venerdì 7 giugno 2019

Mr. Ciak in musica: Rocketman | Aladdin

Quanto devono essere state belle quelle vite che approdando al cinema si fanno musical? La riflessione valeva tanto per i circensi di The Greatest Showman – spettacolo spettacolare per tutta la famiglia – quanto per Sir Elton John, idolo generazionale con un cinquantennio di carriera alle spalle. Non è tutto oro quel che luccica. Spesso, dietro la musica leggera, si nascondono i fardelli. In Rocketman lo dimostra bene un incipit che è tutto un programma: insaccato in una tutina rosso fuoco, il protagonista marcia come un drago nel corridoio di una clinica. Elton, a un bivio, sceglie di disintossicarsi. Scenografico anche nel momento del bisogno, lava i panni sporchi in una seduta psicoanalitica che nella sequenza successiva si è trasformata già in fiaba. E c’è più personalità in poche immagini che in due ore di Bohemian Rhapsody. Benché non eguaglierà al botteghino l’agiografia di Mercury, il biopic di Fletcher – sostituto di Singer nelle ultime fasi del film sui Queen – è superiore per resa e impegno. La storia del grassoccio Reginald, brutto anatroccolo che raggiunge la vetta ma perde sé stesso, non ci risparmia l’alcol, le pasticche, un rimpinzarsi di sesso e cibo che portarono alla bulimia. Conta numeri ispiratissimi – il piano sequenza con Saturday Night’s Alright, le struggenti Your song o Sorry seems to be the hardest word,  il tentato suicidio sulle note della canzone eponima –, qualche caratterista bidimensionale – Bryce Dallas Howard e Richard Madden, troppo antipatici per essere veri: tenerezza infinita, al contrario, per l’amico fraterno Jamie Bell – e un’ampia gamma di emozioni, in un evento all’altezza di una carriera di cui in verità poco sapevo. Come il regista di Dolor y Gloria, il cantante inglese si nutre d’affanni e d’applausi. Si perde nel passato, sperando di venirne a capo. A metà tra una seduta degli alcolisti anonimi e una baraonda colorata, Fletcher attinge direttamente al vangelo secondo John: c’è un po’ di autocelebrazione, vero, ma per fortuna compensano tanta brutale onestà e il contrappunto vincente dell’umorismo britannico. Non cronaca scolastica, ma commedia musicale in tutto è per tutto, ha una scrittura semplice e parabolica, ma risulta comunque innovativo. Sono le canzoni dello stesso artista, come fu per i Beatles in Across the universe, a raccontarne gli alti e i bassi e non si respira l’aria viziata, insincera, delle commemorazioni postume. Vivissimo, onnipresente e fiero, il vero Elton può godersi in vita un tributo trascinante che emozionerà fan e non. Dietro gli occhiali da sole, sotto le piume di struzzo, battono il cuore e il talento puri di un Egerton da Oscar. Tragico e festoso, di un’allegria ora malinconica e ora isterica, l’attore indovina il ruolo della vita e non lo spreca. Canta, balla, recita senza diventare mai macchietta. Piccolo, anagraficamente e di statura, è un razzo sul punto di esplodere. Fa fumo, rumore, e la gioia di chi ama la bella musica e soprattutto il cinema solido. Il suo film, che gli è affine, è un razzo. Non puoi che smarriti nella sua scia, e fra gli applausi. (7,5)

Le premesse sono le stesse del recente Dumbo. Ci si aspettava poco. Dall’ennesimo live action stimato non necessario. Dal nuovo film di Guy Ritchie, regista mai apprezzato particolarmente. Ma mi hanno portato in sala il giusto stato d’animo e il biglietto ridotto, insieme a un’adorazione viscerale per il capolavoro di ventisette anni fa. Avrebbe potuto essere uno sfacelo: gli appassionati di lunga data, si sa, sono una brutta bestia. Ma dopo un prologo goffo, a sorpresa, Aladdin ingrana e appassiona. Un diesel che, contro tutti i pronostici, aspettava proprio l’ingresso del Genio Will Smith per superare l’empasse iniziale: criticato a priori sui social, l’attore afroamericano strappa risate a scena aperta grazie ai pezzi scoppiettanti (su tutti, Un amico come me) e alle mosse riciclate dal successo di Hitch, con cui conquistare l’altrettanto buffa ancella di Jasmine o trasformare il protagonista in principe durante una colorata parata trionfale. La seconda metà, con un intermezzo a palazzo tutto nuovo – il culmine, un’esilarante scena di breakdance – e un epilogo che, per quanto fedele, mi sono goduto più del previsto avendone scarsi ricordi, riesce a far digerire la scelta di uno Jafar lontano dal cattivo viscido e sornione della versione originale e quel briciolo di delusione per Il mondo è tuo, duetto compromesso da una fotografia sin troppo cupa. Ritchie, contenuto il giusto, può concedersi rallenty e volteggi in libertà  grazie al fisico atletico dell’azzeccato Mena Massoud e a una trama già di per sé molto frenetica. Poco deve inventare: per essere un cartone, l’originale era pieno zeppo di intrighi. Lì, al solito, si annidano i difetti e i pregi di operazioni simili a questa. Copie stinte che nulla aggiungono ai capostipiti e, se tutto fila liscio, come in questo caso, nel bene nulla tolgono. L’avventura di Aladdin resta magica anche con attori in carne e ossa, sebbene meno incisiva, e al contrario di ciò che succedeva nel pessimo La bella e la bestia poco si ha da dire contro il decoroso adattamento italiano, il casting perfetto dei protagonisti principali e l’inserimento di un’immancabile dimensione femminista che, complice la potenza della splendida Naomi Scott, non risulta mai stucchevole – certo, quanti luoghi comuni nel testo di Speechless, novella Let it go con acuti da pelle d’oca. Il confronto è inevitabile. E, inevitabilmente, questo nuovo adattamento lo perderebbe. Ma approcciato con basse aspettative, per via dell’aria kitsch e posticcia dei trailer, la riscrittura in salsa Bollywood del classico Disney mi ha sinceramente divertito e, su un tappeto volante, ha fatto volare via due ore di visione e i pregiudizi che portavano con sé. (7)

mercoledì 5 giugno 2019

Recensione: L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera

| L'ultima notte della nostra vita, di Adam Silvera. HotSpot, € 16, pp. 354 |

Cosa faresti se nel giorno fatidico la chiamata di un apposito call center ti annunciasse che hai le ore contate? In un futuro non troppo lontano, in cui tutto e tutti hanno una data di scadenza, non esisteranno più lutti lancinanti e lasciti insoluti. La morte, che sia quieta oppure virulenta, ama annunciarsi con ventiquattrore di preavviso. Fra i malcapitati ci sono Mateo e Ruben. Che hanno diciotto anni e, all'inizio, pensano a un bug, a un errore del sistema. Non si è forse immortali a quell'età? La telefonata dei piani alti, spiccia e senz'anima, li sorprende mentre badano a tutt'altro. Il primo, rintanato in camera, ammazza il tempo giocando ai videogiochi fino a tardi – ignaro che sarà il tempo, in giornata, ad ammazzare lui. Il secondo, orfano attaccabrighe ospitato in casa famiglia, riempie di botte il fidanzato dell'ex ragazza. Lasciano tutto come sta – anche se i guai di Ruben, no, non vogliono abbandonarlo – e benché l'idea della mortalità faccia paura vanno a vivere. Qualsiasi cosa comporti. Dappertutto, trappole letali e grandi opportunità. Meglio guardare a destra e a sinistra prima di attraversare, preferire le scale all'ascensore, lasciarsi alle spalle l'uscio e affrontare la notte. Con i suoi misteri, con le sue promesse. Forte di uno spunto elettrizzante e angoscioso insieme, nonostante una certa somiglianza con il peggio riuscito Deathdate, Adam Silvera e i suoi personaggi cercano l'eterno nelle piccole cose e l'immortalità in una passeggiata al chiaro di luna.

Non importa quante volte guardiamo da entrambi i lati per attraversare la strada. Non importa se non ci buttiamo col paracadute per non correre rischi, anche se così non avremo mai l'occasione di volare come i miei supereroi preferiti. Non importa se teniamo la testa bassa quando passiamo accanto a una gang in un quartiere malfamato. Non importa come scegliamo di vivere, alla fine moriamo entrambi.

Mateo è solo al mondo, Ruben è talmente nei pasticci da dover salutare la sua cricca prima del previsto: sono perfetti sconosciuti ma, galeotta una app che abbina in extremis persone spaiate, diventano migliori (e ultimi) amici. Si spronano a vicenda, hanno cura l'uno dell'altro. Sperano fermamente di essere l'eccezione alla regola. Sinceri fino alla fine, come capita fra condannati a morte, squarciano il cuore del lettore lì dove la scrittura semplicistica di Silvera potrebbe lasciare insoddisfatti. Si innamorano, essendo un romanzo cupo ma pur sempre a tinte arcobaleno, e non c'è niente di forzato nello svelamento della loro sessualità. Il nevrotico Mateo ha passato l'adolescenza a nascondersi per non fare outing. Il padre e la migliore amica, Lidia, eppure lo avrebbero accettato a braccia aperte. Ora che il genitore giace in coma da settimane e l'amica piange in anticipo la sua dipartita, dove trovare lo spazio e il tempo per mettersi l'anima in pace? Ruben, sopravvissuto all'annegamento della sua intera famiglia, vive invece con naturalezza la propria natura: dichiaratamente bisessuale, coraggiosissimo su carta, in realtà nelle foto in bianco e nero su Instagram confessa i contro di una vita tutt'altro che rose e fiori. Credono nel destino? L'aldilà per loro è un cinema, un'isola sulle nuvole, oppure non esiste? Moriranno entrambi, il titolo originale lo mette in chiaro a priori, ma in un conto alla rovescia di 350 pagine bisogna scoprire come. La loro amicizia forse li grazierà, forse li ucciderà. Nel dubbio se ne vanno a passeggio nella New York delle commedie di Woody Allen e degli attentati terroristici, fra feste in metropolitana, esperienze virtuali, case di Lego, canzoni al karaoke e libri regalati al primo passante.

Rufus ha fatto così tanto per me, e io voglio aiutarlo ad affrontare i suoi demoni; solo che non possiamo sfoderare spade di fuoco o croci che diventano pugnali da lancio come in un libro fantasy. La sua compagnia mi è stata d'aiuto e forse la mia lo aiuterà a guarire le ferite del suo cuore. Dodici ore fa ho ricevuto la telefonata che mi diceva che sarei morto oggi, e sono più vivo adesso che allora.

Nello stile errabondo del Sole è anche uno stella, young adult che colgo l'occasione per consigliarvi dal nuovo, L'ultima notte della nostra vita si frantuma senza che ce ne sia bisogno in una molteplicità di punti di vista e microstorie. Qualcuno dei Decker asseconda la chiamata, qualcuno si oppone, qualcuno impazzisce. C'è chi lotta e chi abbraccia l'imponderabile, c'è chi vive fino all'ultimo minuto e chi muore ripiegato su sé stesso. In una società alla Black Mirror anche il voyeurismo dei social si è adeguato in fretta: i predestinati si suicidano per sfida, gli scommettitori online puntano su chi spirerà nella maniera più originale, le giornaliste in cerca di scoop fanno l'errore di perdere di vista il nocciolo della questione. Adam Silvera ci scrive sopra un romanzo dolcissimo e spietato, che non rimanda a domani dolori e gropponi amari. Sono concentrati qui, in una storia lunga una sfida contro sé stessi. Si confida, eppure, in un colpo di scena per questi due protagonisti adorabili e complici. Invano? Mettete in conto palpiti e lacrime, i vostri migliori sorrisi amari e uno stile senza infamia né lode che non sta al passo con questi due eroi sempre a zonzo, sempre vitali, anche se era difficile. Se non indimenticabile, l'autore sa comunque rendere speciale il loro congedo. Raccontandoci tutti i modi per morire e, soprattutto, qualcuno per vivere. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – I'm Still Standing 

lunedì 3 giugno 2019

Recensione: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

| Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti. Longanesi, € 18,60, pp. 480 |

Teresa Battaglia è tornata a guerreggiare. Conosciuta lo scorso anno, rossa, scorbutica e fuori forma, era la straordinaria padrona di casa di un romanzo che sul piano dell'intrigo convinceva purtroppo a metà. Confidavo a giusta ragione in un nuovo giallo da sbrogliare e nella crescita dell'autrice, la già talentuosa Ilaria Tuti, lì al suo esordio fra i giganti Longanesi. Ho sondato il terreno, lo abbiamo seminato insieme – io leggendo, lei scrivendo –, e non ci è voluto molto per godere della fioritura di quei fiori sopra l'inferno: ai tempi, a mio parere, ancora in boccio. Non ne farò mistero. Ce ne sono già in quantità, d'altra parte, in storia che supera la prima per lunghezza e studio: Ninfa dormiente è la primavera di Teresa su cui, speranzoso, mi ero sentito di scommettere. Restano gli sfondi aperti su una natura leopardiana, bella e terribile, e uno stile dall'impronta straordinariamente femminile che ha qualcosa in comune con le minuzie e il lirismo del compagno di squadra Mirko Zilahy. Questa volta c'è un enigma accattivante, ma manca il cadavere. Il rinvenimento di un ritratto di donna dipinto con il sangue getta la polizia nello sconforto. C'è la firma in calce, quella dell'artista Alessio Andrian, ma la modella del mistero deve essere morta da ormai settant'anni e da altrettanti anni, sfortunatamente, l'artefice dell'opera non emette suono. Dovrebbe esserci minore urgenza nella ricerca della soluzione. Non c'è un cadavere ancora caldo, infatti, e nessuno che muova a compassione gli agenti accorsi. Ma, a quasi un secolo di distanza, a sorpresa resta ancora l'affetto di qualche familiare e un briciolo di vita nella memoria d'elefante di chi potrebbe chiarire l'identità della musa sacrificata.

Alcune famiglie hanno grandi storie d'amore o di avventura da raccontare ai bambini o ai parenti riuniti per le feste. Tante altre hanno un passato di miseria da centellinare come se la fame fosse ancora presente. Gli Andrian hanno la Ninfa e la pazzia di mio zio.

L'indagine e l'introspezione dei personaggi vanno di pari passo. In perfetta sincronia, Teresa Battaglia e il suo pupillo Massimo Marini scavano nel torbido, battibeccano e commuovono. La memoria di lei, che ha paura di pronunciare la parola Alzheimer e registra la sua giornata nell'irrinunciabile diario di bordo, fa spesso cilecca. L'umore di lui, eterno San Tommaso alle prese col pensiero della paternità, è nerissimo dal giorno in cui la sua ex si è presentata alla porta con un pancione inequivocabile; neri sono anche gli occhi, qualche volta, se per scaricare lo stress Marini tira di boxe in palestra. Esiste il gene del male? Davvero alcuni uomini nascono per essere cattivi genitori? 
Teresa, un po' mamma chioccia e un po' prof arcigna, rimbrotta l'allievo a suon di parolacce in teneri siparietti e, nonostante gli acciacchi del corpo tribolato, con prontezza di spirito sprona e consiglia. Un superiore, intimidito dalle donne che ricoprono ruoli di potere, vorrebbe fare terra bruciata attorno all'onorata carriera della Battaglia. Ma lei, che non si accontenta di rifugiarsi nelle retrovie né di ritrarre le spine del suo umorismo caustico, ha una squadra – una famiglia – alla quale destinare tutta la sua esperienza. Brava a cacciare i segreti, sarà però anche capace di custodirli fino all'ultimo? Con quel maledetto Alzheimer che a volte può tornare utile per scordarsi di un tiro mancino, per perdonare sé stessi, la protagonista si sposta in Val Resia fra presente e passato. La valle, terra di confine per eccellenza, rappresenta un'isola genetica e linguistica: gli abitanti, e non è un espediente d'invenzione, conservano ancora il DNA dei colonizzatori originali. Orgogliosi e tenaci, nei costumi così come nel folklore, tentano di preservare la loro alterità – purtroppo, oggi, c'è la Slovenia a inglobarli – e nel clou della Seconda guerra mondiale vivevano fra il nemico tedesco e i partigiani assediati. Durante il regime fascista la violenza era socialmente accettata: l'assassinio della ragazza del dipinto risale ad allora. La Storia, quella con la lettera maiuscola, possiede il senso della giustizia?

Uccidere una donna che si dice di amare. Era una contraddizione in termini, quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure accadeva ogni giorno. L'amore che si fa dramma viene celebrato troppo stesso. A morire erano sempre le donne. Non è amore. È possesso. Bisogno di controllo. Donne usate, abusate, lasciate sole e condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di te.

In un climax che, senza la frenesia cinematografica dei polizieschi americani, ama prendersi il tempo necessario e descrivere tutto minuziosamente – dettagli ambientatili, scientifici e storici: la cultura enciclopedica di Ilaria è degna di stupore –, i protagonisti faranno presto i conti con conflitti nei quali ogni scempio è lecito, rigurgiti intolleranti e, soprattutto, culti di origine pagana nello stile del cult anni Settanta The Wicker Man. Con donne del luogo custodi di canti, erbe e segreti, che intensificano il fascino di questo atteso ritorno in libreria. La trama, stratificata e densa quanto la terra nei boschi, ha il potenziale difetto di risultare troppo macchinosa; il peso delle oltre quattrocento pagine, in un epilogo semiconclusivo, potrebbe avvertirsi. Ma poco importa: Ilaria Tuti ribadisce a gran voce di avere toni, forma e contenuto. Ingegno e, eccezionalmente, sentimento. 
Insanguinato, nudo, muto, settant'anni prima un giovane pittore e il suo segreto era stati salvati oltre il confine. Il soldato venticinquenne stringeva il suo undicesimo lavoro fra le mani: il più attraente, il più conteso alle aste, perché scomparso nel nulla. Lontano, intanto, il suono di un violino: gli appassionati di Dylan Dog riconosceranno le note del famigerato Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini. 
Per ora abbiamo avuto le nostre risposte, ma la valle custodisce altre inquietudini di cui venire a capo. La battaglia di Teresa, fino al prossimo romanzo almeno, è stata una conquista.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The xx – Crystalised

venerdì 31 maggio 2019

Recensione: L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante

| L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante. E/O, € 18, pp. 113 |

Cercava l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione altrui, confesso di non essermi mai posto domande. 
Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera, brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana, sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente contravvengono alla sua proverbiale timidezza.

La realtà non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima sempre scompostamente.

Preferisce i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. 
Non è una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di fidarsi ciecamente. 
La preoccupano l'ascesa inarrestabile di Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn. Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano. Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi, ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine. 

Sognare il ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima. Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.

Finestra aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente, non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli. Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?

martedì 28 maggio 2019

Recensione [Strega 2019]: Lux, di Eleonora Marangoni

| Lux, di Eleonora Marangoni. Neri Pozza, € 17, pp. 250 |

All'inizio c'è: la sensazione che la fascetta in copertina stia dichiarando il falso. Immersi nella lettura di uno dei dodici titoli candidati al Premio Strega, infatti, si ha l'impressione di leggere in traduzione italiana un romanzo straniero. Sicuri che l'esordiente Eleonora Marangoni, nuovo ingresso nella prestigiosa scuderia Neri Pozza, sia nostra connazionale? Che quella lingua sfavillante e calorosa, tutt'uno con le ambientazioni esotiche e le suggestioni del realismo magico, non abbia nessuna parentela con l'aplomb britannico o le festose armonie caraibiche? La nota biografica non mente. L'autrice, italianissima nonostante la formazione parigina, è vicina a noi ma promette di portarci lontano grazie alle suggestioni sparse della sua opera prima. La meta: un'isola rocciosa, a forma di punto e virgola, fra i flutti del Mediterraneo. È così piccola, così malsicura, che gli avventori si domandano se sia possibile che da un momento all'altro affondi. All'ombra di un vulcano sopito, dei segreti dei baobab e degli scherzi dei ruscelli, sorge l'Hotel Zelda: un po' tempio consacrato alla nostalgia, un po' mercato del baratto, è un posto che farebbe la gioia dei robivecchi di ogni dove; si arriva pesanti, ma a casa si torna alleggeriti. Cosa non fanno lo iodio, che mette sempre appetito, le terrazze con vista mare e le chicche degli arredi shabby chic? Quel paradiso apparteneva alla buon'anima di zio Valentino, giramondo eccentrico e senza eredi, ma dal giorno della sua scomparsa è ufficialmente sul mercato immobiliare. In attesa di prendere accordi con il nuovo proprietario, atteso per l'indomani, allo Zelda si incontrano dipendenti affaccendati e villeggianti. Possono prendere tutti un souvenir, hanno carta bianca, prima di dire addio al soggiorno.

Ma laggiù, tra quelle valli e la loro gente, “mai” non era una minaccia: era una promessa e aveva dentro qualcosa di dolcissimo. A saperlo guardare, “mai” era più bello di “sempre”. Era la stessa identica cosa, solo vista dall'altra parte del mare.

Ci sono gli strani Gero e Bembo, un custode e un tuttofare poco pratici con le richieste dei continentali; la memorabile Agave, prostituta dall'animo nobile; Gugliemo Gandini, di mestiere scrittore, con un cognome che riecheggia il personaggio di Fante e una lista ormai polverosa di successi sentimentali e lavorativi; Olivia, biologa marina al settimo mese di gravidanza, che in seguito all'ennesimo cuore infranto ha smesso di credere ai fatti prodigiosi dei romanzi di Marquez. Nella stanza 555, la migliore, dorme sonni incerti Thomas G. Edwards: sopravvissuto a mamma e padre, facoltoso ma insoddisfatto, ha ereditato l'immobile dallo zio ma ha scelto all'istante di lavarsene le mani. Chiamato a sbrigare le ultime questioni burocratiche, nella confusione generale degli atti di proprietà e in quella delle chincaglierie stipate alla rinfusa, non ha viaggiato da solo – con lui ci sono la fidanzata Ottie e il figlio Martin, scoraggiati presto dalla presenza di serpenti, meduse urticanti, nuvole acciambellate in salotto – ma fra sé e sé avrebbe desiderato un'altra compagnia. Ogni amore ha la sua stagione, tuttavia, e quella di Thomas e Sophie, la sua storica ex, è finita: non si sentono da sette anni, ma agli imbarchi entrambi guardano ancora le porte automatiche dell'aeroporto sperando di vedere apparire l'altro.

Parlare di nuovo in quella lingua gli dava la sensazione di camminare verso una casa in cui non metteva piede da tempo ma di cui ricordava ogni dettaglio. Quando era piccolo voleva sempre parlare in inglese, l'italiano gli pareva inutile, gli pesava, ed ecco che adesso quasi lo commuoveva. Forse perché intravedeva sua madre dentro le parole, dietro agli aggettivi, ed era la prima volta che gli capitava da quando lei non c'era più. “A presto”, disse, anche se non pensava sarebbe mai tornato.

Il protagonista deve avere uniformato il suo carattere uggioso ai climi londinesi, ma sull'isola appartenuta al ramo materno – quello più propenso alla magia, al senso del meraviglioso – le cose, le case, sono infuse di luce. In fretta, così, Thomas ricorda il suono della lingua italiana e le emozioni provate. Per un uomo assetato d'assoluto cos'ha da offrire il vicino ruscello oltre le sue chiare, fresche e dolci acque? Sulla scia di L'imperfetta meraviglia e del recente Benevolenza cosmica, Lux è una commedia surreale dal respiro classico e dall'eleganza signorile. Racconta poco, intrattiene a tratti, ma ha uno stile che incanta: sarà che la morale – a proposito dell'arte del riuso, del reinventarsi daccapo – invita per una volta a preferire il bello all'utile, il caos all'ordine prestabilito. Mi ha ricordato un certo cinema francese. Colto con leggerezza, raffinatissimo senza farsene un vanto, è irto di difficoltà ma sa mascherarlo con una grazia squisitamente femminile. Tralasciando lo strascico superfluo delle ultime cinquanta pagine, gira infatti tremendamente a vuoto ma sa misteriosamente come non annoiare mai. 

Cerchiamo nei libri quello che non capiamo dalla vita, e nella vita quello che leggiamo nei libri. Forse è questa, la nostra condanna all'infelicità: cercare risposte e trovare solo commozione.

Non a caso tanto rivela il mestiere di Thomas, che a Londra è un architetto molto particolare: non saggia la solidità delle case, infatti, ma progetta abbinamenti e danze di luci. Un lavoro forse inservibile per chi è abituato a sporcarsi le mani, a sbracciarsi, a preferire la pratica all'arte. Simili potrebbero allora essere, lecite ma per me non condivisibili, le sensazioni davanti al romanzo di Eleonora: una riflessione esistenzialista sul tempo e sui sentimenti, sulla ricerca della propria identità, che con gentilezza arriva anche a chi, come il protagonista, si sentiva a torto già pienamente sé stesso. Gli ospiti dell'hotel torneranno cambiati per sempre nell'intimo e lo stesso, in fondo, non mi sento di promettere agli aspiranti lettori. Ma se le cose deliziose possono davvero salvare il mondo, lezione preziosissima, Lux e i suoi bagagli di piccole gioie sono un pregevole passo verso la soluzione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – La stagione dell'amore

venerdì 24 maggio 2019

Mr. Ciak: Dolor y gloria | Stanlio e Ollio

Sapendolo un ritorno di fiamma, ho recuperato i lavori che l'hanno preceduto. Non volevo che mi sfuggissero i passaggi e le sfumature di questo lascito con antecedenti illustri: da Fellini all'ultimo Cuarón, la settima arte si è rivelata spesso una diva vanitosa. Ama essere continuamente vezzeggiata, proprio come la memoria, a discapito della discrezione dei registi stessi. In questo caso parliamo di Pedro Almodóvar. Sempre nascosto dietro le sue storie di finzione, o sotto le maschere tirate a lucido dei suoi attori feticcio. Chi era l'adolescente che sognava Bette Davis in poltrona? Quanto c'era di lui nell'educazione sentimentale di Bernal, studente dalla voce d'angelo? Perché le corsie d'ospedale di Parla con lei? E i ritorni alle origini di Volverquanto erano sentiti da chi sperava di morire nella propria terra natale? A sua madre, donna dai modi spicci, non piaceva che i panni sporchi venissero lavati in scena. Erano cose di famiglia. Ha aspettato morisse per smentirla. Ha aspettato il vuoto conseguente al lutto, altra sofferenza, per sommarlo al bagaglio delle pene fisiche e spirituali: quelle che rendono Banderas, qui regista ipocondriaco dipendente dall'eroina e dal bisogno d'amore, la sua ombra perfetta. L'attore, in odore di Palma d'oro, presta all'amico gli alti e bassi di una collaborazione lunga trentadue anni, una carriera in caduta libera e l'ansia per il recente infarto. Più vicini anche anagraficamente, attore e autore vengono conciliati dalla presenza di mamma Cruz: prosperosa come la Loren, ascolta Mina e trascina il figlio in una splendida caverna imbiancata dove conoscere le prime prurigini e il desiderio di eccellere. Tornare lì, allora, dove tutto ha avuto inizio: lo consiglierebbe tanto un maestro di scrittura creativa quanto uno psicoanalista. Il risultato è un romanzo di formazione a ritroso, a rovescio, da intitolare ai dolori del vecchio Almodóvar. Un canto di Natale in cui sfidare i fantasmi dei capolavori passati, attraverso un'accorata via crucis che con garbo presta le sue tappe fondamentali ai meccanismi colti e godibili del melodramma. Mai autoindulgente, semplice e frammentario, Dolor y gloria ondeggia fra gli antipodi del titolo. A metà fra gravità e leggerezza, se ne va a colloquio ora con un attore arrivista che all'improvviso, rievocando a teatro una passione giovanile, si erge a narratore di terzo grado; ora con un indimenticato ex che una sera bussa alla porta, ripulito dalle droghe e innamorato delle donne; ora con un imbianchino analfabeta dalla presenza destabilizzante, con le mani d'oro e la bellezza telegenica dello sconosciuto César Vicente. Dolor y gloria è tutto su Almódovar. Non c'è migliore invenzione, infatti, dell'esistenza. Il copione sarà una tragedia o una commedia, domanderebbe il medico curante? In combutta, Pedro e Antonio fanno spallucce per godersi la vaga magia di questo sodalizio. Forse inferiore ai lavori dei primi Duemila, ma destinato a rimanere uno dei film dell'anno. Perché, ho scoperto, alla sensibilità del regista spagnolo non resisto: soprattutto se, finalmente, è più sé stesso che mai. (8)

Sono venuti a mancare trent'anni prima che nascessi, ma sono cresciuto con le repliche dei loro sketch in bianco e nero: gli accenti esagerati del doppiaggio italiano, gli sberleffi e i capitomboli di un cinema muto che avrei imparato a comprendere soltanto all'università. Nonostante l'abisso cronologico, infatti, per coloro che sono stati bambini con me, Stanlio e Ollio non sono così diversi da Mr. Bean o La Tata: compagnia nei pomeriggi domenicali, quando fuori pioveva. La fama, se meritata, rende immortali. Il leggendario duo composto da Stan Laurel e Oliver Hardy non se la passò sempre bene. La loro amicizia conobbe spiacevoli fraintendimenti e, nel dopoguerra, ormai rancorosi e mal in arnese, tornarono a malincuore a collaborare durante un tour in Gran Bretagna. Amati ma in decadenza – vuoi anche la concorrenza dei nuovi mezzi d'intrattenimento, di Charlot, Gianni e Pinotto –, i protagonisti si ritirarono gradualmente dalla ribalta. Questo piccolo film è il loro canto del cigno. Cos'era di loro mentre le luci dei riflettori stavano per spegnersi? Chi erano gli uomini dietro i personaggi? Stanlio, uno straordinario Coogan, preservava la collaborazione con assoluta fedeltà: fantasticava su una parodia dissacrante ispirata a Robin Hood, purtroppo mai andata in porto, e scriverà copioni per il duo anche all'indomani della morte del collega. Ollio, il somigliante Reilly, faceva invece i conti con gli acciacchi del fisico e gli strascichi di un insospettabile tradimento professionale. Se ogni attesa, ogni arrivo in stazione, ogni trovata pubblicitaria è uno sketch degno delle loro celebri comiche, al contrario poco interessano ai profani i segreti del lavoro produttivo, le chiacchiere verbose con gli addetti stampa, il frustrante andirivieni. L'emozione, innegabile, arriva al cuore soltanto nell'ultima mezz'ora: colpa di una sceneggiatura troppo cauta e televisiva, che per imperscrutabile volontà racconta poco. Nello stile di Marilyn e Film Stars Don't Die in Liverpool, ma clamorosamente inferiore a entrambi, l'atteso Stanlio e Ollio potrebbe lasciare un po' delusi. Se non fosse per il mimetismo degli attori protagonisti, affiancati da due mogli irresistibili. Se non fosse per le lacrime in agguato, davanti a cotanto spirito di abnegazione, che fanno apprezzate molto l'omaggio, meno il biopic, per la stima verso due stelle splendenti – nonostante l'assenza del colore e la distanza generazionale – che in fondo non si spegneranno mai. (6)

mercoledì 22 maggio 2019

I ♥ Telefilm: Dead to me | Chambers

Si dice che la sincerità sia il fondamento di ogni relazione che si rispetti. Che si parli d'amore o d'amicizia, non importa. I rapporti interpersonali, davanti al non detto, scricchiolano. Senza bugie di mezzo, però, che divertimento ci sarebbe al cospetto di una commedia nera che di amori – bugiardi – e amicizie – insincere – parla? Alle prese con le migliori prove delle loro carriere, sempre in bilico fra ilarità e disperazione, Christina Applegate e Linda Cardellini sono agguerrite per farsi strada durante la stagione dei premi. Hanno personaggi finalmente sfaccettati e il supporto di una sceneggiatura brillante che, nel segno della solidarietà femminile, celebra la rivincita delle mogli nell'ombra e di attrici ridotte troppo a lungo a ruoli di supporto – anche se, nel caso della Cardellini, il 2019 può dirsi un anno davvero fortunato: compagna prima di Viggo Mortensen in Green Book, poi di Jeremy Renner in Avengers: Endgame, ha preso parte ai maggiori successi del botteghino. Una agente immobiliare con due figli a carico, l'altra pittrice stremata per l'ennesimo aborto, si conoscono in un gruppo di supporto dove servono pessimo caffè. Passano presto al vino rosso, alla maggiore confidenza del tu, in una splendida villa con piscina. Ma c'è poco da invidiarle: la Applegate, ossessionata dal senso di colpa, cerca infatti giustizia per il marito falciato da un pirata della strada. Chi guidava a velocità folle un'introvabile auto d'epoca? Perché, soprattutto, un padre di famiglia dovrebbe uscire a correre all'una del mattino? Ritmi esilaranti, dialoghi al vetriolo e toni indovinati sono i trucchi segreti di una novità Netflix che misteriosamente sa come non eccedere né sul versante del grottesco, né su quello delle leggerezza. Tutt'altro che innovativo ma d'alti livelli, Dead to me schiera sin dall'episodio introduttivo colpi di scena a raffica e mezze verità, anche a rischio di andare incontro a un finale più telefonato del resto. La commedia con qualcosa in più eccede, diverte, ma si lascia prendere assolutamente sul serio: il merito spetta all'impegno del cast, che poco ha a che spartire con il trash di Desperate Housewives, e alla premiata accoppiata Ferrell-McKay fra i produttori esecutivi. Non meritava la nostra fiducia, su carta, eppure si classifica in silenzio come la vera sorpresa della prima parte dell'anno: per soffrire meno la fervente attesa di Big Little Lies, così, ecco a voi un rimedio in pillole già pronto all'uso. (7+)

I primi due episodi, diretti dalla mano eccezionale di Alfonso Gomez-Rejon, erano così stilosi da lasciare ben sperare. Con le sue immagini curatissime e tanta attenzione nella descrizione di una comunità indiana ai margini degli Stati Uniti, Chambers univa le visioni di David Lynch alle atmosfere indie del cinema di Andrea Arnold. O così, a torto, sembrava. La storia è quella rivista e corretta di The Eye. In seguito a un trapianto d'urgenza – questa volta di cuore –, un'adolescente irrequieta eredita segreti e lati oscuri della ragazza che, morendo, le ha salvato la vita. L'opportunità le regala presto l'iscrizione a una scuola di lusso e la frequentazione di una famiglia in lutto. Cos'è successo alla sfortunata Becky? Cosa cercano di rivelarle il suo spettro, e il suo cuore? Dieci episodi di un'ora son tanti. Se i primi affascinano, gli altri – con un'antipatica nemesi femminile a metà fra Hannah Baker e Alison DiLaurentis – si trasformano in un monotono teen drama che tradisce il brivido per le schermaglie fra liceali; la possessione demoniaca per un'abusata setta di santoni new age, con una schiera di adepti più o meno sospettabili fra le proprie fila. La serie, con a carico spunti interessanti e ambientazioni originali, è vittima del troppo. Troppi nodi mai sciolti, oltre che troppe puntate. Troppa carne al fuoco. La scarsità di buone idee viene mascherata con la ridondanza, con la confusione. E il finale, aperto in vista di un prosieguo che vedo quanto mai difficile, nega soluzioni, offrendo soltanto stranezze aggiunte. Restano impressi il viso insolito di Sivan Alyra Rose, protagonista esordiente su cui scommetterei i miei soldi; il glamour di una coppia di cinquantenni bellissimi e bravissimi, composta da Tony Goldwyn e Uma Thurman – quest'ultima particolarmente intensa nel ruolo di una mamma inconsapevole, sull'orlo del collasso. A fine visione resta la sensazione delle occasioni perse, simili per frustrazione a un trapianto non andato a buon fine. Di Chambers, infatti, mi è venuto il rigetto strada facendo. E sul petto, nell'agenda delle serie spuntate, spunta una cicatrice a forma di delusione. (5,5)