Le
geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di
Dolan, il Soderbergh che filmava la claustrofobia con l'iPhone. Sam
Esmail, quarant'anni e una carriera tutta in discesa dopo il successo
di Mr. Robot, è andato a scuola dai migliori. Primo della
classe, nonostante le scarse attrattive di una storia lisergica di
hacker e complotti che al suo esordio non mi aveva
conquistato, torna a ipnotizzare dall'alto di una regia bellissima.
La sua macchina da presa sfida la paura delle vertigini: un tutt'uno
perfetto con l'eleganza del vetro e dell'acciaio, il verticalismo
hitchcockiano delle scale a chiocciola, una colonna sonora che spazia
dalle arie di Handel ai rimbombi stridenti dei noir vecchio stile. E
nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si
può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza
sentimento; rétro eppure modernissimo. Un addetto all'ufficio
reclami, ossessionato dalla verità, s'improvvisa investigatore: cosa nasconde una compagnia che
cura i veterani dal disturbo post-traumatico? Diciotto
pazienti, sei settimane per reintegrarsi; lavori di gruppo, giochi di
ruolo, scherzi e confidenze, in una mensa dove il martedì servono gnocchi a pranzo. Qualcuno vorrebbe andare
oltre, qualcun altro addita intrighi dappertutto. Potrebbe saperne di più l'ex
consulente Julia Roberts, che matura – anagraficamente e
artisticamente – senza tradirsi mai, donando il suo sorriso e tanta femminilità a un personaggio che all'inizio appare
intransigente e distaccato. Non più psicologa, ma cameriera in una
sudicia bettola, ha un nuova routine, un nuovo domicilio – vive con
una mamma d'eccezione, Sissy Spacek – e misteriosi buchi nella
memoria. Cosa l'ha spinta a quell'inspiegabile retrocessione
professionale? Il presente asfittico è in 1:1, mentre il passato in 16:9. E nel passato si annidano le chiamate di uno spietato Bobby
Cannavale, Mefistofele che scoraggia (e ispira) riflessioni etiche ed
esami di coscienza; la complicità con Stephan James, che forse esula dalla
relazione medico-paziente e insospettisce qualcuno ai piani alti.
Semplice ma reazionario nel suo piccolo, Homecoming ha episodi
che si aggirano intorno ai trenta minuti di durata – di solito,
priorità delle comedy – e una chiusa poetica in stile Comet.
Se l'ottava puntata è una doppia corsa a cui riescono a stare
meravigliosamente dietro un montaggio e una scrittura senza
segni d'affanno, nona e decima si prendono tutta la calma del mondo in vista dell'epilogo pacato e un po' magico dei film
indie. Ecco le chiacchiere in una tavola calda, il
sorriso commosso davanti a una posata fuori posto, i dubbi dopo i
titoli di coda con la promettente Hong Chau. Homecoming si
accalora, si colora, si amplia e, in campo neutrale, si apre
finalmente all'emozione. Come una gita in macchina dalla Florida alla
California, da The Manchurian Candidate a Eternal Sunshine
of the Spotless Mind, che apre gli occhi sui pro e i contro di
una società alla Black Mirror mentre invoglia a
sognare un po'. (8)
Prendete
una coppia in là con gli anni, ebrea e conservatrice: lui, pubblicitario e scrittore, riposta l'ambizione di diventare il nuovo Salinger, confessa al
barbiere l'idea di sceneggiare una serie televisiva; lei,
un po' Diane Keaton e un po' Allison Janney, è invece una consulente
matrimoniale che si barcamena fra coniugi in crisi e borghesi
annoiati. Fuori impazzano gli anni Settanta: le manifestazioni
giovanili, il rock, la ferita del Vietnam. Possono forse
sentirsi protetti dal divenire storico se nemmeno la loro casetta è
a prova di invasore? Qualcuno irrompe
nella loro routine senza annunciarsi né chiedere il permesso. È una
Miley Cyrus che a sorpresa regge benissimo i dialoghi fiume e i tempi
comici di un cinema al solito verbosissimo, con un ruolo cucitole su
misura: bionda, hippy e spregiudicata, fugge dalle accuse di
terrorismo – immaginatela come l'irrequieta Dakota Fanning di
Pastorale Americana – e semina tempesta. Pane per i denti di
un ottantenne ipocondriaco e misantropo, che sa ridere di morte e
politica a patto che nessuno mangi a tradimento il pollo della sera
prima o le adorate arance Navel. Il risultato della convivenza forzata?
Un'esilarante andirivieni che mette a soqquadro un attempato club del
libro (le adorabili partecipanti leggeranno gli aforismi di Mao, i
segreti della guerriglia, le istruzioni per fabbricare bombe con
gli stessi principi del bricolage), le ideologie di un cocco di mamma
che d'un tratto scopre di preferire le cattive ragazze (con buona
pace di Rachel Brosnaham, futura Mrs. Maisel), le giornate di
due anziani professionisti convertiti presto all'agilità dello spionaggio.
Scrive e sceneggia Woody Allen, e si sente, e si ride, e fa la
differenza. Crisis in Six Scenes,
produzione Amazon vista con estremo ritardo per via del gran parlarne
male, mi è parsa una commedia di quelle che mancavano da
un po'. Da Blue Jasminein
poi, infatti, il regista si era dato a copioni più malinconici e a
stelle più sfavillanti. Si era nascosto dall'altra parte
della macchina da presa, quando in realtà nei suoi occhiali a fondo
di bottiglia e nei suoi modi goffi mi sono sempre rivisto con estrema simpatia. In un formato per lui inedito, in una casa sempre più
rumorosa e affollata, riesce a far faville pur non osando mai con
una storia di conflitti e dissapori generazionali in cui subito mi sono
sentito nel mio elemento. Le orecchie attente ai botta e risposta
pensati con la classica intelligenza newyorkese, gli occhi che saettavano dal
poster del Che in camera da letto a un assembramento di
impareggiabili mattatori, il cuore leggero e pesante insieme. Questo
Natale sarà infatti più spento del solito, complici gli antichi scandali
rispolverati, senza le chiacchiere di Allen in sala. Che sia l'occasione
buona per scoprirlo, rivederlo o, come in questo caso, recuperarlo. (6,5)