villa di Ochos Rìos, popolata da strampalati abitanti da persuadere. Su cosa fare leva pur di raggiungere l'obiettivo: il proprio fascino naïf o la compassione?

Lo champagne non è mai uno sbaglio.

Dopo aver indagato i tormenti tardo-adolescenziali del protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, a ben vedere vicinissimi a quelli di questo Omar in crisi creativa, Cameron ci delizia con una commedia corale piena di false cortesie e, a dispetto delle conversazioni fittissime, di significativi non detti. Il cast d'insieme comprende: Caroline, la vedova di Gund, ossessionata dal senso di incompiuto della sua vita artistica e matrimoniale; Arden, l'amante, all'apparenza arresasi al ruolo di sfasciafamiglie, ma in realtà desiderosa di innamorarsi ancora; Adam, il fratello omosessuale, che a suon di cinismo nasconde l'amarezza per l'età avanzata e la crisi con Pete, il compagno a cui non sa dare né l'amore né la libertà. Perché si ostinano a restare in quella villa ai confini del mondo, mantenendo integro un assurdo ménage domestico, se il loro collante è ormai venuto meno? Perché la diffidenza verso una biografia autorizzata: paura di cosa potrebbero scoprire del capofamiglia, o di loro stessi?

Sono arrabbiata, Omar, ma questo non esclude l'amore. Le due cose possono coesistere, sai. Sono capace di provare diverse emozioni allo stesso tempo. Sono una persona complessa. La vita è complessa. L'amore è complesso. Non è semplice. Non sono compartimenti stagni.

In anticipo sui tempi, il romanzo ironizza sull'ossessione della verità nella società dell'apparenza — basti pensare al continuo fiorire di biopic sui personaggi dello spettacolo, alla moderna propensione per l'autofiction, ai podcast radiofonici a proposito di crimini e misteri irrisolti — e si sofferma sulle esistenze dei “parenti di”, illuminati di una luce riflessa che non ne dissipa mai a sufficienza le ombre. Purtroppo o per fortuna, quello che succede in Uruguay non resta in Uruguay. Il perturbante arrivo di Omar, infatti, segnerà un prima e un dopo: niente sarà piu lo stesso. Dimenticate, però, le convivenze tossiche dei recenti May December o Saltburn. Lieve, esotico, romanticissimo, Cameron ci culla — e ci cambia — con i calici di rosato, i completi di lino, l'ozioso brusio degli alveari, il profumo soave del glicine in fiore e delle erbe aromatiche. È l'inizio dell'estate. Ci sono le stelle in cielo e, vestiti a festa, ci si attarda a guardarle. Il desiderio espresso? Che ”quella sera dorata” duri in eterno.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Tristezza

martedì 3 ottobre 2023

Recensione: L'ultima cosa bella sulla faccia della terra, di Michael Bible

| L'ultima cosa bella sulla faccia della terra, di Michael Bible. Adelphi, € 16, pp.135 |

Harmony, Carolina, è costruita sulle bugie. All'apparenza placida e accogliente, è una città in cui il sonno della ragione ha generato mostri. Fra omofobia, razzismo e fanatismo religioso, l'armonia non è di casa. A portarne alla luce le contraddizioni è stato il gesto estremo di un giovane: folle, o forse annoiato. Iggy, l'outsider della scuola, ha tentato di darsi fuoco al centro della chiesa. Non ci è riuscito. Ma nell'incendio sono morte venticinque innocenti. Come si sopravvive a una tragedia? Quando scompaiono, sulla pelle e nella memoria, i segni del fuoco? Crudo, lisergico, eppure delicatissimo, il primo romanzo di Michael Bible edito in Italia racconta una storia in punta di penna, perfetta per coloro che sono stati a Holt con Haruf o a Fabbrico con Camurri.

Eravamo innocenti. Convinti di essere speciali. Sbronzi tutti i weekend al centro commerciale. Il mondo era nelle nostre mani. Non ci importava del tempo. L'amore era una cosa scontata. La morte aveva paura di noi. Adesso abbiamo il grigio nella barba. Il cielo è un livido viola.

Scritto magistralmente, accoglie un coro greco di personaggi segnati dal gesto di Iggy. Ci sono gli ex compagni di liceo, ormai adulti, che fanno raffreddare il caffé mentre mettono a confronto i loro ricordi. C'è un timido bibliotecario che stringe amicizia con una donna in fuga da una setta religiosa, e per mezzo di lei trova un po' di fiducia nel genere umano. Ci sono due vecchi innamorati, divorati da una lontana inquietudine, che si ritrovano dove tutto ha avuto inizio. E c'è, soprattutto, il piromane: nella sua cella attende l'iniezione letale e ripensa. Al magnetismo che l'ha spinto prima tra le braccia di Cleo, poi di Paul; alle droghe, ai superalcolici, ai video morbosi; al desiderio perenne di vincere l'insensibilità attraverso il dolore. Sottilmente collegati, i protagonisti invocano la guerra nucleare come i futuristi del primo Novecento. Annichiliti e affamati, preferiscono l'abisso al nulla cosmico. A Harmony, sanno, non succede mai niente. Non resta che l'omicidio, dunque, per scuoterla alle fondamenta?

Sogno per tutto il genere umano un'utopia in cui l'amore è legale e piove champagne.

Qualcuno va via. Qualcuno torna. Qualcuno la ama e la odia contemporaneamente. Sfondo di un amaro giro di vite, si fa emblema di un Sud bello soltanto nelle canzoni folk. Suggestivo ma sfilacciato, troppo esile nell'intreccio, Bible demitizza e denuncia. Ma salva dall'indignazione generale i tramonti rosso sangue, le stelle cadenti, i fiori del corniolo visti attraverso le inferriate. E se perfino la campana in cima alle torre dell'orologio può tornare a suonare come d'incanto, non sembra troppo tardi per sperare. Nei miracoli. Nell'ultima cosa bella sulla faccia della terra.

Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen – I'm on Fire
Il mio voto: ★★★

martedì 16 febbraio 2021

Recensione: Lolita, di Vladimir Nabokov


| Lolita, di Vladimir Nabokov. Adelphi, € 12, pp. 395 | 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Sono passati sessantasei anni da quando Vladimir Nabokov spese queste parole indimenticabili per introdurci la sua protagonista, Dolores Haze, e stupisce constatare come la malia della scandalosa ninfetta continui tutt'ora a illuminare, ardere, far dannare. L'incipit, uno dei più belli di sempre, ci catapulta immediatamente in una storia tossica che non ha bisogno di presentazioni: quella tra Humbert Humbert, accademico di mezza età originario della Costa Azzurra, e l'unica figlia dell'insipida Charlotte, sposata soltanto per bearsi della vicinanza della bambina. Perché Lolita, tredici anni, è questo: una bambina, già consapevole della propria avvenenza, bramata da un predatore sessuale. Il suo stesso patrigno. A dispetto di una tematica che riempe di repulsione – la pedofilia –, il censuratissimo classico dell'autore russo annovera uno stuolo di lettori che ne parlano come del romanzo della vita: cosa lo rende un capolavoro estraneo tanto al tempo quanto alla morale? Attratto dalle mentalità deviate e dagli argomenti scabrosi, ho letto senza formulare giudizi «la confessione di un vedovo di razza bianca»: il diario dettagliato di un'ossessione morbosa che, anziché inquietare, nella prima parte regala sprazzi di impensabile poesia. Il merito spetta a Humbert, il supremo dei narratori inattendibili: con voce musicale e mani da rapace, sceglie parole di miele per svelarci le proprie perversioni. Soave perfino nella turpitudine, irresistibile anche quando osceno, intreccia fantasie pedopornografiche e pensieri omicidi in una tessitura sopraffina di istinti animaleschi, caos e fatalità. Dall'alto di una prima persona tronfia ed egoriferita, Humbert sventola il dito verso una giuria immaginaria. Apostrofa il lettore.

Non siamo dei depravati! Non violentiamo come fanno i bravi soldati. Siamo miti signori infelici, con occhi da cane, sufficientemente ben integrati da saper controllare i nostri impulsi in presenza degli adulti, ma pronti a dare anni e anni di vita per un'unica occasione di toccare una ninfetta. Non siamo, nel modo più categorico, degli assassini. I poeti non uccidono mai.

Tra lunghe digressioni e alibi furbastri, legittimato da una ricca schiera di poeti antichi e criminali, il protagonista sotto accusa costruisce un'orazione ciceroniana dove attraverso gli espedienti retorici più fantasiosi cerca di giustificare ogni scelleratezza. Comunque ben lontani dall'assolverlo, non possiamo non gustarci i suoi guizzi funambolici; un eloquio impreziosito di francesismi e calembour, colto fino a diventare insopportabile; la resa visiva di ambientazioni lussureggianti e lussuriose, d'altri tempi, popolose di creature botticelliane. Se la prima parte sarebbe da imparare a memoria – il capitolo più magistrale, per quanto disturbante, racconta l'inutile veglia di Humbert in attesa che i narcotici agiscano sulla figliastra: medita di violarla nel sonno –, la seconda si trascina fino ad annoiare. Rinunciando a quell'incantevole sentore di sospensione, i protagonisti si dedicano a estenuanti viaggi in macchina che danno al romanzo un'indigesta dimensione on the road. La loro è una fuga dal mondo, dal sospetto altrui, che tuttavia non può tagliare fuori il tempo: continuando a scorrere incessantemente, arrotonda le forme della giovinetta; le aggiunge centimetri in altezza; la rende più ordinaria. Servita e riverita, schiava d'amore o forse perfetta padrona del gioco, Lolita tiranneggia al suon di gelosie e capricci. Bambina fatale, amante dei rotocalchi cinematografici e del tennis, conduce il romanzo verso territori noir e il suo compagno di viaggio in una caccia sincopata, febbricitante, vertiginosa.

La vita è molto breve. Da qui a quella vecchia macchina che conosci così bene ci saranno venti, venticinque passi. È un tragitto brevissimo. Falli, quei venticinque passi. Subito. Immediatamente. Vieni così come sei. E vivremo per sempre felici e contenti.

La mia Lolita – quella che, dall'immaginario collettivo, ricordavo ben prima di fare la sua conoscenza – abita le prime duecento pagine e basta. È una farfalla intrappolata in una cornice, splendida perché cristallizzata, immortalata in tutta l'innocenza dei suoi anni sfacciati. Al posto di trasformarsi in una riflessione sulla fugacità della giovinezza, sull'eternità della poesia, l'epilogo tradisce la compostezza dell'inizio. Privata della sua magia, strappata da un Eden in cui prende languidamente il sole, la protagonista «morta e immortale» viene trascinata in disavventure rocambolesche. Conosce lo squallore dei motel, l'irruenza del sesso, il desiderio di altri malintenzionati, la maturità. Sgualcita, strattonata a destra e a manca, diventa più adulta e perde di poesia. Tradisce Humbert Humbert, secondo me, ma viene a sua volta tradita da Vladimir Nabokov. Non ho apprezzato, in particolare, il salto cronologico degli ultimi capitoli: ambientati a tre anni di distanza dagli eventi narrati, sono un brusco ridestarsi; l'amara consapevolezza che perfino le creature leggendarie, le ninfe, perdano la scintilla. Da questo sogno erotico impossibile, lungo oltre mezzo secolo, sarebbe stato meglio non svegliarsi.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Mystery of Love

giovedì 5 novembre 2020

Recensione: Cose che succedono la notte, di Peter Cameron

| Cose che succedono la notte, di Peter Cameron. Adelphi, € 19, pp. 240 |

L'inizio di questo romanzo dobbiamo sbircialo attraverso un finestrino ricoperto di brina. Dall'altra parte, a bordo di un treno di cui sono gli unici passeggeri, siedono compostamente un uomo e una donna senza nome. Il mezzo di trasporto scorre tra tunnel e foreste, muovendosi senza posa in coni d'ombra che resteranno impenetrabili fino all'ultima pagina. Le temperature sono prossime allo zero. Il paesaggio, fuori, è quello di un imprecisato paese nordico situato sopra il sessantesimo parallelo. Da qualche parte, non troppo distante, si agita un mare ghiacciato. La coppia newyorchese si è spinta fino alla fine del mondo per adottare un bambino, una creaturina paffuta che chiameranno Simon. L'umore, nonostante tutto, non è dei migliori. Sposati da una decina d'anni ma minacciati dalla sterilità, l'uomo e la donna fronteggiano in silenzio un ulteriore dramma: la malattia di lei, giunta al punto di non ritorno. Mentre lui resta lucido, realista ma sempre affettuoso, lei si trincera invece nella rabbia cieca: preferirà confidare nelle magie miracolose dei ciarlatani, anziché nelle inutili premure del compagno.

Ricorda, tutti ci sentiamo così. Viviamo in un'epoca buia, nessuno riesce a trovare la propria strada. Procediamo a tentoni, come i ciechi. Somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile. Noi non siamo migliori. […] Ma ci sono cose peggiori dell'essere ciechi e del procedere al buio, cose molto peggiori.

Amandosi tra alti e bassi, a dispetto dell'incomunicabilità crescente, l'uomo e la donna trascorrono la prima di una lunga serie di notti di neve in un hotel dal nome impronunciabile: una struttura kitsch, tutta moquette a pelo lungo e arabeschi fuori moda, che sembra un incrocio tra la quarta stagione di American Horror Story e una commedia pastello di Wes Anderson. Coloro che affollano il bar e la hall, però, sono proprio usciti da un film esistenzialista del miglior Paolo Sorrentino. Ciarlieri, malinconici e solitari, gli altri ospiti sembrano mossi da un'euforia ingiustificata. Sconvolgono le simmetrie dei dipinti di Hopper e, amichevoli, pronunciano soliloqui teatrali e raccolgono confessioni intime. Mentre l'acquavite scorre a fiumi e le sigarette bruciano fino al filtro, l'uomo e la donna faranno in particolare la conoscenza della deliziosa Livia Pinheiro-Rima – un'anziana artista in là con gli anni, con un passato rocambolesco e una vistosa pelliccia d'orso – e di Henk, un panciuto uomo d'affari pronto a importunare il protagonista con continue avance sessuali. Il pensiero dell'adozione passerà improvvisamente in secondo piano quando la coppia verrà a sapere dell'esistenza di un guaritore, fratello Emmanuel: se esistesse una cura, il protagonista – destinato a diventare vedovo – non avrebbe più bisogno della “toppa” di un neonato? Il mio primo Peter Cameron, iniziato a Halloween, parte da spunti fortemente sinistri.

Non ha niente a che fare con l'amore. La gentilezza – che parola orrenda – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo. È lì che entra in gioco la gentilezza: quando non c'è amore.

La coppia spogliata di un'identità, gli scenari innevati e le stranezze diffuse, accanto alle riflessioni sul disamore e sull'elaborazione dei traumi, mi hanno ricordato moltissimo i fasti di Sto pensandodi finirla qui: l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman dove ogni stranezza si abbinava a un simbolo preciso e il mistero angosciante, nella poesia dell'epilogo, si trasformava a sorpresa in un musical. Forse non il romanzo più adatto per una conoscenza preliminare, soprattutto perché i dubbi del lettore sul reale significato della storia non verranno mai fugati del tutto, Cose che succedono la notte è una lettura atipica e suadente, personale e onirica. Una terapia di coppia raccontata in un eterno dormiveglia, in cui lo stile di Peter Cameron – rassicurante e caldo, con i suoi dettagli vitali, con i suoi dialoghi veritieri – aiuta le pupille ad abituarsi all'assenza di luce. Non tutto torna al proprio posto, anzi: a ben vedere manca un senso manifesto, una morale scritta all'ultimo rigo, ma il viaggio è stranamente confortevole. Me ne sono accorto verso la conclusione, afflitto dalla malinconia che solitamente accompagna la fine delle vacanze: in questo limbo ci avrei messo le tende. Lì dove avrebbe potuto prevalere l'irritazione, infatti, trionfa una curiosità irresistibile nei confronti di una psichedelia alla Becket. Cose che succedono la notte è un'elaborazione dell'inconscio e del quotidiano: più che a un incubo, spesso e volentieri somiglia a un sogno. Di quelli di cui al risveglio - sensazione frustrante ma bella – vorresti correre ad appuntare i dettagli su un foglio volante. Sceso dal letto, purtroppo, non li ricordi più.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Patti Smith – Because the Night

martedì 17 marzo 2020

Recensione: I baffi, di Emmanuel Carrère

 
| I baffi, di Emmanuel Carrère. Adelphi, € 17, pp. 149 |

Un’osservazione su una certa pendenza del naso mai notata in precedenza. Un occhio storto da riallineare chirurgicamente per guardare il mondo alla maniera di tutti gli altri. I personaggi dei capolavori di Luigi Pirandello, maestri di arrovellamenti interiori e riflessioni profonde, scorgevano per la prima volta allo specchio magagne e difetti. E riflettevano sulla percezione di sé, sulla spersonalizzazione dell’uomo moderno, su fughe dalla realtà ora fisiche e ora metaforiche.
Iniziano sempre allo specchio, in bagno, le disavventure del protagonista senza nome del mio primo Carrère: un architetto in crisi – che tanto, tutto deve agli anti-eroi dello scrittore siciliano – alle prese con un cambiamento importante. Il taglio dei baffi. Come reagiranno la fidanzata, gli amici? Gli donerà il pallore sul labbro superiore? A sorpresa, a taglio avvenuto, nessuno sembra però accorgersi del nuovo look. Anzi, instillano nel protagonista un dubbio divorante: i baffi li ha mai portati? Da uno spunto curiosissimo prende avvio questo strano thriller dell’anima. Una lettura grottesca, sfuggente, che all’inizio affascina e poi lascia interdetti, man mano che i risvolti si fanno inquietanti. Il protagonista diventa sospettoso, aggressivo, delirante: al centro di una fantomatica cospirazione, punta il dito contro la compagna – una donna intrigante e spiritosa, amante degli scherzi di dubbio gusto – e i colleghi. È tutta una macchinazione di Agnés? È pazza? O forse il pazzo è lui, che fruga nell’immondizia, interroga i passanti, non ricorda né le vacanze né la foto sulla carta di identità? Con i comprimari che negano strenuamente la presenza dei vecchi baffi, dunque il suo passato, l’uomo – con cinquanta franchi in tasca e il passaporto arrabattato all’ultimo – punta a vivere una seconda vita come un epigono dell’indimenticabile Mattia Pascal.

Non era pazzo. Solo che nell’ordine del mondo si era verificato un guasto, insieme abominevole e discreto, che era sfuggito all’attenzione di tutti tranne che alla sua, e questo lo metteva nella posizione dell’unico testimone di un crimine, che in quanto tale va abbattuto.
Forse allegoria di una mente che si smarrisce, forse riflessione amareggiata su una convivenza amorosa che annulla l’individuo a favore della coppia, questo romanzo è un lungo forse. Ammetto di non averlo capito fino in fondo. In coscienza, ho chiesto aiuto anche alla trasposizione cinematografica diretta dallo stesso autore e arrivata in Italia con il titolo L’amore sospetto nel 2005: fedelissimo e altrettanto manierato, altrettanto algido, il film brilla per il fascino spiegazzato dell’attore Vincent Lindon e per la vorticosa colonna sonora di Philip Glass, ma si perde comunque nelle svolte rocambolesche della seconda metà. Tanto sullo schermo quanto sulle pagine, infatti, si ha la stessa sensazione: lo spunto si sarebbe prestato meglio a un racconto breve, a un cortometraggio. 
Per le donne sarà accaduto con un taglio di capelli troppo scalato. Per gli uomini con uno sgarbo del barbiere, magari un giovincello con la mano pesante. Un taglio netto, uno sfregio che scontenta e stravolge così il volto e l’autostima. Personalmente sono in guerra con i rasoi elettrici che si inceppano, fanno le bizze, strappano più del dovuto. Un po’ di peluria in viso, inutile negarlo, fa tantissimo. È un trucco per nascondere il mio naso grande, le mie labbra sottili, i miei zigomi sporgenti; un vezzo diffuso per illudersi di essere più affascinanti o semplicemente più adulti. Calcare la mano durante la rasatura non sarà più lo stesso, dopo Carrère: un incubo senz’altro interessante, ma vittima a malincuore della propria vanità. Non aspettavi spiegazioni o risoluzioni consolatorie. Né il romanzo né il film, molto lenti, costituiscono il classico intrattenimento sul filo del rasoio. Tocca soltanto abbandonarsi a questa escalation di violenza, lasciarsi stringere e soffocare dalle spire di una piccola vicenda delirante. Personalmente, in un momento storicamente sbagliato, ho opposto resistenza. Come all’idea di rivedermi allo specchio senza barba né baffi, dopo il trauma insuperato di qualche rasatura fa.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Edith Piaf – Milord

giovedì 12 marzo 2020

Recensione: La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer

La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer. Adelphi, € 10, pp. 224 |

Gli anni Cinquanta sono gli stessi dello splendido Lontano dal paradiso, a sua volta ispirato ai melodrammi del regista Douglas Sirk. Gonne a campana, scarpe Oxford, capelli impomatati e foulard annodati sotto il mento. Una schiera di villette tutte identiche, tutte perfette, con i rampicanti sulla facciata e l’oceano al di là del vialetto. In un quartiere residenziale da depliant, il Sunset, la coppia composta da Holland e Pearlie si oppone ai dispiaceri più grandi – la poliomelite contratta dal figlio, le notizie della guerra in Corea, i commenti maliziosi di parenti e vicini – concedendosi la carezza di un dessert dopo cena. Se il marito incarna le migliori virtù americane, bellissimo e cordiale, la moglie sembrerebbe al contrario mite e servizievole: custode silenziosa dei meccanismi familiari, in realtà, Pearlie si è assunta le responsabilità maggiori. Accettare Holland con i suoi misteri, con i suoi silenzi, con il suo cuore mal funzionante; difenderlo dalle preoccupazioni – gli schiamazzi, le tragedie internazionali – scegliendo il cane più ubbidiente della cucciolata e tagliando via dal quotidiano le pagine dedicate alla cronaca nera. Lo ha conosciuto in Kentucky, prima della Seconda guerra mondiale, e lo ha ritrovato su una spiaggia della California alla fine del conflitto. Ha promesso alle zie che si sarebbe presa cura di lui, che lo avrebbe tenuto d’occhio. Anime gemelle, pensate, sono nati ad appena un giorno di distanza. Come continuare a portare felicemente una maschera se l’arrivo di uno sconosciuto alla porta rompe gli equilibri? Buzz ha occhi scintillanti e indagatori, un passato da obiettore di coscienza e un appartamento da scapolo di cui si dichiara stanco. A capo di una fabbrica di corsetti, conosce a menadito i segreti del mondo femminile. Dunque anche quelli di Pearlie?

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardando mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena.
Ora amici e ora nemici, in un poligono sentimentale dai risvolti imprevedibili, i protagonisti balleranno un tango della gelosia fatto di passioni, sgambetti, tiri mancini. Giunto per la prima volta alla mia attenzione grazie all’omonimia con il film di Noah Baumbach, La storia di un matrimonio è un dipinto di Edward Hopper che prende finalmente vita. Un ritratto struggente ma incantevole su anni insidiosi. Dietro la patina dorata, regnavano il perbenismo e il sospetto, l’intolleranza e la discriminazione: non c’era spazio per gli invisibili, per i medi, per gli ordinari. L’autore, allora, sceglie di ricordarli qui. Con una testimonianza che al lettore ricorderà un’abitudine dei soldati in partenza: firmavano una banconota da un dollaro per continuare a circolare; per lasciare un segno nel mondo. Con bravura impressionante Andrew Sean Greer racconta le esercitazioni antiaeree, le cacce alle streghe e ai comunisti, il conflitto dalla prospettiva dei vili che non l’hanno combattuto. Nati in una brutta epoca, i suoi personaggi si adeguano con rimedi estremi all’atmosfera tesissima del circondario.

Da quella sera sarei stata come una forestiera venuta da un paese lontano, dove non è mai stato nessuno e di cui nessuno ha mai sentito parlare. Un'immigrata di una terra scomparsa: la mia gioventù.

Dal momento che in guerra e in amore ogni mezzo è lecito, quanto ci vorrà affinché la crocerossina senza macchia cominci a pensare alla maniera dei reazionari, ad abbracciare il cambiamento, a rifiutare l’osservanza delle convenzioni sociali? Su un fondale teatrale composto da salotto e corridoio, specchio insieme di una nazione e di una relazione, si mescolano i pudori e i fervori, l’eccezionale e l’ordinario di una partitura di rara eleganza. Esercizio stilistico, dirà pure qualcuno, davanti a uno stile d’altri tempi che sembra proprio risalire all’epoca dei classici del genere noir – l’autore, contemporaneo, sta per compiere cinquant’anni. Ma fra le pagine si respira a ben vedere commozione vera, una suspance palpabile. La storia di un matrimonio è una perla che invito a scoprire o riscoprire, saltata fuori dai sogni degli esteti di ogni dove. L’erba del vicino è sempre più verde. Ma nel buio oltre la siepe dei Cook, lo stesso del capolavoro di Harper Lee, si nascondono intrighi agrodolci e malefatte un po’ crudeli. Il tutto, messo in scena nei toni del bianco e nero, in un eterno contrasto che rende raggianti le zone di luce e spaventosi i coni d’ombra.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – La canzone dei vecchi amanti

lunedì 4 novembre 2019

Recensione: La camera azzurra, di Georges Simenon

| La camera azzurra, di Georges Simenon. Adelphi, € 11, pp. 153 |

Si incontrano ogni giovedì. Il segnale per dirsi disponibili è un asciugamano lasciato volutamente a sventolare sul davanzale. Il luogo che ospita i loro appuntamenti sensuali e truffaldini, la camera numero tre dell’Hotel des Voyageurs. Sullo sfondo, intanto, sonnecchia pigra ma tutt’altro che indifferente la città costiera di Saint-Justin, distante anni luce dallo sfarzo metropolitano di Parigi. Gli amanti clandestini si chiamano Tony e Andrée.
Lui, sciupafemmine di origini italiane non nuovo all’adulterio, ha a casa una bambina curiosa e una moglie dimessa di nome Gisèle. Lei, moglie insoddisfatta del cagionevole garzone Nicolas, è una ex compagna di scuola da sempre infatuata dell’uomo: galeotto un guasto all’automobile, scoppia una passione bruciante all’inseguimento del tempo perduto. Gli amplessi sono famelici, orgasmi senza precauzioni – e strascichi?
I loro incontri, otto in totale, sono spalmati in undici mesi d’amore. Ma se l’inebriato Tony si dà a promesse da poco, dettate soprattutto dall’eccitamento momentaneo, Andrée al contrario ci spera: parla di un futuro insieme. Se uno dei due fosse ufficialmente libero, domanda all’amante, cosa farebbe l’altra persona? Lo seguirebbe, lo asseconderebbe: vorrebbe amarlo alla luce del sole? Le pressioni di lei alimentano le paranoie ossessive di lui; le lettere sentimentali, mandate in forma anonima, vengono scambiate per minacce davanti all'arrivo di un mistero. Se in un romanzo breve di Georges Simenon, anima del commissario Maigret, le angosciose preoccupazioni del protagonista appariranno infatti assolutamente legittime.

Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra. O piuttosto si trattava di una realtà diversa, impossibile da comprendere altrove.

A volte spettatore passivo, altre manipolatore inafferrabile, Tony è sottoposto a interrogatori ininterrotti inframmezzati dai flashback della tresca. Inequivocabilmente, c’è un cadavere di cui domandare spiegazioni. Ma difficile dire chi sia il morto, se non a un passo dalla fine, o anticipare  le contraddizioni dei protagonisti sotto indagine. Una cosa è certa: l’adulterio non è la sola macchia sulla coscienza dell’italiano. Benché raccontato in terza persona, La camera azzurra sembra avere la voce stessa del coro degli accusatori. Al contrario di quella compagna ignara per quieto vivere, in provincia tutti sapevano delle lenzuola sgualcite dopo le visite all’hotel.
La struttura è originalissima, i gesti dei personaggi restano ambigui anche nella chiusa a effetto, frasi e immagini tormentano il lettore come un sinistro refrain. La carica erotica che sprigionano le pagine – i dialoghi scabrosi, gli umori corporei messi al vaglio – appare insolita per gli anni Sessanta. Il mio primo Simenon, acquistato sovrappensiero all’edicola della stazione, si è lasciato divorare in un pomeriggio. E affascina ancora per la modernità dell’orchestrazione, per le malie di una femme fatale nell’ombra e per lo spaccato veritiero di una routine matrimoniale che ha bisogno di una scintilla estranea per sopravvivere oppure bruciare. Dal mistero, però, mi aspettavo qualche lato oscuro più accentuato; spire avvolgenti in cui perdermi fino all’asfissia.

Era vero. In quel momento tutto era vero, perché viveva ogni cosa così come veniva, senza chiedersi niente, senza cercare di capire, senza neppure sospettare che un giorno ci sarebbe stato qualcosa da capire.

Il parziale apprezzamento del classico del noir deve fare i conti con la mia famigerata incapacità di astrarre. Se razionalmente so che la penna di Georges Simenon è giunta ben prima di The Affair, Attrazione Fatale e L’amore infedele a scandagliare le pieghe pericolose delle relazioni extraconiugali, passando alla pratica è stato invece difficile godersi appieno la storia avendo già fatto la conoscenza di film e romanzi che ne hanno saccheggiato le idee, le intenzioni, gli spunti. Il rischio: far perdere alla lettura parte della sua carica eversiva, con una vicenda rivista spessissimo in tempi recenti attraverso ammodernamenti, semplificazioni, riscritture non dichiarate.
Resta uno spirito che fa tutt’oggi la differenza. Il desiderio di non farne una semplice indagine, mettendo al centro – del tavolo autoptico, del letto – non l’intreccio arzigogolato bensì i personaggi nudi e crudi. Uomini e donne sfaccettati, pieni di secondi fini e doppiezze, che preoccupano e divertono da morire. Mi ha ingannato la fama dell’autore. Se il giallo mi è parso meno abbagliante del previsto, ho preferito allora lasciarmi ipnotizzare dall’azzurro di una camera da letto in cui si è fedeli soltanto agli istinti animali e alla stricnina.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli - Il cielo in una stanza

venerdì 5 aprile 2019

Recensione: Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà

| Benevolenza cosmica, di Fabio Bacà. Adelphi, € 18, pp. 225 |

Ci sono persone baciate dalla fortuna. Quelle che trovano un posto a sedere nella metropolitana affollata, hanno quotazioni in borsa costantemente in crescita e sul sedile posteriore di un taxi, per un motivo o per un altro, non pagano la corsa grazie a guidatori stranamente munifici. L'esordiente Fabio Bacà e il suo irresistibile protagonista, Kurt O'Reilly, appartengono alla sparuta categoria di coloro con il vento sempre in poppa. Quando capita a un insegnante di ginnastica dolce, vissuto fra Marche e Abruzzo, di debuttare nel mondo editoriale con l'elitaria Adelphi? Quante possibilità ci sono che alla voce narrante della sua storia, in ordine sparso, diagnostichino un tumore rarissimo ma benigno; gli sveli le proprie grazie una pornodiva distesa sul lettino dell'amico tatuatore; per il rotto della cuffia lo salvino da una serie di improbabili rapine sventate poi a suon di pugni? Dal momento che le risposte oscillano dal raramente al mai, sarebbe cosa imperdonabile perdersi Benevolenza cosmica. Non fate come il sottoscritto: l'ho voluto leggere tantissimo e, quando l'ho trovato nella cassetta della posta, ne ho avuto all'improvviso timore. Sarà che i titoli dell'editore milanese ispirano insieme serietà e reverenza. Sarà che il surreale lo apprezzo, ma in piccole dosi e nei momenti propizi: spesso può disorientarmi fino a disinteressarmi, infatti, e i paragoni con Vonnegut e De Lillo avranno senz'altro lusingato il simpaticissimo Bacà ma scoraggiato, d'altra parte, un po' me. Che questi grandi nomi, al momento, li conosco soltanto per sentito dire. Che dell'uno custodisco citazioni sparse e dell'altro i pigri ricordi della versione cinematografica di Cosmopolis. Chiedo scusa, perciò, se qualche strizzata d'occhio a terzi mi è sfuggita. Se mi sono lasciato incantare e ingannare dal potere delle eccezioni alla regola: esordienti, si diceva per l'appunto, che hanno la benevolenza di un marchio per pochi eletti. Niente al mondo, una volta iniziatolo, mi ha comunque impedito di godermi le particolarità stilistiche e strutturali di una commedia ad ampio respiro, perfino più spassosa e scorrevole del previsto.

Credevo di non dover ricorrere alle stesse affannose consolazioni cui attingono gli altri esseri umani mentre annaspano in un tratto impetuoso dell'esistenza, ma a quanto pare sbagliavo. Ci sono cose per le quali non pretendere una spiegazione è impensabile. E io non avevo mai avuto più bisogno di un parere illuminato in tutta la mia vita.

Comprenderà bene il mio punto di vista il nostro Kurt: trentenne di successo – la giacca sulla spalla, i mocassini scamosciati ai piedi, lo sguardo cinico e indifferente dell'uomo che non deve chiedere mai: quattro sedute settimanali di palestra, un totale di ottantuno bocche baciate –, con una fidata segretaria che bada ai minimi dettagli e una nutrita schiera di conoscenti che lo sollevano puntualmente dalle incombenze grandi e piccole. Se come lui sei un esperto di statistica per un ente governativo, quanto ci vorrà per notare la presenza sfacciata della buona sorte? Ha vissuto infatti abbastanza colpi di fortuna da appuntarli uno a uno su un taccuino fittissimo. E da insospettirsi. Felicemente sposato con la scrittrice Liz, benché vivano in due appartamenti separati all'interno dello stesso condominio, il protagonista è un uomo fedele e, come tutti, felice a volte.
Certo, gli danno da pensare gli attentati random in una Londra sospesa nel futuro. Certo, ci sono problemi anche in paradiso: i suoi genitori, un insegnante di filosofia e un'orticultrice italiana, non sanno capacitarsi della morte del figlio minore nel corso di un assurdo incidente aereo. Ma come spiegarsi eventi e gesti capaci di sovvertire intere statistiche, senza scomodare concetti quali karma e destino? Ci si affida a consiglieri, psicologi, cartomanti. Ci si muove a passo veloce in una metropoli inquadrata qui fra scienza e magia, domandandosi a quale di quei nove milioni di abitanti stiamo sottraendo una dose di fortuna. Come fare per pareggiare i conti, per rendersi utili?

Non voglio vivere una vita in cui mi sia proibito di accedere alle sensazioni limbiche di timore, angoscia, senso d'ignoto, vuoto, viltà, invidia, disprezzo, rancore e attrazione per il lato sbagliato delle cose: sensazioni a cui dovrebbe accedere ogni essere umano, se vuole ancora considerarsi tale. E io non voglio essere qualcosa di diverso da un uomo. Non voglio svegliarmi ogni mattina con un sorriso idiota in faccia al pensiero di tutte le cose belle che accadranno, avendo la certezza che accadano. Non voglio la certezza, intendo: la speranza è già sufficiente.  

Bacà si ingegna. Spegne il cellulare, guarda meglio e più da vicino il prossimo suo. Banalmente ma non troppo, vive ogni gioia come fosse l'ultima. L'assunto di base, lamentarsi di un fato generoso, risulta strampalato soltanto in teoria. Lo leggiamo spesso nelle vignette di Charlie Brown: si è impreparati a una felicità esagerata, perché in fondo spaventa. Perdere la paura, il gusto per il rischio, il senso del pericolo significherebbe rinunciare anche alla nostra umanità; all'emozione di vivere di pure speranze, anziché di certezze granitiche. Benevolenza cosmica, romanzo illuminato più che semplicemente brillante, è una deliziosa parabola con le armonie del rock progressista e una chiusa dolcissima. Non fatevi domande. Non ponetevi limiti. Bevetelo d'un fiato, perché la sua copertina giallo limone fa subito primavera e la leggerezza che predica, in definitiva, concilia il buonumore. L'universo segue leggi misteriose: tutto è possibile. Anche che la fortuna prima ti scelga, poi ti volti le spalle, lasciandoti infine a raccogliere i cocci, i sorrisi e i baci a fior di pelle della più indimenticabile delle giornate da dimenticare.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Centro di gravità permanente

venerdì 1 marzo 2019

Recensioni a basso costo: La vegetariana, di Han Kang

| La vegetariana, di Han Kang. Adelphi – La biblioteca del mondo, € 9,90, pp. 168 |

La scelta del vegetarianesimo: perché? Domanda d'obbligo, a tavola, quando un commensale rifiuta con un po' di imbarazzo le portate principali e alla cuoca domanda porzioni più generose di contorno. La curiosità è tanta, e fra una forchettata e l'altra si parte con una trafila di interrogativi di rito – la classica lista di alimenti da confermare o smentire, la messa al vaglio dei motivi etici alla base della nuova dieta –, pretendendo di sapere se si tratti di animalismo militante, intolleranze o allergie, astensioni severe per gli amanti del fitness. Cosa comporta, tuttavia, astenersi dai piaceri e dagli obblighi della carne nell'odierna Seul, dove quel rifiuto condotto allo stremo potrebbe essere la metafora difficile da decifrare di un malessere radicato più a fondo? La vegetariana, romanzo tanto premiato quanto controverso, racconta con una prosa chirurgica e una struttura pressoché implacabile l'ascetismo di Yeong-hye: moglie alto-borghese in una metropoli della Corea del Sud, che gradualmente passa dal rifiuto dei ravioli al vapore all'alimentarsi con un sondino nel naso; dal vegetarianesimo al totale digiuno. Con tutto quello che la sua scelta provocatoria comporta, in una famiglia, in una società a sorpresa non troppo lontana, dove la convivialità e la sottomissione sono imprescindibili. A suggerire alla protagonista il nuovo stile di vita è un incubo splatter, di sangue e assassini senza volto; una suggestione talmente forte da mandare a monte cinque anni di matrimonio, la buona educazione, qualsiasi raziocinio. Yeong-hye ambisce all'essenziale e alla purezza, a uno stato febbricitante simile all'estasi, ma a raccontare questa sua dieta di acqua e sole, il desiderio folle di trasformarsi in pianta, non sarà mai la diretta interessata in prima persona. Resterà, al contrario, un mistero fino alla fine.

Aveva scambiato il pavimento di cemento dell'ospedale per la soffice terra dei boschi? Il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia si spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida a sostenere quella duplice crescita? Mentre i raggi del sole le bagnavano il corpo, l'acqua che impregnava il suolo era stata assorbita dalle sue cellule, per poi farle sbocciare dei fiori tra le gambe?

Meglio non aspettarsi parafrasi e risoluzioni neanche dai personaggi che ruotano intorno alle prese di posizioni radicali e ai gesti scellerati della scioperante. Il primo capitolo è dedicato al punto di vista del marito, uomo d'affari piccolo e prevaricatore con una scarsissima stima verso la consorte – un'ottima cuoca, un corpo caldo da ghermire a letto con le stesse modalità dello stupro – e la tentazione infantile di lamentarsi con i suoceri di quella secondogenita che li disonora impunemente, astenendosi con l'imperturbabilità di una martire dai doveri coniugali: il sesso va preteso con le cattive, allora, e i pranzi diventano una barbara costrizione. Il secondo, invece, segue le fantasie erotiche del cognato di Yeong-hye, un artista all'avanguardia attratto dalla magrezza esagerata della parente acquisita e dalla persistenza di una macchia mongolica proprio sulla curva delle natiche, che fanno di lei prima un sogno proibito e poi un'istallazione artistica vivente: l'uomo vuole che posi per lui nuda e sfacciata, che si lasci dipingere il corpo di fiori bellissimi, magari in previsione di un amplesso futuro da immaginare pittorico e surreale. L'ultima parte, ambientata a tre anni di distanza dall'inizio della narrazione, ha la voce della sorella maggiore della digiunante: moglie tradita, ma mamma e professionista appagata, che si spinge in una struttura nel cuore della foresta sferzata di pioggia per portare frutta e dolci a una Yeong-hye arrivata a pesare trenta chili appena.

La sua calma accettazione di tutte quelle cose gliela faceva apparire come qualcosa di sacro. Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non si poteva definire una “persona”, ma non era nemmeno esattamente una creatura selvaggia – più un essere misterioso che possedeva le qualità di entrambe.

Lì, in un colloquio a senso unico, affiorano ricordi, sensi di colpa, pensieri suicidi mai confessati: la rabbia verso un corpo senza spigoli, trasformato eppure da alcuni in oggetto del desiderio; la frustrazione per non aver compreso i conflitti interiori della propria sorella, in balia per tutta la vita degli uomini sbagliati. A ben vedere In-Hye non è forse la copia carbone dell'altra, ma con un modo diverso di (non) opporsi? 
La vegetariana mi ha catturato sin dall'inizio, come accade quando mi cimento con letture che mettono alla prova in quanto morbose, destabilizzanti, piene di stranezze e perversioni. Paragonabile in parte alle visioni di Hungry Hearts Annientamento, il romanzo di Han Kang viaggia per il resto nell'assurdo, nel mai letto, attraverso un intrigo affascinante e respingente dove parlare del ruolo dei sessi – e del cibo – oggi. La ricerca delle purezza confina con il sentiero dell'annullamento. E una punizione all'apparenza gratuita e autoinflitta, per quanto poco condivisibile ci appaia, in realtà è l'unica scelta fatta deliberatamente da una moglie confinata in un angolo, nell'ombra: spogliata, usata e gettata via; pilotata in riunioni familiari che ne evidenziano l'alterità irreversibile; imboccata con le mani, con la forza, da amanti repressi e spregevoli padri padroni.

Perché, è così terribile morire?

La vegetariana è una forma di ribellione, una fuga. Il ritorno simbolico alla Terra, al fango a cui apparteniamo, per affidarsi finalmente a un'entità femminile che soverchia tutti e tutto: patriarcato compreso. Una natura naturans, accogliente e inquietantissima, che negli incubi ti promette di abbracciarti fino a diventar parte di un intrico incantevole di spine e fiori di carne. La prosa della Kang stilla linfa e fluidi vitali, la sua denuncia fattasi fiaba grottesca mette radici nei pensieri e nelle consapevolezze, e in preda a un'estasi pagana fioriscono intanto i corpi femminili e le rivoluzioni silenziose. 
Contro l'inedia sentimentale. Contro una fame vorace che ti spinge a impuntarti, ad affrancarti, attraverso la trasformazione in albero. Proprio come accaduto alla Dafne del mito, sfuggita così alle mani bramose del dio Apollo. Proprio come una figliol prodiga che torna infine a mutarsi in radice, foglia e bocciolo, nella stretta solidale di Madre Natura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baustelle – La canzone del parco