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martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

venerdì 8 marzo 2024

And the Award goes to: Povere creature | La zona di interesse | Past Lives | American Fiction | Killers of the Flower Moon

Lanthimos, visionario, sorprende anche per tempismo: il suo ultimo film è il lato oscuro di Barbie. Orgiastico e stordente, racconta le avventure di una creatura in polemica con il suo creatore: passerà da un padrone all'altro per conoscere il sapore delle ostriche, degli umori corporei, del sangue. Al regista greco si può sì rimproverare una parte centrale ridondante, scarso equilibrio (a differenza che in La favorita, insuperato), ma la sua Bella zoppica prima di imparare a danzare. La interpreta una Stone senza vergogna, che trasforma il suo corpo in un bignami di tutti gli stadi dell'evoluzione umana e di tutti gli studi di genere. Deliziosamente blasfema (è Madre, Figlio e Spirito), fa fiorire nei personaggi maschili emozioni sconosciute – la tenerezza in Dafoe, la gelosia in Ruffalo – e diffonde la buona novella intrisa di positivismo. Il suo ritorno alla vita è un inno alla gioia spoglio di retorica, che semina scompiglio fra i perbenisti. Ma l'indimenticabile Baxter, che imparerà presto a non masturbarsi a tavola, a non sputare il cibo sgradito, a non parlare di sesso in pubblico, è una provocatrice schierata contro i mulini a vento dei costrutti sociali. Guicciardini scriveva: “Lo ingegno più che mediocre è dato agli uomini per loro tormento”. E alle donne? L'esperimento che sperimenta ha testa, cuore e clitoride. (8)

Urgente”, “necessario”, “importante”. Lo hanno commentato tutti, e tutti con gli stessi aggettivi. Lo sapete: è il dramma sull'Olocausto che non mostra mai i campi di concentramento, ma la banalità delle famiglie naziste. Lo sapete: in casa Hoss, un paradiso da proteggere, poco importano le urla, gli strepiti, i pianti che cozzano contro il nitore della fotografia; poco importano le piogge di ceneri. Il turbamento dello spettatore nasce proprio lì: dalla freddezza glaciale dei lunghi quadretti domestici; dallo scollamento tra immagine e sonoro. Sperimentale, l'ultimo Glazer si poggia su un'idea vincente. Per quanto stimolante, però, non è un film che ho sentito visceralmente. L'estetica, fulgida, ne fa un'asfittica camera ardente. L'approccio, nuovo, non basta a reggere l'intera visione. I protagonisti, inquadrati in campo lungo, si muovono come i concorrenti di un reality. Resto un amante del cinema narrativo. E La zona di interesse racconta una storia bruttissima, restando per tutto il tempo su una soglia che – se non concettualmente – non ha suscitato interesse. Esporci agli orrori senza filtri, senza morale: ci renderà sempre più saggi o più assuefatti? Vincerà, ma non è il "mio" Miglior Film.  (7)

A vent'anni di distanza dal loro ultimo incontro, una vecchia coppia si dà appuntamento. A New York parleranno di scelte, seconde possibilità, predestinazione. Pacata presa di coscienza, in cui tra le righe si riflette anche di ambizione femminile e identità culturale, Past Lives si inserisce nel filone delle romcom indie. Impossibile non pensare a Linklater, Coppola, Kar-Wai. Immancabili le lunghe carrellate, una città da cartolina, i silenzi riempiti dalla densità di certi sguardi. La regia è una carezza; i protagonisti, dotati di una chimica incantevole, animano un triangolo dagli esiti piuttosto prevedibili. Ma a rimanere impresso è soprattutto il marito di lei, tagliato fuori dai dialoghi dei due innamorati ritrovati; incapace di decifrare i sogni della moglie immigrata e, per questo, inconsolabile. Agrodolce e discreta, Song non osa variazioni sul tema e regala ai romantici tutto ciò che si aspettavano. Volutamente algida, confeziona un film (per qualcuno già cult), forse più fortunato che bello. Past Lives è un ordinario esordio da Sundance che gode di una vetrina straordinaria: gli Oscar. Si ha, tuttavia, la sensazione di averlo già visto altrove. Magari in un'altra vita? (7)

Uno scrittore afroamericano incappa sempre nel solito rimprovero: non scrive storie abbastanza nere. Gli editori, bianchi, bramano vicende di tossicodipendenza, criminalità, sbirri violenti: tutto pur di sgravarsi la coscienza e alimentare il cliché. Per scherzo, il protagonista scrive un guazzabuglio di luoghi comuni. Il romanzo diventerà prima un bestseller. Diciamolo: candidato a cinque Oscar, American Fiction avrebbe meritato soltanto una nomination per la sceneggiatura. Già premiato al Sundance, non brilla per fattura, ma è un'inaspettata ventata d'aria fresca. Originale, divertente, leggero ma non troppo, è una provocazione intellettuale che scardina i meccanismi dei successi editoriali e dei premi letterari. Nonostante le premesse memorabili, il potenziale del tema non viene pienamente sfruttato. Le pieghe pirandelliane vengono talora messe in secondo piano dalle vicende familiari del protagonista; la satira viene stemperata dall'Alzheimer di una mamma anziana, dal coming out del tormentato Sterling K. Brown, da un matrimonio e un funerale. Ma si ride, e di noi. Quante volte abbiamo definito un romanzo “coraggioso”? Quante volte abbiamo fatto ridere sotto i baffi qualcuno come Jeffrey Wright, qui diviso tra orgoglio e denaro? (6,5)

Tratto da una storia vera nerissima, è il film più impegnativo tra i candidati. Con le sue oltre tre ore di durata, è un atto d'accusa contro gli abusi dei bianchi a danno dei nativi. L'indignazione e lo sgomento vengono soffocati dai ritmi dilatatissimi e dall'andamento prevedibile; la piega giudiziaria dell'ora finale, in particolare, annoia e affatica. Leonardo DiCaprio, imbelle, si lascia traviare da un'eminenza grigia con il ghigno di Robert De Niro. Teatrali e gigioneggianti, finiscono per mettere in ombra Lily Gladstone: una mater dolorosa sobria e piena di contegno la cui recitazione misurata, lontanissima da quella grandattoriale del duo, appare piatta al confronto. Dirige Martin Scorsese: la storia del cinema in persona. Ma il cinema è anche andato avanti. E questo classico western di denuncia, con il solito classico Scorsese alla macchina da presa, mostra un regista ormai fermo alla stessa impostazione rigorosa, ai soliti attori virtuosi, alle stesse storie solenni. Lo si candida per rispetto reverenziale. Ma pochi vedranno questa sua ultima fatica film fino alla fine. (5)

venerdì 18 febbraio 2022

And the Oscar goes to: La fiera delle illusioni | The Lost Daughter | Don't Look Up | CODA

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)

Una professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –, concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria, avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione, l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti, una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)

Non me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme) ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano, procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)

Cosa si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi. Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività, questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi. Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove non arrivano le parole intervengono magicamente l'università dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)

sabato 7 dicembre 2019

Mr. Ciak: Storia di un matrimonio | Un giorno di pioggia a New York | C'era una volta a Hollywood | L'ufficiale e la spia

Qualche giorno fa ho fatto l’albero. Mi sono subito accorto che c’era qualcosa che non andava: era stato riposto di fretta e qualche ramo si era spezzato; due delle quattro serie di luci led, inoltre, erano fulminate. Rinunciare all’idea oppure montarlo come andava andava? Storto e spennacchiato, adesso mi fa compagnia mentre scrivo: non è il primo che metto in piedi da solo. Odio l’allegria obbligata del mese corrente, e la conta degli alberi di Natale fatti alla bell’e meglio mi aiuta a tenere a mente gli anni trascorsi da quando siamo andati in pezzi. L’ultima immagine della mia famiglia risale a dicembre. Quest’anno fanno quattro anni: pensavo di più. Ripenso alla nostra vecchia formazione, e sembra una vita fa. Mentre cercavo di non cader vittima della malinconia, l’attesa alle stelle mi ha spinto a vedere l’ultimo film di Baumbach – acclamato a Venezia, ma tornato a bocca asciutta – in occasione di questa amara ricorrenza. A dicembre, ho visto finire anche il matrimonio tra Adam Driver e Scarlett Johansson. E la visione mi ha talmente devastato che in sala, sentendomi singhiozzare, qualcuno avrebbe chiamato un’ambulanza. Purtroppo o per fortuna, è soltanto su Netflix. La mia potrebbe sembrare la cronaca di un dramma pesante e distruttivo, ma chi conosce il cinema di Baumbach – io pochissimo, e ammetto di non averlo mai apprezzato – non può che aspettarsi siparietti esilaranti, vedasi ad esempio i piantonamenti dell’assistente sociale, o comprimari sopra le righe come l’avvocatessa di un’inviperita Dern. Lui e lei all’inizio restano in rapporti civili: legati da un sodalizio artistico lungo un decennio, giungono a un crocevia nel momento in cui le loro carriere prendono strade opposte – il primo scritturato a Broadway, l’altra assunta per una serie TV a Los Angeles. Il goffo pigmalione e la sua musa entrano in collisione per il bene dell’unico figlio. Chi lo crescerà, e dove? Inizierà una lunga battaglia legale e, senza esclusione di colpi, ci si farà male. Benché colti e divertenti, gli ex diventeranno delle belve: una sorte che non risparmia nessuno. Nemmeno il regista in persona, che in un film autobiografico commuove parlandoci delle contraddizioni dell’uno e dell’altro. Allora quanto odio per Scarlett: colei che fa il primo passo e sceglie infine il tribunale. Quanto odio anche per Adam: un gigante buono che, in una lite furibonda, vomita parole così oscene da farmi sentire l’esigenza di mettere in pausa lo streaming. Da figlio di separati, ho sentito ogni recriminatoria. Ma le lacrime sono scorse più per la bellezza dei piccoli gesti che per la bruttezza delle parole pesanti. Anche quando tutto è finito si trova infatti qualcosa per cui sorridere: il ritornello di un musical al karaoke; un foglio volante con su scritti i pregi della persona amata; il dettaglio di quei capelli ormai da accorciare, o di una scarpa sciolta. Come permettere che un nostro caro inciampi? Non si può. E così io mi preoccupo, faccio giri di telefonate, addobbo. Onorando il padre e la madre, nella casa del matrimonio che hanno disonorato. (8,5)

Dopo il dramma della Ruota della fortuna, dopo lo scandalo dell’infamia, il prolifico Woody Allen ha voglia di voltare pagina e dimenticare. Tornando a un passato d’oro: ossia quello dello skyline di Manhattan, del jazz in filodiffusione, dei bellimbusti galanti e nevrotici. Lo fa con una commedia come non ne dirigeva da un decennio, sabotata in patria e salutata con affetto in Italia: una sorpresa. Invecchiando, infatti, ci si inacidisce. Il regista ottuagenario è invece protagonista di una novella fioritura. In forma smagliante, compone un puzzle romantico con ogni pezzo al posto giusto e una sceneggiatura talmente brillante da rendere gli zigomi doloranti per il ridere. Poligono sentimentale perfettamente in linea con il suo stile, ma riadattato a favore delle nuove generazioni, può contare su una scrittura a orologeria e su un autore quanto mai al passo con i tempi. Divertenti, divertiti e meteoropatici, i protagonisti passano un giorno in città: il prezzemolino Chalamet, elegantemente fuori moda, è figlio dell’Upper East Side ma come Il giovane Holden rifugge i salotti e l’ipocrisia; Elle Fanning, attrice dal talento comico finora inespresso, è una reginetta di bellezza la cui ingenuità suscita ilarità nel pubblico e mai biasimo: desiderosa di essere una reporter, si perde appresso a scandali da rotocalchi, contesa da un regista in crisi, uno sceneggiatore tradito e un attore traditore; Selena Gomez, amica di famiglia, stupisce invece piacevolmente per le risposte acidissime e una sensibilità affine a quella del protagonista. La pioggia spariglia le carte in tavola, cambia le relazione e il colore del cielo. Imbottiglia le automobili in code infinite. Qualcuna la ama, qualcun altro la odia. Ma in un film delizioso e scintillante come questo – Storaro, illuminami d’immenso; Allen, mi trasferisco in una tua commedia – vien voglia di buttare l’ombrello e di saltare nelle pozzanghere. Per godere del futuro arcobaleno: una visione in mezzo allo smog. Per concedersi un altro amore: una salvezza dal solito cinismo. (7,5)

Non avendo rapporti idilliaci con Tarantino, ho affrontato piuttosto spaventato le due ore e trenta del suo film più divisivo. Confuso dai pareri discordanti, al tempo dell’uscita ho preferito evitare noie e delusioni: conservo infatti ricordi pessimi dell’interminabile The Hateful Eight, visione che ricordo particolarmente faticosa. Poteva andarmi meglio. Poteva andarmi peggio. C’era una volta a Hollywood è costituito da storie che viaggiano a velocità sostenuta e che non si incontrano mai sullo stesso binario. Storie di ricadute e rinascite, con lo star system sullo sfondo, dove invenzione e verità si mescolano a piacimento ma senza un disegno preciso. Qual è il punto di questo film: lungo, popoloso, ondivago? La prima ora e mezza è occupata da un piacevolissimo andirivieni di bella gente. DiCaprio, talento della recitazione intrappolato in ruoli da antagonista, sgomita per brillare in western dimenticabili; Pitt, controfigura e autista part-time, lo scarrozza a destra e a manca; Margot Robbie, sempre al centro della scena a passo di danza, è invece la splendida moglie della casa accanto. Il delitto di quest’ultima, Sharon Tate, è appena marginale. Il ranch di Manson è intravisto in una tappa fugace e, se non fosse per un trascurabile cameo, Charlie sarebbe assolutamente assente. Ci sono gli anni Sessanta però: dappertutto attori glamour, finanche fra le comparse – Pacino, Fanning, Hirsch, Olyphant –, radio e televisori ad alto volume. Una Los Angeles polverosa e trafficata, zeppa di figli dei fiori, caravan e inattese proposte di lavoro. La prima parte mi è piaciuta moltissimo. Peccato per quel salto temporale di sei mesi: con Leonardo di ritorno dalle riprese in Italia, l’intromissione di un’orribile voce narrante, l’arrivo della famigerata notte del massacro – qui messa in ridicolo e affrontata  in un trip inutilmente sanguinoso, con mosse alla Bud Spencer. Lieve e autoironico, a confine tra omaggio e fiaba, l’ultimo Tarantino usa il cinema – fabbrica dei sogni per eccellenza – per riscrivere la storia. Ma il suo film, sentito ma piuttosto sbavato, dubito che scriverà la storia della settimana arte. Soltanto i fan, di parte, potranno reputarlo riuscito. (6,5)

Altro film d’autore passato in Laguna, altro grande ritorno, L’ufficiale e la spia non è tornato in Francia a mani vuote: contestatissimo dalla stampa a causa dell’ennesima denuncia a carico di Polanski, il thriller d’inchiesta ha preso Venezia in contropiede guadagnando a sorpresa il Gran premio della giuria. Alla contentezza generale, a scatola chiusa, mi sono aggiunto anch’io: è necessario scindere l’artista dall’essere umano; condannare l’uomo senza censurarne il lavoro. A fine visione, reduce da un film tanto solido quanto scolastico, purtroppo ammetto a malincuore un po’ di delusione davanti a una ricostruzione nient’affatto memorabile. Forte di un irresistibile fascino polveroso e dell’interpretazione di Jean Dujardin, ci fa dimenticare a colpi di eleganza il disastro che fu Quello che non so di lei. Ma benché tecnicamente esemplare, per me resta piuttosto modesto sul piano narrativo. Avvincente ma schematico, si sfilaccia e si appesantisce nella parte conclusiva. Perde gradualmente potenza, fino a risultare una cronaca enciclopedica in sede di processo: la parte clou, ridotta purtroppo a una piccola parentesi nella quale ci si scorda della vittima Dreyfus. Interpretato da un irriconoscibile Garrel – purtroppo, rispetto a lui, sulle scene è più presente la pessima Seigner –, l’ufficiale ebreo accusato d’alto tradimento viene prima recluso su un’isola deserta, poi riscattato dalle indagini del suo superiore. L’antisemita Dujardin, infatti, dichiara la propria fallibilità di uomo e di statista davanti alla falsità dell’accusa e trascina in tribunale i servizi segreti. Seguire il proprio orgoglio, o l’onestà? Leggibile tra le righe anche in chiave autobiografica – Polanski si dichiara innocente –, quest’atto di accusa risulta ancora attuale, ma mi è parso freddo e informativo. Restano quadri bellissimi, con simmetrie vagamente hitchcockiane, e la sensazione di trovarsi al cospetto di un’opera da museo. E in un museo non si alza la voce. Non ci si arrabbia. Non ci si indigna. (6) 

sabato 16 gennaio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Revenant, Creed, Dio esiste e vive a Bruxelles

Oscar 2016
12 candidature 
Il Nuovo Mondo è una terra per combattenti, un'arena ghiacciata e impervia per soli uomini. Vi si muove in sincronia, passando attraverso boschi intricati, fiumi gelidi e lande deserte, un gruppo di esploratori britannici. A ogni passo, c'è la paura di un agguato: i nativi, che reclamano il loro territorio messo a ferro e fuoco dai colonizzatori; i rivali francesi, sempre in competizione; i compagni d'avventura, perfino, se sei stato ferito nel corpo e nell'anima e abbandonato lì fuori, tra infinite insidie, perché i furbi scappano a gambe levate e gli onesti, che annaspano nel loro stesso sangue, restano fermi. Questo il destino di Hugh Glass, che ha fatto bene a fidarsi degli indigeni – da una di loro ha avuto un figlio, Hawk – e male, invece, a fare affidamento sull'avaro Fitzgerald: straziato da un orso bruno, viene lasciato all'addiaccio, solo, sebbene abbia ancora un po' di fiato in corpo. Non abbastanza, comunque, per denunciare un delitto che lo tocca da vicino e gridare giustizia. Revenant, lunga epopea americana, è una storia di morte e rinascite, contro le bestie selvagge, la pochezza dei nostri simili e un inverno rigido, che non perdona. E non perdona il protagonista, che arranca e si arrangia, lotta e cerca casa, mosso da istinti basici e necessari: vita e vendetta. L'ultima fatica di Alejandro Gonzàlez Inàrritu, reduce dai fasti – da me non condivisi – di Birdman, è una novella Odissea. Un estenuante viaggio omerico, che va ad inserirsi in quel filone cinematografico che ha i suoi esempi celebri in Balla coi lupi e L'ultimo dei Mohicani. La violenza che macchia il candore di un rosso arterioso – e non c'è confine a separare l'amico dal nemico, il buono dal cattivo – e tutte le sfide atroci dei survival di ogni dove. L'uomo in guerra contro i quattro elementi e che, creatura a sangue freddo, si adatta: nella scena più forte, ad esempio, DiCaprio smembra un cavallo e usa il corpo dell'animale a mo' di coperta termica. Ma per tutto il tempo, nel film che tutti acclamavano ancora prima di assistere alle proiezioni ufficiali, c'è un fastidioso senso di già visto – anche se nessuno, finora, aveva fatto bene come il messicano che ogni cinefilo doc porta sul palmo della mano. Revenant ha una regia straordinaria e un lato tecnico che sconvolge per la potenza e la solerzia. La fotografia, per descrivere la quale ci vuole proprio quel “mozzafiato” che la mia prof delle superiori consigliava di evitare, mostra una pellicola dalla realizzazione travagliata – leggevo che Inàrritu e il suo cast hanno lavorato in situazioni impossibili, solo con l'ausilio della luce naturale – e di indicibile cura. DiCaprio, ormai osannato a priori per consolarlo dai dispetti dell'Academy, regala una sentita prova fisica: bravo come lo è stato anche in lavori passati, dunque poco sorprendente. Questa volta, trionferà il suo lavoro di introspezione – ha poche battute e il ruolo dell'eroe tutto d'un pezzo –, anziché il mimetismo altrui? Con lui, messi a dura prova dai climi pungenti ma agevolati dalle indicazioni dell'onnipresente Alejandro, il giovane Will Poulter, con i lineamenti così comici e un'intensità finora sconosciuta; Domhnall Gleeson, che ho bollato come promettende da un po'; uno spregevole Tom Hardy che, fuoriclasse che non è altro, ruba la scena al protagonista moribondo. Però le due ore e trenta di visione, tante sì, ma non pesano particolarmente, sono state in poltrona tutte un continuo: questo mi ricorda Il gladiatore – i flashback ovattati in cui Glass ripensa alla moglie -, quello Robinson Crusoe – non manca, infatti, il provvidenziale savage savant. Questo Cold Mountain – il ritorno e i presagi di sciagura -, quello Gangs of New York – il sanguinoso conflitto conclusivo. E se ricorda un po' questo e un po' quello, vorrà dire che Revenant, impeccabile nella resa, fin troppo antiquato e freddo nell'ideazione, si scorderà in fretta? O, banalmente, farà lo scalpo ai rivali? Come lo scorso film premio Oscar di Steve McQueen, che dava tante di quelle scudisciate eppure non lasciava il segno, lì per lì mi ha soddisfatto, ma sospetto che non stenterò, tra dodici mesi, a trovargli un più valido rimpiazzo. Un'americanata con tutte le concessioni del caso - quante sofferenze per il povero Leo, e altrettante inspiegabili, colossali botte di fortuna - con una direzione artistica che fa la differenza. (7+)

Oscar 2016
migliore attore non protagonista
Gli Stati Uniti sfidavano la Russia, in Rocky IV. Questione politica, poi sportiva. I russi erano alti, biondi, spietati. Gli americani, invece, benché ci fossero sembrati guerrieri nei film precedenti, erano in schiacciante svantaggio. Nel round conclusivo, Rocky non si era fatto però buttare al tappeto; vani i “ti spiezzo in due” dell'avversario. Ma quello precedente, di round, aveva riservato ai protagonisti di una saga che unisce generazioni lontane una sconfitta e un lutto. Apollo Creed, con i suoi famosi pantaloncini a stelle e strisce, era morto sotto i pugni del nemico straniero. Zio Sam era stato messo KO. C'era stata, puntuale, la rivalsa. Perché quello, essenzialmente, predicava Rocky: cadere e rialzarsi, sfidare tutti i pronostici. E li ha sfidati Silvester Stallone, settant'anni a luglio, agli scorsi Golden Globes: il meritato premio al miglior attore protagonista, mentre gli snob non se ne capacitavano e la concorrenza si sfregava le mani, per la partecipazione a Creed. Storia di un figlio nato fuori dal matrimonio, con il pugilato nel sangue, che segue le orme di quel padre che non ha mai conosciuto. Un'operazione commerciale come tante, immaginavo, prima di trovare il buon Silvester anche in lizza per i prossimi Oscar. Ci avevano già provato dieci anni fa, con un sequel tanto nostalgico quanto spento, con un protagonista vedovo e amareggiato, un ristorante da mandare avanti, un'ultima sfida in cui sotto sotto non credeva lui per primo. Non aveva più l'età. Stallone, così, cede sceneggiatura e macchina da presa a Ryan Coogler, acclamato per Fruitvale Station, e abbandona gli scontri corpo a corpo per spiegare i trucchi del mestiere, ormai saggio e stanco, a uno di famiglia. “Zio”, lo definisce Adonis Creed, incurante che la loro pelle non sia dello stesso colore e che sia prematuro raccogliere la sua eredità. L'eppure convincente Michael B. Jordan, infatti, ha un personaggio acerbo, a cui manca tutto quello che Rocky, ancora prima di diventare ufficialmente mentore, aveva insegnato ai suoi spettatori. Gli abbiamo voluto bene perché era umano, improbabile e un po' tonto, forse per tutte quelle botte in testa o forse no. E io ci sono legato, pur non amando il genere, perché incarna il senso delle seconde opportunità in cui credo fermamente. Adonis, figlio d'arte, ha il gioco facile: un fisico statuario, un cognome che gli apre tante porte e, tra il pubblico, una fidanzata musicista e un coach leggendario. Non è un ragazzo di strada, nonostante un'infanzia in riformatorio. E non si sviluppa una reale empatia nei suoi confronti, con una presunta vittoria che nessuno mette in dubbio e una situazione sentimentale – la vicina di casa di cui s'innamora è destinata a perdere l'udito – che non sfiora. Gli si preferisce senz'altro il granitico Jake Gyllenhaal, pugile mancino in Southpaw, che mi aveva commosso con il vuoto lasciato dalla sua personale Adriana, una bambina di cui riconquistare la fiducia, le magie delle fenici che rinascono. Così dicendo, non negherò però che Creed emoziona e coinvolge, tra strizzate d'occhio, citazioni e immancabili tappe nei luoghi simbolo della serie originale. Se convince, è solo per la partecipazione straordinaria di questo inimitabile italoamericano che qui intristisce e sorprende, perché anziano, infermo, abbandonato a se stesso. Le visite alla tomba di Adriana, le immagini di repertorio, il lasciapassare per gli omaggi più sentiti – ed ecco Jordan in tuta grigia che cattura galline per allenare i riflessi o che, nella corsa per la vittoria, coinvolge un corteo di motociclisti e sostenitori. I gradini scalati in passato, ancora, che sembrano impraticabili; una scalata. Ma, per tutto il tempo, chi aiuta chi? La classica umanità di Stallone, al giro di boa con il suo personaggio cult, amico immaginario suo e nostro, vince a mani basse contro i muscoli del nuovo protagonista e l'idea di un fatale lascito. Stallone è spalla, su carta, ma in realtà è linfa vitale dell'intero progetto. Che funziona alla perfezione come capitolo complementare, meno come reboot. Provano a limitarlo, a fargli fare la parte del grillo parlante, ma Rocky – nella fragilità, nelle ossa che cigolano, nella ricerca di futuri eredi al titolo – non si lascia mettere in un angolo. L'allievo, al contrario, non ha gli occhi della tigre. (6,5)

Golden Globes 2016
miglior film straniero 
Nell'attico di un grigio condominio, in un grigio Belgio, vivono una madre remissiva, un padre padrone e un'adolescente ribelle. Del figlio maggiore, un hippy, è vietato chiedere. La testarda Ea non potrebbe sbirciare nell'ufficio disordinato del normativo genitore, mettere il naso fuori. La segreta via di fuga in un tunnel al di là della lavatrice, elettrodomestico profondo tanto quanto la tana del Bianconiglio, e un atto di estrema disubbidienza – rivelare agli uomini la loro data di morte – la porteranno nel mondo e a intavolare una discussione a muso duro con papà, l'Onnipotente. Noi crediamo in Lui – o, almeno, c'è chi ci crede –, ma lui crede in noi? La nuova commedia del regista dello splendido Mr. Nobody siede alla destra del Padre e nella prestigiosa cinquina dei migliori film stranieri ai Golden Globes e, dopo il capolavoro Alabama Monroe, mostra un Belgio diverso senz'altro, leggero, ma a suo modo in ghingheri. E Bruxelles, base prescelta dal divino Benoit Poelvoorde, io la immaginavo – insieme alla fuggitiva Ea - meno cupa, più soleggiata; sarà davvero il posto giusto per cercare l'ispirazione per un nuovo Nuovo Testamento e completare la squadra degli apostoli? All'appello, ne mancano sei, e sono tipi infelici, fuori posto, vinti. Scrive le loro storie un profeta clochard e a leggercele, all'alba della fine del mondo, è la gemella di Amèlie Poulain, bambina dalla voce schietta e dirompente. Una “piccola principessa” che, mentre i più imparano a morire, imparerà a vivere, pianificando amori e realizzando sogni nel cassetto. Dio esiste e vive a Bruxelles è un apologo blasfemo, dissacrante, da lacrime agli occhi, che fa riflettere e indispettire. Poi stare bene. Ritocchi a fantasia al dipinto dell'Ultima Cena, qui affollatissima, che non farebbero storcere il naso né al ricordo di Leonardo, né al credente più osservante: la scrittura è brillante, l'immagine è surreale e c'è innegabile poesia nel provocare. Perché in ogni persona risuona una melodia segreta e la protagonista procede con gli abbinamenti, con le "corrispondenze di amorosi sensi", e alla regia l'irresistibile canaglia Van Dormel fa altrettanto. Dio è morto, cantava qualcuno. O, come dico spesso, dorme e si è voltato dall'altra parte. Il regista belga aggiunge, di suo, che le troppe birre, le giornate inoperose e lo sport, in tivù, conciliano la sacra pennichella post Creazione. E che, soprattutto, il Grande Capo avrebbe bisogno di un vice; magari di un centrino ricamato qui e lì, di un tocco femminile. Ogni tanto le stuatue piangono; sui Cristi in croce appaiono espressioni di sofferenza. Qual è il prodigio? Il miracolo che manca, come diceva Troisi, sarebbe piuttosto questo, vedere una Madonna che ride. (7)