Jane The Virgin
Stagione I
Jane
Gloriana Villanueva è una creatura mitologica: vergine a
ventiquattro anni, e per scelta di vita. Aspetta la prima notte di
nozze e il brillante al dito: mentre la madre le dice di assecondare
l'ormone, la sua “abuela” la educa al culto della castità e
all'attesa. La verginità è un fiore: una volta sgualcito, come
rimetterlo in sesto? Per fortuna, non dovrà aspettare troppo: Jane
ha accanto a sé l'uomo perfetto. Sarà altrettanto perfetto quando
gli rivelerà di aspettare un figlio che non è il suo? Un errore
della ginecologa e Jane si scopre in dolce attesa: fecondata per
sbaglio con il seme del bel Rafael, proprietario dell'albergo in cui
la protagonista lavora; sua cotta segreta da sempre; sposato con
un'arpia vestita da Barbie. La pancia cresce, le coppie scoppiano e
si ricompongono assumendo forme imprevedibili, la verginità resta.
Puntualmente vittima dell'indiscreto fascino delle “latinate” -
da Ugly Betty a Devious Maids -, colorate e pasticciate
come le gradiamo dalle mie parti, giù in Terronia, la nuova serie
The CW mi è piaciuta più o meno da subito, e sembra piacere anche
parecchio alla critica ufficiale: premiata, sopravvalutata,
fortunata. Le vicende si complicano; saltano fuori narcotrafficanti e
serial killer; i colpi di scena improbabili non latitano, soprattutto
in un epilogo con nascituri, “al lupo al lupo” e fuochi
d'artificio. E per me, non c'è un personaggio che sia fuori posto.
Neanche uno che mi stia sulle scatole: dunque, miracolo al quadrato.
Dai più importanti ai minori. Ma il mio preferito, Anthony Mendez:
irresistibile – e invisibile - voce narrante che, con un accento
tutto suo, suddivide la storia in ventidue capitoli e si presta a
riassunti e chiarimenti. Ogni tanto, ecco comparire sullo schermo
didascalie, schemi, perfino quello che i personaggi non
dicono: giusto per tenere conto di chi è chi, di chi fa cosa, di
quale lato del triangolo sentimentale ha la meglio sui Social. Jane
The Virgin è un'immacolata concezione ai tempi delle soap opera,
degli hashtag, delle castronerie in ambito sanitario. Paradossale,
affollato, divertentissimo. Come una sit-com in formato gigante.
Partito ad ottobre, mi ha accompagnato durante le sere più
esasperanti di primo e secondo semestre e, mentre vecchie conoscenze deludevano, questa Jane si andava facendo
sempre più surreale e frizzante. Convincendo quasi all'unanimità.
Scritta con ironia e grazia, ha ritmi latini e, alla luce del sole, è
della stessa materia di cui sono fatte le telenovelas
argentine – e i sogni delle neomamme che, tra una doglia e l'altra,
scrivono romanzi rosa e sventano pericolosi crimini federali.
Candidamente trash. (7+)
The Following
III (e ultima) stagione
Dopo
Revenge, altra serie cancellata strada facendo: anche The
Following, così, trova la sua parziale conclusione mostrando il
peggio di se. L'ultima stagione impiega pochissimo a classificarsi
come la peggiore delle tre. E, checché se ne dica, nonostante questa
ennesima fatica di Kevin Williamson potesse concludersi dopo un solo
arco di episodi, anche la seconda serie era discreta; appena
sufficiente, ma comunque abbastanza per dare un'occhiata al seguito.
Un'altra chance alle indagini di Ryan Hardy. Lui, sul quale adesso
pesa un'accusa grave: eroe o assassino? Dopo la duplice cattura - e
la duplice fuga - del carismatico Joe Carroll, l'instancabile
detective deve fare i conti con Mark, psicotico gemello rimasto in
vita; una coppia di sposini con il pallino dell'omicidio; una figura
enigmatica – tutti lo cercano, nessuno sa chi sia – che ha
accettato la sanguinosa eredità del Dr. Strauss. Lo spettatore,
parecchio annoiato, si illumina grazie alle rare comparse di James
Purefoy. Mentre le nuove indagini sonnecchiano, intriga giusto il
rapporto viscerale tra il protagonista e la sua storica nemesi: un
Purefoy vicino alla disfatta, ma mai stanco di suggerire malignità;
un Kevin Bacon fisicamente in forma, che si avvicina pericolosamente
al bicchiere e al ruolo di cattivo tenente. Convincenti entrambi, ma
bastano loro? Con un numero inferiore di episodi, magari. Con qualche
dialogo in più e qualche assurdo salvataggio in meno. Nell'ultima
parte, venuta meno la loro morbosa complicità, sotto le luci della
ribalta c'è questo Theo: un marcantonio di un metro e ottanta,
afroamericano, con due occhi azzurri mai visti prima – insomma, un
tipo che passa inosservato, del tutto anonimo come richiesto dal suo
personaggio camaleontico, giusto? – ma il discreto Michael Ealy non
è in grado di sostere un ruolo che in The Fall, per dirne
una, un Jamie Dornan interpreta a regola d'arte. Da non dimenticare –
o forse sì, dimenticatela pure - una misteriosa femme fatale con
paurose somiglianze con la Lady della Del Santo. Anni di sali
e scendi, dunque; scivoloni; pacate accettazioni di svolte irrisorie.
A volere essere generosi, buona la prima stagione, così così la seconda, ma questa – tirata
per i capelli, sfinita, superflua – non si arrende alla
cancellazione ed è un mezzo disastro. Peggio il roseo lieto fine di
Revenge o l'epilogo aperto di un The Following
abbandonato a sé stesso? Le buone idee latitano, dunque si tenta di
guardare a un recente passato: perfino i delitti, opera all'inizio di
un copycat, sono riciclati. Sempre gli stessi. The Following,
in generale, è sempre stato poca cosa per potersi autocelebrare: non
lo comprendono gli autori, all'ultimo giro di boa, ai quali sfuggono il
senso del ritmo, l'ironia, la necessaria credibilità. (5)
The Lizzie Borden Chronicles
Stagione I
Sotto
Natale, io che sono un tipo che sente tanto le festività, avevo
visto il modesto Lizzie Borden Took An Ax, film televisivo
targato Lifetime, incentrato sul processo ai danni di un'ingenua
aristocratica americana accusata di avere assassinato, a colpi di
accetta, i suoi genitori. Aveva la gonnella ancora imbrattata di
materia cerebrale, eppure era stata assolta. Lizzie Borden, per quel
che Wikipedia ci racconta, è tra le assassine più efferate della
storia americana. Ma a parte un piccolo scandolo, un furto, del suo
hobby preferito – l'omicidio – non si racconta nient'altro. Ci
pensa questo The Lizzie Borden Chronicles, serial in otto
puntate che si inventa – ma inventerà tutto tutto? - catene di
delitti e uno stretto legame di sorellanza. Al contrario di quanto mi
aspettassi – ossia un approfondimento più minuto e sensato di quel
che avevo già visto – la Lifetime si cimenta con un liberissimo
sequel, in cui le due brave protagoniste hanno gli occhi di tutti
puntati addosso. Le sorelle Borden – complici, l'una carnefice e
l'altra vittima – si sono trasferite, ma difficile, quando si
tratta di loro, intessere rapporti di buon vicinato e darsi alle
feste d'inaugurazione. Lizzie, mai stanca del brivido, cerca guai. E
alla sua porta bussano, episodio dopo episodio, un fratellastro in
cerca dell'eredità, un cowboy che vuole incriminarla, un pretendente
– con famiglia mafiosa annessa – per la sorella maggiore, Emma.
Ma chi di spada ferisce di spada perisce... Tornano autori, cast, scenari; colonna sonora tamarra,
rallenty spropositati, lame e corsetti. Insieme a loro, i difetti di
sempre, ma un macabro divertimento aggiuntivo. Un morto per episodio
– e sono morti fantasiose – e una protagonista dalla faccia
furbastra che, impunemente, fa massacri senza dare nell'occhio.
Quando in un paesello di un paio di migliaio di anime ci sono, ormai,
più morti che vivi. Le cronache della Borden raccontano, tutto
sommato, ben poco di nuovo, e potevano raccontarlo, semmai, in un
numero minore di episodi. Svolte nelle ultime tre puntate e in un
epilogo aperto. Il resto è poco e niente, ma si segue con una specie
di ghigno felice. Complice il viso da bambola di Christina Ricci, un angelo
del male bello e sinistro, e, al suo fianco, la valida Clea DuVall,
testimone sfortunata di una metà folle. Qualche accorgimento maggiore
nella regia, questa volta, e una randezvous settimanale con la Ricci bastano per raggiungere una sufficienza piena, la prima volta, invece, a
stento sfiorata. (6)