venerdì 12 dicembre 2025
Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian
venerdì 24 novembre 2023
Ritorni d'autore: Babylon | Oppenheimer | Coup de Chance | The Killer | Monster
Due innamorati ballavano romanticamente e si interrogavano, speranzosi, su come conciliare sentimenti e carriera. Questa volta ci sono elefanti in pista da ballo, umori corporei, feticismi. Come si è passati dal musical al baccanale, dal sogno al delirio? Caustico, volgare e disincantato, il film tradisce la fiaba per raccontare l'evoluzione della settima arte. E la progressiva degenerazione del mondo che c'è dietro. Si passa dal muto al sonoro, dai divi alle meteore, dal western alla commedia: il tutto per accontentare un pubblico che in fretta si annoia e dimentica. Babylon ha anticipato lo sciopero degli sceneggiatori. Ha irritato Hollywood e infastidito gli spettatori, entrambi artefici del meccanismo perverso che fagocita i protagonisti. Il pubblico deve essere intrattenuto. Chi non sa reinventarsi è spacciato. Pitt è sul viale del tramonto, come l'amica Swanson; Robbie prende lezioni di etichetta, ma il richiamo del lato selvaggio è forte; Calva rischia di essere risucchiato dal caos della festa che si limitava a contemplare. Questo Chazelle è coreografico come Luhrmann; folleggia come Tarantino. Maneggia serpenti, ammazza comparse, divora topi. Provoca e denuncia, in un'opera esilarante ed esaltante, pornografica e candida. Mi rincresce averlo perso al cinema. Sarebbe stato un onore piangere insieme al protagonista, nel finale, e guardare attraverso i suoi occhi schegge di Gene Kelly, di angeli e fantasmi. (10)
mercoledì 30 settembre 2020
Recensione: Proprio come te, di Nick Hornby

| Proprio come te, di Nick Hornby. Guanda, € 18, pp. 368 |
Lei è Lucy, quarantadue anni, insegnante reduce da un divorzio burrascoso: bianca. Lui è Joseph, ventidue anni, babysitter, allenatore di calcio, aspirante deejay: nero. Loro si conoscono un sabato al bancone della macelleria presso cui il giovane lavora nel weekend. Entrambi abituati a sentirsi inadeguati, si piacciono all’istante ma è vietato flirtare durante le contrattazioni: a Lucy, per di più, serve proprio un babysitter per i suoi figli. Insomma: di mezzo c’è un rapporto di lavoro, e c’è che vent’anni di differenza e una diversa estrazione sociale sono troppo da superare. Ma lo so cosa state pensando: è una commedia romantica! I contrasti e le barriere sono soltanto piccoli ostacoli sulla via che conduce al lieto fine. L’ho creduto anch’io davanti a una lettura che mi figuravo simpatica, leggera, spensierata. E a lungo Proprio come te è esattamente questo: la storia di un inatteso colpo di cuore che si fa leggere con un sorrisone che va da guancia a guancia. Il merito spetta alla verve comica di Nick Hornby. Amato e seguitissimo tra cinema e televisione, era in lista da anni ma questo è il primo romanzo dei suoi che riesco a leggere. Nonostante l’intreccio elementare, posso dirmi comunque sorpreso. Perché, com’è noto ai più, Hornby è forse l’artefice di alcuni dei dialoghi più brillanti su piazza – ho pensato a Woody Allen e Amy Sherman-Palladino – e i suoi protagonisti son indagati sin nelle pieghe più intime.
È questo il punto. Basta essere legato a qualcuno, e sei nei guai.
L’inizio della relazione tra Lucy e Joseph è tanto naturale quanto adorabile. Si scambiano SMS dalla punteggiatura perfetta, e la punteggiatura è sexy; si danno alle maratone dei Soprano sul divano; sgattaiolano al piano superiore per fare sesso a ogni occasione buona. In segreto giocano alla famiglia felice. Ma come se la cava una coppia improbabile alle prese con la vita nera? Quali film andare a vedere al cinema, se il gap generazionale è grande? Cosa dire agli amici e alle famiglie? Come guardare al futuro, se l’orologio biologico di lei ha le ore contate? Nick Horny, nella seconda parte, lascia spazio a quello su cui i film preferiscono glissare: le fragilità, i dubbi, le paure. Le cene in pubblico, ad esempio, infondono un’orribile ansia da prestazione. Lucy reagisce con l’entusiasmo di una mamma chioccia davanti ai successi musicali del partner. Joseph sbadiglia come un adolescente annoiato a teatro. Sulla scia dei loro ripensamenti, la narrazione si appesantisce più del previsto. E la commedia romantica degli inizi perde il brio del primo incontro e trova l’amara verità. Diventa qualcosa di più. Le situazioni alla Indovina a cena, così, cedono il passo alle zone grigie già popolate dagli amati-odiati protagonisti di Persone normali.
E proprio per questo Lucy era speciale: lei lo tirava dentro il presente. […] E forse in questo non c’era futuro, ma c’era il presente, e proprio in questo consiste la vita.
Gli amori non richiedono forse una fatica immane? Nella vita di coppia contano più le affinità o le differenze? Circondati da una galleria di secondari esilaranti, sullo sfondo di una giungla urbana nevrotica e multirazziale, gli innamorati devono lasciare la confortante parentesi in cui si sono rifugiati per il debutto ufficiale in società. Si imbatteranno nelle opinioni sgradite di chi mette al vaglio la felicità altrui. Conosceranno in prima persona il pregiudizio dei quartieri bene: se un ragazzo di colore bazzica sotto casa, purtroppo, i vicini saranno ben pronti ad allertare la polizia. Per di più, corre l’anno 2016: gli inglesi sono in fermento per il referendum, mentre dagli Stati Uniti si allunga già l’ombra sinistra di Donald Trump. La scelta – Leave o Remain – inevitabilmente diventerà anche la metafora del destino dei due. Se il lieto fine è in dubbio, nell’impossibilità di imparare ad amarsi un giorno alla volta, ci si può forse astenere dal voto?
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye
sabato 7 dicembre 2019
Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia
Qualche
giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che
c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e
qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led,
inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come
andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre
scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria
obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti
alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni
trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della
mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro
anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e
sembra una vita fa. Mentre cercavo di
non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle
mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato
a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa
amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra
Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente
devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno
avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare
la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi
conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non
averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti
esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa
di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio
restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un
decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere
prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los
Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in
collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove?
Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci
si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle
belve: una sorte che non risparmia nessuno.
Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove
parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora
quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine
il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in
una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi
sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati,
ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse
più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle
parole pesanti. Anche quando tutto è finito si
trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical
al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona
amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una
scarpa sciolta. Come permettere che un nostro
caro inciampi? Non si può. E così io mi
preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il
padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato.
(8,5)
Dopo
il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo
dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina
e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello
skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti
galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da
un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una
sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista
ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In
forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto
giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi
doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea
con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può
contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al
passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i
protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet,
elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il
giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning,
attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di
bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai
biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a
scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno
sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di
famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La
pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore
del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la
ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante
come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi
trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello
e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una
visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una
salvezza dal solito cinismo. (7,5)
Non
avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato
piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo.
Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito
evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi
dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo
particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi
peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie
che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo
stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a
piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo
film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da
un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della
recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per
brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista
part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot
Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la
splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima,
Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in
una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie
sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però:
dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino,
Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una
Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori,
caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto
temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in
Italia, l’intromissione di un’orribile voce
narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui
messa in ridicolo e affrontata in un trip inutilmente
sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a
confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino
usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per
riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato,
dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)
Altro
film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale
e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo
dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski,
il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando
a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a
scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere
l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne
il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto
scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione
davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un
irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean
Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu
Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare,
per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma
schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva.
Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca
enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a
una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus.
Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a
lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale
ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola
deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore.
L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di
uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in
tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà?
Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si
dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora
attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri
bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di
trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6) martedì 27 novembre 2018
I ♥ Telefilm: Homecoming | Crisis in Six Scenes
Le
geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di
Dolan, il Soderbergh che filmava la claustrofobia con l'iPhone. Sam
Esmail, quarant'anni e una carriera tutta in discesa dopo il successo
di Mr. Robot, è andato a scuola dai migliori. Primo della
classe, nonostante le scarse attrattive di una storia lisergica di
hacker e complotti che al suo esordio non mi aveva
conquistato, torna a ipnotizzare dall'alto di una regia bellissima.
La sua macchina da presa sfida la paura delle vertigini: un tutt'uno
perfetto con l'eleganza del vetro e dell'acciaio, il verticalismo
hitchcockiano delle scale a chiocciola, una colonna sonora che spazia
dalle arie di Handel ai rimbombi stridenti dei noir vecchio stile. E
nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si
può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza
sentimento; rétro eppure modernissimo. Un addetto all'ufficio
reclami, ossessionato dalla verità, s'improvvisa investigatore: cosa nasconde una compagnia che
cura i veterani dal disturbo post-traumatico? Diciotto
pazienti, sei settimane per reintegrarsi; lavori di gruppo, giochi di
ruolo, scherzi e confidenze, in una mensa dove il martedì servono gnocchi a pranzo. Qualcuno vorrebbe andare
oltre, qualcun altro addita intrighi dappertutto. Potrebbe saperne di più l'ex
consulente Julia Roberts, che matura – anagraficamente e
artisticamente – senza tradirsi mai, donando il suo sorriso e tanta femminilità a un personaggio che all'inizio appare
intransigente e distaccato. Non più psicologa, ma cameriera in una
sudicia bettola, ha un nuova routine, un nuovo domicilio – vive con
una mamma d'eccezione, Sissy Spacek – e misteriosi buchi nella
memoria. Cosa l'ha spinta a quell'inspiegabile retrocessione
professionale? Il presente asfittico è in 1:1, mentre il passato in 16:9. E nel passato si annidano le chiamate di uno spietato Bobby
Cannavale, Mefistofele che scoraggia (e ispira) riflessioni etiche ed
esami di coscienza; la complicità con Stephan James, che forse esula dalla
relazione medico-paziente e insospettisce qualcuno ai piani alti.
Semplice ma reazionario nel suo piccolo, Homecoming ha episodi
che si aggirano intorno ai trenta minuti di durata – di solito,
priorità delle comedy – e una chiusa poetica in stile Comet.
Se l'ottava puntata è una doppia corsa a cui riescono a stare
meravigliosamente dietro un montaggio e una scrittura senza
segni d'affanno, nona e decima si prendono tutta la calma del mondo in vista dell'epilogo pacato e un po' magico dei film
indie. Ecco le chiacchiere in una tavola calda, il
sorriso commosso davanti a una posata fuori posto, i dubbi dopo i
titoli di coda con la promettente Hong Chau. Homecoming si
accalora, si colora, si amplia e, in campo neutrale, si apre
finalmente all'emozione. Come una gita in macchina dalla Florida alla
California, da The Manchurian Candidate a Eternal Sunshine
of the Spotless Mind, che apre gli occhi sui pro e i contro di
una società alla Black Mirror mentre invoglia a
sognare un po'. (8)
Prendete
una coppia in là con gli anni, ebrea e conservatrice: lui, pubblicitario e scrittore, riposta l'ambizione di diventare il nuovo Salinger, confessa al
barbiere l'idea di sceneggiare una serie televisiva; lei,
un po' Diane Keaton e un po' Allison Janney, è invece una consulente
matrimoniale che si barcamena fra coniugi in crisi e borghesi
annoiati. Fuori impazzano gli anni Settanta: le manifestazioni
giovanili, il rock, la ferita del Vietnam. Possono forse
sentirsi protetti dal divenire storico se nemmeno la loro casetta è
a prova di invasore? Qualcuno irrompe
nella loro routine senza annunciarsi né chiedere il permesso. È una
Miley Cyrus che a sorpresa regge benissimo i dialoghi fiume e i tempi
comici di un cinema al solito verbosissimo, con un ruolo cucitole su
misura: bionda, hippy e spregiudicata, fugge dalle accuse di
terrorismo – immaginatela come l'irrequieta Dakota Fanning di
Pastorale Americana – e semina tempesta. Pane per i denti di
un ottantenne ipocondriaco e misantropo, che sa ridere di morte e
politica a patto che nessuno mangi a tradimento il pollo della sera
prima o le adorate arance Navel. Il risultato della convivenza forzata?
Un'esilarante andirivieni che mette a soqquadro un attempato club del
libro (le adorabili partecipanti leggeranno gli aforismi di Mao, i
segreti della guerriglia, le istruzioni per fabbricare bombe con
gli stessi principi del bricolage), le ideologie di un cocco di mamma
che d'un tratto scopre di preferire le cattive ragazze (con buona
pace di Rachel Brosnaham, futura Mrs. Maisel), le giornate di
due anziani professionisti convertiti presto all'agilità dello spionaggio.
Scrive e sceneggia Woody Allen, e si sente, e si ride, e fa la
differenza. Crisis in Six Scenes,
produzione Amazon vista con estremo ritardo per via del gran parlarne
male, mi è parsa una commedia di quelle che mancavano da
un po'. Da Blue Jasmine in
poi, infatti, il regista si era dato a copioni più malinconici e a
stelle più sfavillanti. Si era nascosto dall'altra parte
della macchina da presa, quando in realtà nei suoi occhiali a fondo
di bottiglia e nei suoi modi goffi mi sono sempre rivisto con estrema simpatia. In un formato per lui inedito, in una casa sempre più
rumorosa e affollata, riesce a far faville pur non osando mai con
una storia di conflitti e dissapori generazionali in cui subito mi sono
sentito nel mio elemento. Le orecchie attente ai botta e risposta
pensati con la classica intelligenza newyorkese, gli occhi che saettavano dal
poster del Che in camera da letto a un assembramento di
impareggiabili mattatori, il cuore leggero e pesante insieme. Questo
Natale sarà infatti più spento del solito, complici gli antichi scandali
rispolverati, senza le chiacchiere di Allen in sala. Che sia l'occasione
buona per scoprirlo, rivederlo o, come in questo caso, recuperarlo. (6,5)lunedì 29 gennaio 2018
Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon
Lui
malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme,
suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una
persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa
da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio
della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo
la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un
amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava
infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli
ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie
strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate
e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe
occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della
Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta
hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato –
l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non
conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista
livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in
cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di
cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico.
Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai
nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a
sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po'
stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e
non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo
sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di
Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una
America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso:
quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema –
gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi
fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in
tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The
Leisure Seeker – recitato alla
perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il
montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto
una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un
ritorno a casa. (6,5)
Ferzan
Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano
puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo
la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia
città. Il regista di Mine Vaganti spegne
gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli,
come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se
ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno
– invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre
bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi,
sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una
notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa
discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano
e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi
vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una
mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato;
nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno
e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti,
nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le
follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia
di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno
chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a
piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto
orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la
macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli
velata ha infatti in una
scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il
mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di
storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la
tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso
psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla
ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante
rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium
Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la
Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di
Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma,
su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un
epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però
suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo
pietosi. (5,5)mercoledì 12 ottobre 2016
Mr. Ciak: Café Society, Swiss Army Man, Julieta, Suicide Squad, Elvis e Nixon
Hank,
naufrago, tenta di farla finita. A salvarlo dalla disperazione, l'arrivo
di Manny, portato dalle onde. Tra i due, l'inizio di una straordinaria amicizia, tra
confidenze e aiuto reciproco, per riempire le ore, le solitudini, le notti. Se la mettessi così, mi credereste, quando dico
che Swiss Army Man è un'avventura umana ad alto tasso di
emotività, buffa e toccante. Comprometto la mia affermazione, però,
aggiungendo un dettaglio che vi sarà già saltato all'orecchio, se
amate il cinema indipendente e dell'esordio dei Daniels, giustamente
premiato al Sundance, avete sentito parlare: Manny, cadavere rigido e
maleodorante, è morto per annegamento. Di tanto in tanto, la
decomposizione gli gioca strani scherzi e, stecchito e tutto, si
smuove, farfuglia, scoreggia; i suoi movimenti involontari, perfino
le sue moleste flatulenze, possono essere d'aiuto su un'isola
deserta. E così, complice la sua fervida immaginazione, Hank lo
muove come una marionetta: lo fa parlare, e usa il suo corpo come
ariete, salvagente, bussola, seconda voce nelle cantate in solitaria,
confessore spirituale. Come spieghi cos'è la vita a un morto?
Soprattutto, come gli riveli – tu che per lui sei tutto il mondo –
che la tua esistenza, prima del naufragio, era ben peggio della sua?
L'assunto iniziale non cambia: Swiss Army Man è una commedia
surreale, che in parte nausea e in parte mette la pelle d'oca. Senza
capo né coda, lì dove il ridicolo si spreca – scambi di ruolo,
minacciosi orsi come in Revenant, peti come motori per solcare
le acque –, in realtà è un'agrodolce riflessione sul sentirsi
soli, fuori posto in un mondo non tagliato per i timidi cronici, che
colora Castaway e Robinson di sprazzi musical e
inguaribile follia. Sole attrazioni nel survival più grottesco e di
cuore – ma che dico, di pancia - che incontrerai in vita
tua, uno splendido Paul Dano e un inaspettato Daniel Radcliffe, forse
bravo quanto mai, di cui sempre più spesso invidio le scelte e il
coraggio. Sull'inservibile cellulare del primo, poi, la foto di
un'altra musa indie, Mary Elizabeth Winstead: starà piangendo la sua
scomparsa; lo aspetterà paziente a casa? Vuoi la colonna sonora che
ricorda i brividi dei Sigur Ros, vuoi la sensibilità con cui sa
stemperare il nonsense o, ancora, la familiarità con la domanda “ma
se io scomparissi, qualcuno mi cercherebbe?”, l'opera prima
di un assortito duo di nicchia libera dalle inibizioni e smuove
qualcosa, nel profondo di te. Dirvi cosa non so, così su due piedi.
Giuro che non sono solo i succhi gastrici; c'entra un po', immagino,
anche l'anima. (7+)
Julieta,
vedova in là con gli anni, decide di
abbandonare la sua vecchia casa e di trasferirsi con il nuovo
compagno. Non ha rimpianti, ma segreti sì. E ripensamenti? Cambia
idea all'improvviso, infatti, quando un giorno incontra una persona
di un'altra vita: la sua interlocutrice le dice che ha visto la
figlia di Julieta, Antia, e i suoi tre bambini in Svizzera. Quella
figlia che è uscita dalla vita della protagonista, anni
prima, senza lasciare traccia; un fantasma che addolora, di cui
neanche il suo nuovo amore sa. Dopo il pessimo Gli amanti
passeggeri, un Almodòvar che conosce picchi e epocali
scivoloni ritorna al cinema – puntando direttamente ai prossimi
Oscar – con il libero adattamento dei racconti di Alice Munro.
Melodramma tutto al femminile, raffinato e trascinante, Julieta
si addentra in una travagliata relazione madre-figlia con una colonna
sonora hitchcockiana, colori caldissimi e una squadra di esemplari
primedonne. Qual è stata la colpa della protagonista affinché sua
figlia fuggisse via? I flashback la mostrano giovane e innamorata, e
per magia cambia volto, su un treno notturno: viene attratta da un
passeggero, marinaio misterioso e disperato, e subito è amore
grande. A condannarlo a una morte precoce, solo il mare in tempesta?
Per la prima ora, un Almodòvar rinnovato, ma fedele a sé stesso,
seduce e avvince come solo lui sa. Il dramma di una madre ripudiata e
la rievocazione del suo grande amore, che ha portato alla nascita di
una figlia irrequieta e rancorosa, lasciano pensare al meglio; c'è
tanto in gioco. L'ultima mezz'ora – perché Julieta,
purtroppo, è un film corto e, di conseguenza, inappagante – si
converte alle ellissi narrative, ai salti indietro e in avanti, e
mostra una chiusa brusca, che non soddisfa. Risibile, quasi, con
l'emergere del solito tema dell'omosessualità, questa volta assolutamente buttato lì, e una lettera che non è sufficiente per i
chiarimenti, la riconciliazione, una puntata di C'è posta per te. (6)
Nel
1970, un Elvis all'apice della notorietà chiedeva un appuntamento
privato al presidente Nixon. Portava una pistola rarissima in regalo,
da buon ospite, una coppia di assistenti fedeli (un sorprendente
Pettyfer, l'inservibile Knoxville) e una richiesta surreale. L'uomo
di cui tutto il mondo conosceva il volto, e la voce, voleva diventare
infatti un agente federale. Il risultato del loro stranissimo faccia
a faccia, diretto dalla regista indie Liza Johnson e prodotto da
Amazon, è una commedia vintage dagli inaspettati tempi comici, con
uno spunto minuscolo e la partecipazione di due grandi stelle.
Michael Shannon è un inedito re del rock 'n roll, capriccioso,
magnanimo, esigente, i cui progetti assurdi nascondono abilmente la
sottile mestizia dei suoi ultimi anni di vita. Kevin Spacey, ben
lontano dai maligni giochi di potere del suo Frank Underwood, è un
leader politico aperto e incuriosito, che cura nel dettaglio la sua
immagine pubblica e la conquista degli elettori più giovani; dello
scandalo Watergate nessuno parla ancora. Poco somiglianti
nell'aspetto, badano ai timbri di voce e alla mimica: sopra le righe,
perché parte di un'atipica parentesi di storia contemporanea, ma
esagerati mai troppo. La regia è impersonale, però, e il resto del
cast è composto da un movimentato viavai di conoscenze telefilmiche;
il messaggio del film, a tratti divertente ma pretestuoso,
francamente sfugge. Quale spettatore, soprattutto se italiano,
sentiva l'esigenza della cronaca del loro incontro? A visione
ultimata il dubbio persiste – il tema non mi interessava, e
all'indomani del fresco Elvis & Nixon non ho di certo
cambiato idea -, ma ogni occasione è buona per guardare due
fuoriclasse, qui leggerissimi, gigioneggiare senza freno. Allo stato
brado, lungo gli impenetrabili corridoi della Casa Bianca. (6)sabato 2 gennaio 2016
Mr. Ciak: Love 3D, Youth, Sicario, Per amor vostro, Irrational Man
Murphy,
americano, ed Electra, giramondo, fanno coppia fissa da un po'. Sono
a quel punto della relazione in cui amano stuzzicarsi, scoprire cosa
sogna il partner quando chiude gli occhi. Si sono visti, si sono
piaciuti, si sono spogliati a Parigi. Hanno avuto i corpi, adesso
ambiscono alla mente: cos'ha in testa lui, cosa lei? La realizzazione
di un sogno erotico comune ai più – un ménage à trois con una
sconosciuta – porterà la coppia a scoppiare. Crack, e viene
meno la fiducia reciproca. Crack, e si rompe il preservativo
di lui e l'altra ragazza, amante occasionale, aspetta un figlio che
chiamerà Gaspar. Crack, e ad Electra – con un nome da
eroina tragica e un'inclinazione alla tristezza – si spezza il
cuore. Love, dopo un incipit shock, ci porta nella vita del
protagonista, due anni dopo. Quando un altro amore – quello per il figlio, però – ha rimpiazzato l'innamorata mai dimenticata.
Quando, a Capodanno, una chiamata dal passato lo getta nello
sconforto: cos'è successo ad Electra, così vulnerabile e così allo
sbando? Ha un titolo presuntuoso, Love, e un'etichetta coniata
dalla critica: il porno d'autore del provocatorio Gaspar Noé saprà
forse portare a termine il suo folle volo - raccontare l'amore
tutto, quello con l'articolo determinativo davanti e la
lettera maiuscola -, mostrando il dentro e il fuori, i corpi giovani
e le anime sofferenti dei suoi personaggi in crisi? Ha, a precederlo,
una fama losca, una serie di poster espliciti e l'accoglienza
tiepida di Cannes. Dove qualcuno si era scandalizzato e qualcuno
annoiato. Il clamore mi ha incuriosito in fretta e la provocazione
non mi trova, generalmente, scosso: a mio agio con il nudo – con
quello degli altri, almeno, ché io sono un "tipo" già coi vestiti
addosso -, ma stomacato, a tratti, dall'insistenza e dal voyeurismo
della pornografia – se fosse il contrario, sapete che lo ammetterei pure.
Love è un melodramma di struggente intensità, che mostra
cosa succede alla coppia - negli amari e chiacchierati boy meets
girls che sempre fanno breccia, da queste parti – prima e dopo la
passione. Per la prima volta, però, lunghe inquadrature ci mostrano
il durante. Le cose belle, quando si è assonnati; le cose brutte, se
immersi nel quotidiano. Le droghe e la gelosia a fare prima da
collante, poi da ponte tibetano, sospeso tra loro: reggerà mai? Ci si
abitua presto, quindi, al nudo e al resto. In due ore e quindici,
dunque tante, Murphy ed Electra si acchiappano e si lasciano, si
amano e si riamano – sono leggeri, liberi e, qualche volta,
trasgrediscono – ma è una sola la sequenza di cattivo gusto,
pensata per gli occhialini 3D e la sfida gratuita al pubblico; un
isolato esempio di provocazione fine a sé stessa. I bravissimi Karl
Glusman, marcio d'amore, e Aomi Muyock, una visione, parlano di
desideri reconditi, oppiacei, nomi di bambini, Kubrick e Robert
Frost. Fanno faville fuori e dentro il letto. Stesi senza vergogna,
sotto le luci rosse, e proiettati al futuro. Noé – alter ego del
protagonista, che vorrebbe dirigere un film di “sangue, sperma e
lacrime”, di “sessualità sentimentale” – ci accompagna sulla
sua arca spregiudicata, con scatti rubati e ritrovati, un senso di
segreto, le lenzuola spiegazzate, i messaggi in segreteria e i
ricordi lampo. La colonna sonora è incalzante, inquieta, e la
fotografia un gioiello oltre la soglia massima del realismo. Mentre i protagonisti, duo aperto alle
sperimentazioni, ti danno, nel frattempo, il benvenuto nel loro trip e nella loro
camera da letto. Quanto sei disinibito e quanto innamorato, tu? Le
inquadrature fisse, i corpi in moto. I giri di vite. Il fuoco dei
lombi e il gelo dei cuori. Sempre prima, dopo e durante. Com'è
il sesso, incensurato, ai tempi dell'amore. (8)
Ho
scoperto il piacere delle liste; degli appunti al volo sui post-it,
ché poi mi dimentico. I più, in questi giorni, stavano appuntando
i bei propositi per l'anno nuovo. Io, blogger all'improvviso
allergico alle festività, ho compilato una lista, un'altra, per
assicurarmi di non aver perso qualcosa lungo il tragitto. In crisi
davanti all'imminenza dei famosi listoni, ho saccheggiato
idee dai miei siti di fiducia per darmi ai recuperi finali. In fondo
alla lista, un nome su cui non riponevo particolari aspettative:
senza vergogna, non vi nascondo quanta antipatia mi faccia il cinema
del sopravvalutato Sorrentino. A costo di rischiare il linciaggio
pubblico, sul triondo della Grande Bellezza ne ho dette di
cotte e di crude, tra amici. Forse ero in difetto io, non abbastanza
sensibile al fascino del film antinarrativo – in quel caso, lontano
nipote di La dolce vita, che compensava con il manierismo e
l'ingiustificata autostima alla pochezza di idee e a un modesto
talento. Forse erano in difetto loro, che non avevano visto quanto
fosse strappacuore la concorrenza di Il sospetto e
Alamaba Monroe. In una Roma di tentazioni e ambizione, i
personaggi del film Premio Oscar ricercavano feste su feste: il film,
per me insostenibile, era un circo lungo e grottesco; cacofonico. In
Svizzera, all'ombra dei monti, si persegue la pace dei senti.
Harvey Keitel, ignaro che di lì a poco la grande diva Jane Fonda gli
darà il benservito, lavora al suo ultimo film – stando a lui, un
testamento morale – attorniato da una squadra di sceneggiatori
hipster; Paul Dano, giovane portento, è una star di Hollywood che
medita su un ruolo storico che poco gli si confà; un meraviglioso
Michael Caine, direttore d'orchestra in pensione, tenta come può di
eludere le proposte di un insistente funzionario reale e di consolare
Rachel Weisz, nevrotica e bellissima, che gli rimprovera di essere
stato un padre assente e un marito ancora peggiore. Si spia, inoltre,
quel che combinano gli altri ospiti, e giusto qui, in siparietti
talora stranianti e surreali, fa capolino il Sorrentino che meno
tollero: il cameo trash di un falso Pibe de Oro; una massaggiatrice
con l'apparecchio ai denti che fa fitness; una colonna sonora
instabile che, tra l'indie rock, gli arpeggi delicati, le arie
liriche e l'accompagnamento onnipresente e discreto della chitarra,
ho trovato – altro pregiudizio sfatato, dunque – intensa e, a
tratti, conciliante. Dal ritorno del regista napoletano, dalla prova
del nove che va sotto il nome di Youth, sono passati
esattamente un'estate e un autunno; acqua abbondante, sotto i ponti
e nelle piscine termali sui monti spruzzati di neve. Ma per i
protagonisti, galantuomini attempati in villeggiatura, il tempo è
come cristallizzato: non si invecchia, coccolati e viziati, tra le
mura di un Grand Budapest Hotel in cui gli anziani sperano di
liberarsi del peso degli anni – fanno miracoli i massaggi e le alte
temperature delle saune; le visioni conturbanti di Miss Universo
senza veli smuovono i pochi ormoni ricettivi – e i giovani, stanchi
dei tradimenti coniugali o di impegni stressanti, imparano a
inspirare ed espirare, piano. Quante probabilità c'erano che
questoYouth, che da quel che leggo ha deluso gli estimatori
doc di Jep Gambardella, a sorpresa, mi piacesse oltre qualsiasi mio
fondato pregiudizio? Quieto, fotografato d'incanto, recitato da
leggende viventi. Diretto con attenzione, senza strafare. Scritto molto bene - e non pensavo che avrei mai potuto ammetterlo -, con
i suoi dialoghi buffi, mordaci, veri. La poesia, più che negli
estemporanei aforismi cari al furbissimo Paolo, è allora nelle rughe
d'espressione di impareggiabili gentlemen, nella visione di
un'orchestra invisibile in mezzo a un prato verde. Dove tutto è
musica, dove tutto è – davvero, questa volta – "grande bellezza".
(7,5)
L'irruzione
nella casa di un quartiere periferico. Una sparatoria violenta che
apre voragini nei muri e la scoperta, dietro le pareti, di un puzzo
terrificante – l'odore della morte – e di
tasselli di delitti irrisolti. Un'indagine che diventa qualcosa di
più grande e che coinvolge tante teste, tante squadre, fino a
smarrire i concetti di verità e bugia, giustizia e vendetta.
L'obiettivo, su cui i fucili di precisione non osano distogliersi: la
lotta ai signori della droga; la ricerca di un tunnel, nascosto tra
le dune e le piante spinose. Una bocca che sputa, negli Stati Uniti,
un po' del peggio. Le atroci barbarità di una terra di confine. Cosa
c'è realmente in ballo? Quella è una guerra – al narcotraffico,
alla paura -, ma alla fine cosa si vincerà? Se la mia tipica
impassibilità davanti al cinema d'azione mi rende incapace, anche in
questo caso, di distinguere una sparatoria dall'altra – corpi in
moto, esplosioni e spari in cielo mi sembrano grossomodo tutti
uguali, indipendentemente dalla cornice: sono una persona
superficiale e tanto annoiabile, perdonatemi -, di Sicario ho
però apprezzato il peso degli interrogativi etici e la chiusa
amarissima, la fretta che va da qualche parte, il cast smagliante. Il
meglio di Villeneuve. Benicio Del Toro, che ha gioco facile in uno
spigoloso ruolo dei suoi, con i metodi poco ortossi e un ritorno –
dopo Soderbergh – alle frontiere messicane. Un Josh Brolin
istrione. Gli occhi belli e cristallini di Emily Blunt – inglese e
troppo delicata per i climi aridi e il fuoco incrociato, eppure in gamba – che coincidono, alla fine, con quelli dello spettatore
medio: stordito e, a lungo, tenuto all'oscuro di una verità che
sfugge. In Sicario,
secondo lungometraggio americano del canadese il cui stile ricorda
quello dei più grandi, spettatore e personaggi – tranne quello di
Kate, forse, idealista e donna in un ambiente tutto al maschile – hanno punti
di vista incompatibili e un diverso grado di conoscenza. Li si
osserva agire in silenzio, presubilmente per una causa di forza
maggiore che ci piace far coincidere con il sommo bene. Prima si
spara a bruciapelo, poi si muovono le prime domande. E ci accolgono i
corpi penzolanti dei capri espiatori – sembra di essere in un borgo
medievale, cent'anni fa, eppure si tratta della contemporanea El Paso
– e la disincantata morale che mali estremi richiedono estremi
rimedi. La legge parla una lingua già morta.
(7)
L'anno scorso,
scorrendo la lista delle mie letture, si direbbe che sia riuscito a
leggere qualcosa in più. Cento libri, più o meno, ma di una
decina, sul blog, non trovereste traccia. Testi teatrali che ho letto
per un esame. Il dovere si era rivelato piacere, alla scoperta della grande tradizione partenopea. E
Napoli, poco dopo, l'ho ritrovata in Il ladro di nebbia e in
Elena Ferrante; come a ricordarmi che un po' – con nonni e genitori
campani – faceva parte di me. Con dicembre che finiva, vi ho fatto ritorno con Per amor vostro, il dramma di Giuseppe Gaudino
che, a Venezia, ha visto trionfare una Golino al suo massimo. Gli
appellativi di film d'autore o, ancora, di pellicola surreale, mi
facevano però tremare: la magniloquenza e il visionario mi trovano
purtroppo incompatibile. Dov'è il surreale, penserete, sentendo che
parla di Anna, una donna di mezz'età, vittima di un marito usuraio e
di visioni ad occhi aperti? Napoli, e lì brilla sempre il sole, si
spegne, se si accende la scintilla nel regista. Un limpidissimo
bianco e nero, in un'unione a una fotografia di raro lirismo, avvolge
la città e i suoi personaggi pensierosi. La depressione di Anna,
donna fragile e di buon cuore, è assenza di colore. Ma il curioso
espediente formale risulta ora romantico – il bianco e nero d'altri
tempi si addice all'infatuazione della protagonista per l'attore
Adriano Giannini, con cui desidererebbe vivere un'ingenua passione da
soap – e ora inquietante; la sua infelicità rende Napoli la
dantesca città dolente, burrascoso il mare, spaventoso il cielo. Ma
ogni tanto irrompe il blu, tenue come un acquerello, e la narrazione
si ferma, per dare spazio alla visione di variopinti inserti musicali
– il neomelodico, le canzoni sanremesi alla radio, le arie di
Handel – e per dipingere intorno ad Anna, santificandola, aureola e
manto. L'idea è semplice, la resa visiva accattivante e kitsch: una
vita opaca, che chissà se scoprirà mai l'avvento del colore. Un po'
come in Mommy: l'alter ego di Dolan poteva concedersi la
libertà dei 16:9? Il flusso di coscienza di una impareggiabile
Golino riesce nell'impresa ardua di mostrarsi agli occhi, con un
esperimento coraggioso che non risulta mai manierismo fine a sé
stesso. La verità non si mette in discussione, con siparietti
domestici toccanti – i litigi furibondi, l'uso del linguaggio dei
segni per spiegare a un figlio sordomuto cosa dice la tivù - e
quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche
a modo nostro. “Non c'è niente”, dice Anna, per nascondere con
fierezza le sue fatiche di donna e le lacrime. “Non sei niente”,
le dicevano quand'era figlia e adesso che è mamma. Nell'esplorazione
del suo mondo, triste e illuminato a sprazzi, le spieghiamo però
quanto si sbaglia. In Per amor vostro se non c'è tutto,
comunque c'è tanto. E lei – che non a caso porta il nome della
Magnani – è qualcuno che non scorderai. (7,5)
Ci
sono arrivi che sconvolgono, come quello di Abe – insigne
professore di filosofia, stimato saggista, dongiovanni impenitente –
in un college americano dove non succede mai niente e, all'improvviso, tra colpi di fulmine e morti sospette, succede di
tutto un po'. Ci sono arrivi, invece, che neanche aspetti più: la
troppa puntualità vizia, genera un curioso disinteresse. E' il
caso, ad esempio, dei film di Woody Allen: al cinema, nel periodo di
Natale, da quando ho memoria. Arriva inatteso dai più – ci
culliamo, oramai, nella certezza che salterà fuori, con le luminarie
e i pacchi regalo -, ma pur sempre degno di una visione o due. A
volte dirige film belli e a volte film brutti. Tipo chiacchierone,
bizzarro, che ama i dialoghi fiume e detesta le vie di mezzo. Ogni
volta, dunque, è una roulette russa: avrà il colpo in canna, la
marcia in più, il lungometraggio che ci proporrà sotto l'albero?
Dopo Blue Jasmine – acidulo, freddo, ma con una memorabile
diva in crisi di nervi – e il nostalgico Magic in the
moonlight – omaggio dai colori pastello alla commedia anni
trenta -, eccolo con Irrational Man.
Profondamente suo, con l'accompagnamento jazz, gli inconfondibili
titoli d'apertura, il citare sé stesso –, in questo caso, quel
Match Point che, da ragazzino, mi fece rivalutare da capo un
cinema che ritenevo borghese, logorroico, lontano da me. Un film - al contrario di ciò che dice il titolo - razionale, sì, ma quanto fine a sé stesso? Pareri positivi, eppure, mi rassicuravano: non c'è due senza tre. La storia è quella di
un insegnante in in crisi esistenziale, ma carismatico,
che è pane per i denti di donne crocerossine. Più delle attenzioni di
Parker Posey, madre di famiglia che abbandonerebbe tutto a un suo
cenno del capo, e della venerazione di una leziosa Emma Stone,
promettente studentessa dal fidanzato noiosissimo e dalle ambizioni
chiare, a stuzzicare l'appesantito e affascinante Joaquin Phoenix –
e lui, ovvio, merita sempre il prezzo del biglietto – è il
pensiero della morte. Uccidere uno sconosciuto, pianificare il
delitto perfetto. Ritrovare, così, l'ispirazione, il vigore fisico,
la gioia di vivere. Ma a che prezzo? Il cineasta nevrotico che non
ama le mezze misure, il film uscito a metà, invece pianifica
Irrational Man bene, ma pochissimo. O, comunque, non abbastanza: con i suoi bravi
attori, le citazioni colte, il senso globale che gli manca per essere
bello e la maestria presente, al contrario, che gli impedisce di
essere brutto con faccia tosta. Una pistola inceppata, al gioco della
roulette, salva il protagonista dalla sua stessa avventatezza; il
film – incrocio insapore, incolore e inodore tra la commedia e il thriller e destinato a un
epilogo tragicomico – spara a salve, nel vuoto. (5)








