Un
investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a
colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla
circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi
inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto
fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del
soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal
taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma
bello intitolato Ghost Stories:
bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che
nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per
l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che
somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso
film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e
struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno
che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio
femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una
specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella,
senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese
con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da
brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto,
sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile,
per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le
case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche.
Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi
di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia,
una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in
discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e
l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e
sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera
genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti
e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween.
Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa
spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie
regole. (7)
Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)



