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lunedì 29 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Ghost Stories, Hounds of Love, The Domestics, Slender Man, The End?

Un investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma bello intitolato Ghost Stories: bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella, senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto, sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile, per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche. Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia, una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween. Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie regole. (7)

Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)

In un futuro imprecisato qualcuno ha voluto raderci al suolo. I sopravvissuti, ridotti a selvaggi armati di asce e disperazione, si sono divisi in squadriglie agghindate di tutto punto – ognuna ha uno stile distintivo, un simbolo – e in guerra fra loro. Voci fuori dal coro, i civili di cui parla il titolo. Persone senza bandiera, e per questo cacciate indistintamente da tutti. La coppia in crisi composta dagli ostinati Tyler Hoechlin e Kate Bosworth, bellissimi anche quando sporchi e rattoppati, cerca di raggiungere la famiglia di lei nella ridente Milwaukee: un viaggio in macchina di poche ore da breve, con l'apocalisse fuori, si trasforma in odissea. La loro terapia per tornare ad amarsi, così, somiglia a una lotta alla sopravvivenza: da un lato loro, dall'altro tutti gli altri, indistinguibili fra alleati di fortuna e nemici giurati. Sopravvivranno? Più di qualcuno tenta di allontanarli dalla meta a suon di speronamenti e spari a bruciapelo; qualcun altro, invece, ci scommette perfino sopra. Nonostante gli manchino la delicatezza della dimensione familiare di A Quiet Place e un po' di ordine nelle dinamiche e nei partizionamenti, il sottovalutato The Domestics è un intrattenimento frenetico e di buon livello; un thriller distopico che cita espressamente il capolavoro di Kubrick in un dialogo, ma preferisce puntare senza troppe pretese agli inseguimenti tribali di Mad Max o al gusto dello spettacolo di The Purge. In un'implacabile declinazione del genere home invasione, non ci sarà mai pace né per i coniugi braccati né per lo spettatore. Su ruote, infatti, mancano confini e tregue; manca una casa – o meglio, un'unica casa – da profanare mascherati da belve. (6,5)

Ogni generazione ha il suo Uomo nero. Negli anni Ottanta c'erano state le nenie allo specchio di Candy Man e gli incubi di Freddy Krueger. Nei Novanta sono spuntati i riccioli rossi di It. Per i ragazzini dei primi Duemila c'è stata Samara, e si è giunti infine alle fobie dei Millennials: in particolare, dal web, si è andata diffondendo la superstizione verso questa figura elegante e longilinea, i cui misfatti sono sfociati nella cronaca nera. In suo nome, leggevo, qualche adolescente americana ha ucciso o si è uccisa. Tutto per il culto di Slender Man: un'ossessione mediatica che, a scatola chiusa, affascina. L'inquietante protagonista delle creeypasta seduce e soggioga, si diffonde a macchia d'olio: come una storia fattasi in fretta leggenda, come un virus da debellare. Da lì le controversie per un film prima boicottato, poi censurato a furia di tagli. Da lì la storia di quattro amiche che evocano la creatura, rischiando di intraprendere un percorso senza ritorno. Colpa dei suddetti tagli, allora, le falle di una sceneggiatura insensata? Si spiegherebbero così i difetti di una pellicola rabberciata alla bell'e meglio, che in principio aveva forse l'ambizione di raccontare, se non le origini del mostro, almeno l'alienazione, le relazioni e le ansie di una gioventù che non ha niente di sano, niente di genuino. Peccato che, a ben vedere, non siano gli unici contro. Lavorazione travagliata a parte, Slender Man resta un teen horror al di sotto del minimo sindacale: lui ridotto a un dissennatore mostrato troppo e troppo presto; le attrici – ricordiamo la King di The Kissing Booth – un gruppo anonimo di influenzabili vergini suicide. La scrittura vive di inesattezze e luoghi comuni. Regia e fotografia, a tratti decorose, sembrano prendere le migliori stranezze dalle sequenze deliranti della videocassetta di The Ring nell'impossibilità, purtroppo, di farle poi convergere in un intreccio dotato di inizio, svolgimento e fine. Parabola dubbia su una generazione fragile e volubile, antipaticissima, Slender Man e i suoi adepti non hanno né la paura né la fantasia. Tutto, tanto, è un pigro remake delle annate precedenti: giovinezza interrotta compresa. (4)

È l'imminente apocalisse, eppure ha inizio come un giorno qualunque per uno yuppie come tanti: giacca e cravatta, amanti segrete, sottoposti maltrattati, un ascensore da prendere per salire ai proverbiali piani alti. Ma qualcosa s'inceppa a metà strada, e lui rimane intrappolato lì: con l'insopportabile compagnia di se stesso e gli zombie fuori. In un esame di coscienza che avrebbe potuto farsi, in teoria, interessante film dell'orrore. Amatoriale, serioso, senza alcuna ironia, l'esordio alla regia di Misischia è un esperimento che si prende troppo sul serio, quando non ne avrebbe né i mezzi né le possibilità. Piuttosto scadente, e non per la regia televisiva; non per i trucchi artigianali ma discreti o il sangue incontenibile; non per un cast poverissimo, capitanato da un Roja non all'altezza dei one man show di Reynolds, Franco o Redford. Semplicemente, perché annoia da morire. Cade a picco, così, appesantito com'è dal già visto; dalla piattezza della scrittura, che poco conserva del brio dei Manetti Bros; da spazi ristretti che da un lato nascondono le ristrettezze del budget, dall'altro favoriscono gli sbadigli e le occhiate frequenti all'orologio. E spiace, sì, per la sua riuscita: cattiva non perché si tratti di una modesta opera prima nostrana con tutti i limiti del caso, ma perché The End? sa proprio di stantio. Quando, a dispetto del titolo, avrebbe potuto essere per ironia della sorte l'inizio di un felice sperimentare. (5)