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venerdì 8 settembre 2017

Mr. Ciak: Romanzi al cinema #2

La ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson. Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma senza crederci. La rivoluzione della protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra l'accettazione e la delusione. (5,5)

Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary, la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti: l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo, beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente perfetto, Lady Macbeth ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga, ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni scomodi e aspiranti usurpatori. (7)

Due degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo di un giallo sentimentale. La Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto, sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali rilegge con stile e convinzione il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni – al contrario della sensazione di assistere alle prove generali di due professionisti – non ti segue, una volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)

Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa gravissima. Quarant'anni dopo, la perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il ritorno a casa di un aviatore, ma attira le attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con quel regista. Con quella trama che attinge a un best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e, soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a stagnare nel dimenticatoio? Svolte precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene anche Rooney Mara, esposta a un destino tristissimo). Il segreto brutto non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico, scarsamente equilibrato, restano allora un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede (sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica. (5,5)

Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato, occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di un uomo che ha perso il controllo. Prende le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in superficie. Wakefield, interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto. Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si scorda di te. (6,5)

Chloe Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas Mann, fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non figura sulle radiografie. L'ospedale psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah Cahalan, Brain on Fire è un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende, tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi, senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)

giovedì 11 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: The Hateful Eight, Trumbo, 45 anni

Attrice non protagonista, Colonna sonora, Fotografia
Il tardo ottocento, un Wyoming che porta i segni della Guerra Civile e del cattivo tempo, una neve che non si scioglie. Il sole latita. La tempesta del secolo è dietro l'angolo. Sperano di non trovarcisi nel mezzo i passeggeri di una carrozza che avanza pian pianino e che, nel mentre, chiacchierano per scaldarsi: due cacciatori di taglie, il futuro sceriffo e una sfrontata criminale, tutti insieme appassionatamente, verso la cittadina di Red Oak. Le temperature precipitano, i cavalli si ribellano. Fermarsi per qualche giorno, perciò, in un'accogliente merceria che ospita già un paio di ceffi loschi. Non languirà di certo la conversazione, se hanno tutti idee agli antipodi e se sceneggia un Tarantino mai così verboso e nostalgico. La baita nel cuore della tormenta viene divisa in due – i sudisti da una parte, i nordisti dall'altra -, e al centro c'è il tavolo da pranzo, territorio neutrale. E l'ottavo lungometraggio dell'autore di Pulp Fiction – amatissimo dai più, da me in dosi ragionevoli – si divide in capitoli compositi, punti di vista speculari, un prima e un dopo. Ha un incipit che non delude le attese e una chiusa che, pur non entusiasmando, regala il bagno di sangue e i colpi di scena che ci si aspettava. Al centro, i paragrafi che ho più patito: una lunga e ingiustificata agonia - sarò impopolare, ma onesto – in compagnia di personaggi coerenti e detestabili, come da titolo. Sono numerosissimi, logorroici e il più pulito tra loro ha la rogna: parlano tanto, biascicando, ed ecco emergere il Tarantino più politico, gratuito, soporifero. Si intuiscono le tensioni nel gruppo – si intuiscono, appunto, perché nei loro mari di chiacchiere annaspavo -, ma sembrano superflue le presentazioni di sorta. Ci si augura muoiano tutti e presto, spinti oltre il limite, su uno sfondo che ha l'aria delle scenografie teatrali. Sulle assi del palcoscenico, figure esagerate nei movimenti, nelle espressioni, nella mimica. Fastidiose, se non fosse per l'ottima Jennifer Jason Leigh – il viso tumefatto, i versi sguaiati, il rosso tra i capelli come in Carrie – che, vessata e percossa, ispira pietà e simpatia. Sorprende lei, non un baffuto Kurt Russel, non un Tim Roth che raccoglie la staffetta dell'istrione (e gigione) Waltz e, ultimo ma non ultimo, non uno spietato Samuel L. Jackson che ha però un pregio oggettivo. E' protagonista, insieme a Bruce Dern, della scena che cattura la tua attenzione – dopo una non trascurabile ora e mezza di pensieri vaganti e bla bla bla. Allora, il la per una mattanza con tutti i sacri crismi: i personaggi iniziano a morire, un po' per colpa dell'intolleranza razziale e un po' per colpa del veleno, e The Hateful Eight diventa un pastiche letterario e cinematografico, con le vittime di Dieci piccoli indiani, il gelo di La cosa, gli sceriffi brutti e cattivi – i belli e i buoni, infatti, latitano – di Sergio Leone. Ma le budella, le parolacce e le ciarle, tranquilli, le mette il caro Quentin. Che io guardo puntualmente, attentamente, ma senza gli occhi dell'amore: ho visto e rivisto Kill Bill, ho sofferto in ritardo per la mancata vittoria di un Pulp Fiction, ma quando fa passi falsi – vedi A prova di morte o informati sulla sua insana passione per Lino Banfi -, senza le lenti rosa, posso ammetterlo fuori dai denti. Ed è così che vi dico che The Hateful Eight, altrove acclamato, mi è piaciuto a tratti e poco: se migliora con la comparsa di Channing Tatum, in flashback, c'è di che meditare. Morricone mette in musica ma senza ispirazione,Tarantino cita tanto e quando ci mette del suo non convince. All'inizio, quanto l'ho patito? Alla fine, cosa mi ha lasciato? Per gli otto del deludente Quentin, in definitiva più pretenziosi che odiosi, che un'odiosa sufficienza allora sia. (6)

Migliore attore protagonista - Bryan Cranston 
Notte degli Oscar che vai, biopic che trovi. Mai come quest'anno si dovrebbe adottare il detto, davanti a storie vere che pensavi di non volere conoscere e altre di cui sarebbe stato meglio non sapere nulla. Tra il brillante genitore della Apple e l'ennesima Jennifer Lawrence, Cenerentola armata di mocio rotante e buone intenzioni, si inserisce questo Dalton Trumbo. Ai più giovani, o almeno al sottoscritto, il nome, lì per lì, suggerirà poco. E se vi nominassi, a caso, Spartacus e Vacanze romane? E se vi dicessi che i due film, nei cui titoli di testa figurano i nomi di due autori diversi, furono in realtà scritti dalla stessa persona? Si accende immediatamente la curiosità, le antenne si rizzano e non si vede l'ora di scoprire il perché, se i retroscena del mestiere dello scrittore ti affascinano e il cinema degli anni '50 – gran parata di divi e dive, lustrini, eleganza – continua ad esercitare, a distanza di generazioni, un fascino indiscreto. Più degli ingegneri informatici e delle inventrici da strapazzo, allora, agli amanti della settima arte interesserà conoscere le curiose abitudini, le disavventure e i dolori privati dello sceneggiatore Dalton Trumbo: personaggio dalle vicessitudini infinite e dall'esistenza piena ed appagante, che diventa originalmente l'eroe di una commedia dal gusto retrò, con un regista che ci ha sempre abituati alla leggerezza – è infatti lo stesso di Ti presento i tuoi e seguiti – e un protagonista a cui auguriamo tutti i trionfi di questo mondo. Trumbo riassume in due ore la carriera altalenanente di un pilastro della Hollywood dell'età dell'oro: un prolifico scrittore, che aveva un talento spropositato e, purtroppo per lui, una mente pensante. Il linciaggio mediatico, il carcere e la condanna all'anonimato: le simpatie che nutriva verso il comunismo, infatti, avevano portato il Sindacato a scrivere il suo nome nella lista nera. Negli anni del rilascio, al posto della vergogna, il desiderio di risalire la china: lavori sottopagati, script firmati con ingloriosi nom de plume, una testardaggine che sconfinava spesso nella hybris. Ghostwriter ante litteram e prestanome, lavorava ai suoi copioni notte e dì – persino nella vasca da bagno –, litigava con John Wayne e invitava a cena un giovane Kirk Douglas. Emergere dal fondo dell'abisso sociale, perciò, con l'aiuto di una famiglia trascurata troppo e il sostegno di rari fiduciosi. Ci si aspetterebbe, in teoria, politica e tanto rigore. Ci si trova davanti, in pratica, a un lavoro che parla d'altri tempi e sembra esserlo, d'altri tempi: sarà per una profondità storica che non ci viene fatta pesare o per un accurato montaggio, che mescola filmati di repertorio e nuovi ciak; sarà per per i toni briosi, le figure accattivanti e le occhiate interessate oltre il sipario. Tantissimo, però, fa Bryan Cranston, in una prova molto attesa e che non delude. Un parrocchetto sulla spalla, vestaglia e pantofole, l'idea rivoluzionaria di un mondo uguale per tutti: è così, con il trucco, l'ipercaratterizzazione e il fare da mattatore, ci si scorda di averlo venerato, per cinque stagioni, nei panni del leggendario Heisenberg – anche se, su tutti, le deliziose Diane Lane e Elle Fanning, come accadeva d'altronde nella premiata ditta White, fanno i conti con il solito professionista stacanovista. Ed è così, in un film che dalla sua ha anche il ritmo e i temi, fatidica prova del nove, che gli si può garantire nuova vita al cinema, dopo l'apoteosi e Breaking Bad. (7)

Migliore attrice protagonista - Charlotte Rampling
Quando si è giovani, si guardano le coppie storiche – i nonni seduti a capotavola a Natale, per dirvi – e spontaneamente ci si domanda cosa resti dell'amore dopo una vita insieme. Non ci si annoia mai? La pillola blu aiuta a letto? Cos'è della passione iniziale, se il corpo cede, il pensionamento ti tiene a casa e dell'altro, che russa e borbotta, quello che ti faceva sorridere, adesso, è tutto un difetto? Fino a poco fa, pensavo semplicemente che ci si arrendesse: i tappi per le orecchie, la sacrosacra pazienza delle donne e, a far da collante, le bollette da pagare, i figli, i pensieri quotidiani. Il pastore tedesco al guinzagno, le passeggiate, la spesa, festeggiare i piccoli traguardi importanti. A tutto c'è una soluzione, con la fede al dito e le rughe d'espressione, e per il resto c'è il tempo, che guarisce le ferite e i musi lunghi. Si resta insieme, a settant'anni, più per l'incertezza – dove andare, con chi vivere, che combinare – che per l'amore? Kate e Geof Mercer, sposi di lunga data, vivono in un accogliente cottage nella campagna inglese: hanno un cane, ancora voglia di cercarsi e, nelle loro stanze linde, non ci sono foto ricordo. Dalla loro storia, non sono nati bambini, ma questo sabato festeggeranno quarantacinque anni insieme. Scrivono già i discorsi, pensano ai regali. Finché l'arrivo di una lettera non mette tutto in forse: Geof vi distingue perfettamente un nome, Katya, e il ricordo di un'avventura in montagna, cinquant'anni prima. Sulle alpi svizzere, la sua prima innamorata era scivolata in un crepaccio e, da allora, si erano perse le sue tracce. Il ghiaccio che si scioglie, dopo decenni e decenni, restituisce integro il suo cadavere. Che male può fare una rivale già morta? 45 Anni - dramma matrimoniale, riflessione esistenziale - è il mio pensiero che viene smentito, la nascita di una graduale gelosia verso un fantasma di donna che smuove dilemmi su dilemmi, l'ultimo film indipendente dell'autore di Weekend. La lenta esplorazione di un'altra intimità – questa volta, all'intero di una solida coppia eterosessuale – e l'analisi grammaticale di un altro amore, ma vissuto da due sul viale del tramonto. Ci saranno i rimpianti, le confessioni, un'amarezza sconsigliabile a chi festeggerà in allegria il vicino San Valentino. I protagonisti saranno meno nervosi, urlanti e rancorosi che in un Revolutionary Road – l'età avanzata e l'essere british fino al midollo li rende quieti e molto più morigerati -, ma Charlotte Rampling e Tom Courtnenay, in pausa di riflessione, non ci risparmieranno gli struggimenti e le riflessioni di una crisi sentimentale arrivata con un elegante ritardo di trentotto anni. Anche allora, pare, le coppie possono scoppiare. Lui, trasognato ed emotivo, abbandona il letto nel cuore della notte, si rifugia in soffitta e pensa a cosa sarebbe stato “se”, meditando sullo scioglimento dei ghiacciai e l'infallibile persistenza dei ricordi. Lei, settantenne bellissima, si divincolerà in fretta dal primo lento in pista. E la colonna sonora di un matrimonio felice, Smoke Gets in Your Eyes, non suonerà, così, più allo stesso modo. (7)

sabato 21 novembre 2015

I ♥ Telefilm: Breaking Bad - Reazioni Collaterali


[2008 –2013] 
Non sono uno di quelli che fa i salti di gioia quando ha gli episodi di qualche serie televisiva in arretrato. Mi piace vederli volta per volta, a meno che non si tratti di una leggerissima sit com da nulla. Figuriamoci se, in sospeso, non ho qualche episodio, bensì qualche stagione. Diciamo pure cinque, tonde tonde. Raro, allora, che mi prenda la briga di darmi ai recuperi corposi, non essendo il tipo da maratona notturna – vado a dormire presto e mi sveglio altrettanto presto – e detestando tutto ciò che, per la sua grandezza, è destinato inevitabilmente a sfuggirmi di mano. Però uno che ama il cinema, uno che ha un blog in cui parla delle cose che più gli vanno a genio, uno che si vanta di essere uno lettore e, in primis, uno spettatore compulsivo, può non avere mai visto Breaking Bad, la serie che tutti hanno visto? Quella che ha spodestato, ai penultimi Emmy, un gioiello intitolato True Detective e alla quale nella mia città, sul mare, è stato dedicato un murales con le bombolette spray, che occupa una parete grossa così. Scherzando, mentre si andava tutti in spiaggia, trovavo anche qualche somiglianza tra l'uomo raffigurato – calvo, il pizzetto sale e pepe, un paio di occhiali sottili – e papà – la non pettinatura, la stessa barba curata, ma senza la presbiopia, ché ha appena spento cinquanta candeline e ci vede senz'altro meglio di me. Non sapevo ancora chi fosse Heisenberg. Lo avrei scoperto entro d'estate, con due stagioni introduttive che mi sono sì goduto, anche se il desiderio di proseguire a tutti i costi, chissà perché, al tempo mancava. Un anno fa ho conosciuto i protagonisti di Breaking Bad e, per un anno, li ho poi tenuti in pausa. Non che non non mi piacessero; non che, nonostante un infondato presentimento iniziale, mi annoiassi in loro compagnia. I tentativi di essere sempre aggiornato, la necessità di una recensione al giorno, mi hanno portato, semplicemente, a inserire l'imperdibile Breaking Bad in una lista diversa da quella delle mie prerogative base. Finché mio fratello, che minacciava spoiler spietati e che, per inciso, mi tocca anche ringraziare per la pressione psicologica, non mi ha ricordato dov'ero rimasto e, soprattutto, cosa rischiavo di perdermi. Per lui – ma per tanti, e alla fine anche per me, pigrissimo ma lucido nei giudizi – serie delle serie; ve la butto lì. Di quelle che segnano un prima e un dopo, come la natività nel cattolicesimo; di quelle che, indipendentemente dai gusti, vanno affrontate come compito per casa. Sapete tutti cos'è, e allora io vi dirò cosa non è. Breaking Bad – storia di droghe, strategie, sogni americani rivisti e corretti – non parla di dipendenze e narcotraffici, come Trainspotting o, non so, un Traffing. Non è una serie d'azione, o almeno non solo. A colpirmi, perfino in episodi in cui non succedeva granché, sapete cos'era? La sua sconcertante naturalezza, che un taglio non sempre cinematografico e registi anonimi a scambiarsi le redini non scalfiscono per un minuto, anzi: queste scene lunghissime, questi dialoghi semplici ma densi, il manierismo che latita hanno il grande pregio di non rendere l'acclamato Breaking Bad pretenzioso neanche un po'. Assodato che Heisenberg, già leggenda, non faccia il filo al Johnny Depp di Blow – lui, infatti, non si sballa, filosofeggia sempre il giusto e, soprattutto, non ama sporcarsi le mani – e che i suoi intrecci shakespeariani, sul finire, non facciano parlare di loro per i volteggi di una macchina da presa ballerina – assente il maniacale perfezionismo di Hannibal, le ipnotiche spire di fumo di Rust Cohle -, restano interpreti granitici e una scrittura che ha dello straordinario. Come se fosse cosa di poco conto. Personaggi irripetibili a cui puoi provare a offrire solo parte della tua attenzione – Breaking Bad non ha parole di troppo, cavilli tecnici che stordiscono, e si potrebbe seguire con un solo occhio: spesso, mi ha tenuto compagnia a pranzo, mentre cucinavo o lavavo i piatti – prima che, in un'ultima stagione priva di difetti, ti prendano per la gola. Forse, mi ha fatto anche bene aspettare. Ho messo meglio a fuoco le metamorfosi; ho prestato più attenzione ai particolari. Ma non sono riuscito a capire quando Heisenberg, come in un mito greco di trasformazioni mostruose, abbia preso il sopravvento sul Signor White. Dove finisca il bene e dove cominci il male, dov'è che il padre di famiglia – il Fantozzi perseguitato dalla sua personale nuvola nera, il mite Flanders dei Simpsons dai brutti maglioni a rombi – abbia venduto l'anima al genio spregiudicato con la sua stessa faccia che, da un “la” elementare, avrebbe poi costruito un impero dalla lunga fortuna. Sapendo com'è andata, cosa hanno fatto, cosa si sono fatti, è difficile parlarvi di un quieto professore di chimica, padre di un ragazzo splendido ma difettoso e di una bambina che arriverà sul finire della seconda stagione, in cerca prima dei soldi, poi del brivido. Fino a non averne mai abbastanza. Con i giorni contati, quest'uomo medio in cerca di qualcosa in più si metterà sulle tracce di Jesse Pinkman – un suo vecchio studente che ha venduto il suo candore per due grammi di felicità – e insieme, in un rapporto embrionale che si nutre di amore e odio, inizieranno a produrre una metanfetamina blu, purissima, che va via come il pane, ad Albuquerque e dintorni, e rende più dell'oro. Ma Walter ha scoperto di avere il cancro ai polmoni, e non ha mai fumato; adesso non vuole dare al destino, già beffardo di suo, ulteriori scuse per accanirsi. Discreto a intelligente, non abbandonerà la sua vita modesta per altro; ma il camper nel deserto degli inizi cederà il passo prima a un laboratorio segreto, poi a una geniale fabbrica itinerante, e i suoi rapporti – con una famiglia all'oscuro, con un cognato che lavora alla narcotici e si fida ciecamente, con un ragazzino che aveva bisogno di una guida e non di altri tranelli -, poco a poco, degenereranno. Quando la famiglia, apparente ragione del tutto, ma parliamo di un'altra bugia, gli volta le spalle e Jessie, come un terzo figlio che ha però traviato negli anni, si allontana, si consumerà una moderna tragedia del potere. Perché chi regna è condannato alla solitudine, e da soli non esiste salvezza. Confidando di avervi dato un'idea di come sia Walter, stratega e meticoloso, acqua cheta che logora i ponti, ora capirete – se non lo sapete già – com'è Breaking Bad. Politicamente scorretto, ironico: onnipotente. All'altezza di aspettative elevate e ben riposte. E non si può che lasciarsi condurre, perciò, verso una chiusa necessaria e inevitabile, in cui Dean Norris si conferma un commovente comprimario, Anna Gunn – sopravvalutata, o forse è l'odio nei confronti della sua Skyler a parlare? - una delle mogli più irritanti e battagliere del piccolo schermo, Aaron Paul – spacciatore da poco, coi neuroni andati e il cuore pulito – l'eroe dell'inazione per eccellenza. A caldo, quante gliene ho dette, al suo povero Jesse. Non fa che piangere, non fa che sbagliare; permette che altri decidano sempre la sua sorte. Si lascia vivere e non vive. A mentre fredda, invece, Pinkman è inerme e confuso, invece, come saremmo noi spettatori, invischiati in qualcosa di losco e pericoloso, se indossassimo i suoi panni sformati e quei limpidi occhi blu. Su tutti, ovviamente, svetta un clamoroso Bryan Cranston: viene direttamente dalla mia infanzia, lui che un decennio fa interpretava il papà dello sfrontato Malcolm e, con il camice e la mascherina protettiva, sembra un po' un Dexter invecchiato – non il serial killer della Showtime, ma quello di Il laboratorio di Dexter, altro ricordo targato Cartoon Network del me bambino – che si sente Gesù Cristo in terra. Tra colpi di scena e doppi giochi, svolte belle e svolte bellissime, so anche dirvi il mio episodio preferito. Sono stato attento: il decimo della terza stagione. Un piccolo capolavoro in cui la caccia ossessiva a una mosca, in un ambiente che dovrebbe essere asettico, serve a parlare di nevrosi che tormentano e a creare un'ultima vicinanza tra Jesse e Walter, dipendente e boss, la quale spalanca uno spiraglio piccino a reciproche confidenze. E ronza, indisturbato, il senso di colpa. Il non detto. Breaking Bad sposa lo storico enunciato di Lavoisier e, nel mentre, si fa anch'esso legge. Nulla di crea. Nulla si distrugge. tutto si trasforma. Soprattutto, qui si trasformano tutti. (9)