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lunedì 29 aprile 2019

Recensione: Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton

| Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton. Neri Pozza, € 18, pp. 526 |

Il thriller mi piace contemporaneo. Cinematografico, scabroso e cattivo. Saltando i classici Conan Doyle e Agatha Christie, nel mio apprendistato di lettore ho bruciato le tappe fondamentali arrivando in anticipo ai fiumi di sangue e ai detective dalla coscienza macchiata. Il giallo all'inglese, tutto supposizioni e dita puntate, insomma, non mi attrae. A meno che, come in questo caso, non presenti uno splendido incentivo. Sono stati un colpo di genio e uno strappo alla regola a portarmi nella sala da ballo di Stuart Turton. Un esordiente ingegnoso e sfacciato che alza l'asticella del rischio, unendo al rigore di Assassinio sull'Orient-Express i viaggi temporali di Auguri per la tua morte e le reincarnazioni new age di Ogni giorno. Lo stile: di quelli semplici e funzionali, senza grandi fronzoli, interessati più ai fatti che ai personaggi. Ogni parola dell'autore britannico, infatti, è al servizio di una storia di rara complessità: una descrizione in eccesso, una digressione in più, rischierebbero di ostruire un meccanismo a orologeria che, purtroppo o per fortuna, bada alla sostanza e non alla forma.
Alle undici in punto, durante la festa organizzata per il suo ritorno dal collegio a Parigi, Evelyn Hardcastle si sparerà un colpo in pancia mentre la notte è squarciata dalle scintille dei fuochi artificiali. Chi l'ha spinta a tanto? Come si collega il suo destino al delitto di diciannove anni prima, quando un guardiano e un complice mai consegnato alla giustizia uccisero a sangue freddo il fratellino Thomas? Tutti hanno segreti e moventi. Tutti hanno alibi incrollabili. Tutti hanno scheletri nell'armadio, ben agghindati come si confà a una festa in maschera. I padroni di casa sono stranamente assenti. Gli invitati contano il peggio dell'aristocrazia locale: stupratori, strozzini, spacciatori di laudano, cacciatori e cacciati.
Questa girandola temporale dalle leggi da scoprire, assurde ma sorprendentemente coerenti, ci fa presto suoi grazie ai capitoli brevi e a una scrittura scorrevolissima, nonostante la narrazione ad ampio respiro a tratti possa mettere alla prova.
Le sette morti di Evelyn Hardcastle è una lettura cervellotica, claustrofobica, forse mai sperimentata finora. Una macchinazione cosmica dalla mente lucida e il cuore di ghiaccio con idee fuori dall'ordinario, molto fumo soffiato negli occhi e innumerevoli comprimari dai ruoli non indispensabili. La festa organizzata dai tenutari è una commemorazione o un castigo? Il labirinto rappresentato dalla magione in stato d'abbandono, maestosa ma sfiorita, è fisico o simbolico? Autentico luogo dell'anima, Blackheath House è una bolgia infernale che costringe un narratore a senza identità a un gioco implacabile: risvegliarsi giorno dopo giorno nel corpo di un ospite diverso, così da acciuffare l'assassino dall'alto di una fantomatica visione d'insieme.

Quanto bisogna sentirsi sperduti per lasciare che sia il diavolo a condurci a casa?

Ora nei panni di un medico, ora in quelli di un maggiordomo, a volte rampollo dedito al vizio e altre sbirro squattrinato, il protagonista fa propri i fardelli dei corpi che lo ospitano – la vecchiaia, il peso fisico, i pensieri impuri – e rischia di perdersi per sempre. Ma anche di guadagnare vantaggi, una saggezza aggiunta, per battere ad armi impari i suoi rivali. Da quando è intrappolato lì, giorni mesi o anni? Cosa lo muove, l'amore o la vendetta? Può fidarsi di sé stesso, se non conosce nemmeno il suo nome? Dalle identità degli altri prende in prestito i pregi e i difetti, l'indole, facendo che le sue più anime convivano contemporaneamente. Lo stesso misfatto, così, può essere studiato da punti di vista speculari. Per notare i dettagli compromettenti, additare il killer e cambiare lo status quo uscendo dal loop.
Otto giornate, sessanta capitoli, cinquecentoventi pagine totali. Tre uniche costanti: la presenza della sfuggente Anna, personaggio fisso che non compare né fra gli invitati né nel personale di servizio; il Medico della peste, uomo mascherato che a tempo debito farà da cicerone e consigliere; il lacchè, sociopatico infallibile che minaccia di freddare con puntualità ciascuna incarnazione.

Il futuro non è un avvenimento, amico mio, è una promessa, e non saremo noi a violarla. È questa la natura della trappola che ci tiene prigionieri.

Non servono tutti gli ospiti. Non servono tutte e otto le giornate. Non servono tutti i figuranti. Inutilmente caotico, senz'altro eccessivamente affollato, il thriller paranormale è all'altezza delle proprie ambizioni, ma cavilli, colpi di scena e complessità strutturali sono insieme un pro e un contro: nel tempo potrebbero renderlo abbastanza oscuro, infatti, da non farcelo ricordare nel dettaglio. Abile a confondere i sensi, tuttavia, risulta un'indagine assolutamente scoppiettante la cui particolarità è un'arma a doppio taglio. Se Turton la padroneggia con maestria, al contrario potrebbe far incontrare qualche ostacolo al lettore più incostante: rischieremmo di perderci, in tal caso, un finale che fa la differenza. Le sette morti di Evelyn Hardcastle è una messinscena di maschere impassibili e attori navigati, di conti da saldare e regole infrante in nome del perdono, che nell'impensabile scioglimento si arricchisce perfino di riflessioni dai toni filosofici. Sul perdono. Sull'espiazione. Su gironi danteschi in cui in fondo non vediamo l'ora di smarrirci, pur di ritrovarci.
Armatevi di tempo e pazienza da vendere. Lasciate da un lato penna e taccuino: le congetture non funzioneranno. Fra pregi e difetti, ne sarà comunque valsa la pena. Da Blackheath House, se c'è una cosa garantita, si esce cambiati. Il resto, resta enigma.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Labyrinth

venerdì 8 giugno 2018

Mr. Ciak: Il sacrificio del cervo sacro, Assassinio sull'Orient Express, Marrowbone, The Strangers: Prey at Night

Yorgos Lanthimos. Un nome affermato, una garanzia di perfezione formale e insensata cattiveria. Prima la famiglia vittima di sé stessa nell'interessante ma da me odiato Kynodontas. Poi la distopia di The Lobster, in cui la solitudine era una malattia da debellare. Adesso, l'America borghese di The Killing of the Sacred Deer. Il cast blasonato, le villette simmetriche, una Ellie Goulding assurdamente inquietante nella colonna sonora e questa volta, sin dal titolo, un'inconfondibile matrice greca, tragica. Il chirurgo di Colin Farrell ha mani infallibili, due figli e, a letto, la moglie di un'algida Nicole Kidman con cui consumare innocue fantasie necrofile. Cosa lega il capofamiglia a un misterioso adolescente che lo tiene sotto scacco, costringendolo allo stesso sacrificio di Agamennone? Forse una maledizione da non spiegare mai, forse una connaturata persuasione. Le dinamiche tra Farrell e il sinistro Barry Keoghan sembrerebbero quelle sottili di un home invasion in cui tutti possono essere soggiogati o sedotti – su carta, infatti, si è nei territori di Pasolin e Ozon. Il ragazzo invece non si accontenta degli orologi, dei pranzi pagati, delle attenzioni di una famiglia perfetta: desidera vendetta, e di quelle che sfuggono a qualsiasi spiegazione logica. Lanthimos, al solito, provoca, stranisce e nega facili soluzioni. Bravissimo ma imperscrutabile, firma un'altra opera difficile da digerire. Splendido e ributtante, The Killing of the Sacred Deer mi è piaciuto e mi ha fatto schifo insieme – visto lo scorso dicembre, mai metabolizzato, trova ora spazio sul blog e in sala. Tiro al bersaglio con suoni martellanti e immagini ipnotiche, colpisce alla cieca il cuore e il nucleo familiare. Ti immobilizza. Poi gli occhi sanguinano. La morte – delle certezze, del cervo caro ai folli e ai greci – giunge alla fine. Nemmeno quella, però, porta pace. Tocca stare al gioco e basta, come quei personaggi smarriti al centro delle stanze, schiavi della tyche; come quegli attori grandissimi, qui volutamente meccanici e alle prese con dialoghi stranianti. Vittime, noi e loro, di lunghe carrellate e di campi più lunghi ancora. Di un regista che si crede Kubrick, Haneke, Dio, e non a torto. (7,5)

L'ho letto lo scorso inverno proprio su un treno, ma il mio primo Agatha Christie non entusiasmava. La trasposizione di un regista abile e fedelissimo, quando si tratta di rimaneggiare grandi classici, dunque non urgeva. Perché affrettarsi, perché ripassare tanto presto l'ABC della teatrale maestra Agatha? Sono passati così quei sei, sette mesi d'ordinanza. Quel che basta per recuperare Assassinio sull'Orient Express in qualità blu-ray e, soprattutto, in lingua originale: la visione sottotitolata è obbligatoria, infatti, con quel cast polifonico; con un doppiaggio che questa volta appiattisce e irrita. Com'era prevedibile, l'intreccio resta intoccabile: un convoglio di lusso che punta al cuore dell'Europa, un detective a bordo, il delitto del gangster Depp ad atterrire (tra gli altri) suor Cruz, la contessa Dench, l'ereditiera di una Pfeiffer in forma smagliante – una compagnia di nomi abbastanza risonanti, insomma, da potersi permettere caratteristi d'eccezione come la Coleman, Jacobi o Gad fra i dipendenti. A capitanarli, un fascinoso Branagh qui in doppia veste: meno gigioneggiante e despota che in passato, l'attore shakespeariano ha un accento naturalissimo e la tentazione di strafare, di cedere al teatro, soltanto nell' interrogatorio finale in cui avanza verso sospettati allineati con le stesse simmetrie di Leonardo da Vinci. Come regista, invece, fa volteggiare la sua macchina da presa con eleganza anche in un ambiente all'apparenza limitante; non annoia né favorisce qualche attore in particolare; aggiunge bei cenni di modernità, tra discriminazioni, rare concessione alla computer grafica, riferimenti alla vita sentimentale di Poirot e una chiusa d'impatto, che sospende i giudizi morali. Assassinio sull'Orient Express procede laccato, attinente e rigoroso fino alla meta pattuita. Non si capisce francamente il parlarne male, equilibrato e di tutto punto com'è. Non si capisce, però, neppure il continuo bisogno di adattarle e riadattarle, storie di cui noto il colpo di scena, svanito l'appeal. Nonostante in comfort del viaggio. (6,5)

Quattro orfani inglesi. Il Nuovo Mondo, un nuovo cognome. La fuga oltreoceano da qualcuno – qualcuno con il loro stesso sangue maledetto – che non deve trovarli. Vivono in un fortino fatiscente in cui, al bando gli adulti, tutto è un lungo gioco, tutto è un segreto da tacere. Nessuno deve sapere che vivono soli, senza un tutore. Nessuno specchio incrinato deve essere liberato dal suo drappo. Ci sono cose a cui, eccetto il piccolo di casa, non si fa cenno. Stranezze, spifferi, uno spettro inquieto come quinto inquilino. Ancora segreti, gelosie, macchie scure. Sul soffitto, nella coscienza. Un avvocato assetato di denaro e l'amore del primogenito per l'inarrestabile Anya Taylor-Joy rischiano di infrangere l'idillio dei giovani Marrowbone – loro, e le assi della soffitta che di notte non smettono di scricchiolare. Hanno i volti di alcuni degli attori più talentuosi delle nuove generazioni – Charlie Heaton, Mia Goth e, da Captain Fantastic, un bravissimo George MacKay – e il candore, la complicità, dei personaggi del Giardino Segreto e Una serie di sfortunati eventi. L'uomo sbarca sulla luna, ma i loro hobby inconsueti sembrano fuori dal tempo. Internet ti suggerisce si tratti di un horror eppure, per un po', sembra di assistere a un film vecchio stile, con atmosfere gotiche ma fiabesche e vicessitudini da racconto d'avventura. Dotato di una fortissima componente emotiva, con un colpo di scena capace di renderti vicino il soprannaturale, Marrowbone non tradisce la classicità delle sue ispirazioni romanzesche né, checché ne suggeriscano le ambientazioni, la sua provenienza europea. Scrive e dirige, infatti, Sergio G. Sanchez, già sceneggiatore dello struggente The Orphanage. Benché non ai livelli del suo titolo di maggior successo, Sanchez – qui al suo esordio alla regia – confeziona un film forse già visto, ma abbastanza raro. Perché ti ci affezioni nel mentre, e ti emozioni. Perché sotto il lenzuolo di questo fantasma batte un cuore grande e spezzato, e decifrare i suoi sussulti, le sue richieste, rende la convivenza una metafora che sa di malinconia. (7)

Sono passati dieci anni dall'uscita di The Strangers, thriller già di per sé poco memorabile che ricordo come la versione a stelle e strisce del francese They e quella meno divertente di You're the Next. L'idea di un sequel appariva fuori tempo massimo nell'era in cui The Purge – home invasion a tinte distopiche – macinava proseliti e capitoli su capitoli. Prey at Night con il film con Liv Tyler ha poco a che fare. Capitolo indipendente, per non dire così scollegato da risultare immotivato, non si rifà al logorio di un filone che vive di spazi ristretti e case d'improvviso claustrofobiche, ma segue le disavventure di una famiglia intrappolata in un parcheggio per roulotte. I genitori glamour di turno sono Martin Handerson e Christina Hendricks (quest'ultima sì procace, ma non abbastanza da usare l'ingombro della sua quinta misura come arma di distruzione di massa); la figlia ribelle, invece, è la sempre espressiva Bailee Madison, lasciata bambina ai tempi di Hai paura del buio e qui trovata sexy scream queen. È proprio la notte buia e nebbiosa dei racconti dell'orrore. E se in un survival di quelli senza fronzoli, senza trame innovative, si scappa, si crepa e s'ammazza, incalzati da serial killer mascherati che uccidono perché possono. Tra i superstiti, la regia del Johannes Roberts di 47 metri, che qui gioca a fare John Carpenter tra campi lunghissimi, zoom schiaccianti e un'immancabile colonna sonora anni Ottanta; un gusto piuttosto raffinato, che si nota nel taglio stilistico e nella messa in musica di qualche omicidio in particolare – la sequenza in piscina con le luci al neon e Total Eclipse of the Heart è d'esempio. Il difetto: il ritorno di The Strangers sugli schermi è anacronistico proprio come ci appariva in partenza, ininfluente. Avrebbe potuto avere un altro titolo. Avrebbe dovuto giustificare l'attesa; passaggi della staffetta che vanno avanti da due lustri e, adesso, da due film. Non sarebbe stato meglio chiuderla prima, la stagione della caccia? (5,5)

lunedì 11 dicembre 2017

Pillole di recensioni: Assassinio sull'Orient-Express | La figlia del dottor Baudoin

Titolo: Assassinio sull'Orient-Express
Autrice: Agatha Christie
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 210
Prezzo: € 13,50
Il mio voto: ★★★
Qual è il colmo per un blogger che vive di romanzi? 
Non aver mai letto prima d'ora Agatha Christie.
Qual è il colmo per un romanzo interamente ambientato a bordo di un treno? Leggerlo su un Frecciabianca guardando gli altri passeggeri con occhi un po' sospettosi e sperando che nessuno di loro scambi l'ironia per minaccia. Ho scelto proprio Assassinio sull'Orient-Express per apprezzare a colpo sicuro la madre del giallo inglese e per una compagnia a tema durante un viaggio lungo sette ore. In sala, intanto, l'incentivo dell'ultima trasposizione firmata Kenneth Branagh. L'intreccio lo si sa a campanello: c'è un convoglio di lusso che viaggia sotto la neve, d'inverno, da Instabul a Calais. Ospita passeggeri disparati, per sesso, provenienza ed estrazione sociale. Microcosmo itinerante di vite sconosciute che in realtà hanno tutte qualcosa da nascondere; mille e un segreto a unirle. All'improvviso, un urlo nella notte. La vittima, pugnalata più volte nella propria cabina, è Samuel Edward Ratchett: gangaster sotto falso nome, sfuggito alla giustizia dopo l'omicidio di una bambina rimasto impunito. Chi (non) lo voleva morto? Indaga l'immancabile Poirot: la testa tonda, i baffetti impomatati, la propensione tutta sua nel trovarsi al posto giusto nel momento sbagliato. I sospetti: dodici. Su un mezzo che sembra un teatro di posa, Poirot smuove le acque e scandaglia con ordine esemplare. Ispeziona le storie personali dei passeggeri, i loro bagagli pesanti, la solidità degli alibi. Per questione di gusto, però, ammetto di averla trovata pesante, a tratti, quella struttura troppo reiterata, troppo schematica: da manuale, verissimo, ma lontana da me. Che alla precisione delle risposte premetto la confusione delle domande. Che al metodo della giustizia preferisco invece il caos dei peccatori. Classico, teatrale, rigoroso, Assassinio sull'Orient-Express mi ha rivelato che il treno del talento di Agatha Christie non è passato, no. Sa divertire. Soprattutto sa sorprendere, se ignari come me dei risvolti di un finale tanto noto – un po' macchinoso, un po' improbabile, ma sorprendente, sì. Molti giallisti hanno percorso questa stessa tratta: sono passati da qui, da lei. Ma altrettanti, la bellezza di ottantadue anni dopo, per fortuna sono andati anche oltre.

Titolo: La figlia del dottor Baudoin
Autrice: Marie-Aude Murail
Editore: CameloZampa
Numero di pagine: 208
Prezzo: € 15,90
Il mio voto: ★★★+
Il dottor Baudoin ha uno studio medico in centro, un collega che è il suo esatto opposto, uno squadrone di figli che crescono. Tutte e tre le cose gli danno da pensare. Se l'ambulatorio è diventato “una sfilata di stitici e rompipalle”, se lavorare fianco a fianco a quel Vianney Chasseloup troppo ligio e propositivo gli ricorda quanto sia diventato scostante con l'arrivo dei cinquanta, a insospettirlo è piuttosto il comportamento di Violaine – la figlia maggiore, quella che scopre il sesso e le responsabilità, mentre i restanti fratelli pensano ora agli abiti firmati, ora ai videogiochi. La figlia del dottor Baudoin è andata a letto con un coetaneo, più per sfida che per amore. Violaine non è noiosa come le dicono i compagni di scuola: visto? Violaine, matura ma a volte troppo avventata, non è pronta a diventare madre. C'è la vita che cresce in lei e a poco serve fingere una comune influenza; a poco basta rimandare a domani una gravidanza indesiderata. Il secondo romanzo che leggo dell'instancabile e apprezzata Marie-Aude Murail parla di tutti loro – inserito nella collana Le Spore come young adult, ma intergenerazionale e senza peli sulla lingua come solo certe commedie francesi sanno. Baudoin: un umorismo caustico che si spreca e prescrizioni facili per togliersi presto di torno il disturbo dei pazienti. Chasseloup: gli occhi dolci nonostante un'infanzia difficile, un gatto randagio detto Cassonetto e una fiducia cieca non nei farmaci, bensì nell'ascolto dell'altro. La vulnerabile Violaine che, nel dubbio, proprio al giovane Chasseloup si rivolge per non sbugiardarsi davanti a papà. A unirli e dividerli, nell'arco dell'intero romanzo, un ascensore che sale e che scende. Una visione antitetica ma magicamente complementare dell'etica professionale, dei rapporti interpersonali, della vita. Una scrittura frizzante, autoironica, che parla dell'aborto senza sconfinare mai nel buonismo – anzi, sulle interruzioni volontarie di gravidanza apre con violenza gli occhi – ma che potrebbe prendere in contropiede chi, come me, non aveva messo nei patti questa struttura corale. Si parla di ripensamenti. Di segreti. Di confronti che fanno crescere a qualsiasi età. La decisione finale, insomma, spetta all'adolescente o agli altri? Nella Murail non ci sono né risposte giuste né risposte sbagliate. E, forse a malincuore, un personaggio a cui spetti davvero l'ultima parola, in un cicaleggio di punti di vista distanti, con al centro un tema caldo e un po' di confusione intorno. La figlia del dottor Baudoin mi è piaciuto ma, semplicemente, non è il romanzo che avrei sperato di leggere.

giovedì 4 agosto 2016

I ♥ Telefilm: Preacher | Stag

Jesse Custer è un pastore per caso, in un Texas che sembra il deserto del Sahara. Climi bollenti, sabbia e sale negli occhi, atmosfere sonnacchiose. Turbolento è il suo gregge, però, così come il suo passato: come ci è finito uno come lui, che ha il fisico da bullo e precedenti per rapina a mano armata, a guidare le anime di una comunità non così tranquilla, non così affidabile? All'inizio, sono le piccole cose a rendere pepata una professione tra le più rigorose: i pettegolezzi nelle confessioni, gli scandali in miniatura, gli sporchi segreti delle vite degli altri. Poi, nel mondo, succedono stranezze su stranezze. E pastori come lui, di qualsiasi religione siano, muoiono per autocombustione: una forza misteriosa ha provato a entrare in loro e, trovando la porta chiusa, patapam, li ha fatti esplodere in tanti grovigli di sangue e interiora. Questa forza, che viene chiamata Genesis, in Jesse riesce a mettere le radici, però. Il potere lo rende coscienzioso, ricercato e dannatamente persuasivo. Qualsiasi cosa dica è un ordine a cui è impossibile sottrarsi: che badasse bene alle parole da usare, nei suoi sermoni, perciò. Condannare alla sofferenza eterna uno sprovveduto è questione di un attimo! Ma ha come una freccia luminescente sulla testa e, in breve, la cittadina accoglie turisti sgraditi: malintenzionati, angeli custodi, creature paranormali. Ed ecco che si rivede Tulip, sua focosa ex, e che l'irresistibile vampiro Cassidy decide di nominarsi suo migliore amico ad honorem. Dio latita, ma c'è chi vuole restaurare l'ordine al posto suo. E saranno bombe atomiche, rivelazioni da antico testamento, fulmini e saette. Sangue: copioso. Volgarità e parentesi grottesche: chi ne ha più ne metta. Fantasia: sempre. Noia: nei primi episodi, dunque raramente. Ispirato a un celebre fumetto che tutti hanno letto tranne il sottoscritto, Preacher è la serie che in tanti aspettavano, in questa estate piatta in sala e iperattiva in TV. Popolosa, scorretta e vagamente blasfema, è un'esperienza mistica – realizzata con il beneplacito del simpatico Seth Rogen, che ne ha diretto anche qualche puntata – coi suoi alti e bassi. Mi è piaciuta, e pure tanto, a scoppio ritardato. Pare, infatti, faccia liberamente da prequel al fumetto. Disturbava i fan veri. Mandava in confusione me – ma talora, vuoi la colonna sonora bellissima e le ispirate invettive di Cassidy contro il sopravvalutato cinema dei Fratelli Coen, anche in brodo di giuggiole. A mancargli, i peli sulla lingua, i freni, l'equilibrio. E quanti sbadigli nell'assistere ai piani di un sindaco mefistofelico e nel guardare, scettici, i flashback (che però flashback non sono) su un cowboy del selvaggio West, che non si capisce bene che ci faccia lì? La scelta di restargli fedele, nonostante tutto, è per le atmosfere con cui già andavo a nozze ai tempi di quel True Blood rovinatosi poi strada facendo; le prove perfette del fichissimo Dominic Cooper, del suo iconico socio irlandese, Joseph Gilgun, e della graziosa Ruth Negga, in odore di Oscar, stando ai più, per Loving; il calderone ribollente di intenzioni e le risse da bettola. Preacher è un pasticcio. Un oggetto non identificato che cade in una latta di vernice rosso sangue e crea schizzi ovunque: su pareti, pavimenti e, perfino, il soffitto. I ferventi cattolici scalpiteranno. I vicini si lamenteranno per gli schiamazzi. La certezza che tutto sia una prova per la stagione che seguirà e i comportamenti scriteriati – ci vuole coraggio da leoni a convocare l'Altissimo in videochat - fanno da garante, però, per un futuro pellegrinaggio tra catastrofi, macchine ruggenti, inferno, paradiso e circondario. (7)

Londinesi a flotte nell'uggiosa ma affascinante Glasgow per il matrimonio del loro amico del cuore. Il loro collante convola a nozze e sono invitati tutti. Anche, loro malgrado, il fratello della futura sposa: timido, impettito, fuori posto, con lo smoking ben stirato e la faccia da suola. Sarà la compagnia ideale per darsi a bevute – con rutto libero incluso – nei pub scozzesi? Imbraccerà come si deve il fucile, nella tradizionale caccia al cervo? La compagnia, affiatata dopo anni e anni di scorribande, sa divertirsi, ma l'idea di partenza – la battuta di caccia – va in malora, quando li coglie di sorpresa la tempesta prima, la violenza del prossimo poi. Mimetizzato nei boschi, c'è un assassino dalla mira impeccabile. E loro, da cacciatori, diventano in fretta prede. Cronaca di un tranquillo weekend di nuvole temporalesche e paura, Stag è una miniserie BBC in tre parti che si pone come un faccia a faccia, parzialmente vincente tra l'altro, tra The Hangover e Dieci piccoli indiani. Sanguinaria commedia gialla, tira fuori dal cilindro qualche omicidio ben orchestrato, i colpi di scena più o meno a sorpresa dell'epilogo e un'eccellente compagnia di interpreti. Un po' seria e un po' sarcastica. Il resto lo fanno i sinistri spettacoli naturali e l'umorismo nero all'inglese, verso la cui scorrettezza (non scordiamoci, però, la loro perfetta idiozia ingiustificata) ho un noto debole. Dopo essere scampati a una mina, perciò, qualcuno deciderà di festeggiare saltellando e, oplà, salterà in aria ugualmente; il protagonista indosserà per tre ore una tuta rosa e acrilica a forma di alce; i moventi, conditi dall'ironia, non saranno tra i più inattaccabili. Stag, che tra me e me pensavo potesse essere una di quelle serie a sorpresa, sbucate dal nulla, è invece un intrattenimento piacevole ma che non lascia lunghi strascichi. Una gita nel verde fine a se stessa, in cui si trovano a colpo sicuro risate passeggere, misteri grandi e piccoli, testimoni di nozze sui generis e una chiusa che, davanti a un twist di troppo che stroppia, lì per lì, lascia confusi. Serve mandare indietro veloce, leggere le interpretazioni sui Social, per chiarirsi le idee. E qualcosa va al proprio posto, così, e qualcosa no. Come dopo una notte di bagordi di cui si conservano flash, indizi e cerchi alla testa. E nei vuoti di memoria, profondi come tombe, ecco che ci scappa il morto. (6,5)

giovedì 11 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: The Hateful Eight, Trumbo, 45 anni

Attrice non protagonista, Colonna sonora, Fotografia
Il tardo ottocento, un Wyoming che porta i segni della Guerra Civile e del cattivo tempo, una neve che non si scioglie. Il sole latita. La tempesta del secolo è dietro l'angolo. Sperano di non trovarcisi nel mezzo i passeggeri di una carrozza che avanza pian pianino e che, nel mentre, chiacchierano per scaldarsi: due cacciatori di taglie, il futuro sceriffo e una sfrontata criminale, tutti insieme appassionatamente, verso la cittadina di Red Oak. Le temperature precipitano, i cavalli si ribellano. Fermarsi per qualche giorno, perciò, in un'accogliente merceria che ospita già un paio di ceffi loschi. Non languirà di certo la conversazione, se hanno tutti idee agli antipodi e se sceneggia un Tarantino mai così verboso e nostalgico. La baita nel cuore della tormenta viene divisa in due – i sudisti da una parte, i nordisti dall'altra -, e al centro c'è il tavolo da pranzo, territorio neutrale. E l'ottavo lungometraggio dell'autore di Pulp Fiction – amatissimo dai più, da me in dosi ragionevoli – si divide in capitoli compositi, punti di vista speculari, un prima e un dopo. Ha un incipit che non delude le attese e una chiusa che, pur non entusiasmando, regala il bagno di sangue e i colpi di scena che ci si aspettava. Al centro, i paragrafi che ho più patito: una lunga e ingiustificata agonia - sarò impopolare, ma onesto – in compagnia di personaggi coerenti e detestabili, come da titolo. Sono numerosissimi, logorroici e il più pulito tra loro ha la rogna: parlano tanto, biascicando, ed ecco emergere il Tarantino più politico, gratuito, soporifero. Si intuiscono le tensioni nel gruppo – si intuiscono, appunto, perché nei loro mari di chiacchiere annaspavo -, ma sembrano superflue le presentazioni di sorta. Ci si augura muoiano tutti e presto, spinti oltre il limite, su uno sfondo che ha l'aria delle scenografie teatrali. Sulle assi del palcoscenico, figure esagerate nei movimenti, nelle espressioni, nella mimica. Fastidiose, se non fosse per l'ottima Jennifer Jason Leigh – il viso tumefatto, i versi sguaiati, il rosso tra i capelli come in Carrie – che, vessata e percossa, ispira pietà e simpatia. Sorprende lei, non un baffuto Kurt Russel, non un Tim Roth che raccoglie la staffetta dell'istrione (e gigione) Waltz e, ultimo ma non ultimo, non uno spietato Samuel L. Jackson che ha però un pregio oggettivo. E' protagonista, insieme a Bruce Dern, della scena che cattura la tua attenzione – dopo una non trascurabile ora e mezza di pensieri vaganti e bla bla bla. Allora, il la per una mattanza con tutti i sacri crismi: i personaggi iniziano a morire, un po' per colpa dell'intolleranza razziale e un po' per colpa del veleno, e The Hateful Eight diventa un pastiche letterario e cinematografico, con le vittime di Dieci piccoli indiani, il gelo di La cosa, gli sceriffi brutti e cattivi – i belli e i buoni, infatti, latitano – di Sergio Leone. Ma le budella, le parolacce e le ciarle, tranquilli, le mette il caro Quentin. Che io guardo puntualmente, attentamente, ma senza gli occhi dell'amore: ho visto e rivisto Kill Bill, ho sofferto in ritardo per la mancata vittoria di un Pulp Fiction, ma quando fa passi falsi – vedi A prova di morte o informati sulla sua insana passione per Lino Banfi -, senza le lenti rosa, posso ammetterlo fuori dai denti. Ed è così che vi dico che The Hateful Eight, altrove acclamato, mi è piaciuto a tratti e poco: se migliora con la comparsa di Channing Tatum, in flashback, c'è di che meditare. Morricone mette in musica ma senza ispirazione,Tarantino cita tanto e quando ci mette del suo non convince. All'inizio, quanto l'ho patito? Alla fine, cosa mi ha lasciato? Per gli otto del deludente Quentin, in definitiva più pretenziosi che odiosi, che un'odiosa sufficienza allora sia. (6)

Migliore attore protagonista - Bryan Cranston 
Notte degli Oscar che vai, biopic che trovi. Mai come quest'anno si dovrebbe adottare il detto, davanti a storie vere che pensavi di non volere conoscere e altre di cui sarebbe stato meglio non sapere nulla. Tra il brillante genitore della Apple e l'ennesima Jennifer Lawrence, Cenerentola armata di mocio rotante e buone intenzioni, si inserisce questo Dalton Trumbo. Ai più giovani, o almeno al sottoscritto, il nome, lì per lì, suggerirà poco. E se vi nominassi, a caso, Spartacus e Vacanze romane? E se vi dicessi che i due film, nei cui titoli di testa figurano i nomi di due autori diversi, furono in realtà scritti dalla stessa persona? Si accende immediatamente la curiosità, le antenne si rizzano e non si vede l'ora di scoprire il perché, se i retroscena del mestiere dello scrittore ti affascinano e il cinema degli anni '50 – gran parata di divi e dive, lustrini, eleganza – continua ad esercitare, a distanza di generazioni, un fascino indiscreto. Più degli ingegneri informatici e delle inventrici da strapazzo, allora, agli amanti della settima arte interesserà conoscere le curiose abitudini, le disavventure e i dolori privati dello sceneggiatore Dalton Trumbo: personaggio dalle vicessitudini infinite e dall'esistenza piena ed appagante, che diventa originalmente l'eroe di una commedia dal gusto retrò, con un regista che ci ha sempre abituati alla leggerezza – è infatti lo stesso di Ti presento i tuoi e seguiti – e un protagonista a cui auguriamo tutti i trionfi di questo mondo. Trumbo riassume in due ore la carriera altalenanente di un pilastro della Hollywood dell'età dell'oro: un prolifico scrittore, che aveva un talento spropositato e, purtroppo per lui, una mente pensante. Il linciaggio mediatico, il carcere e la condanna all'anonimato: le simpatie che nutriva verso il comunismo, infatti, avevano portato il Sindacato a scrivere il suo nome nella lista nera. Negli anni del rilascio, al posto della vergogna, il desiderio di risalire la china: lavori sottopagati, script firmati con ingloriosi nom de plume, una testardaggine che sconfinava spesso nella hybris. Ghostwriter ante litteram e prestanome, lavorava ai suoi copioni notte e dì – persino nella vasca da bagno –, litigava con John Wayne e invitava a cena un giovane Kirk Douglas. Emergere dal fondo dell'abisso sociale, perciò, con l'aiuto di una famiglia trascurata troppo e il sostegno di rari fiduciosi. Ci si aspetterebbe, in teoria, politica e tanto rigore. Ci si trova davanti, in pratica, a un lavoro che parla d'altri tempi e sembra esserlo, d'altri tempi: sarà per una profondità storica che non ci viene fatta pesare o per un accurato montaggio, che mescola filmati di repertorio e nuovi ciak; sarà per per i toni briosi, le figure accattivanti e le occhiate interessate oltre il sipario. Tantissimo, però, fa Bryan Cranston, in una prova molto attesa e che non delude. Un parrocchetto sulla spalla, vestaglia e pantofole, l'idea rivoluzionaria di un mondo uguale per tutti: è così, con il trucco, l'ipercaratterizzazione e il fare da mattatore, ci si scorda di averlo venerato, per cinque stagioni, nei panni del leggendario Heisenberg – anche se, su tutti, le deliziose Diane Lane e Elle Fanning, come accadeva d'altronde nella premiata ditta White, fanno i conti con il solito professionista stacanovista. Ed è così, in un film che dalla sua ha anche il ritmo e i temi, fatidica prova del nove, che gli si può garantire nuova vita al cinema, dopo l'apoteosi e Breaking Bad. (7)

Migliore attrice protagonista - Charlotte Rampling
Quando si è giovani, si guardano le coppie storiche – i nonni seduti a capotavola a Natale, per dirvi – e spontaneamente ci si domanda cosa resti dell'amore dopo una vita insieme. Non ci si annoia mai? La pillola blu aiuta a letto? Cos'è della passione iniziale, se il corpo cede, il pensionamento ti tiene a casa e dell'altro, che russa e borbotta, quello che ti faceva sorridere, adesso, è tutto un difetto? Fino a poco fa, pensavo semplicemente che ci si arrendesse: i tappi per le orecchie, la sacrosacra pazienza delle donne e, a far da collante, le bollette da pagare, i figli, i pensieri quotidiani. Il pastore tedesco al guinzagno, le passeggiate, la spesa, festeggiare i piccoli traguardi importanti. A tutto c'è una soluzione, con la fede al dito e le rughe d'espressione, e per il resto c'è il tempo, che guarisce le ferite e i musi lunghi. Si resta insieme, a settant'anni, più per l'incertezza – dove andare, con chi vivere, che combinare – che per l'amore? Kate e Geof Mercer, sposi di lunga data, vivono in un accogliente cottage nella campagna inglese: hanno un cane, ancora voglia di cercarsi e, nelle loro stanze linde, non ci sono foto ricordo. Dalla loro storia, non sono nati bambini, ma questo sabato festeggeranno quarantacinque anni insieme. Scrivono già i discorsi, pensano ai regali. Finché l'arrivo di una lettera non mette tutto in forse: Geof vi distingue perfettamente un nome, Katya, e il ricordo di un'avventura in montagna, cinquant'anni prima. Sulle alpi svizzere, la sua prima innamorata era scivolata in un crepaccio e, da allora, si erano perse le sue tracce. Il ghiaccio che si scioglie, dopo decenni e decenni, restituisce integro il suo cadavere. Che male può fare una rivale già morta? 45 Anni - dramma matrimoniale, riflessione esistenziale - è il mio pensiero che viene smentito, la nascita di una graduale gelosia verso un fantasma di donna che smuove dilemmi su dilemmi, l'ultimo film indipendente dell'autore di Weekend. La lenta esplorazione di un'altra intimità – questa volta, all'intero di una solida coppia eterosessuale – e l'analisi grammaticale di un altro amore, ma vissuto da due sul viale del tramonto. Ci saranno i rimpianti, le confessioni, un'amarezza sconsigliabile a chi festeggerà in allegria il vicino San Valentino. I protagonisti saranno meno nervosi, urlanti e rancorosi che in un Revolutionary Road – l'età avanzata e l'essere british fino al midollo li rende quieti e molto più morigerati -, ma Charlotte Rampling e Tom Courtnenay, in pausa di riflessione, non ci risparmieranno gli struggimenti e le riflessioni di una crisi sentimentale arrivata con un elegante ritardo di trentotto anni. Anche allora, pare, le coppie possono scoppiare. Lui, trasognato ed emotivo, abbandona il letto nel cuore della notte, si rifugia in soffitta e pensa a cosa sarebbe stato “se”, meditando sullo scioglimento dei ghiacciai e l'infallibile persistenza dei ricordi. Lei, settantenne bellissima, si divincolerà in fretta dal primo lento in pista. E la colonna sonora di un matrimonio felice, Smoke Gets in Your Eyes, non suonerà, così, più allo stesso modo. (7)

mercoledì 13 gennaio 2016

I ♥ Telefilm: Ash vs Evil Dead, Mozart in the Jungle II, And Then There Were None - Dieci Piccoli Indiani

Ash Vs Evil Dead
Stagione I
La gente, quando mi scopre cresciuto a pane e horror anni ottanta, ne è meravigliata. Non si direbbe, mi assicurano, data la mia inconsueta apertura verso generi cinematografici ben diversi – ad esempio, potete star sicuri che la romcom parlatissima, con lui che incontra lei in tutte le combinazioni e le città d'arte possibili, qui avrà sempre un posto speciale – e strano, aggiungono, che più attirato dal sangue che dai cartoni animati sin da bambino, non sia poi diventato un serial killer di fama mondiale. E qui sghignazzano e fanno l'occhiolino. Scherzando scherzando, io rispondo che per quello c'è sempre tempo. Allora, silenzi di tomba. Questo per dire che, tra i miei registi cult, a sorpresa ma non troppo, c'è un certo Sam Raimi. Autore, insieme ai fratelli, di Xena e Hercules, che allietavano i miei pomeriggi su Italia Uno; del solo esempio di cinecomic che mi è rimasto nel cuore, con l'insuperabile trilogia di Spiderman; di horror a basso budget – da non sottovalutare, per me, neanche il divertentissimo e recente Drag Me To Hell – visti con papà quando non avevo l'età. Ash Williams, in particolare nel medievaleggiante L'armata delle tenebre, era il mio eroe, vestito di cotta e maglia e umorismo a non finire. La trilogia partita con Evil Dead – una manciata di ragazzi in una baita nei boschi, forze maligne, il trionfo dello splatter – era finita però prima che io nascessi, nel 1992. E, senz'altro perché vi avevo assistitito in differita, l'idea del remake al femminile di Fede Alvarez, nudo e crudo, mi aveva dato diverse soddisfazioni. Da allora, più o meno, aspetto la reunion. Annunciata, desiderata, attesissima in famiglia. Più di vent'anni dopo, il simpatico Bruce Campbell – legato indissolubilmente a quel ruolo e a quel regista – torna a indossare, con ironia e una specie di strana commozione, una motosega a mo' di guanto e a sfogliare il temibile Necronomicon. Va verso i sessanta, ormai, ma la mano di legno e i racconti sensazionali lo aiutano a rimorchiare nei bar. Finché, sbronzo e piacione, si fa il bello agli occhi della sua ultima amante leggendo i passi di quel libro scritto con il sangue, sulla pelle di un uomo scuoiato. E risveglia così il Male. I demoni e l'oscurità, insieme allo spettatore, lo trovano invecchiato, impreparato, ma sempre sul pezzo. Lavora come commesso in un negozio di elettronica in stile Chuck Bartowski, vive in una roulotte sgangherata, ha la dentiera e il busto ortopedico. Non perde però il tocco. Ha una poliziotta che segue le sue tracce, un'alleata – o è forse una nemica? - con il volto di una Lucy Lawless affascinantissima e due pivelli come aiutanti: Ray Santiago, messicano e imparentato con un brujo, e Dana DeLorenzo, bella e capriciosa. Lui, inutile dirlo, è perdutamente cotto di lei. Morti e battute ad effetto, effetti speciali artigianali, dieci episodi – pochi e brevi, purtroppo – per le dieci tappe di uno spassaso viaggio on the road, che grandi e piccoli bramavano. Raimi produce, e qualche volta dirige, un rinfrescante bagno di sangue e un caloroso ritorno a casa. Anzi, nella Casa. (7,5)

Mozart in the Jungle
Stagione II
Il pubblico, elegantissimo, prende posto a sedere. L'invito al silenzio e, dal palcoscenico, i primi arpeggi. Si apre il sipario e un uomo di spalle, piccino ma energico, spinge la sua orchestra a grandi trionfi. L'applauso, un altro. Dopo l'ingresso del maestro Rodrigo alla Filarmonica di New York, le cose vanno meglio per tutti, o quasi. Lo scorso anno, in una serie rivelazione targata Amazon, nonché preziosa presenta ai Golden Globes di questo stesso 2016, un direttore dal sangue caliente e dai metodi poco ortossi accoglieva a braccia aperte l'avvento della novità. In tanti storcevano il naso, davanti ai suoi capelli indomabili, al passato turbolento, alle prove per strada. Ma quanto ci erano piaciuti, in realtà, gli spettri in costume, il glamour della City, il suono di una leggerezza mai tanto di classe? Quanto attendevamo un altro ciclo di episodi, per sapere se il bacio tra Rodrigo e l'allieva Lola Kirke avrebbe avuto ripercussioni e se la Filarmonica, gravemente indebitata, ce l'avrebbe fatta a risollevarsi? Mozart in The Jungle ritorna, tra dicembre e gennaio, con un seguito all'altezza del non lontano inizio e piccoli dubbi che, però, si rinnovano nel sottoscritto. Perché la serie, benedetta da Chris Weitz e dai compagni di merenda di Sofia Coppola, non si sa quando cominci né quando finisca. Mi spiego. Grandi attori e colonna sonora immensa, ma come una povertà di temi, di stagione in stagione. Cos'è successo nella prima, dopo l'arrivo di Rodrigo? Cosa succede nella seconda, dopo il tour in America Latina? Poco, pochissimo. Gloria, magnifica settantenne, scopre di possedere notevoli doti canore – ma trattandosi di Bernadette Peters, leggenda del musical, è poco lo stupore – e di avere ancora l'età per concedersi un amore o due; l'oboista Hailey, con il fidanzato ballerino impegnato in un reality show, ripensa alle attenzioni del suo Maestro; Cynthia, sexy violoncellista, asseconda le avance di un'avvocatessa che in tribunale però non fa faville; Thomas, ed è impossibile a questo punto non nominare il granitico Malcolm McDowell, lavora alla sinfonia di una vita e seppellisce nel frattempo l'ultima moglie. E cosa capita invece a Rodrigo, in cerca dell'assistente perfetto e, per un arco di episodi, affetto da un fastidioso disturbo uditivo? Sarà come Mozart, eterno enfant terrible, o cagionevole come Beethoven? L'eleganza e l'ordine dello skyline newyorkese, per un po', cedono il posto a una tournée sui mari del sud. Al calore e al colore del Messico. Il buon cibo, le maledizioni, la lettura dei fondi di caffè. Gli amori predetti dalle nonne sagge. Esilarante e ricercato, leggero ma a volte impalpabile, Mozart in the jungle è un passatempo colto e rilassante, per melomani e non solo, a cui questa volta manca maggiore consistenza e la sua città di appartenza. Ma è tanto ben confezionato, tanto sovversivo, che davanti a un Gael Garcia Bernal posseduto dal ritmo – vedeste quanto è coinvolgente e naturale, mentre si dimena e tiene il tempo – è impossibile trovare riparo dall'ispirazione e dall'allegria. Contagiano. (7)

And Then There Were None
miniserie televisiva
Fulmini e saette, un'isola privata tagliata fuori dal mondo, una chiave maestra. Una pistola e, a un tavolo, sconosciuti invitati allo stesso evento: ospiti in una casa labirintica, i cui padroni – stranamente assenti – hanno lasciato il comando ai due domestici, marito e moglie. Tra i piatti fumanti e le posate, al centro, dieci strane statuine d'avorio, che rappresentano ognuno di loro. Dieci vittime – e dieci colpevoli, perché tutti hanno la coscienza sporca – e un assassino che agisce inosservato. Una dopo l'altra, le statuine scompaiono; uno dopo l'altro, gli ospiti muoiono, seguendo l'ordine espresso in una inquietante filastrocca per bambini. I superstiti, sospettosi e pietrificati, vivono sul chi va là. L'indice puntato verso il compagno, il dubbio persistente. In quella villa sferzata dal vento e dalle acque, nessuno entra e nessuno esce: il male è tra loro, l'inferno è in terra. And Then There Were None – per noialtri, Dieci Piccoli Indiani – è il titolo che, a un passo dall'anno nuovo, sotto le feste, si è presentato alla mia porta, con la sua aria inglese al solito impeccabile, il taglio cinematografico, un intreccio di cui non si è mai stanchi a sufficienza. La BBC, in tre puntate, propone la trasposizione del romanzo più celebre della regina del brivido, Agatha Christie, e sorprende in maniera impensata. E da quando sbagliano, questi inglesi, chiederete? Invece, davanti a riproposizioni edulcorate e alquanto mediocri – su tutte, l'ultimo Lady Chatterley's Lover -, lo scorso anno le mie convinzioni hanno vacillato. In prodotti belli ma senz'anima, registi e autori che procedevano con il pilota automatico, tanto savoir faire fine a sé stesso, la dizione troppo perfetta dei britannici – e degli automi doc. And Then There Were None, invece, ha un apparato tecnico di tutto rispetto – fotografia cristallina, scenari da sogno (ebbene sì, io faccio strani sogni), un montaggio sonoro che regala sussulti – e personaggi al di sopra di ogni sospetto che, nei flashback, vengono cesellati gradualmente. In tre ore scarse, forma e contenuto hanno lo stesso peso. Il cast, pieno di giovani promettenti e vecchie volpi, è dei migliori. Il bellimbusto viziato di Douglas Booth, il mercenario dell'aitante Aidan Turner, la tata impenetrabile della rivelazione australiana Maeve Dermody. Tra gli altri, il giudice Charles Dance, la crudele precettrice Miranda Richardson, l'eroe di guerra Sam Neil. Tutti bravissimi e tutti in pericolo, in una storia vista e rivista – purtroppo, a ventun anni, non ho mai letto il romanzo; una delle mie tante, imperdonabili mancanze – il cui finale, culmine di una orchestrazione senza stonature, sorprende anche oggi. Un autentico gioiello di eleganza e scaltrezza. Era il trenta dicembre, per essere precisi. Tardi, ormai, per le aggiunte dell'ultimo minuto al famoso listone. Non abbastanza, comunque, per godersi un altro regalo del piccolo schermo. (8)