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sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

mercoledì 12 ottobre 2016

Mr. Ciak: Café Society, Swiss Army Man, Julieta, Suicide Squad, Elvis e Nixon

Bobby, giovane ebreo di belle speranze, abbandona il Bronx per Hollywood, confidando negli agganci dello zio produttore: medita presto, però, di fare ritorno a casa. Magari accanto a Vonnie, segretaria nel bel mezzo di una complicata relazione clandestina. Nella seconda metà ci si sposta a New York: il protagonista, con l'aiuto di un fratello criminale, fa del suo cuore spezzato fonte di ispirazione. Incontra una donna bellissima – un'altra Veronica -, nasce un locale notturno popolarissimo, ma nessuna città è grande abbastanza, la gente mormora e il passato, sotto forma di visita di cortesia, bussa alla porta. Café Society, ultima commedia di quel Woody Allen che quest'anno non attendevamo tanto presto, è stata bene accolta a Cannes ed esce sulla fresca scia di quell'antipatico disastro che era stato Irrational Man. Si ritorna al passato, di nuovo, se gli accademici alcolisti e le trame che virano al thriller, appena qualche mese fa, non avevano fatto breccia: tanta noia, poca magia. E non c'è traccia della prima ma un po' della seconda, per fortuna, in questo sentito omaggio al cinema dei telefoni bianchi, in cui la perfezione della confezione – costumi irresistibili, scenari splendidi e tanto jazz – contribuisce a farci chiudere un occhio, o entrambi, su una sceneggiatura a cui manca il guizzo. Il solito Allen, né il migliore né il peggiore su piazza, frizzantino e nostalgico, che sceglie di fare di Jesse Eisenberg – già nevrotico e prolisso di per sé, dunque padrone – il suo alter-ego. A contenderselo, due stelle inaspettate: Blake Lively, dea greca dal ruolo abbozzato; una Kristen Stewart bellissima e redenta, oggettivamente non troppo a proprio agio con i film retrò, per cui si hanno occhi innamorati. Pimpante nella prima parte e un po' frettoloso nel suo immalinconirsi, Café Society va scemando e non alza la voce, a discapito dei suoi anni ruggenti. Visione piacevole e ben lontana dall'essere memorabile, sul finire ispira l'esatta tristezza dei veglioni di Capodanno in cui, accanto all'anno che verrà, sembra celebrarsi tutto ciò che è fugace e illusorio: come questi anni '30 che non si curano ancora della guerra; come questi triangoli sentimentali che credono di avere tutto il tempo perché se ne venga a capo; come i sogni belli, d'amore, che al risveglio si scordano. (6,5)

Hank, naufrago, tenta di farla finita. A salvarlo dalla disperazione, l'arrivo di Manny, portato dalle onde. Tra i due, l'inizio di una straordinaria amicizia, tra confidenze e aiuto reciproco, per riempire le ore, le solitudini, le notti. Se la mettessi così, mi credereste, quando dico che Swiss Army Man è un'avventura umana ad alto tasso di emotività, buffa e toccante. Comprometto la mia affermazione, però, aggiungendo un dettaglio che vi sarà già saltato all'orecchio, se amate il cinema indipendente e dell'esordio dei Daniels, giustamente premiato al Sundance, avete sentito parlare: Manny, cadavere rigido e maleodorante, è morto per annegamento. Di tanto in tanto, la decomposizione gli gioca strani scherzi e, stecchito e tutto, si smuove, farfuglia, scoreggia; i suoi movimenti involontari, perfino le sue moleste flatulenze, possono essere d'aiuto su un'isola deserta. E così, complice la sua fervida immaginazione, Hank lo muove come una marionetta: lo fa parlare, e usa il suo corpo come ariete, salvagente, bussola, seconda voce nelle cantate in solitaria, confessore spirituale. Come spieghi cos'è la vita a un morto? Soprattutto, come gli riveli – tu che per lui sei tutto il mondo – che la tua esistenza, prima del naufragio, era ben peggio della sua? L'assunto iniziale non cambia: Swiss Army Man è una commedia surreale, che in parte nausea e in parte mette la pelle d'oca. Senza capo né coda, lì dove il ridicolo si spreca – scambi di ruolo, minacciosi orsi come in Revenant, peti come motori per solcare le acque –, in realtà è un'agrodolce riflessione sul sentirsi soli, fuori posto in un mondo non tagliato per i timidi cronici, che colora Castaway e Robinson di sprazzi musical e inguaribile follia. Sole attrazioni nel survival più grottesco e di cuore – ma che dico, di pancia - che incontrerai in vita tua, uno splendido Paul Dano e un inaspettato Daniel Radcliffe, forse bravo quanto mai, di cui sempre più spesso invidio le scelte e il coraggio. Sull'inservibile cellulare del primo, poi, la foto di un'altra musa indie, Mary Elizabeth Winstead: starà piangendo la sua scomparsa; lo aspetterà paziente a casa? Vuoi la colonna sonora che ricorda i brividi dei Sigur Ros, vuoi la sensibilità con cui sa stemperare il nonsense o, ancora, la familiarità con la domanda “ma se io scomparissi, qualcuno mi cercherebbe?”, l'opera prima di un assortito duo di nicchia libera dalle inibizioni e smuove qualcosa, nel profondo di te. Dirvi cosa non so, così su due piedi. Giuro che non sono solo i succhi gastrici; c'entra un po', immagino, anche l'anima. (7+)

Julieta, vedova in là con gli anni, decide di abbandonare la sua vecchia casa e di trasferirsi con il nuovo compagno. Non ha rimpianti, ma segreti sì. E ripensamenti? Cambia idea all'improvviso, infatti, quando un giorno incontra una persona di un'altra vita: la sua interlocutrice le dice che ha visto la figlia di Julieta, Antia, e i suoi tre bambini in Svizzera. Quella figlia che è uscita dalla vita della protagonista, anni prima, senza lasciare traccia; un fantasma che addolora, di cui neanche il suo nuovo amore sa. Dopo il pessimo Gli amanti passeggeri, un Almodòvar che conosce picchi e epocali scivoloni ritorna al cinema – puntando direttamente ai prossimi Oscar – con il libero adattamento dei racconti di Alice Munro. Melodramma tutto al femminile, raffinato e trascinante, Julieta si addentra in una travagliata relazione madre-figlia con una colonna sonora hitchcockiana, colori caldissimi e una squadra di esemplari primedonne. Qual è stata la colpa della protagonista affinché sua figlia fuggisse via? I flashback la mostrano giovane e innamorata, e per magia cambia volto, su un treno notturno: viene attratta da un passeggero, marinaio misterioso e disperato, e subito è amore grande. A condannarlo a una morte precoce, solo il mare in tempesta? Per la prima ora, un Almodòvar rinnovato, ma fedele a sé stesso, seduce e avvince come solo lui sa. Il dramma di una madre ripudiata e la rievocazione del suo grande amore, che ha portato alla nascita di una figlia irrequieta e rancorosa, lasciano pensare al meglio; c'è tanto in gioco. L'ultima mezz'ora – perché Julieta, purtroppo, è un film corto e, di conseguenza, inappagante – si converte alle ellissi narrative, ai salti indietro e in avanti, e mostra una chiusa brusca, che non soddisfa. Risibile, quasi, con l'emergere del solito tema dell'omosessualità, questa volta assolutamente buttato lì, e una lettera che non è sufficiente per i chiarimenti, la riconciliazione, una puntata di C'è posta per te. (6)

Aveva buone probabilità di piacermi, almeno su carta, qualcosa come Suicide Squad: forse il primo fumetto al cinema a prendere le parti non dei buoni, ma degli antagonisti. L'ho aspettato, immaginandomelo sarcastico, eccessivo, originale. Nei mesi che ci sono voluti per vederlo, però, la critica aveva già parlato – e, se male, di certo non a torto. Il cupo action di David Ayer, con una squadra di mercenari kamikaze senza niente da perdere, vede i prigionieri di una struttura di massima sicurezza collaborare per salvare il mondo da un pericolo maggiore. Ormai sulla bocca di tutti per il montaggio fatto alla bell'e meglio, il Joker latitante e una colonna sonora da estimatori, Suicide Squad mi è parso meno catastrofico di quanto letto qui e lì, ma comunque caotico, arrangiato, mediocre. Ci sfrecciano davanti in rapida successione le generalità e i moventi dei protagonisti – spiccano il solito Will Smith, padre di famiglia; la ammiccante e promettente Margot Robbie; una Viola Davis granitica -, e si ha la sensazione, tra borsette trafugate, nostalgie lampanti e unicorni di peluche, che questi loschi figuri siano cattivi di nome, ma non di fatto. Gli si contrappone la risibile Incantatrice di una doppia Delevingne, che agita il bacino, evoca gli stessi raggi laser del novello Ghostbuster e, soprattutto, è incapace di intimorire o incantare. Ci sono troppe facce, interpreti premio Oscar di cui non ci facciamo bastare l'introduzione sommaria; allo stesso modo, però, la carne al fuoco è troppo poca. Disimpegnato videoclip, Suicide Squad si regge su un trascurabile pretesto per aprire le strade di Gotham a un carrozzone colorato, in maschera, che costituisce un lungo preludio per un film che verrà. La missione dura due ore che non pesano – e sono abbastanza, ed è un pregio -, ma non trova né il tempo, né gli spazi vitali per sviluppare gli anticorpi: oltre le sbarre, fuori dalla sua cerchia di affezionati nerd. (5)


Nel 1970, un Elvis all'apice della notorietà chiedeva un appuntamento privato al presidente Nixon. Portava una pistola rarissima in regalo, da buon ospite, una coppia di assistenti fedeli (un sorprendente Pettyfer, l'inservibile Knoxville) e una richiesta surreale. L'uomo di cui tutto il mondo conosceva il volto, e la voce, voleva diventare infatti un agente federale. Il risultato del loro stranissimo faccia a faccia, diretto dalla regista indie Liza Johnson e prodotto da Amazon, è una commedia vintage dagli inaspettati tempi comici, con uno spunto minuscolo e la partecipazione di due grandi stelle. Michael Shannon è un inedito re del rock 'n roll, capriccioso, magnanimo, esigente, i cui progetti assurdi nascondono abilmente la sottile mestizia dei suoi ultimi anni di vita. Kevin Spacey, ben lontano dai maligni giochi di potere del suo Frank Underwood, è un leader politico aperto e incuriosito, che cura nel dettaglio la sua immagine pubblica e la conquista degli elettori più giovani; dello scandalo Watergate nessuno parla ancora. Poco somiglianti nell'aspetto, badano ai timbri di voce e alla mimica: sopra le righe, perché parte di un'atipica parentesi di storia contemporanea, ma esagerati mai troppo. La regia è impersonale, però, e il resto del cast è composto da un movimentato viavai di conoscenze telefilmiche; il messaggio del film, a tratti divertente ma pretestuoso, francamente sfugge. Quale spettatore, soprattutto se italiano, sentiva l'esigenza della cronaca del loro incontro? A visione ultimata il dubbio persiste – il tema non mi interessava, e all'indomani del fresco Elvis & Nixon non ho di certo cambiato idea -, ma ogni occasione è buona per guardare due fuoriclasse, qui leggerissimi, gigioneggiare senza freno. Allo stato brado, lungo gli impenetrabili corridoi della Casa Bianca. (6)

sabato 23 luglio 2016

Mr. Ciak: Veloce come il vento, The Shallows, La felicità è un sistema complesso, Grimsby, Segreti di famiglia

Un infarto e un'esistenza che si ferma a bordo pista. Un funerale e una famiglia senza madri che, vestita a lutto, si ricompone per l'occasione. Una morte per tre vite separate. Quella di Giulia e del piccolo Nico, che lì conosco Loris: figliol prodigo che si è bruciato la chance di brillare, galeotto un incidente automobilistico, e il buon senso, per via, stavolta, di stupefacenti che l'hanno reso scheletrico e mezzo matto. Momenti di convivenza obbligata, attimi in cui ci si stringe tutti insieme, tempi duri: in ballo, il casolare in cui sono cresciuti. Lo può riscattare solo Giulia, pilota impavida e scontrosa, che raggira i creditori e gli sponsor con l'aiuto dell'improbabile capofamiglia: quel fratello maggiore che non sa prendersi cura di sé, come può badare ai piccoli di casa? Cosa può fare con la tecnica della campionessa che, a diciassette anni, tutti già danno per vinta? Veloce come il vento, storia di corse a perdifiato e rapporti di sangue, è il terzo tassello di un cinema che – prima con le vite private messe a soqquadro da uno smartphone, poi con i supereroi delle borgate romane – mai come quest'anno vuole lasciarci a bocca aperta per la reattività dei suoi parametri vitali. Alla regia, Matteo Rovere, già arrivato – stilisticamente parlando – ai tempi del radical chic Gli Sfiorari, ma con a disposizione, alla sua terza regia, personaggi più amabili e intrecci di cui, fino in fondo, ci importa davvero. Nel cast, un ottimo e stravolto Accorsi e la semiesordiente Matilda De Angelis: bella come la Lawrence (e intonatissima: ascoltate il suo singolo), con tanto da imparare ancora ma tutte le potenzialità del mondo per riuscire. Il genere, a noi estraneo, è al contrario fortemente connotato all'estero. Buoni sentimenti, rivincite, cadute e resurrezioni, la minaccia di perdere tutto: l'abc delle “americanate”. Ma a me l'americanata fa fesso – penso al pugile dal cuore infranto di Southpaw – e questa americanata con accento romagnolo, dalla trama già collaudata e con sequenze di pura adrenalina, ha qualcosa in meno e tanto in più. Gli occhi diversi coi quali la si guarda, per esempio, e al diavolo i complessi di inferiorità. Un comparto tecnico di tutto rispetto: ci importa poco dei paragoni, perciò, così come la consapevolezza che Veloce come il vento, della nuova gioventù del nostro cinema, sia la pellicola realizzata meglio ma scritta con più approssimazione. Ha il ritmo, il cuore come un tamburo, i sorrisi. La passione che trascina anche me nel fuoco della gara – io che eppure, davanti alle corse su Italia Uno, cambio canale in automatico. Due interpreti duttili e calati nella parte, che ci ispirano fiducia: chi dà peso alle ingenuità di cui è puntellata la sceneggiatura, allora? Intrattenimento fiabesco e sorprendente, è sulla buona strada per fare grandi cose. Darsi a sensazionali imprese. Come su consiglio di Loris, scriteriato ma saggio, si pensa già a quel che sarà. Alla prossima curva.  E ci si augura che Veloce come il vento, riuscitissimo nonostante gli esiti scontati e le emozioni facili, non sia stato che un giro di rodaggio. (7+)

Nancy, studentessa di Medicina in vacanza in Messico, fa un viaggio della memoria sui luoghi che la madre, recentemente venuta a mancare, amava così tanto, in gioventù. La sabbia bianca, le onde perfette, una spiaggia che è un segreto per pochi eletti: il surf al mattino e, a largo, uno squalo che, fiutato l’odore del sangue della bionda, non abbandona la preda designata. Rifugiatasi prima sul dorso di un cetaceo dilaniato, poi su uno scoglio, Nancy ha una pinna acuminata che le disegna cerchi tutt’intorno, ferite profonde e le ore contate, prima che l’alta marea – e il predatore degli oceani – la ingoi. The Shallows – da noi a fine agosto, con il titolo Paradise Beach – è un survivor nella media, che ammicca al cult da brivido di Spielberg e, con una protagonista solitaria e alla deriva, a un Open Water. Non destinato neanche per un secondo a divenire cult generazionale e sprovvisto del taglio autoriale della presunta storia vera di Chris Kentis, ha però una Blake Lively messa a dura prova e costantemente in bikini (il che, diciamolo, è cosa buona e giusta); la direzione dell’esperto Jaume Collet-Serra che, prima di darsi alla collaborazione cuore a cuore con Liam Neeson, aveva diretto l’ottimo Orphan e La maschera di cera; tutta la leggerezza che, in questo periodo, è accettata di buon grado. Di un già visto che, soprattutto per i mari inesplorati e le eroine valenti e pettorute, è gradevole rivedere, è un onesto prodotto di genere, senza infamia né lode, che ha – tra i pregi – un uso modico della computer grafica, una chiusa meno esagerata di altre e una protagonista, in cerca ancora del film della grande svolta, a cui donano l’abbronzatura, le cicatrici e la solitudine dei sopravvissuti. A fine visione, non si rinuncerà a un rigenerante tuffo al mare per la troppa paura, ma se le ferie non sono nei vostri piani imminenti e siete, piuttosto, tipi da montagna, The Shallows – avventura turbinosa e fatale – vi suggerirà freschezza e una certa cautela. (6)

Uscito in sordina lo scorso novembre, poi riscoperto all’indomani della rinnovata giovinezza del nostro cinema, La felicità è un sistema complesso è una commedia dolce-amara un po’ sui generis. Parla di Enrico, uomo cinico e solitario, che fa una professione unica al mondo: quando necessario, con mezzi leciti e non, convince gli industriali in erba a rinunciare all’impresa di famiglia; a vendere. Qualcosa, però, non va per il verso giusto, questa volta. Oppure sì? Enrico, che ha tutto sotto controllo e non si affeziona ad anima viva, si trova ad ospitare in casa una giovane straniera, piantata in asso con una misera scusa dal pavido fratello di lui. E se, nella vita quotidiana, fa i conti con una bellissima, giovane donna che dorme sotto il suo tetto – e, cocciuta, sul pavimento del salotto - , a lavoro gli toccano due giovani orfani, eredi di un nutrito patrimonio. E se prendesse a cuore la loro causa? Cosa sarebbe, poi, della sua risaputa professionalità? Diretto da Gianni Zanasi – noto ai più per Non pensarci, con lo stesso eccelso Mastandrea nel ruolo principale -, il film è una produzione particolarissima ma, vuoi uno script un po’ superficiale che compensa alle falle con idee formalmente brillanti, per me non del tutto riuscito. Ha personaggi che fanno i lavori strani dei film di Cameron Crowe, gli occhi del cinema indie e più di qualche scena che resta impressa – il protagonista in giacca e cravatta che soffia bolle di sapone; lui e lei sospesi sul letto, come d'incanto. Non ho apprezzato il finale, però, troppo semplicistico, e quel piglio un po’ “sorrentiniano” che, al contrario, avrà conquistato i più. Resto cordialmente un non-fan del Paolo nazionale, infatti, e la mancanza di vie di mezzo tra i lunghi silenzi e le frasi ad effetto, gli aforismi e sequenze da videoclip in cui la musica parla più forte dei personaggi, lo rende prezioso e difettoso. Sarà difficile il raggiungimento di questa fantomatica gioia, dunque, e altrettanto difficili sono i guizzi osati dal buonissimo Zanasi; il resto, però, è più essenziale di ciò che c’è dietro. Un About a boy tra le righe. Per chi, nonostante tutto, è convinto che le piccole cose – purché siano tanto elaborate – ci rendano felici. (7)

Nobby e Sebastian non si vedono da quasi trent’anni. Dopo la morte dei genitori, sono stati presi in affido da famiglie diverse e, da allora, l’esistenza dei due monelli di periferia è cambiata. Cos’è stato del loro volersi profondamente bene? Il maggiore ha scelto per sé la sorte peggiore, diventando un panciuto e rozzo scansafatiche, in un quartiere squallido ma caloroso: padre di undici figli, assiduo frequentatore di pub e hooligan all’occorrenza. L’altro, sofisticato e tutto un muscolo, fa l’agente segreto, ma un malinteso – colpa di quel fratello ritrovato – ed ecco che lo scambiano per nemico pubblico da eliminare. La collaborazione, e l’incontro li porterà in Africa, in un apprendistato lampo e in un lungo giro sul viale dei ricordi, tra flash di un’infanzia tenera e demenziali qui pro quo. Grimsby – Attenti a quell’altro (o, più semplicemente, The Brothers Grimsby) è l’ultima avventura al cinema di un Sacha Baron Cohen che fa scompisciare, disgusta e, questa volta, trova un pubblico poco ricettivo in sala. Inaspettato insuccesso, la commedia di Louis Letterier – che, tra le altre cose, ha confezionato un bel giocattolo come Now You See Me – si è rivelato parzialmente immeritevole del flop. La gente ne ha le scatole piene di grassissime risate, umorismo sconveniente e di un personaggio sopra le righe come Sacha, che per me non ci è ma ci fa? Così pare. Onestamente, tra siparietti politicamente scorretti (un proiettile vagante che colpisce un povero malato di HIV, e gli schizzi del suo sangue che infettano gli urlanti sosia di Radcliffe e Trump) e trucidume a fantasia (testicoli avvelenati, elefanti nella stagione degli amori, missili dove non batte il sole), Grimsby mi ha voluto schizzinoso, catapultato in sequenze d’azione assai ben dirette e divertito, molto: complice la grande ignoranza, i sentimenti in fondo buoni e la compagnia, sull’altro sofà, di un fratello che di missione segrete non ne fa. La comicità è di quella che ci faceva ridere da bambini – pupù, liquidi corporei, mutandoni e pance prominenti. La regia è di uno che la sa lunga, la canzone, e Mark Strong, di solito ottimo e sottovalutato caratterista, serissimo per natura, è un compagno di merenda alla mano e un’inaspettata spalla comica. Trashamente senza ritegno: come se, poi, fosse una grave colpa. (6,5)

Ha sfidato le bombe, per poi morire in un incidente stradale in una città senza pericoli. Una mamma che torna a casa – una fotografa di guerra – e la sua scomparsa improvvisa: i suoi piccoli uomini lasciati soli, in preda alle domande; i suoi mondi interiori; i suoi segreti. Louder Than Bombs – titolo bello ed evocativo, tradotto da noi con il dimenticabile Segreti di famiglia – è un dramma indipendente dalla regia raffinatissima e, tutto sommato, con un buon quartetto di protagonisti. Scritto come un romanzo psicologico, e forse proprio per questo non così immediato e scorrevole nella visione, si confronta faccia a faccia con il vuoto, la perdita e i piccoli misteri di una donna che, all’improvviso, muore. Incidente o suicidio? Perché una professionista affermata, coraggiosa, sopravvissuta al peggio, doveva desiderare lo schianto contro un camion, una notte? A chiederselo, il marito e i due figli. Il maggiore, da poco padre, brillante trentenne, si avvicina a un’ex nel momento del bisogno; il minore, timido e tra le nuvole, cerca l’amore di una cheerleader al di fuori della sua portata e scrive confessioni al computer che un po’ ricordano quelle del Charlie di Noi siamo infinito, e un po’ quelle degli adolescenti inquieti che, a scuola, fanno massacri. A volte si proteggono dalla verità, altre volte la cercano; i segreti non sono dei più imprevedibili – amanti, insoddisfazione, sogni pieni di simbolismo – e il ritmo, purtroppo, non è dei più sostenuti. A una storia intima e realistica, dunque, ma senza picchi, fanno fronte una Huppert in absentia, un discreto Byrne e un Eisenberg, al solito, antipatico. Rivelazioni, però, il giovanissimo Devin Druid, fratello turbolento, e Joachim Trier, regista danese non di mia conoscenza ma dalle impressionanti intuizioni formali. C’è del buono, molto d’interessante, ma tra sentimenti pieni di rigore e emozioni filtrate, cerebrale e poco emozionante, Louder Than Bombs non era senz’altro la visione da proporre in mesi di disimpegno. (5,5)