Hanno
vissuto per quindici anni in un bunker. Pensavano che la vita, fuori,
fosse stata spazzata via dai venti di un'apocalisse biblica.
Purtroppo per loro, si sbagliavano. Le Donne Talpa
rivedono la luce del sole: liberate durante un'incursione militare di
tutto rispetto, con il colpevole assicurato alla giustizia e un
intero mondo da scoprire. Messa così, la storia
di Kimmy potrebbe sembrare la stessa del Jack diRoom:
anche qui la claustrofobia, le bugie, la scoperta tardiva della
libertà. Peccato che lei, più che all'adorabile Jacob Tremblay, somigli alla coinquilina trentenne di New Girl:
candida, rumorosa, colorata. Devono essere state le somiglianze
con un film e un sitcom da me molto amate a non farmi
andare d'accordo, all'epoca, con i modi di questa Kimmy tutta pepe: sopravvissuta sopra le righe con uno sviluppo che pensavo già
di conoscere e un'ironia non per tutti. Ci ho
riprovato anni dopo, giacché di comedy intelligenti non si ha mai abbastanza, cercando la sua compagnia a pranzo e cena.
Durante i pasti, tutti i giorni, per quattro
stagioni e un po' – i restanti sette episodi, gli ultimi, andranno in onda il prossimo anno. Per
un pelo mi sarei perso un gioiello del suo genere, con tempi comici
pazzeschi, cameo d'eccezione – una doppia Tina Fey, la
Laura Dern che non t'aspetti e, soprattutto, il predicatore
truffaldino di Jon Hamm – e un cast senza un personaggio fuori
posto, che spesso e volentieri, a suon di battute vincenti e
stramberie nonsense, ha rischiato di
farmi andare il boccone di traverso. Il
merito, a detta dei più, va alla rivelazione
Ellie Kemper, che cerca se stessa, il lavoro e
l'amore in una Grande Mela la cui buccia luccica, sì, camuffando
l'acidità e i vermi; o ancora alla spalla Tituss Burgess: appariscente
coinquilino omosessuale che punta ai musical di Broadway e al cuore
di un muratore italo-americano. Ovviamente, fatto a modo mio, pur
riconoscendone il talento non mi sono affezionato tanto a loro quanto alle
irresistibili comprimarie Jane Krakowski e Carol Kane: la prima
moglie trofeo con appartamento con vista che, perso il brillante al
dito, perso l'attico, si reinventa senza deporre mai le arie da
bionda svampita; l'altra, affittuaria dalla
fedina penale losca, rattristata per l'arrivo degli
hipster in quartieri malfamati che andrebbero lasciati tali.
Qualche calo, percepito però di sfuggita nella continuità del binge
watching, è da segnalare giusto in una terza stagione con puntate
che superano spesso la mezz'ora e passi un po' incerti. Per il resto, la
verve contagiosa di Kimmy Schmidt, più che infrangibile, mi è parsa inarrestabile. Avrei voluto che le mie pause pranzo, così, fossero più
lunghe; che non ci fosse il prossimo 25 gennaio come data di scadenza
per questo tornado di buonumore che sfida
la pioggia, la presidenza Trump e il rischio indigestione. Sarà che nel tempo speso a
ridere e mangiar bene c'è sempre tanto, tutto, di guadagnato. (7,5)
Gli
esami e l'adolescenza, si dice, non finiscono mai. E la pubertà? Non
di certo in Big Mouth, serie animata giunta con straordinario
successo alla seconda stagione e finita a sorpresa, lo scorso anno,
nella fortuna decina delle mie serie del cuore – lo so, qui si
parla di ben altri organi vitali, ma son dettagli. I giovani e
smaliziati protagonisti, alla scoperta del proprio corpo e
all'occorrenza di quello altrui, ci avevano parlato senza peli
sulla lingua di masturbazione maschile e femminile, mestruazioni,
omosessualità e genitori in crisi. A tredici anni, a un
anno di distanza, meglio non aspettarsi grandi cambiamenti dall'oggi
al domani. Né sul piano fisico, né tanto meno su quello della scrittura.
Restano i soliti i protagonisti, il linguaggio colorito, le grasse
risate. Questa volta si parla però di malattie veneree e
contraccettivi, delle sabbie mobili della friendzone, della
competizione spietata tra donne, e fa il suo ingresso un altro mostro
spaventoso: la Vergogna. Quella con la lettera maiuscola, un mantello
nero al seguito e un look alla Nosferatu. La stessa che semina imbarazzo fra
coetanei, fa riflettere Jay sull'esistenza o meno della bisessualità,
mette sotto la luce dei riflettori un'ultima arrivata
con la voce diJane The Virgine
un seno esplosivo. Si sfatano i luoghi comuni, o almeno si tenta con
ritmo e ironia. Anche le ragazze si toccano, sognando a occhi aperti
le generose profferte dell'attore Nathan Fillion. Anche i ragazzi
cambiano: trovano il coraggio di dire grazie e scusa, in fatto di
petting e batticuore. Nick, Andrew e i loro amici devono
infatti capire che alla loro età ognuno vive gli stessi drammi, in
preda alle stesse creature tentatrici. Come ci vedono gli altri è davvero inconciliabile rispetto a come ci vediamo noi? Se la bellezza della
condivisione insegna durante una reunion scolastica alla Sausage Partyche mal comune è mezzo
gaudio, che si è tutti a bordo di una barca alla deriva tra i flutti
della malizia, il rischio di ripetersi si è verificato senza grandi
recriminatorie. Certo, alcuni meriti tocca riconoscerglieli: le
stratificazioni e gli incastri del geniale quinto episodio, in cui le
infezioni sono raccontate come in un horror, le cisti ovariche come
in un film di fantascienza al femminile, la vasectomia in una
commedia newyorkese alla Woody Allen; le figure eterogenee che
popolano l'ultimo – un irrequieto demone in prova, ad esempio, o un
gatto accomodante e tentatore che simboleggia la depressione, male
affatto sconosciuto in giovane età –, prese in prestito da un
Inside Outvietato ai
minori. Sempre esilarante, sempre fresco e sincero, Big
Mouth è tornato a farci ridere
nonostante l'inevitabile venir meno della magia della prima volta insieme; dell'effetto sorpresa. Su Netflix. Sotto le lenzuola. (6,5)
|The Outsider, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 21,90,
pp. 530 |
Il
giorno in questione dichiarano di averlo visto, fra gli altri, un'anziana impicciona, un'adolescente iscritta in quella esatta
scuola, una tassista con cui era in confidenza quel tanto che bastava a
chiamarla per nome, un nerboruto buttafuori dal cuore generoso:
insieme a loro, poi, sono da prendere in considerazione la clientela
di uno strip club fuori città e un numero imprecisato di telecamere
di videosorveglianza. L'uomo sembrava gentile ma sospetto: ricambiava i
saluti, scambiava quattro chiacchiere, ma gli spruzzi cremisi sulla
camicia – forse epistassi? – e i modi stranamente sfuggenti
raccontavano tutt'altro. Una riprovevole storia di cannibalismo e
pedofilia che in un parco pubblico, seguendo le fitte orme di sangue,
portava direttamente al corpo scempiato di un undicenne: seviziato
con un ramo acuminato, ucciso a morsi. Le deposizioni parlano chiaro:
l'identità della belva da destinare all'iniezione
letale è risaputa prima ancora che la confermino analisi e
ispezioni. Ad aiutare il bambino con la catena della bicicletta, a
incrociare il cammino dei disparati testimoni, è stato Terry
Maitland: insospettabile, se non avesse perfino la scienza contro. Ma
l'assassino – padre di famiglia e professore stimato, nel tempo
libero anche allenatore di successo – ha un alibi incrollabile che
non lo risparmia tuttavia da un arresto plateale durante una partita
di football o dalle conseguenze della gogna pubblica a
cui è sottoposto troppo presto. Il giorno in questione, in compagnia
di altri insegnanti, partecipava infatti a una serie di conferenze didattiche
altrove: lo raccontano l'autografo con data del giallista Harlan
Coben, altre telecamere, le impronte digitali lasciate su un libro di cui all'ultimo aveva rimandato l'acquisto. Si può
essere in due posti contemporaneamente?
Tutto
è possibile. Il mondo trabocca di stranezze.
Non
badano al paradosso degno della migliore Agatha Christie, al solito,
le iene e gli sciacalli di un circo mediatico che vuole nell'occhio
del ciclone anche la sfortunata famiglia dell'accusato: si procede
nella ricerca di paladini e mostri, di scoop, nell'era in cui a
costituire il giornalismo americano sono il passaparola, il
presidente Trump e le fake news. Se in un romanzo di uno Stephen King
in forma smagliante, efferato e malinconico come non lo si leggeva da
un po', tanto gli estimatori quanto i profani immagineranno bene
l'esistenza di zone d'ombra in cui la giustizia non osa avventurarsi.
Il palesarsi di convergenze misteriosissime che escluso l'ovvio,
tolto il probabile, lasciano spazio soltanto all'impossibile. Cosa o
chi semina dubbi e paura nella fittizia Flint City? In un romanzo ad
ampio respiro che parte come un thriller giudiziario sulla falsa riga
del caso Simpson e imbocca, infine, sentieri fantastici, a indagare è
l'agente Ralph Anderson: il colesterolo alto e qualche chilo di
troppo che fanno inferocire l'altrimenti adorabile moglie Jeannie, il
primogenito all'università, un abuso di potere che lo rende
all'improvviso un uomo giusto macchiatosi di un errore
imperdonabile. Come fare pace con la propria coscienza, se non
riabilitando l'onore di
Maitland? È quando la sua ricerca a tentoni sembra avere raggiunto
un vicolo cieco – a metà, dopo un capitolo che è un capolavoro di
suspance in cui le fila potrebbero essere già belle che tirate –
che il destino, altra presenza immancabile, lo mette in contatto con
una nostra carissima conoscenza: cinefila doc, emotivamente chiusa a
riccio, se ne va in giro con l'inseparabile Castigamatti e l'ombra di
Bill Hodges a cui elevare di tanto in tanto tenerissime preghiere.
The Outsider segna non solo il rimarchevole ritorno del Re all'horror, ma altresì
quello dell'indimenticabile Holly della trilogia diMr Mercedesnelle vesti di
coprotagonista – a proposito di grandi cambiamenti, invece, va
segnalato il passaggio del testimone all'ottimo traduttore Luca
Briasco. Ora a capo della Finders Keepers, abituata com'è alla
presenza del soprannaturale, è lo spirito guida del personaggio
femminile a rendere razionale l'irrazionale e un po' dolce il sapore
dell'incubo.
Ma
credo nelle stelle, e nell'infinità dell'universo. Il Grande Là
Fuori. E qui sulla terra, credo ci siano infiniti
universi in ogni manciata di sabbia, perché l'infinito è una strada
a doppio senso. Credo che nella mia mente ci siano
decine di idee dietro quella che di volta in volta riesco a
concepire. Credo nella mia coscienza e anche nel mio inconscio, pur
non sapendo esattamente in che cosa consistano. E credo in Athur
Conan Doyle, che ha fatto dire a Sherlock Holmes: 'Una volta
eliminato l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile,
deve essere la verità'.
Destinazione
finale: un Texas da selvaggio west, fra serpenti a sonagli e lontane
credenze, dove le scienze forensi e le leggende oltre confine si
scoprono un tutt'uno, le grotte insidiose ricordano le reti fognarie
di It e qualcuno
racconta di aver interagito nel sogno con un mostro con gli occhi di
paglia e un sacco in pugno. Che sia un sadico ladro di identità o un
diavolo sputato dalla bocca dell'inferno, metafora o verità tangibile, questo Uomo nero rivisto e corretto ha il modus operandi di
un serial killer; si apposta sulle scene del crimine, ghiotto di
tristezza e allarmismo; fa zittire grilli e coyote al solo passaggio e controllare la corretta chiusura di porte e finestre ad adoni d'un
tratto spaventati dal buio. Severamente vietato parlarne al
condizionale: ignorarne l'esistenza non fa sì che smetta di
esistere. L'affascinante tema del doppio proviene dalle suggestioni di un
racconto di Allan Poe, la figura dell'Outsider dalle nonne
messicane. Stephen King ci mette il resto, pregi e difetti compresi.
La seconda metà del romanzo è infatti un salto nel lato oscuro
tutt'altro che innovativo che potrebbe scontentare, vero, coloro che
alle prese con il realismo iniziale – sbirciamo in prima battuta
referti autoptici e trascrizioni di interrogatori, ascoltiamo
registrazioni private – si erano auspicati uno svolgimento in linea
con il giallo classico. Per il resto, splatter, visioni e deliri
appartengono a chi ha ispirato di recente il successo cinematografico
di Andy Muschietti, insieme a personaggi di indescrivibile umanità
destinati a unirsi benché schierati in principio da una parte e l'altra della barricata. Capace di partire da lontanissimo e di
rivelare senza fretta le proprie carte, collegando coincidenze
apparenti e misfatti distanti nel tempo e nello spazio, l'amato King
emoziona a sorpresa con una favola a tinte forti sui confini
dell'universo, il potere della condivisione, l'importanza sacrosanta dei brutti
sogni.
«I
sogni sono il nostro modo per entrare in contatto con il mondo
invisibile, o almeno è questo che credo. Sono un dono speciale.»
«Anche
gli incubi?»
«Sì,
anche gli incubi.»
La
realtà è uno strato di ghiaccio troppo sottile, almeno per
pattinatori inesperti o scettici di natura. La provincia
statunitense, al contrario, è la metafora del melone del buon Ralph: un
frutto a volte solido fuori ma marcio all'interno. Come ci finisco
dentro i vermi brulicanti, ci si domanda, data la buccia
all'apparenza perfetta? Lo scriveva già William Shakespeare d'altronde: ci
sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua
filosofia. Nell'ultimo Stephen King in libreria, prendetemi alla lettera, ce n'è qualcun'altra in più.
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Metallica - Enter Sandman
Un
investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a
colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla
circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi
inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto
fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del
soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal
taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma
bello intitolato Ghost Stories:
bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che
nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per
l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che
somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso
film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e
struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno
che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio
femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una
specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella,
senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese
con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da
brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto,
sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile,
per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le
case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche.
Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi
di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia,
una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in
discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e
l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e
sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera
genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti
e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween.
Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa
spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie
regole. (7)
Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)
In
un futuro imprecisato qualcuno ha voluto raderci al suolo. I
sopravvissuti, ridotti a selvaggi armati di asce e disperazione, si
sono divisi in squadriglie agghindate di tutto punto – ognuna ha
uno stile distintivo, un simbolo – e in guerra fra loro. Voci fuori
dal coro, i civili di cui parla il titolo. Persone senza bandiera, e
per questo cacciate indistintamente da tutti. La coppia in crisi
composta dagli ostinati Tyler Hoechlin e Kate Bosworth, bellissimi
anche quando sporchi e rattoppati, cerca di raggiungere la famiglia
di lei nella ridente Milwaukee: un viaggio in macchina di poche ore
da breve, con l'apocalisse fuori, si trasforma in odissea. La loro
terapia per tornare ad amarsi, così, somiglia a una lotta alla
sopravvivenza: da un lato loro, dall'altro tutti gli altri,
indistinguibili fra alleati di fortuna e nemici giurati.
Sopravvivranno? Più di qualcuno tenta di allontanarli dalla meta a
suon di speronamenti e spari a bruciapelo; qualcun altro, invece, ci
scommette perfino sopra. Nonostante gli manchino la delicatezza della
dimensione familiare di A Quiet Placee
un po' di ordine nelle dinamiche e nei partizionamenti, il
sottovalutato The Domestics è
un intrattenimento frenetico e di buon livello; un thriller distopico
che cita espressamente il capolavoro di Kubrick in un dialogo, ma
preferisce puntare senza troppe pretese agli inseguimenti tribali di
Mad Max o al gusto
dello spettacolo diThe Purge.
In un'implacabile declinazione del genere home invasione,
non ci sarà mai pace né per i coniugi braccati né per lo
spettatore. Su ruote, infatti, mancano confini e tregue; manca una
casa – o meglio, un'unica casa – da profanare mascherati da belve.
(6,5)
Ogni generazione ha il suo Uomo nero. Negli anni Ottanta c'erano state le nenie allo specchio di
Candy Man e gli incubi di Freddy Krueger. Nei Novanta sono spuntati i riccioli rossi di It. Per i ragazzini dei primi Duemila c'è stata Samara, e
si è giunti infine alle fobie dei Millennials: in particolare, dal web, si è andata
diffondendo la superstizione verso questa figura elegante e longilinea, i cui misfatti sono sfociati nella cronaca nera. In suo nome, leggevo, qualche adolescente
americana ha ucciso o si è uccisa. Tutto
per il culto di Slender Man: un'ossessione mediatica che, a scatola
chiusa, affascina.
L'inquietante protagonista delle creeypasta seduce
e soggioga, si diffonde a macchia d'olio: come una storia fattasi in fretta leggenda, come un virus da debellare. Da lì le controversie per
un film prima boicottato, poi censurato a furia
di tagli. Da lì la storia di quattro amiche che evocano la
creatura, rischiando di intraprendere un percorso
senza ritorno. Colpa dei suddetti tagli, allora, le falle di una
sceneggiatura insensata? Si
spiegherebbero così i difetti di una pellicola rabberciata alla
bell'e meglio, che in principio aveva forse l'ambizione di raccontare, se non le origini del mostro, almeno l'alienazione,
le relazioni e le ansie di una gioventù che non ha niente di sano,
niente di genuino. Peccato che, a ben vedere, non siano gli
unici contro. Lavorazione travagliata a parte, Slender
Man resta un teen horror al di sotto del minimo sindacale: lui ridotto
a un dissennatore mostrato troppo e troppo
presto; le attrici – ricordiamo la King di The Kissing Booth – un gruppo anonimo di influenzabili vergini suicide.
La scrittura vive di inesattezze e luoghi comuni. Regia e fotografia,
a tratti decorose, sembrano prendere le migliori stranezze dalle
sequenze deliranti della videocassetta di The Ringnell'impossibilità,
purtroppo, di farle poi convergere in un intreccio dotato di inizio,
svolgimento e fine. Parabola dubbia su una generazione fragile e
volubile, antipaticissima, Slender Man e i suoi adepti non hanno né la paura né la fantasia. Tutto,
tanto, è un pigro remake delle annate precedenti: giovinezza interrotta compresa. (4)
È l'imminente apocalisse, eppure ha inizio come un giorno qualunque per uno yuppie come tanti: giacca e cravatta, amanti segrete, sottoposti maltrattati, un ascensore da prendere per salire ai proverbiali piani alti. Ma qualcosa s'inceppa a metà strada, e lui rimane intrappolato lì: con l'insopportabile compagnia di se stesso e gli zombie fuori. In un esame di coscienza che avrebbe potuto farsi, in teoria, interessante film dell'orrore. Amatoriale, serioso, senza alcuna ironia, l'esordio alla regia diMisischia è un esperimento che si prende troppo sul serio, quando non ne avrebbe né i mezzi né le possibilità. Piuttosto scadente, e non per la regia televisiva; non per i trucchi artigianali ma discreti o il sangue incontenibile; non per un cast poverissimo, capitanato da un Roja non all'altezza dei one man show di Reynolds, Franco o Redford. Semplicemente, perché annoia da morire. Cade a picco, così, appesantito com'è dal già visto; dalla piattezza della scrittura, che poco conserva del brio dei Manetti Bros; da spazi ristretti che da un lato nascondono le ristrettezze del budget, dall'altro favoriscono gli sbadigli e le occhiate frequenti all'orologio. E spiace, sì, per la sua riuscita: cattiva non perché si tratti di una modesta opera prima nostrana con tutti i limiti del caso, ma perché The End? sa proprio di stantio. Quando, a dispetto del titolo, avrebbe potuto essere per ironia della sorte l'inizio di un felice sperimentare. (5)
|Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp.
324 |
Immaginate
un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima
e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i
mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico:
l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i
danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto
così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una
dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra
noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre
sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema
d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per
scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti
dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche.
Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era
soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha
perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto
forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale
tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce
perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al
contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e
indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle
apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli
schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare
le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di
illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di
comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza
più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni
ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno
bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young
adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di
punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più
interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino
di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è
un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non
dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte
antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto
plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce
dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione
piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un
preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle
mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno
controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco
attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori
istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul
senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine
da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da
ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello
stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il
sacrificio di un'innocente.
La
vita è breve. E la morte è per sempre.
Delicato
o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters
che funziona molto meglio in sala. Dalla
ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo
dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in
anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una
protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e
film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun,
il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico
adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella
Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro
da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici,
invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati,
o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa
volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può
contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica
gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e
delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima
foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona
senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile
a quello del recente Dark Hall.
Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo
dell'ambiguità di Sei ancora qui è
l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque
superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in
leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Da
bambino mi è capitato spesso di cambiare casa. È per questo che
tutt'ora mi scopro sottilmente invidioso nel sentire parlare molti
dei miei coetanei, che magari hanno avuto la fortuna di nascere e
crescere fra le stesse quattro mura – per quanto monotone fossero,
per quanto strette gli stessero –, anziché scoprirsi fra i cinque
e gli otto anni maestri di scatoloni da fare e disfare, di addii
impacciati. Ho vissuto in appartamenti grandi e piccoli, ho dormito
in stanze con poche tracce del mio passaggio. Case con ricordi
altrui, al pari di vestiti smessi – e ogni graffio nella carta da
parati era una toppa sui jeans, ogni tacca sugli stipiti per segnare
gli impercettibili cambiamenti di altezza un orlo da rimboccare. Il
mio trasloco più recente risale all'aprile di due anni fa – no,
purtroppo non sarà quello definitivo – e ricordo molto bene, da
bravo nostalgico quale resto, l'ultima volta nei cento metri quadri
che per un decennio abbondante avevano custodito i nostri litigi, le
nostre chiacchiere a tavola o sul divano, le nostre sortite a
tradimento. A quel domicilio ho lasciato le immagini del mio cane,
Gerry, un bastardino morto dieci anni fa; il profilo di mia madre,
affaccendata in qualche compito dei suoi, che dal dicembre di tre
anni fa incontro ormai soltanto in ambienti neutrali; i giorni neri
di mio padre, le porte ammaccate dalla rabbia di mio fratello, la
consapevolezza che la famiglia al completo che ricordavo non mi
avrebbe mai accompagnato altrove. La nostra storia privata, i segni
del nostro tempo insieme, adesso appartengono a qualcun altro: nuovi
affittuari che hanno ritinteggiato, buttato via il superfluo, non
riuscendo però a scacciare completamente le tracce del soggiorno lì.
Nei primi tempi, sapete, guidando sovrappensiero mi è successo
perfino questo: di imboccare la solita curva, di fermarmi nel
parcheggio di sempre, prima di ricordare di non appartenere più a
quella modesta via del centro. È per questo che, se qualcuno mi
chiedesse se credo nei fantasmi, risponderei di no. Nelle case
infestate, invece, sì.
The
Haunting of Hill House, terza
trasposizione del romanzo dell'intramontabile Shirley Jackson –
autrice di nuovo sulla cresta dell'onda, con all'orizzonte un biopic
con Elisabeth Moss e la versione cinematografica di Abbiamo
sempre vissuto nel castello –,
è una serie horror che, più che infondere paura, vorrebbe parlare a
sorpresa di questo: eredità genetiche, memorie irrinunciabili,
genitori e figli. Dimenticate presto, infatti, l'esperimento
antropologico a cui erano sottoposti gli eterogenei sconosciuti delle
pellicole precedenti: questa è né più né meno la storia di una
famiglia disfunzionale. Cos'è stato degli sciagurati Crane, che
avrebbero dovuto passare a Hill House soltanto un'estate e che
invece, a distanza di trent'anni, non riescono ancora a venire a
patti con i misteri e i dolori di quella dimora maledetta? Si è
trattato di suicidio o assassinio per quella mamma un po' fata – la
sempre bellissima Carla Gugino –, della cui morte si continua ad
accusare il gelido capofamiglia Timothy Hutton? Abbiamo cinque
protagonisti per dieci episodi: la metà di questi, se in una serie
lunga e introspettiva, saranno dedicati perciò all'indagine
psicologica dei singoli personaggi. Ciascuno con i propri mostri
personalizzati, ciascuno con le proprie colpe davanti alla tomba
della fragile Nell: sorella minore che, come la loro madre, ha scelto
infine il cappio al collo. Abbiamo lo scrittore scettico e senza
scrupoli che ha fatto la cresta sulla tragedia, la proprietaria di
un'azienda di pompe funebri in crisi coniugale, una psicologa
omosessuale terrorizzata dal contatto umano, un tossicodipendente –
il gemello della defunta Nell – che da novanta giorni ha rinunciato
all'aiuto delle droghe. Molto semplicemente, ci si rincontra per
un'occasione spiacevole: il funerale. E con una scrittura
dall'inattesa potenza teatrale, fra monologhi struggenti e
confessione amare, abbonderanno i faccia a faccia furenti e i salti
temporali a cui un Mike Flanagan qui al suo meglio ci aveva già
abituati conOculus
(troverete gli stessi raffinati raccordi di montaggio) e Il gioco di Gerald(innumerevoli comunque le influenze kinghiane, con i ritorni all'ovile di It
e l'elaborazione soprannaturale secondo Pet Sematary).
Le
puntate, a mio dire troppo dense per darsi al binge
watching, andrebbero viste una
al giorno: meditando sulla qualità della scrittura, sugli equilibri
di un cast raccolto in cui si eccelle senza mettersi in ombra – un
plauso alla scelta delle interpreti femminili, somigliantissime fra
loro, e alla versatilità di Michiel Huisman, non più il bello che non balla di Game of Thrones
– e ai guizzi della regia, che impressiona per l'alto livello
tecnico nei piani sequenza del sesto episodio. Le voci infondate che
parlano di spettatori in stato di shock, colti in preda ad attacchi
di vomito o insonnia, andrebbero sfatate: l'inquietudine di The
Haunting of Hill House è
infatti suggerita appena, attraverso i cattivi presagi disseminati
qui e lì e gli eterni ritorni del poeticoA Ghost Story,
mentre scarseggiano il sangue e i sobbalzi gratuiti. I fantasmi
patiscono l'abbandono, l'ergersi dei muri ha un significato tanto
letterale quanto metaforico, la casa ha non un cuore ma un segreto
apparato digerente. Il soggiorno somiglierà dunque a una lunga
trance della quale i protagonisti, suscettibili ai mormorii degli
antichi tenutari, tentano per tutto il tempo di svegliarsi. Si
confondono realtà e immaginazione nelle nebbie del dormiveglia. Si
viene a patti, in una seduta di ipnosi che fra le righe ha del
terapeutico, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo
esterno. Non si può che crescere a metà, allora: nel mito delle
promesse divorate poi dalla notte; cercando invano nelle proprie
relazioni l'idillio improponibile fra una mamma trasognata e un papà monolitico – lei un aquilone, lui il suo rocchetto. Prigionieri
prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i giovani Crane
spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano, su una via per
l'elaborazione che porta in conclusione dove tutto ha avuto inizio.
Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per
prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe
Nell, sono coriandoli. (9)
Non
fumo, non bevo, non mangio mai fuori pasto. Di vizi, insomma, grossomodo
non ne ho. Ci sono appuntamenti annuali, però, a cui neanch'io –
studente oculato, lettore paziente – so rinunciare a cuor leggero.
Quando, eppure, dotato di una natura facilmente annoiabile, non mi dedico alla leggera a cose come il binge watching su
Netflix, troppa infatti la paura di averne abbastanza, e di rado in amicizia o in amore tendo il dito, dicendomi che il mio prossimo desidererà poi la proprietà esclusiva di tutto il braccio. Con i
romanzi di Alessia Gazzola, da otto anni a questa parte a prova di
blogger incostante, per fortuna non ho mai corso il rischio, anche
se, in realtà, di rischio ce n'era uno sin dall'inizio: imparare, in
un autunno indefinito, a stare senza. Non abbiamo conosciuto alti e
bassi di sorta; non ci siamo persi di vista come succede negli anni
in cui la vita ci mette lo zampino, né traditi: entrambi, per
l'appunto, distratti e affaccendati; entrambi, davanti a un'altra
macabra avventura, diventati adulti di pari passo. Ho scoperto la
compagnia di Alice appena diciassettenne, mentre io sgomitavo al
liceo e lei si dava ai primi gialli, ai primi incorreggibili
batticuori. Da lì in poi è nata quasi da sé una lunga amicizia che ci ha
colti nella buona e nella cattiva sorte, in forma e derelitti,
matricole e laureandi. Quest'anno, nella tappa fissa in libreria, uno
studente della magistrale con meno due esami all'orizzonte – la
laurea, se tutto va bene, prevista per al massimo aprile –
ha conosciuto un'altra faccia del medico legale ficcanaso, che a
giorni, nonostante la mia indifferenza per la trasposizione tivù,
tornerà anche su Rai Uno.
Caro
destino, è inutile che mi metti alla prova. Non ci casco, non mi
cambierai.
Eccezionalmente,
tuttavia, qualcosa è cambiato. Scalzata dalla propria comfort
zone, la protagonista fa i conti
con le conseguenze di un capriccio un po' infantile dei suoi: delusa
dall'ennesimo sgarbo di Claudio, nel finale di Arabesque aveva fatto domanda di trasferimento. Inconsapevole che la Wally,
direttrice dell'Istituto all'indomani del pensionamento dell'amatissimo
Supremo, cogliesse la palla al balzo per farle imparare la lezione. Che trasferimento sia, allora, anche se nel frattempo il volubile Conforti si sarebbe perfino ravveduto abbracciando dopo
tante titubanze l'idea della convivenza: meta, Domodossola. Il grande Nord è pronto per Alice, decisa anche lì a sventare
l'immancabile mistero di sorta e a dare nuova linfa a una squadra
arrugginita per l'inazione – ricordiamo il dolce Velasco,
innamorato non corrisposto di una Wally finalmente più umana, e il
sornione Malara, PM calabrese che non conosce rifiuti? Quei mesi da
fuori sede, soprattutto, fra disastrose lezioni di sci e malinconici
paesaggi lacustri, sono una punizione o un'opportunità? Con un
futuro lavorativo e sentimentale in forse, per una Alice nuovamente
punto e a capo è tempo di imparare a camminare da sola,
benché le sette ore di distanza da Roma spaventino. Via la voce
conciliante di Lana Del Rey in cuffia: meglio tenere a mente il motto speranzoso di Rossella O'Hara.
Basta considerare l'obitorio e la statistica nemici giurati: a volte,
infatti, la routine somiglia a un porto sicuro. Facile, per di più,
se i guai non si dimenticano di venirci a cercare al nuovo
indirizzo: qual è il prezzo effettivo e simbolico del Beloved Beryl, diamante tanto sfavillante quanto maledetto recuperato prima
nello stomaco di un piccolo rapinatore dell'Est, poi consegnato per sbaglio al sedicente truffatore Alessandro Manzoni?
Non
ho mai pensato che la fiducia fosse un sentimento così volatile. Un
attimo c'è, quello dopo non c'è più. Magari funzionasse così
anche con l'amore.
Da
un lato, così, ci si addentra nell'avidità della famiglia Megretti
Savi, sulle tracce di un ladro alla Cary Grant – attraente,
l'incarnato olivastro, i modi signorili – già noto nella
Capitale. Ma la risoluzione del giallo, a opera di terzi
e ricostruita in quattro e quattr'otto, questa volta non soddisfa. Dall'altro,
invece, leggiamo emozionandoci l'evoluzione del rapporto fra due che
si lasciano e si pigliano come, da tradizione, spetta alle coppie
storiche: Alice sogna a occhi aperti il principe azzurro, peccato che Claudio somigli però più all'orco burbero e villano. A
modo suo, eppure, fra un romanzo e l'altro, ha imparato ad
amarla nonostante lo scarto fra le fantasie di lei e la realtà
dei fatti. A sufficienza? Per Alice, così, sono da mettere in conto
cicatrici in più; una “sindrome da cuore in sospeso” ormai fattasi dolore cronico. E spetta propria a un Claudio inedito –
sapevamo poco, infatti, delle sue origini provinciali, degli sforzi per
conquistare dal niente una camera con vista ai Parioli – un compito talora ingrato: farle male a fin di bene. Aprirle gli occhi,
insegnandole le dosi necessarie di cinismo e disincanto. Per essere
un medico legale migliore, e una giovane donna resistente agli urti. Aggiungete, poi,
i commenti di un'affittuaria impicciona che, in uno spassoso easter
egg, millanta una straordinaria
somiglianza tra Contorti e l'attore Lino Guanciale; una nonna che non
si perde una puntata di Poldark, specchio stando a lei di qualsiasi storia d'amore; l'immagine divertentissima di una Alice intabarrata come Totò e Peppino a Milano, che
davanti a un assortimento a fantasia di cupcake si consola come può
per le nascite, gli sposalizi, le dipartite.
Ricorderò
sempre questo giorno come quello in cui per seguire la mia strada ho
fatto cose assurde. Il momento in cui le sliding doors stanno per
chiudersi e io ho infilato il piede. E le ho riaperte. Certo, la
caviglia mi farà un male cane. Ma le ho riaperte.
Alessia
Gazzola e la sua eroina hanno fatto le valigie e, a giudicare dal
tono dell'arrivederci, potremmo non leggere di loro per un po'. I
diamanti saranno anche i migliori amici di qualcuno, cantava Marilyn,
ma qui sono intanto sette carati a generare amarezze e velenosi scontenti. Si preferisce loro sempre un bel romanzo, a scanso di
delusioni. E si preferiscono i ringraziamenti sinceri di
Alessia e la mancanza di cerimonie di Claudio, che non credono alle
etichette ma alle promesse solenni sì. Soprattutto se fatte ai
lettori, croce sul cuore, e a un'allieva per cui gli esami (autoptici e di coscienza) non finiscono mai.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me
L'isola
ai confini della realtà di The Wicker Man, la
comunità ortodossa di The Village,
la superstizione a confine con il paranormale di The Witch.
Apostle, punto
d'approdo dopo un lungo e turbolento viaggio della fede, racconta
l'inquietudine di uno Stevens dallo sguardo allucinato – e il
passato tragico del personaggio, simile per dubbi e vissuto al
Garfield dell'ultimo Scorsese, poco giustifica gli occhi, i vezzi e i
sussurri di un interprete che, ancora una volta, trovo l'anello
debole di una produzione altrimenti interessantissima –, in
missione per salvare la sorella minore: prigioniera di una setta
legata a una misteriosa entità femminile e con a capo Michael Sheen, non
così al sicuro sul suo scranno di profeta. L'isola sta morendo, un
po' per un colpo di stato già nell'aria, un po' perché l'aridità
minaccia di consumare i campi e i cuori dei fedeli. Se in un horror
esoterico, con una morale ecologista piuttosto vicina a quella di
Aronofsky, non mancheranno i sacrifici umani per placare un'anziana
dea – agghiaccianti e rare le sue apparizioni, fra rovi
d'improvviso fioriti –, sacrificando sull'altare della
superstizione compaesani ribelli, fanciulle vittime di amori proibiti
e ultimi arrivati. Ecco, allora, le teste trapanate e le mani monche,
i laghi di melma che portano verso direzioni sconosciute, le streghe
oscure e affascinanti di una mitologia quasi argentiana. Per fortuna,
benché sia il nostro primo incontro ufficiale, a dirigere c'è il
regista cult Gareth Evans: il gore del survival si tempra così con
l'angoscia claustrofobica dei thriller psicologici, il lerciume dei
contenuti si raffina grazie all'indiscutibile bellezza della regia, i risvolti fantastici parlano
in realtà tra le righe dei mali della colonizzazione e di
un proselitismo militante che miete vittime innocenti. In nome di un
Dio, in definitiva, schiavo degli uomini. E di una fede cieca che,
insieme, unisce e divide. Il risultato: una delle produzioni di
genere più dense di quest'anno e, accanto adAnnientamento, a oggi,
probabilmente il miglior film Netflix. La parabola oscura, eppure non
senza speranza finale, non senza purificazione, di un autore con un
disegno registico che non avrà del divino, no, eppure tanto basta.
Per mietere, da qui in avanti, nuovi proseliti. (7,5)
Si
apre con una dedica al genio di Lovecraft l'ultimo film del francese
Laugier. Il regista dell'acclamato
Martyrs, da me invece
apprezzato giusta in teoria, torna con stile grazie a un
horror che attinge impunemente dal genere – all'appello, maniaci, burattini,
spettri e streghe, cannibalismo – e non si può dire che questa
volta vada tanto per il sottile. Sconcertante per chiasso,
efferatezza e sovrabbondanza, Ghostland è
un campionario di luoghi comuni rozzo e disordinato, urlante e sempre
in fuga. La storia: quella di due sorelle prigioniere di una coppia
di psicopatici. Non sarà facile dimenticare, soprattutto quando una
delle due – laCrysal
Reeddi Teen
Wolf, diventata scrittrice dopo
l'accaduto – torna a casa per sostenere la problematica Taylor
Hickson, gravemente sfregiata proprio durante le riprese. Le
protagoniste, ragazzine amanti delle storie dell'orrore, diventano loro malgrado parte di una di esse. In un'ora e trenta si sgolano,
vengono picchiate e inseguite, si divincolano: infine, ricominciano
da capo. Altre giovani donne prigioniere, dunque; altre martiri di un
autore che si diverte a tormentarle, a tormentarci, con un film
fragile ma efficace. Kitsch, zeppo di eccessi e cianfrusaglie come lo
è, d'altronde, la casa del titolo italiano, questo baraccone di
sevizie, cliché e salti in poltrona paura non ne fa, ma affascina.
Grazie ai toni fiabeschi e al colpo di scena a metà, per quanto
intuibile, che celebra il potere immaginifico della scrittura – e,
insieme, del cinema – contro l'impedimento di qualsiasi gabbia. (7)
Un
meccanico e sua moglie vengono aggrediti in un quartiere malfamato:
la donna muore e lui, ridotto a un vegetale, vive per vendicarsi.
Messa così, nulla di nuovo sotto il sole. Ma Upgrade,
che a sorpresa in rete colleziona medie esagerate e spettatori già
fan, ha dalla sua le ambientazioni: non siamo negli anni Settanta del
Giustiziere della notte,
ma in un futuro distopico alla Black Mirror in
cui la tecnologia ci ha superati e i miracoli della medicina hanno un
nuovo volto. Quello di giovani scienziati che al vedovo propongono una soluzione prodigiosa: un microchip per
dargli finalmente mobilità. Guidato da un'intelligenza artificiale,
il protagonista e il suo sistema operativo si danno a una canonica
caccia al colpevole. Le luci al neon sono le stesse di Refn, i
commenti ironici quelli degli ibridi più tamarri, le mosse –
scontate, in un finale pieno di tentati colpi di scena – quelle di
un giallo già visto. Non è nemmeno l'originalità degli sfondi,
dunque, a giustificare la popolarità del fanta-thriller a tinte
splatter con Logan Marshall Green: non troppo a suo agio, a onor del
vero, con un personaggio sarcastico e manesco in stile Bruce Willis.
Perché allora tanti plausi per l'ennesima riscrittura del mito di
Frankenstein, che qui attinge da RoboCop
a Ex Machina divertendo
nel mentre, sì, ma senza innovazione? Vendicarsi, nel futuro, sarà
infatti più semplice ma non meno letale. Per un upgrade
del revenge movie – qualcuno ha fatto il nome della Fargeat? –, meglio tuttavia cercare altrove. (6,5)
Era
stata la visione di Veronica e Marrowbone a ispirarmi
in tempi recenti una piccola ode all'horror d'importazione iberica.
In un panorama a corto di idee che ormai poco ha da offrire, quando
il mistero e la paura parlano spagnolo le sorprese sono spesso
garantite. Avrebbe forse fatto eccezione il veterano Balaguerò?
La critica, insoddisfatta,
scriveva amaramente di sì: La settima musa
non piaceva ai più. Come accade in questi casi, l'ho visto allora
per amore di completezza: le aspettative ridimensionate per forza di
cose. È bastata la lettura di Alighieri in apertura per lasciarmi
affascinare da una storia che di letteratura parla, e che dunque non
poteva non piacere a uno studente di Lettere che crede nel potere
delle parole, nella bellezza di una Irlanda battuta da pioggia e
vento, nella purezza di un filone che sa stupire senza inganni sulla
scia di dame velate, case buie e manicomi abbandonati. Cosa conduce
un professore in lutto e una mamma stripper sulla scena di un
omicidio rituale? Quale entità animava la penna di Shakespeare? Cosa speravano di ottenere prima di andare
incontro a morte certa i membri del Cerchio Bianco, lettori con il
pallino dell'esoterismo? Le incarnazioni delle mitiche muse si
muovono in mezzo a noi. Ingannano, ammaliano, uccidono. Due
personaggi dall'ambiguo ruolo chiave si fanno strada così in un horror
punta-e-clicca, che prende in prestito qualche immagine dalla
triologia di Argento e, grazie alle atmosfere natualmente lugubri e a
colpi di scena indovinati in un epilogo agrodolce, fa dimenticare i
difetti di uno spunto destinato presto a essere semplificato, assieme
alla recitazione incerta del cast seminoto – in ruoli di supporto,
citiamo la Potente e Lloyd. I segreti stanno, al solito, nei buoni
sentimenti, nella presenza di bambini da preservare, nello stupore un
po' infantile al cospetto di horror a cui mancherà senz'altro
qualcosa ma non, complice stavolta lo zampino delle figlie di Zeus e
Mnemosyne, l'ispirazione. (6,5)
Ho
varcato le porte della Blackwood leggendo il romanzo di un'autrice da
noi poco celebrata. Lois Duncan, eppure, ha una produzione di tutto
rispetto e pioniera del genere, maestra del guilty plesure, al cinema
ha regalato già un cult negli anni Novanta: chi non ricorda,
infatti, l'uomo uncinato e il cast di So cosa hai fatto?
Senza sorprese, Dark Hall –
atteso senza aspettative, nonostante la regia di un Cortés che dai
tempi di Buried insegue
invano un altro film vincente – non rischia di bissare il successo
del teen horror scorso ma, purtroppo o per fortuna, nemmeno di
avvicinarsi ai batticuori in salsa gotica di Stephanie Meyer.
Rispetto al romanzo, piccolo Young Adult degli anni Settanta
debitamente aggiornato, abbiamo una protagonista più problematica;
cinque e non quattro studentesse prodigio; una scuola meno
prestigiosa, alternativa giusto al carcere minorile, gestita con il
polso di ferro e l'accento francese da una carismatica Thurman. Il
soggiorno, all'insegna di una educazione fatale per qualcuna delle
protagoniste, regalerà paura e ispirazione. Mentre il romanzo non
calcava la mano sulla natura diabolica della Blackwood, il film
arricchisce, modifica e migliora quando serve: si andrà perciò di
frequente incontro a destini cruenti; non mancheranno gli sprazzi
horror, relegati però ai soli incubi; si amplia quell'epilogo
tutt'oggi poco all'altezza, ma senz'altro meno frettoloso, tra
flashback aggiunti e fiamme realizzate in una discutibile computer grafica. Buona la
regia, nonostante la modestia del progetto; bella la ex bambina
prodigio di Un ponte per Terabithia,
nelle vesti di una protagonista invischiata in un'indagine meno
macchinosa che su carta. Ma al cinema, pur aumentano i piccoli
brividi e la conta delle vittime, tocca fare i conti con un pubblico ormai smaliziato. Perfino davanti a una ghost story non così classica, non
così adolescenziale, ma dalle implicazioni ampiamente sorpassate.
(5,5)