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martedì 2 luglio 2024

Musica (d'autore) leggerissima: Challengers | Kinds of Kindness | Hit Man | The Idea of You

Gli elegiaci parlano di militia amoris. L'uomo è un soldato, la donna il comandante. L'amore: una guerra. È così anche per l'ultimo Guadagnino, in cui i sentimenti sono un gioco disputato su un singolare campo di battaglia: quello da tennis. A struggersi sono due campioni con tutto da perdere: soprattutto la stima di una moglie-manager che, sotto gli occhiali da sole, nasconde lo sguardo di una sfinge. Affamato di bellezza, il regista palermitano regala con una commedia sportiva che eccita come un porno e gasa come un film d'azione. I piedi battono al ritmo della colonna sonora elettronica di Reznor e Ross. Gli occhi guizzano, smaniosi, di qua e di là. I rimbalzi della pallina diventano metafora, così, dei rovesci di fortuna e dei cambi di alleanze di un triangolo in cui l'infuocato O'Connor e il vulnerabile Feist gareggiano per Zendaya: dea beffarda, incolume tanto al sex appeal del primo quanto alle lacrime del secondo, che urla di piacere soltanto in caso di vittoria. Teso, muscolare, iper cinetico, Challengers trasforma l'attrazione in spirito agonistico e non rinuncia a dialoghi alleniani dove il tennis diventa l'anticamera del sesso e, dunque, dell'esistenza. Mainstream con audacia, questo Guadagnino in forma smagliante torna felicemente a declinare il desiderio. Non è bastata la parentesi horror di Bones and All a placare la sua brama di corpi umani. Qui è attentissimo alle fronti imperlate, ai nervi tesi, ai muscoli guizzanti. Sulla macchina da presa, piovono gocce di sudore. È tempesta – ma ormonale. È il cinema con la lettera maiuscola – fattosi, nel frattempo, carne soda, madida, palpitante. (9)

Un impiegato vessato dall'infernale datore di lavoro sperimenta una crisi d'identità una volta uscito malauguratamente dalle sue grazie. Un poliziotto riabbraccia la moglie, sopravvissuta a una spedizione in mare attraverso presunti atti di cannibalismo, ma sospetta sia un'impostora. I membri di una setta cercano una giovane dai poteri taumaturgici per riconquistare i favori del loro leader. Cosa succederebbe se il regista del recentissimo Povere creature dirigesse una serie antologica nello stile di Black Mirror? Il risultato è uno Yorgos Lanthimos più indipendente e più colorato, leggero ma in pillole amare, che rinuncia al grandangolo ma non a un cast di sole star: Emma Stone balla ancora, Jesse Plemons vince a Cannes, ma questa volta è Margaret Qualley a stregare. Meno manieristico che in passato, il regista greco confeziona una commedia nera in cui non mancano i lampi di genio e gli eccessi del cinema delle origini, ma la cui struttura episodica prima diverte e infine annoia. Si va alla ricerca, allora, di un comune fil rouge all'interno di storie dentro storie che similmente parlano di relazioni tossiche e people pleasing; che, contemporaneamente, sanno raccontare benissimo l'America odierna e omaggiare l'immancabile tragedia greca. Tra investimenti e dita mozzate, sesso e lacrime, a sorpresa si ride perfino. Ma la sensazione che sia un estenuante esercizio di stile, o una serie TV ancora work in progress, è più forte degli atti di fede dei protagonisti. (6,5)

Un mite professore con collaborazioni occasionali con la polizia viene creduto un sicario. Ma cosa succede quando a ingaggiarlo è la cliente di cui finisce per innamorarsi? Ispirato a una storia vera, il soggetto potrebbe apparire lontano dal cinema di Linklater: cosa hanno in comune il regista di Boyhood e questo incrocio tra la romcom e il thriller? Applaudito a Venezia, Hit Man non è ciò che sembra. Se la trama promette equivoci e sparatorie, sorprenderà scoprire un film ben più intimo, raffinato, pirandelliano. Qualcosa non mi ha convinto nella prima parte, retta interamente da Glen Powell: qui anche sceneggiatore, non mi fa simpatia con il suo faccione, i suoi ammiccamenti, le sue smorfie. E il faccione, gli ammiccamenti, le smorfie trapelano da sotto ogni camuffamento, facendomi credere ben poco al talento di questo novello Ripley. Fittamente dialogato, ambientato soprattutto in interni, il film ha però come uniche scene d'azione gli incalzanti botta e risposta tra i personaggi. Sexy, divertenti, divertiti, regalano grande intrattenimento in una seconda metà in cui, tra un dialogo e l'altro, sorgono pericolosi malintesi e colpi di scena per via della folgorante Adria Arjona: una femme fatale per cui vivere, morire, cambiare. E uccidere? La risposta: ora al cinema, prossimamente su Netflix e il prossimo anno, pronostico, in lizza per la Migliore Sceneggiatura Originale. (7)

Solene, una gallerista d'arte quarantenne, si innamora, ricambiata, di un giovane cantante un tempo apprezzato dalla figlia adolescente. Nato come una fanfiction su Harry Styles, poi diventato bestseller, The Idea of You riesce a essere sorprendentemente credibile: non solo perché i protagonisti sono talmente belli e affiatati da superare qualsiasi differenza d'età, ma perché il regista Michael Showalter, bravissimo in materia di commedie dopo il premiato The Big Sick, eleva a buon cinema un comune vagheggiamento di Wattpad. Certo: è richiesta la massima sospensione dell'incredulità. Ma è impossibile non guardare con un sorriso inebetito gli incontri e le paure di Anne Hathaway e Nicholas Galitzine. Se lui, ormai onnipresente, è qui più convincente del solito, lei si conferma l'erede ufficiale di Audrey Hepburn e Julia Roberts: senza paura di mostrare i primi segni del tempo, è un sole. Speranzosa ma tormentata, la storia d'amore targata Amazon Prime Video dovrà confrontarsi con la sovraesposizione e il sessismo. Perché una madre innamorata deve sempre scegliere tra sé e gli altri? Perché destreggiarsi, ancora, tra chi la considera squallida e chi iconica? Nel solco di Notting Hill, una fiaba romantica con tutti i sacri crismi: surreale ma bella. E più longeva di certe boy band. (7)

venerdì 8 marzo 2024

And the Award goes to: Povere creature | La zona di interesse | Past Lives | American Fiction | Killers of the Flower Moon

Lanthimos, visionario, sorprende anche per tempismo: il suo ultimo film è il lato oscuro di Barbie. Orgiastico e stordente, racconta le avventure di una creatura in polemica con il suo creatore: passerà da un padrone all'altro per conoscere il sapore delle ostriche, degli umori corporei, del sangue. Al regista greco si può sì rimproverare una parte centrale ridondante, scarso equilibrio (a differenza che in La favorita, insuperato), ma la sua Bella zoppica prima di imparare a danzare. La interpreta una Stone senza vergogna, che trasforma il suo corpo in un bignami di tutti gli stadi dell'evoluzione umana e di tutti gli studi di genere. Deliziosamente blasfema (è Madre, Figlio e Spirito), fa fiorire nei personaggi maschili emozioni sconosciute – la tenerezza in Dafoe, la gelosia in Ruffalo – e diffonde la buona novella intrisa di positivismo. Il suo ritorno alla vita è un inno alla gioia spoglio di retorica, che semina scompiglio fra i perbenisti. Ma l'indimenticabile Baxter, che imparerà presto a non masturbarsi a tavola, a non sputare il cibo sgradito, a non parlare di sesso in pubblico, è una provocatrice schierata contro i mulini a vento dei costrutti sociali. Guicciardini scriveva: “Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro tormento”. E alle donne? L'esperimento che sperimenta ha testa, cuore e clitoride. (8)

Urgente”, “necessario”, “importante”. Lo hanno commentato tutti, e tutti con gli stessi aggettivi. Lo sapete: è il dramma sull'Olocausto che non mostra mai i campi di concentramento, ma la banalità delle famiglie naziste. Lo sapete: in casa Hoss, un paradiso da proteggere, poco importano le urla, gli strepiti, i pianti che cozzano contro il nitore della fotografia; poco importano le piogge di ceneri. Il turbamento dello spettatore nasce proprio lì: dalla freddezza glaciale dei lunghi quadretti domestici; dallo scollamento tra immagine e sonoro. Sperimentale, l'ultimo Glazer si poggia su un'idea vincente. Per quanto stimolante, però, non è un film che ho sentito visceralmente. L'estetica, fulgida, ne fa un'asfittica camera ardente. L'approccio, nuovo, non basta a reggere l'intera visione. I protagonisti, inquadrati in campo lungo, si muovono come i concorrenti di un reality. Resto un amante del cinema narrativo. E La zona di interesse racconta una storia bruttissima, restando per tutto il tempo su una soglia che – se non concettualmente – non ha suscitato interesse. Esporci agli orrori senza filtri, senza morale: ci renderà sempre più saggi o più assuefatti? Vincerà, ma non è il "mio" Miglior Film.  (7)

A vent'anni di distanza dal loro ultimo incontro, una vecchia coppia si dà appuntamento. A New York parleranno di scelte, seconde possibilità, predestinazione. Pacata presa di coscienza, in cui tra le righe si riflette anche di ambizione femminile e identità culturale, Past Lives si inserisce nel filone delle romcom indie. Impossibile non pensare a Linklater, Coppola, Kar-Wai. Immancabili le lunghe carrellate, una città da cartolina, i silenzi riempiti dalla densità di certi sguardi. La regia è una carezza; i protagonisti, dotati di una chimica incantevole, animano un triangolo dagli esiti piuttosto prevedibili. Ma a rimanere impresso è soprattutto il marito di lei, tagliato fuori dai dialoghi dei due innamorati ritrovati; incapace di decifrare i sogni della moglie immigrata e, per questo, inconsolabile. Agrodolce e discreta, Song non osa variazioni sul tema e regala ai romantici tutto ciò che si aspettavano. Volutamente algida, confeziona un film (per qualcuno già cult), forse più fortunato che bello. Past Lives è un ordinario esordio da Sundance che gode di una vetrina straordinaria: gli Oscar. Si ha, tuttavia, la sensazione di averlo già visto altrove. Magari in un'altra vita? (7)

Uno scrittore afroamericano incappa sempre nel solito rimprovero: non scrive storie abbastanza nere. Gli editori, bianchi, bramano vicende di tossicodipendenza, criminalità, sbirri violenti: tutto pur di sgravarsi la coscienza e alimentare il cliché. Per scherzo, il protagonista scrive un guazzabuglio di luoghi comuni. Il romanzo diventerà prima un bestseller. Diciamolo: candidato a cinque Oscar, American Fiction avrebbe meritato soltanto una nomination per la sceneggiatura. Già premiato al Sundance, non brilla per fattura, ma è un'inaspettata ventata d'aria fresca. Originale, divertente, leggero ma non troppo, è una provocazione intellettuale che scardina i meccanismi dei successi editoriali e dei premi letterari. Nonostante le premesse memorabili, il potenziale del tema non viene pienamente sfruttato. Le pieghe pirandelliane vengono talora messe in secondo piano dalle vicende familiari del protagonista; la satira viene stemperata dall'Alzheimer di una mamma anziana, dal coming out del tormentato Sterling K. Brown, da un matrimonio e un funerale. Ma si ride, e di noi. Quante volte abbiamo definito un romanzo “coraggioso”? Quante volte abbiamo fatto ridere sotto i baffi qualcuno come Jeffrey Wright, qui diviso tra orgoglio e denaro? (6,5)

Tratto da una storia vera nerissima, è il film più impegnativo tra i candidati. Con le sue oltre tre ore di durata, è un atto d'accusa contro gli abusi dei bianchi a danno dei nativi. L'indignazione e lo sgomento vengono soffocati dai ritmi dilatatissimi e dall'andamento prevedibile; la piega giudiziaria dell'ora finale, in particolare, annoia e affatica. Leonardo DiCaprio, imbelle, si lascia traviare da un'eminenza grigia con il ghigno di Robert De Niro. Teatrali e gigioneggianti, finiscono per mettere in ombra Lily Gladstone: una mater dolorosa sobria e piena di contegno la cui recitazione misurata, lontanissima da quella grandattoriale del duo, appare piatta al confronto. Dirige Martin Scorsese: la storia del cinema in persona. Ma il cinema è anche andato avanti. E questo classico western di denuncia, con il solito classico Scorsese alla macchina da presa, mostra un regista ormai fermo alla stessa impostazione rigorosa, ai soliti attori virtuosi, alle stesse storie solenni. Lo si candida per rispetto reverenziale. Ma pochi vedranno questa sua ultima fatica film fino alla fine. (5)

martedì 31 dicembre 2019

[2019] Top 10: i miei film


10. The Nightingale
Ha diviso Venezia in due. E in due, completamente a tradimento, mi ha spaccato il cuore. Una storia di stupro e vendetta girata con ritmi da western. Una tragedia di stranieri in terra straniera, che strazia con la brutalità delle immagini e commuove con la limpidezza del suo canto di libertà.

9. Suspiria
È il primo film che ho visto al cinema quest’anno. È dello stesso regista che nel 2018 ha guadagnato scettro e corona nel mio listone, con la cronaca di un’indimenticabile estate italiana. Potevo forse scordarmi di Guadagnino, anche quando si dà ai remake azzardati; anche quando esagera con troppa carne al fuoco? Il suo horror grigio e femminista è una danza conturbante. Non sarà Argento, ma luccica ugualmente.

8. Eighth Grade – Terza media
Amato in patria da pubblico e critica, in Italia è però un titolo destinato all’anonimato delle piattaforme streaming. Commedia adolescenziale da salvare necessariamente dall’oblio della nostra distribuzione, è una macchina del tempo che funziona lì dove Lady Bird aveva fallito: ricordarci i segni dell’adolescenza – e dell’acne –, attraverso lo sguardo di una protagonista da abbracciare.

7. Il traditore
Unico italiano in lista – degni di menzione, però, anche Martin Eden e Ricordi? –, il film di Bellocchio emoziona per la lucidità di un regista che non sembra avvertire la stanchezza degli ottant’anni. Il suo Buscetta è un personaggio dalla levatura shakespeariana e il mimetismo dell’interprete Pierfrancesco Favino, sempre empatico ma lontano dal santificare i crimini dell’uomo, regala all’attore la performance della carriera.

6. Border – Creature di confine
I troll raccontati dall’autore di Lasciami entrare sono antiestetici, sgraziati, promiscui. Nel fitto dei boschi fanno un sesso strano e si rendono protagonisti di una storia d’amore a tratti raccapricciante, sospesa a metà strada tra mitologia e cronaca. Ma, a ben vedere, quanta bellezza c’è nella loro bruttezza?

5. Ritratto della giovane in fiamme
Il mito che preferisco, quello di Orfeo e Euridice, rivive in una relazione su uno sfondo degno di un’utopia femminista. Lei, pittrice, si scopre attratta dall’altra, modella. Che deve cercare di dipingere a memoria, limitandosi a osservarla. Ma chi osserva non viene forse necessariamente osservato a sua volta? Accordi di sguardi e giochi di ruolo, nel tableau vivant con la sequenza finale più bella che io ricordi.

4. La Favorita
Era il mio favorito alla notte degli Oscar, ma purtroppo è rimasto a bocca asciutta. Non potevo non ricordarlo qui, questo period drama caustico e seducente in cui tre grandi attrici fanno a gara di bravura. E assieme a loro un comparto tecnico – tra regia, montaggio, scenografia, costumi –, che rivaleggia fino all’ultimo sguardo con la precisione chirurgica della sceneggiatura.

3. Dolor y Gloria
La scorsa primavera ho recuperato tanto, tutto Almodovar. E tanto, tutto ho trovato anche nella sua ultima fatica: un testamento spirituale, che trova in Antonio Banderas un eccellente alter-ego e in una storia fortemente autobiografica l’ispirazione per emozionarci ancora. Se la settima arte è soprattutto narrazione, allora questo è cinema allo stato puro.

2. Storia di un matrimonio
Lo ammetto, non l’ho guardato con la giusta attenzione. Durante la visione, infatti, ho pianto fino ad avere la vista appannata. Da figlio di separati, ho visto moltissimo della mia famiglia sgangherata. E nelle interpretazioni di Adam Driver e Scarlett Johansson – come dimenticare le loro liste, come riprendersi dai loro conflitti? –, le migliori interpretazioni dell’anno.

1. Parasite
Australia, Stati Uniti, Italia, Svezia, Francia, Spagna: infine, la Corea. In un 2019 in cui l’universalità del cinema mi ha portato in lungo e in largo, ho deciso di fermarmi a Seul per tirare i remi in barca. L’ultimo capolavoro satirico di Joon-ho, vincitore della Palma d’oro, è una riflessione sociale che parte come una commedia nera e si trasforma poi in un thriller claustrofobico. Perché non c’è niente di più spaventoso dell’essere umano, se costretto a mordere per difendersi.

venerdì 1 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La favorita | Green Book

Nemmeno un anno fa, parlando del Sacrificio del cervo sacro, mi dicevo attratto e disgustato dal mondo matto di Yorgos Lanthimos: il greco da concedersi a piccole dosi, tanto forte era il disturbo nei suoi lungometraggi, a cui ho sempre riconosciuto un tocco da maestro – Kubrick e Haneke, tocca scomodarvi – ma intrecci troppo ermetici, troppo strani, per conquistarmi. È tornato in anticipo con un film che su carta poteva scoraggiare: mai stato un appassionato di ricostruzioni storiche tutte intrighi e minuzie, infatti, e i pochi mesi di distanza trascorsi dall'horror con Colin Farrell e Nicole Kidman acuivano il rischio d'indigestione. Gli applausi, per fortuna, lo hanno preceduto. Mi sono giunti all'orecchio prima gli echi degli apprezzamenti a Venezia, poi la notizia delle dieci nomination agli Oscar. Davanti a una tale scrittura, a un tale trio, a un tale Lanthimos il pensiero vien da sé: per favore, diamogli tutti i premi che merita. La regina della fuoriclasse Olivia Colman, volto del piccolo schermo qui in attesa della definitiva consacrazione a star, tiene in gabbia diciassette conigli in memoria dei diciassette figli che ha perso. Nevrotica e bisognosa, si è attorniata di cuccioli, amanti e serve in una corte che dev'essere il capolavoro di architetti e scenografi. Immobilizzata dalla gotta, si trucca come un pagliaccio triste e, sul finale, una paralisi le renderà il viso rattrappito per metà. Mentre gli uomini indossano parrucche, importunano le ultime arrivate per dispetto, lanciano frutta ai buffoni nel ludibrio generale, le donne fanno. Hanno l'ultima parola nello scontro con i francesi, e la crudele Weisz vota per l'attacco, l'imprevedibile Stone per l'armistizio. Hanno parole di solidarietà, perfino di passione, verso una reggente patetica e abbandonata che si circonda di bellezza per contrastare il proprio decadimento fisico: la Weisz, amica di sempre e sempre stupenda, ci prova con modi brutali e consigli mirati; la Stone, sottovalutato agnellino sacrificale deciso a tornare nobildonna, si svende con moine, attenzioni, baci. Chi avrà la meglio? Non è questione di onore. Soprattutto, non è questione di bon ton. Il risultato, strepitoso e straniante, è una catfight che diverte da morire seppure con i corsetti e le gonne di costumisti in stato di grazia; di un Lanthimos che piace addirittura più del solito, grazie a una sceneggiatura affidata a terzi. Il suo tocco comunque non manca: dall'uso deformante del grandangolo al sesso promiscuo con cui puntualmente si sollazza, dalle parentesi grottesche agli attimi toccanti all'improvviso. Il dramma in costume non è mai stato così maleducato, tanto nudo e crudo: la storia è liberata dalla sua patina polverosa a suon di pallottole volanti, scariche di vomito, colpi proibiti sotto la cintola. La guerra non è mai stata priorità del sesso dominante, bensì un gioco caustico e lezioso per dame in prova e dame provette. Sorretto da un umorismo feroce, dalle autentiche eccellenze del cast e da un eleganza esageratissima, il regista greco rischia di rimanere purtroppo a bocca asciutta: non ci sono rivali che gli tengano testa, inutile dire il contrario, ma i pronostici sembrano aver parlato chiaro – qualche speranza soltanto per la Colman, per il comparto tecnico. Resterà uno dei colpi di fulmine dell'annata, posso già stabilirlo a febbraio. Resterà il mio favorito. (8)

Prendete un regista parte di un duo demenziale, Peter Farrelly, e assolvetelo grazie a una commedia tanto americana quanto funzionale. Gli ingredienti segreti, furbi ma altamente vincenti, amalgamati tutti in una sceneggiatura ammiccante – verso i temi giusti, verso le simpatie ormai sdoganate dell'Academy – eppure efficace dall'inizio alla fine, tra le atmosfere calorose del vicino Natale e la fidata supervisione del produttore Steven Spielberg. Uno splendido Viggo Mortensen, italo-americano con lo stomaco capiente e il cuore più grande ancora, condisce ogni conversazione con esilaranti improperi in siciliano stretto (d'obbligo, pertanto, la visione in lingua originale) e ha un fare attaccabrighe che spesso torna utile. Autista a tempo pieno, non ha grandi richieste per i successivi due mesi in viaggio se non tornare in tempo per il cenone. Nel mentre, da bravo sentimentale, scrive lettere sgrammaticate e dolcissime alla moglie e fa i conti con la propria natura di immigrato, con gli sgarbi e i soprusi di un'America doppiamente intollerante. Impara, così, a onorare l'amicizia con il suo datore di lavoro, un Mahershala Ali in cerca di un secondo Oscar: seduto sui sedili posteriori con le gambe accavallate e la coperta sulle ginocchia, il musicista lo rimbecca all'inizio con falsa antipatia e gli confessa infine le contraddizioni della propria solitudine. A che serve essere un virtuoso del pianoforte richiesto in lungo e in largo, infatti, se non è abbastanza bianco per gli illustri committenti, non abbastanza nero per la comunità afroamericana, non abbastanza uomo per sgualcire le giacche d'alta sartoria a suon di pugni? Grazie a una delle migliori coppie che avremo modo di ammirare al cinema quest'anno, la visione fila liscia come l'olio senza il rischio di perdersi strada facendo né di sorprendere. I confronti, il loro adorabile punzecchiarsi, rende godibilissimo il viaggio insieme nonostante le due ore di lunghezza. La strada di quest'ennesima strana coppia è già stata rodata da predecessori noti e sconosciuti, ma gli autori hanno un asso nella manica accanto ai ritmi perfetti e al cast indovinato: un manuale tascabile, il libro verde del titolo per l'appunto, che da un lato contiene dritte preziose su quali città evitare se sei un nero in trasferta nei violenti anni Sessanta; dall'altro, al contrario, le svolte da imboccare per un cinema vecchio stile che punti dritto all'obiettivo. Farci gioire e commuovere, nello spirito scanzonato delle commedie a tesi. Delle avventure con una morale nell'ultima riga, finale stucchevole a parte, forse troppo perfettine per piacere all'unisono, ma verso cui sembra impossibile muovere critiche sostanziali. È un film che sta alla controversa presidenza Trump come l'uvetta al panettone. È un film a cui, nel mentre, si vuole bene davvero, per quanto la benedizione dell'ottima compagnia sia preferibile a un andirivieni dagli indiscreti scossoni emotivi, ma senza curve a gomito. (7)

venerdì 8 giugno 2018

Mr. Ciak: Il sacrificio del cervo sacro, Assassinio sull'Orient Express, Marrowbone, The Strangers: Prey at Night

Yorgos Lanthimos. Un nome affermato, una garanzia di perfezione formale e insensata cattiveria. Prima la famiglia vittima di sé stessa nell'interessante ma da me odiato Kynodontas. Poi la distopia di The Lobster, in cui la solitudine era una malattia da debellare. Adesso, l'America borghese di The Killing of the Sacred Deer. Il cast blasonato, le villette simmetriche, una Ellie Goulding assurdamente inquietante nella colonna sonora e questa volta, sin dal titolo, un'inconfondibile matrice greca, tragica. Il chirurgo di Colin Farrell ha mani infallibili, due figli e, a letto, la moglie di un'algida Nicole Kidman con cui consumare innocue fantasie necrofile. Cosa lega il capofamiglia a un misterioso adolescente che lo tiene sotto scacco, costringendolo allo stesso sacrificio di Agamennone? Forse una maledizione da non spiegare mai, forse una connaturata persuasione. Le dinamiche tra Farrell e il sinistro Barry Keoghan sembrerebbero quelle sottili di un home invasion in cui tutti possono essere soggiogati o sedotti – su carta, infatti, si è nei territori di Pasolin e Ozon. Il ragazzo invece non si accontenta degli orologi, dei pranzi pagati, delle attenzioni di una famiglia perfetta: desidera vendetta, e di quelle che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Lanthimos, al solito, provoca, stranisce e nega facili soluzioni. Bravissimo ma imperscrutabile, firma un'altra opera difficile da digerire. Splendido e ributtante, The Killing of the Sacred Deer mi è piaciuto e mi ha fatto schifo insieme – visto lo scorso dicembre, mai metabolizzato, trova ora spazio sul blog e in sala. Tiro al bersaglio con suoni martellanti e immagini ipnotiche, colpisce alla cieca il cuore e il nucleo familiare. Ti immobilizza. Poi gli occhi sanguinano. La morte – delle certezze, del cervo caro ai folli e ai greci – giunge alla fine. Nemmeno quella, però, porta pace. Tocca stare al gioco e basta, come quei personaggi smarriti al centro delle stanze, schiavi della tyche; come quegli attori grandissimi, qui volutamente meccanici e alle prese con dialoghi stranianti. Vittime, noi e loro, di lunghe carrellate e di campi più lunghi ancora. Di un regista che si crede Kubrick, Haneke, Dio, e non a torto. (7,5)

L'ho letto lo scorso inverno proprio su un treno, ma il mio primo Agatha Christie non entusiasmava. La trasposizione di un regista abile e fedelissimo, quando si tratta di rimaneggiare grandi classici, dunque non urgeva. Perché affrettarsi, perché ripassare tanto presto l'ABC della teatrale maestra Agatha? Sono passati così quei sei, sette mesi d'ordinanza. Quel che basta per recuperare Assassinio sull'Orient Express in qualità blu-ray e, soprattutto, in lingua originale: la visione sottotitolata è obbligatoria, infatti, con quel cast polifonico; con un doppiaggio che questa volta appiattisce e irrita. Com'era prevedibile, l'intreccio resta intoccabile: un convoglio di lusso che punta al cuore dell'Europa, un detective a bordo, il delitto del gangster Depp ad atterrire (tra gli altri) suor Cruz, la contessa Dench, l'ereditiera di una Pfeiffer in forma smagliante – una compagnia di nomi abbastanza risonanti, insomma, da potersi permettere caratteristi d'eccezione come la Coleman, Jacobi o Gad fra i dipendenti. A capitanarli, un fascinoso Branagh qui in doppia veste: meno gigioneggiante e despota che in passato, l'attore shakespeariano ha un accento naturalissimo e la tentazione di strafare, di cedere al teatro, soltanto nell' interrogatorio finale in cui avanza verso sospettati allineati con le stesse simmetrie di Leonardo da Vinci. Come regista, invece, fa volteggiare la sua macchina da presa con eleganza anche in un ambiente all'apparenza limitante; non annoia né favorisce qualche attore in particolare; aggiunge bei cenni di modernità, tra discriminazioni, rare concessione alla computer grafica, riferimenti alla vita sentimentale di Poirot e una chiusa d'impatto, che sospende i giudizi morali. Assassinio sull'Orient Express procede laccato, attinente e rigoroso fino alla meta pattuita. Non si capisce francamente il parlarne male, equilibrato e di tutto punto com'è. Non si capisce, però, neppure il continuo bisogno di adattarle e riadattarle, storie di cui noto il colpo di scena, svanito l'appeal. Nonostante in comfort del viaggio. (6,5)

Quattro orfani inglesi. Il Nuovo Mondo, un nuovo cognome. La fuga oltreoceano da qualcuno – qualcuno con il loro stesso sangue maledetto – che non deve trovarli. Vivono in un fortino fatiscente in cui, al bando gli adulti, tutto è un lungo gioco, tutto è un segreto da tacere. Nessuno deve sapere che vivono soli, senza un tutore. Nessuno specchio incrinato deve essere liberato dal suo drappo. Ci sono cose a cui, eccetto il piccolo di casa, non si fa cenno. Stranezze, spifferi, uno spettro inquieto come quinto inquilino. Ancora segreti, gelosie, macchie scure. Sul soffitto, nella coscienza. Un avvocato assetato di denaro e l'amore del primogenito per l'inarrestabile Anya Taylor-Joy rischiano di infrangere l'idillio dei giovani Marrowbone – loro, e le assi della soffitta che di notte non smettono di scricchiolare. Hanno i volti di alcuni degli attori più talentuosi delle nuove generazioni – Charlie Heaton, Mia Goth e, da Captain Fantastic, un bravissimo George MacKay – e il candore, la complicità, dei personaggi del Giardino Segreto e Una serie di sfortunati eventi. L'uomo sbarca sulla luna, ma i loro hobby inconsueti sembrano fuori dal tempo. Internet ti suggerisce si tratti di un horror eppure, per un po', sembra di assistere a un film vecchio stile, con atmosfere gotiche ma fiabesche e vicessitudini da racconto d'avventura. Dotato di una fortissima componente emotiva, con un colpo di scena capace di renderti vicino il soprannaturale, Marrowbone non tradisce la classicità delle sue ispirazioni romanzesche né, checché ne suggeriscano le ambientazioni, la sua provenienza europea. Scrive e dirige, infatti, Sergio G. Sanchez, già sceneggiatore dello struggente The Orphanage. Benché non ai livelli del suo titolo di maggior successo, Sanchez – qui al suo esordio alla regia – confeziona un film forse già visto, ma abbastanza raro. Perché ti ci affezioni nel mentre, e ti emozioni. Perché sotto il lenzuolo di questo fantasma batte un cuore grande e spezzato, e decifrare i suoi sussulti, le sue richieste, rende la convivenza una metafora che sa di malinconia. (7)

Sono passati dieci anni dall'uscita di The Strangers, thriller già di per sé poco memorabile che ricordo come la versione a stelle e strisce del francese They e quella meno divertente di You're the Next. L'idea di un sequel appariva fuori tempo massimo nell'era in cui The Purge – home invasion a tinte distopiche – macinava proseliti e capitoli su capitoli. Prey at Night con il film con Liv Tyler ha poco a che fare. Capitolo indipendente, per non dire così scollegato da risultare immotivato, non si rifà al logorio di un filone che vive di spazi ristretti e case d'improvviso claustrofobiche, ma segue le disavventure di una famiglia intrappolata in un parcheggio per roulotte. I genitori glamour di turno sono Martin Handerson e Christina Hendricks (quest'ultima sì procace, ma non abbastanza da usare l'ingombro della sua quinta misura come arma di distruzione di massa); la figlia ribelle, invece, è la sempre espressiva Bailee Madison, lasciata bambina ai tempi di Hai paura del buio e qui trovata sexy scream queen. È proprio la notte buia e nebbiosa dei racconti dell'orrore. E se in un survival di quelli senza fronzoli, senza trame innovative, si scappa, si crepa e s'ammazza, incalzati da serial killer mascherati che uccidono perché possono. Tra i superstiti, la regia del Johannes Roberts di 47 metri, che qui gioca a fare John Carpenter tra campi lunghissimi, zoom schiaccianti e un'immancabile colonna sonora anni Ottanta; un gusto piuttosto raffinato, che si nota nel taglio stilistico e nella messa in musica di qualche omicidio in particolare – la sequenza in piscina con le luci al neon e Total Eclipse of the Heart è d'esempio. Il difetto: il ritorno di The Strangers sugli schermi è anacronistico proprio come ci appariva in partenza, ininfluente. Avrebbe potuto avere un altro titolo. Avrebbe dovuto giustificare l'attesa; passaggi della staffetta che vanno avanti da due lustri e, adesso, da due film. Non sarebbe stato meglio chiuderla prima, la stagione della caccia? (5,5)