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venerdì 21 giugno 2019

Mr. Ciak: Noi, We Have Always Lived in the Castle, Ted Bundy e altri psycho-thriller

Sono una famiglia afroamericana di quelle fortunate. Abbastanza in alto per permettersi una vacanza sull'oceano o tollerare con leggerezza le battute sarcastiche di una coppia di amici bianchi, una sera ricevono una visita: la loro casa viene presa d'assalto da misteriosi invasori. Sono quattro, come loro. E hanno le loro identiche facce. Dopo il successo di Get Out, Jordan Peele ritorna al cinema horror e a sembrarmi tremendamente sopravvalutato. Dotato di uno spunto brillante ma di uno svolgimento tutt'altro che originale, Noi ha un impatto minore del film precedente: l'assunto di base, infatti, viene sperperato in due lunghe ore e nella confusione di risvolti mai spiegati. I doppi dei protagonisti sono le loro ombre infernali, o le loro controparti sfortunate? Siamo americani, dicono. Vogliono gli stessi diritti e gli stessi doveri. Reclamano sogni, pretese e ore d'aria. In questa Invasione degli Ultracorpi al tempo di Trump, sfugge il punto della situazione. Bastian contrario benché appartenga alla schiera dei privilegiati, Peele fa antipatia: arraffone e ammiccante, attacca i soliti conservatori con una verve che, al secondo giro, rischia di annoiare. Per fortuna c'è un epilogo meno didascalico, in cui si confondono vittime e carnefici. Per fortuna c'è Lupita Nyong'o, scream queen che piacerà anche all'Academy. Ma, per godersi meglio l'alta tensione, consigliabile abbassare le aspettative. (6)

Anno fortunato per Shirley Jackson. Dopo il successo di The Haunting of Hill House, la maestra spirituale di King è tornata sugli schermi. Anche se ormai non è più tra noi da un po'. Anche se Abbiamo sempre vissuto nel castello, letto lo scorso autunno, va per i sessant'anni. Passato in sordina in patria, accolto tiepidamente dalla critica, il film tratto dal suo romanzo di culto è, a dispetto delle scarse speranze, una trasposizione esemplare dove perfino i difetti vengono dal romanzo. La casa delle orfane Blackwood, interpretate dalle convincenti Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, è la copia di quella immaginata: bella e decadente, sembra una novella dimora Addams che non disdegna i colori pastello, la raffinatezza del mobilio, la fantasia della carta da parati. Le sorelle trascorrono lì, in una gabbia dorata, una routine destabilizzante. Isolate dal mondo, fantasticano di trasferirsi sulla luna. Ma la Daddario, tentata dal cugino Stan, minaccia di mandare tutto a rotoli puntando all'Italia. Della Jackson, la trasposizione si tiene stretta i ritmi lenti, le situazione piuttosto trascinate e quel climax finale di grande cattiveria, qui con un tocco di violenza aggiunta. Lo immaginavo a torto televisivo. Inscenato sullo sfondo di una campagna lussureggiante, risulta essere invece una parafrasi fedelissima dalla fotografia cristallina e con un guardaroba che farà l'invidia delle spettatrici. We Have Always Lived in the Castle è una fiaba nera che anche in questa veste funziona a metà, non facendomi cambiare idea su un romanzo sopravvalutato. Ma anche l'occhio vuole la sua parte e qui, fra malie e stranezze, ha il suo bel da vedere. (6,5)

Era un uomo bello e un abile oratore. Era un serial-killer. Ted Bundy, negli anni, Settanta frequentava Giurisprudenza e si difendeva da un'accusa inequivocabile: l'omicidio barbaro di oltre diciotto donne. Le prove erano tutte contro di lui, ma la giustizia americana rende tutto spettacolo. Interpretato da un Efron al di sopra delle aspettative, con la giusta faccia da schiaffi e una parlantina sorprendente, il caso Bundy rivive in un'arringa accurata e un po' televisiva, convincente ma non sempre coinvolgente. Senza mostrare sangue, più attento alla dimensione processuale che al marciume, il documentarista Berlinger scongiura ogni tentazione voyeuristica e mette in scena un gioco retorico per sospettare di tutto e di tutti. Perfino di una verità universalmente accettata: la colpevolezza dell'accusato, messa in dubbio da un carisma di star navigata. La compagna Collins, che all'inizio lo segue come una groupie innamorata, si stanca presto della bugie e di un triangolo amoroso che culmina in una farsesca proposta di matrimonio. Il verdetto? La scelta di preferire gli aspetti pubblici e privati potrebbe far storcere il naso agli amanti dell'horror, ma i protagonisti – a torto giudicati troppo glamour per i ruoli – mettono comunque i brividi nel faccia a faccia finale. La nausea vera, di terrore e ingiustizia, arriva durante i titoli di coda. Con la sfilza delle donne martirizzate. Con la consapevolezza che l'incubo, con tanto di fughe picaresche e schiaffi morali alle forze dell'ordine, sia pura verità. (6,5)

Quali sono i segni particolari di uno psicopatico in erba? Una timidezza a confine con la sociopatia, il pallino per gli animali investiti in strada, una famiglia poco convenzionale. Avevano personalità agli antipodi ma, in quanto a spietatezza, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer rivaleggiavano: quest'ultimo, dagli anni Settanta in poi, terrorizzò in particolare la comunità gay di Milwaukee. Alle origini, però, era soltanto un adolescente in cerca di sé stesso. Si estraniava di frequente ma sapeva dissimulare. Amico di tutti e di nessuno, indossava i panni di buffone del liceo pur di far pace con la propria testa e, soprattutto, con la propria sessualità. Ispirati a una graphic novel, i dolori di un giovane serial-killer sono raccontati anche stavolta con un approccio poco convenzionale. Rinunciando allo splatter, My friend Dahmer sperimenta toni diversi fino a somigliare a un dramma adolescenziale alla Van Sant. Senza sporcarsi, il magnetico Ross Lynch – un caso sia uscito anche lui da Disney Channel? – si trascina torvo e ingobbito in una dissacrante pagina di diario che ricerca con successo i primi passi di un folle che non ha ancora sperimentato il sesso, né fatto i conti con le macchie di una coscienza sporca: la banalità del male. (7)

Ne hanno fatto prima un film per la TV, poi una miniserie in otto puntate. A un appuntamento romantico, Mrs Maisel andava a vedere perfino un musical ispirato alle sue gesta efferate. L'assassina Lizzie Borden, simbolo di un femminismo estremo, non smette di affascinare la settima arte. A nemmeno cinque anni di distanza dal film con Christina Ricci, le vicende della donna – riassumiamola: uccise padre e matrigna a colpi d'ascia, e fu scagionata per assenza di prove – torna a farsi raccontare dal cinema indipendente, attento alle questioni di genere e alla verosimiglianza dei fatti. La Borden di Chloe Sevigny va a teatro da sola, rifiuta il matrimonio, scontenta i genitori con una lingua sferzante e una relazione con Kristen Stewart, domestica sul punto di rottura. Come una trionfale Medea, nuda e insanguinata, la protagonista si aggiunge ai nemici del padre – viscido e temutissimo – e giunge a soluzioni deleterie per liberarsi dell'orribile famiglia. Cupo e lentissimo, Lizzie è una tragedia teatrale di zii usurpatori e passioni clandestine che, classe a parte, poco aggiunge tuttavia a un ritratto di donna già approfondito in precedenza. L'acqua cheta logora i ponti. Ma all'ennesimo rimaneggiamento, centoventi anni dopo il massacro, non fa notizia. (5,5)

La trama è quella di un thriller di Rai Due. Una ragazza di buon cuore restituisce a una vedova la borsetta dimenticata in metropolitana. La prima non ha più una madre, l'altra non ha più una figlia: l'amicizia intergenerazionale, quando si fa ossessione, diventa stalking. Classico, più che vecchio stile, Greta rilegge un canovaccio di sicuro fascino. Non corre mai il rischio di rinnovarlo, eppure sorprende per la freschezza di Neil Jordan: settant'anni e l'ultimo film, Byzantium, risalente a ormai sette anni fa. L'autore conosce bene le regole del gioco, e lo stesso può dirsi del suo cast di attrici bravissime: Chloe Grace Moretz, scream queen per eccellenza delle nuove generazioni, e soprattutto Isabelle Huppert, straniera dal fascino stregonesco. A metà tra Norman Bates e Annie Wilkes, la sua cattiva è un cane rabbioso che non vuole essere abbandonato. Manipolatrice e onnipresente, conosce vini pregiati, suona il pianoforte e si apposta negli angoli. È in ogni squillo, in ogni messaggio, in ogni ombra. A cosa spinge la solitudine? Se tutto va esattamente come dovrebbe, due protagonisti in forma smagliante sanno farsi comunque ricordare grazie a una perfetta alchimia e qualche dettaglio raccapricciante. Greta è in cerca di un'amica, o forse di un'altra vittima? Ha borse identiche a quella perduta. Ha usato già quelle stesse parole, letto da quello stesso copione. Non siamo speciali, no, e lei non si è presa la briga di ordine un inganno su misura. L'esca è la solita, il canovaccio abusato. Ma, intanto, abbocchiamo. (7)

Christopher Abbott, noto tanto la serie Catch 22 quanto per la somiglianza innegabile con il collega Kit Harrington, ha l'aria di un verginello alle prese con l'ansia della prima volta. Guardate quant'è impacciato mentre fa le prove, prende appunti, coreografa nel dettaglio parole e movimenti. Nella sua camera d'albergo aspetta l'arrivo di una prostituta e questa, puntualissima, non si fa attendere: è Mia Wasikowska, irriconoscibile tutta impellicciata e con un caschetto aggressivo. Lui è un sociopatico che vuole darsi all'omicidio, lei una provocante autolesionista. Il piano sfugge di mano. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe una coppia di disadattati da commedia indie si pone al centro di un rapporto sfuggente e perverso, che giunge picchi di goduria indicibili quando Nicolas Pesce – giovane regista da tenere d'occhio – inizia a scherzare con lo split screen di Brian De Palma o la colonna sonora di Dario Argento. Guilty pleasure di cinefili e feticisti, Piercing è un gioco delle parti stilizzato e intriso di cose – sangue, umorismo caustico, citazioni alte – che funziona, sì, ma esclusivamente nella dimensione dell'omaggio. Per il resto, è troppo strano e troppo aperto. Ha personaggi troppo esagerati e troppo tagliati con l'accetta. Ipnotizza e diverte, stilosissimo dall'inizio alla fine, ma lascia violenza in quantità, qualche ottima interpretazione, cicatrici semipermanenti e un pugno di mosche. (6)

Quattro ingenui amici in sella a una bici: aspiranti Sherlock Holmes con alle spalle famiglie in crisi, una cotta comune per la bella del quartiere e il coprifuoco fisso. Un vicino di casa poliziotto, insospettabile ma non troppo. Tutto è un gioco. Tutto ha una fine, anche l'estate del cuore. Perché tutti i serial killer, in fondo, sono i dirimpettai di qualcun altro. Partita a nascondino classica e sdoganatissima, Summer of 84 fa leva su quell'effetto nostalgia venuto francamente a noia da un po' e su misteri feroci ma intuibili, che non conoscono nessun colpo di scena ma a sorpresa, nel finale, minacciano di strappare brividi duraturi. Amaro e spietato, sbucato non a caso dal preziosissimo circuito del Sundance, in realtà ha poco a che spartire con il candore pop di Stranger Things. I Perdenti di Stephen King, qui, conoscono la cattiveria: quella umana, quella vera. La loro perdita dell'innocenza appassiona e stordisce più delle rivelazioni mancate, più di un canovaccio che con la scusa dell'omaggio poco s'inventa di sana pianta. E questa estate di metà anni Ottanta, stagione per eccellenza di scottature, ci brucerà per sempre. (7)

mercoledì 19 luglio 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #1

Chi mangia troppo, chi mangia troppo poco. Chi ha appeso un sogno al chiodo. Chi aspetta un bambino. Nella clinica gestita dal dottor Keanu Reeves fa il suo ingresso una Lily Collins sempre più brava, sempre più bella, costretta a fronteggiare quei demoni conosciuti in prima persona. Magra come un chiodo, incazzata con il mondo, sta perseguendo questo folle progetto: lasciarsi morire. Si va di psicologia spicciola, si procede con le belle parole (tutto passa, vedrai). Fino all'osso, leggero ma brutale, è un ricovero coatto in una casa piena di altri casi umani, quando le ipotesi e le promesse di pronta guarigione non sortiscono effetto. Sarà che mal comune è davvero mezzo gaudio. Sarà che ci si salva da soli, sì, ma le attenzioni di un eccentrico inglese che pretende baci e fiducia aiutano a fare pace con il proprio riflesso. Il disagio della protagonista parte da lontano. Lo stomaco, così, ha assecondato la lista delle sue mancanze. I suoi compagni, tra bugie e colpi di testa, ispirano orrore e simpatia. Trovano continui mezzi per farsi male – correre in cerchio nella stanza, stancarsi a furia di addominali – ma, per tutto il tempo, cercano una buona ragione per sopravvivere. E qualcuno ce la fa, qualcuno no. Nello stile di It's a Kind of Funny Story e Altruisti si diventa, Fino all'osso diverte e colpisce forte con un zoom sull'anoressia che non trascura gli occhi lividi, le costole sporgenti, il peggio di un corpo allo stremo. Messo allo stecchetto ma affamato di emozioni, è di un già visto che è necessario rivedere – soprattutto con questi toni sardonici, con questo cast ricchissimo. Lascia un angolino a fine pasto per la speranza. Voglia di abbuffarsi con queste storie qui, di adorabili ragazzi interrotti, e di imparare a respirare daccapo. L'adolescenza tira in dentro la pancia, si vede brutta, schiva la bilancia. Pesa. (7)

Sarah è una donna sull'orlo di una crisi di pianto: depressa, deve sobbarcarsi interamente il mestiere di madre. Mandy ha uno spirito anticonformista e i capelli che cambiano colore seguendo gli stati d'animo. Parlandovi di loro, dovrei aggiungere che a un certo punto si incontrano: mentirei. Le protagoniste di Lovesong si conoscono da tutta la vita. Lontane ma presenti, complice l'alcol e un bacio strappato, non sono soltanto migliori amiche. Rivedersi tre anni dopo per il matrimonio di Mandy. E, tra dubbi e ripensamenti, fare chiarezza. Ci si può amare senza ammetterlo? Dare in affitto il cuore ma lasciare il posto vacante per un'ospite, significa tradire? Lovesong è una canzone improvvisata, che non ha picchi e non ha ritornelli. Indefinibile, misteriosa, e per questo mai banale. Sulla persistenza dei sentimenti umani, e la loro assoluta vaghezza. Dramma liminare e sommesso, non vuole raccontare un altro amore omosessuale senza inizio e senza fine. Bensì qualcosa di meno e qualcosa di più. Travalica con discrezione il confine dell'amicizia, ma non oltrepassa i limiti. Timidamente, Jena Malone e Riley Keough se ne stanno sulla soglia per tutto il tempo – la prima nella sua comfort zone, l'altra di una maturità interpretativa straordinaria. Si incontrano in una parentesi, di tanto in tanto. E richiede più tempo studiarsi, vincere la ritrosia, che darsi. Ci sono, di mezzo, la lentezza di un certo cinema, silenzi parlanti, l'attrazione incontrovertibile travestita da simpatia. Gli sguardi lunghissimi, significativi, belli, che ti fanno venir voglia di urlare, in cima alle montagne russe. (7)

L'hotel che ospita il ballo di fine anno. Due coppie, una notte. La prima è in crisi matrimoniale. La seconda, di diciottenni alle prese con l'estate delle grandi scelte, si è composta per caso al termine di un prom al di sotto delle aspettative. Da un lato un sentimento che finisce, dall'altro uno che nasce da una serata di pugni sul naso e pessimi cocktail. 1 Night piace a prescindere per il poster e il quartetto di protagonisti – Anna Camp e Justin Chatwin, Isabelle Fuhrmann e, direttamente dal fiacco The Path, Kyle Allen. Belli, diversissimi per aspetto ed età, ma uniti dalle magiche simmetrie di certe sceneggiature e di dialoghi così, che san proprio di vero. 1 Night, in un'ora e un po', confronta generazioni e relazioni. Quanto è facile darsi per scontati? Possibile usare una coppia ai primi passi a mo' di promemoria? L'amore, in fondo, è una macchina del tempo. Sulla scia dei ricordi felici e della surreale “cometa” di Sam Esmail, viene fuori un film allo specchio: meno bizzarro e meno memorabile di quanto ci si aspetterebbe, ma per fortuna non meno godibile. Ci sono i bagni in piscina e i soffitti da contemplare nelle stanze d'albergo, la nostalgia e le farfalle. Cinquanta percento teen comedy, cinquanta percento dramma matrimoniale. Il tutto, rigorosamente indie. E, in certe sere, basta. (6,5)

Il primo ragazzino nato su Marte torna sulla Terra. Nessuno sa di lui, se non una coetanea con cui ha stretto una fitta corrispondenza online. Come comportarsi senza sembrare un alieno appena sbarcato dall'astronave, letteralmente? The Space Between Us è il racconto di un'adolescenza in orbita. Se fosse un romanzo, sarebbe uno di quei young adult che incastro volentieri tra una cosa e l'altra. Da Marte, infatti, non arriva soltanto la subdola creatura del mediocre Life, ma anche un visitatore che somiglia a Asa Butterfield – è cresciuto, Hugo Cabret, ma la faccia da eterno bambino e il poco carisma non aiutano. Sua dolce metà, quella Britt Robertson che fa sempre piacere rincontrare. In fuga da Gary Oldman, i due ragazzi si danno a un viaggio in macchina in cerca del padre di lui e dell'amore. Seguendo la pioggia e l'oceano. Ma l'atmosfera, purtroppo, rischia di schiacciare chi (in preda all'euforia) ha scordato la propria natura. Il film cita Il cielo sopra Berlino, ma ricorda più Bubble Boy o Sbucato dal passato. Quelle commedie degli anni Novanta con una resa più che discreta e una scrittura televisiva; un'idea originale, ma un po' buttata via. Tenero, prevedibile e di buon cuore, però, regala due ore senza peso che non pretenderei indietro. (6)

Sandra Oh e Anne Hache, brave come non mai, sono ex compagne di college che si danno da sempre sui nervi. La prima, moglie trofeo; l'altra, artista che sbarca il lunario come cameriera. Sullo sfondo, New York: una città abbastanza grande per evitarsi. Mettile insieme una sera, durante la stessa cena. Rissa inevitabile nell'androne. Capelli strappati, calci e pugni. In mezzo c'è il non detto, un'antipatia viscerale che fa ridere e preoccupa. Qualcosa va male. In momenti diversi, nell'arco del bizzarro Catfight, entrambe saranno destinate a un colpo in testa e a un coma lunghissimo. Cosa si sono perse nel mentre? La commedia nera di Onur Tuker fa sì che le loro sorti si alternino: la ricca diventa domestica; la povera, pittrice affermata e in dolce attesa. In TV passano le notizie di un conflitto fittizio in Medio Oriente (colpa di Trump?), con tanto di ritorno alla leva obbligatoria. Pur di non pensarci su, le due si aggrappano all'unica certezza che resta: odiarsi. Film di botte da orbi e dialoghi implacabili, sarcastico e non troppo demenziale, Catfight riflette sui corsi e i ricorsi storici; la fugacità dell'amore; la persistenza dell'antipatia; la paura del futuro. Mette al tappeto, ma la riflessione scatta a scoppio ritardato. Con un po' di sforzo. Quando ricerci il senso di quello che hai visto, a fine visione, e lo trovi, ma con l'intoppo. Lascia un sorriso amaro, un po' di disturbo, qualche escoriazione. (5,5)

Una camera d'albergo. Una donna riversa in una pozza di sangue. La porta chiusa dall'interno. Com'è entrato l'assassino? Soprattutto, com'è uscito? L'odissea di Adriàn e Laura è iniziata così: un contrattempo, e un giovane uomo d'affari imbocca una strada secondaria. La proverbiale strada nuova preferita a quella vecchia lo porta a scontrarsi con un automobilista: il ragazzo muore. Denunciare il delitto ed esporsi mediaticamente? I due amanti diabolici fanno sparire il corpo. Cosa collega i due crimini, le due morti, a parte la presenza del sospetto Adriàn? Gli spagnoli e la suspance fanno faville. Oriol Paulo, già autore degli ottimi El Cuerpo e Con gli occhi dell'assassino, confeziona con Contratiempo un giallo hitchcockiano che non lascia scampo. All'immagine di apertura, brillante, risponde una trama di sottili cambi prospettici, ipotesi, slittamenti che sconvolgono le carte in tavola. Contratiempo è serrato e intricatissimo. Il trucco c'è ma non si vede. Nella sua voglia di sorprendere a ogni costo, qui e lì, la verosimiglianza si perde. I piani machiavellici di Paulo, i suoi collaudati colpi di scena, sembrano improbabili. Però Contratiempo è un film di genere che, costi quel che costi, tiene alta la guarda e dà quello che promette: cosa non da poco, ti sorprende. E l'essere preso in contropiede, quell'esclamazione di meraviglia che ti strappa di bocca, conta più di qualche passaggio frettoloso o di risvolti troppo eclatanti per essere veri. I tasselli si incastrano, basta aspettare. Basta non toccarli. Perché l'equilibrio, forse, non è che un'altra illusione. (7+)