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venerdì 26 ottobre 2018

Recensione [Romanzo e film]: Sei ancora qui, di Daniel Waters

| Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp. 324 |

Immaginate un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico: l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche. Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il sacrificio di un'innocente.

La vita è breve. E la morte è per sempre.

Delicato o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters che funziona molto meglio in sala. Dalla ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun, il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici, invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati, o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile a quello del recente Dark Hall. Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo dell'ambiguità di Sei ancora qui è l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Il romanzo: ★★½ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: Unions – Close My Eyes

sabato 26 agosto 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #2

La mia ignoranza si fa sentire in casi come questo. Death Note, storico manga già oggetto di diversi adattamenti in patria, scopre l'America. Tutti i personaggi perdono gli occhi a mandorla e, si intuisce, gran parte del carisma; qualcuno cambia colore della pelle o connotati. Resta la storia di Light, liceale ai margini con una rabbia a cui dar voce e un quaderno piovuto dal cielo. Pagine vuote da riempire con sangue e inchiostro: i nomi dei suoi nemici in sequenza, e la loro morte nei piani – a consigliarlo, un demone ghiotto di mele e una coetanea senza senso della misura. Quanto ci vuole a passare dalla parte del torto? A trasformare un'occasione di far del bene (in lista, infatti, bulli, assassini e terroristi) in un massacro? Ci si domanda lo stesso nell'adattamento firmato dal buon Adam Wingard, regista horror già apprezzatissimo in You're Next e The Guest. In quale momento, precisamente, questo Death Note spreca il suo potenziale? Dal divano mio fratello, fan di lunga data, sottolinea il fascino delle atmosfere – spesso rovinate però dai toni troppo teen, dalla troppa bontà del Light di Nat Wolff – e l'ingiustificato stravolgimento di alcuni comprimari (L e Mia). Il protagonista e la sua ragazza pon-pon, fidanzatini diabolici assetati e poi prosciugati dal loro stesso senso di onnipotenza, alimentano la leggenda di Kira e fanno proseliti. Sfugge la conta delle vittime, il senso dello loro azioni, e in un attimo passano da nerd medi a geni del crimine; da buoni a cattivi. Mancano le sfumature, la coerenza degli snodi, un po' di sana crudeltà, ma sullo sfondo restano le luci al neon di una Seattle notturna e un'idea di cui, anche da profani, si colgono comunque risorse e lacune. Videoclip vertiginoso e splatter, Death Note non mi è parso il disastro annunciato, benché ridotto all'osso. Il pilot ideale, piuttosto, di una serie di cui non mi dispiacerebbe assistere agli sviluppi; un prodotto supereroistico con il fardello del Signore degli anelli e la dannazione di Chronicle, alla ricerca di qualche torsolo sgranocchiato e del marcio. Basta poco a graziare il look psichedelico, la colonna sonora anni '80 e l'indiscusso buon gusto di Wingard; a lasciare bianca, con buona pace degli estimatori, l'ultima pagina del diario di Ryuk. (5,5)

Un futuro distopico. Seduti a un banco, con cinghie di contenimento e museruola, ci sono bambini che non sono quello che sembrano. Zombie di seconda generazione, hanno una coscienza e una minima speranza di essere rieducati. Melanie sembra diversa dagli altri. Ha tante domande e attimi di tenerezza. Trattiene la fame come può. In La ragazza che sapeva troppo, tratto dal best-seller di Mike Carey, una Matilda infetta si affeziona alla maestra Gemma Arterton. Mi sarei aspettato uno sviluppo lento, melodrammatico, nello stile di Maggie. Il film, presentato in anteprima al Festival di Locarno, ha invece un incipit vincente e uno sviluppo decisamente canonico, da survival – una fuga dalla classica orda di morti viventi, l'arrivo in una città invasa dalla vegetazione. Li aiuta Melanie, l'eccezione alla regola. Ma, come da titolo, la bambina sa troppo. Ha prestato un'esagerata attenzione al mito di Pandora e nell'epilogo che risolleva le sorti di una storia altrimenti già nota, decisamente inaspettato, ci lascia con una morale che non ha nulla di consolatorio. Qual è la differenza tra uomini e mostri? Nasciamo cattivi? Possiamo forse rinnegare la nostra natura? La ragazza che sapeva troppo è un horror non imprescibile, ma coerente. Né spaventoso né ributtante – ha però riusciti effetti speciali artigianali e tocchi splatter, con tanto di infanticidi –, ma capace di qualche buono spunto di riflessione e di una svolta shock. L'idea si perde a metà ma, per fortuna, si ritrova alla fine. E non ti molla più. (6,5)

Adam ha un solido gruppo di migliori amici e un segreto. Alla vigilia del suo compleanno, si dichiara gay davanti alla sua cricca in gran completo. L'imbarazzo e, infine, l'accettazione: Adam è quello di sempre, ma sono gli altri ad aver bisogno di tempo e aiuto per metabolizzare l'accaduto e spingerlo finalmente fuori dal suo armadio. 4thMan Out, pellicola indie che mi ha fatto compagnia in una sera di noia e di Netflix, è il buddy movie che non ti aspetti. Contro i cliché, il film parla di un ragazzo troppo rude per la comunità omosessuale e troppo poco, d'un tratto, per le serate passate a giocare a poker. Decidere di vuotare il sacco con chi ha condiviso l'adolescenza e trova, dall'altra parte, cuori tolleranti ma sospettosi. Tutti i gay sognano di convertire gli etero convinti? Tutti i gay, soprattutto, si somigliano e si pigliano? Tra momenti di toccante coesione e divertenti fraintendimenti, 4th Man Out e il suo buon cast televisivo – accanto al semiesordiente Evan Todd, Parker Young (Imposters) e Chord Overstreet (Glee) – alleggeriscono l'anima e propongono una storia d'amicizia pura, virile, che vince gli appuntamenti tragicomici, gli approcci azzardati e qualsiasi pregiudizio. (7)

Ned frequenta un collegio in cui è il capro espiatorio perfetto. Brama l'anonimato, ma gli assegnano come compagno di stanza un ragazzo che non passa inosservato: l'ultimo arrivato, astro nascente dello sport, condivide assieme a lui pochi metri quadri e, inevitabilmente, punta anche su di lui un po' le luci dei riflettori. A stretto contatto, diventerà il suo peggiore aguzzino? Il bel diavolo della commedia dell'irlandese John Butler ha più di qualche scheletro nell'armadio e tanta voglia di fare amicizia. Non bastano le barricate issate da Ned al centro della stanza. Non basta quel che dice la gente. Complice l'illuminato insegnante del sempre ottimo Andrew Scott, i due prestano voce e chitarra a un'esibizione musicale. Mostrando che in quella scuola non si vive di solo rugby. E che i legami si formano, anche quando opponi resistenza. Film piccolo, educato, ironico nella maniera vincente dei britannici, Handsome Devil aveva belle medie e le carte in regola per essere un bel romanzo di formazione. La memorabilità non è dietro l'angolo. La visione scorre fin troppo veloce, però racconta con delicatezza e qualche colpo di scena la sfida all'omologazione, i manrovesci al bullismo, l'infondatezza delle prime impressioni. Nonostante lo spirito, nonostante gli accenti e i volti giusti, non è né Billy ElliotPride. Però l'ho visto in una di quelle sere in solitaria con il mondo contro, e ai titoli di coda sorridevo tra me e me. Di Handsome Devil dirò che ha troppa carne al fuoco e poco impeto, ma fa star meglio, e tant'è. (6,5)

Il mese di prova con Netflix funziona così. Ti studi il menu, dai un'occhiata alle copertine e, se la noia ha la meglio, di trovi a guardare un film messicano sul cui poster c'è la Karla Souza di How to get away with murder, troppo svestita per passare oltre. Il titolo suona improponibile, ma è una traduzione filologica dallo spagnolo: il cattivo gusto, a sorpresa, non è quindi dei titolisti italiani. Che colpa ne ha il bambino? è Una notte da leoni senza anticoncezionali. La protagonista finisce a letto con uno sconosciuto. Lei è impegnata, snob, ricca di famiglia. Lui fa ancora il liceo e vive con una mamma grottesca. I genitori di Maru rumoreggiano, ma acconsentono a un matrimonio riparatore. L'unione è un contratto. I due alleveranno il nascituro, ma separati. Non vi dico cosa succede: si sa. Il copione, però, ha in serbo nella culla un colpo di scena che spiazza; due protagonisti teneri e naturali; comprimari esilaranti, tra padrini erotomani e autisti galanti. Che colpa ne ha il bambino? è la solita storia, ma importata dall'angolo d'America sbagliato; più scollacciata e adorabile del previsto. E, titolo a parte, colpe non ha. (6)

Coppia di liceali scoppia alla notizia che lei, riottosa quando si parla di dormire insieme, ha diciassette anni e già un passato promiscuo (all'asilo infantile, insomma, sesso droga e rock 'n roll). Lui, amareggiato e in astinenza, finisce a letto per ripicca con un una sconosciuta. Holly ha una casa enorme, tanti segreti, nessuna inibizione: da copione, è una pazza furiosa. Rivelerà la loro tresca? Messa alle strette, farà perfino di peggio? You get me, produzione originale Netflix, originale proprio non è. Teen thriller trash, telefonatissimo, da seguire a cervello spento, ha una regia da videoclip, un dignitoso trio di bei ragazzi (la stalker di turno è l'ex teen idol Bella Thorne, che compensa con un indiscreto sex appeal alle pose da “cagna maledetta”). La cattiva sgambetta in mutandine in corridoio, pistola alla mano; qualcuno è a rischio, ma ci si fa soltanto male un po'. L'Attrazione fatale al tempo dello streaming ha uno spunto che si è abbondantemente esaurito vent'anni fa, ma comunque non spiace. In biancheria a bordo piscina, inutile, involontariamente divertente. Un intrattenimento usa e getta, sulla blanda vendetta di fanciulle sedotte e abbandonate. (4,5)