Visualizzazione post con etichetta Damien Chazelle. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Damien Chazelle. Mostra tutti i post

venerdì 24 novembre 2023

Ritorni d'autore: Babylon | Oppenheimer | Coup de Chance | The Killer | Monster

Due innamorati ballavano romanticamente e si interrogavano, speranzosi, su come conciliare sentimenti e carriera. Questa volta ci sono elefanti in pista da ballo, umori corporei, feticismi. Come si è passati dal musical al baccanale, dal sogno al delirio? Caustico, volgare e disincantato, il film tradisce la fiaba per raccontare l'evoluzione della settima arte. E la progressiva degenerazione del mondo che c'è dietro. Si passa dal muto al sonoro, dai divi alle meteore, dal western alla commedia: il tutto per accontentare un pubblico che in fretta si annoia e dimentica. Babylon ha anticipato lo sciopero degli sceneggiatori. Ha irritato Hollywood e infastidito gli spettatori, entrambi artefici del meccanismo perverso che fagocita i protagonisti. Il pubblico deve essere intrattenuto. Chi non sa reinventarsi è spacciato. Pitt è sul viale del tramonto, come l'amica Swanson; Robbie prende lezioni di etichetta, ma il richiamo del lato selvaggio è forte; Calva rischia di essere risucchiato dal caos della festa che si limitava a contemplare. Questo Chazelle è coreografico come Luhrmann; folleggia come Tarantino. Maneggia serpenti, ammazza comparse, divora topi. Provoca e denuncia, in un'opera esilarante ed esaltante, pornografica e candida. Mi rincresce averlo perso al cinema. Sarebbe stato un onore piangere insieme al protagonista, nel finale, e guardare attraverso i suoi occhi schegge di Gene Kelly, di angeli e fantasmi. (10)

È sulla bocca di tutti da prima dell'uscita. L'ho visto a oltre un mese di distanza dall'arrivo in sala, impermeabile a qualsiasi entusiasmo. Oppenheimer, accolto come il capolavoro di Christopher Nolan, è per me un film grande che non diventa mai un grande film. Algido, logorroico, cerebrale, stordisce a suon di nomi e informazioni, ma mostra il portento e l'orrore della bomba atomica fuori scena. A distanza di sicurezza. Restano i tormenti dell'uomo, qui interpretato da un emaciato Cillian Murphy, diviso tra patriottismo e senso di colpa; quei troppi dettagli, a metà tra scienza e politica, che lasciano a lungo confusi. L'emotività irrompe soltanto nell'ultima parte: un processo alle intenzioni in cui ogni azione è in discussione e, a sorpresa, a rubare la scena è la tradita, sottostimata moglie interpretata da Emily Blunt. Non ho ben compreso il ruolo del doppiogiochista Robert Downey Jr, ben nascosto sotto un mascherone di trucco ma sempre insopportabilmente gigioneggiante. Non ho capito il troppo rumore per nulla, o quasi. Da questa detonazione mi sarei aspettato un brivido lungo la schiena; l'acufene; un'eco maggiore. Il biopic sull'inventore dell'atomica, invece, è una docufiction magistralmente diretta e montata a cui tuttavia manca il sano ardore di Prometeo. Senza fuoco, fuori fuoco, si rivela un compito diligentemente svolto e poco altro. (6)

Alla tenera età di ottantotto anni, Woody Allen dirige il suo cinquantesimo film. E ogni volta che torna in sala è sempre un po' festa. Quanto ci mancava? Quanto ci mancherà? Sfortunatamente, nonostante sia stato misteriosamente ben accolto all'ultimo Festival di Venezia, Coup de Chance è una commedia nera senza grandi guizzi che, scegliendo un idioma e toni diversi, si limita a riproporre l'acuminato triangolo sentimentale dell'indimenticato Match Point. Questa volta la moglie trofeo, interpretata dall'incantevole Lou de Laage, è divisa tra l'amante scrittore e il ricco marito malavitoso. Se la sorte ci mette lo zampino, ribalterà tutto la puntualità dell'epilogo per regalarci, in extremis, un sorriso beffardo. Il resto appartiene a un Allen logorroico e eccezionalmente francofono, piuttosto povero di contenuti, che strizza l'occhio alle donne infedeli di Chabrol e ammalia grazie alla fotografia assolata del solito Vittorio Storaro. Checché se ne scriva, gli ho preferito di gran lunga gli ultimi film: il teatrale La ruota delle meraviglie, lo scoppiettante e giovanile Un giorno di pioggia a New York e perfino Rifkin's Festival, sottovalutata delizia cinefila troppo in fretta sacrificata sull'altare dello streaming. (5)

Un sicario è appostato sui tetti parigini. Non dorme, non ha sentimenti, non sbaglia mai. Finché non manca il bersaglio e per lui ha inizio una fuga rocambolesca che tocca altre quattro città, altri quattro capitoli, nel tentativo di costruirsi un futuro alternativo accanto alla compagna lontana. Lo interpreta Michael Fassbender, attore troppo a lungo assente dalle scene. Asciutto, stiloso, inafferrabile, indossa camicie floreali da turista tedesco e si concentra ascoltando i successi degli Smiths. Come se non bastasse, firma il tutto David Fincher, finalmente tornato al thriller dopo la parentesi metacinematografica dell'autoriale Mank. Al secondo film per Netflix, il regista cult torna sugli schermi con l'adattamento di un graphic novel nelle sue corde. La violenza c'è, ma è raffinatissima. Gli omicidi abbondano, ma i corpi quasi non sanguinano. Gli scontri fisici sembrano coreografie studiatissime. Chirurgico, rigoroso, freddissimo, questa volta si diverte e diverte con un film d'intrattenimento godibile ma non all'altezza. Perché The Killer, partito sotto i migliori auspici con un omaggio al miglior Hitchcock, diventa una pellicola d'azione che non ha né la classe di James Bond, né la leggerezza di John Wick. Colpa di un soggetto tutt'altro che memorabile, in cui l'entrata in scena di Tilda Swinton rappresenta il momento di maggiore curiosità: peccato sia impegnata in poco più che un cameo. L'ultimo Fincher, come il suo killer dall'insopportabile voce narrante, intrattiene in poltrona ma non fa centro. (5)

Lo strano comportamento di un bambino insospettisce gli adulti. La mamma, iperprotettiva, fatica ad ammettere che il figlio stia crescendo; il maestro, tacciato di maniere forti, è forse più lungimirante di altri; la preside, reduce dalla morte della nipotina, modera per tutelare l'istituto. Il protagonista è una vittima o un bullo? Chi, fra lui e un fragile coetaneo, è il mostro? Kore'eda torna Giappone con una sceneggiatura perfetta. Delicatissima e magistralmente orchestrata, mostra la stessa vicenda attraverso tre punti di vista complementari. Ne viene fuori un puzzle sui segreti di grandi e piccini, che favoleggia di rinascita. Quieto ma pervaso di tensione, sceglie di mantenersi ambiguo fino alla fine: nemmeno l'epilogo ci chiarirà se abbiamo assistito o meno a una tragedia. Monster inizia con un incendio e termina con un tifone. E, fra le due calamità, lascia posto alle scosse sismiche della pre-adolescenza. Come in una versione più stratificata di Close, Kore'eda descrive il momento in cui la purezza dei bambini viene meno. Saranno mai felici al di fuori di quel vagone ferroviario al centro del bosco? Nella sequenza più memorabile (insieme a quella di quattro mani che tentano di pulire un finestrino dal fango), la preside insegna al piccolo protagonista a soffiare via il dolore in una tromba. E gli suggerisce che, se non è per tutti, non è felicità. Non c'è giallo più fitto dei propri sentimenti. (7,5)

giovedì 27 dicembre 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Roma, Cold War, First Man

Lavare il battuto con acqua e sapone fino a farlo brillare. Svegliare i bambini e andare a prendere il minore a scuola. Rassettare, cucinare e la sera, per risparmiare sui consumi, fare un po' di ginnastica alla luce delle candele. Appendere i panni in terrazza, e da lì guardare gli aerei passare sempre alla stessa ora. Dove andranno? Deve domandarselo Cleo, vent'anni e un lavoro a tempo pieno: domestica in una famiglia alto-borghese in cui ci sono sempre esigenze, bambini che hanno sempre voglia di giocare. Se il papà medico è spesso assente con la scusa del lavoro, e va e viene soltanto per lamentarsi della casa non abbastanza pulita, delle cacche di cane sul vialetto, del parcheggio troppo stretto, la mamma è una donna sull'orlo di una crisi nervosa, che poco presta attenzione alla carrozzeria dell'auto e ai ruoli di potere, eppure sa mostrarsi insospettabilmente forte nei momenti di difficoltà. Alle prese con quattro bambini disobbedienti e una casa presto sprovvista della figura paterna, le due donne condividono abbandoni e segreti sulla maternità. Cleo, custode onnisciente dei loro fragili equilibri, resta incinta di un esibizionista che si sognava Bruce Lee: nello stesso mese perde la verginità e l'amore, piantata in asso in un cinema. La vediamo macinare chilometri a perdifiato, nonostante l'ingombro del pancione, in un Messico a soqquadro in cui si specchiano alla perfezione le gioie e i dolori di una famiglia che riconosciamo a colpo d'occhio come quella del premiatissimo Cuarón: sbaglio, o il piccolo di casa che fantasticava di altre vite già con il piglio dei narratori è proprio l'alter-ego di Alfonso, fresco di vittoria a Venezia? La macchina da presa spazia tra panoramiche e piani sequenza, ricercando dettagli vitali e scorci di impareggiabile manierismo in una vicenda altrimenti semplicissima. Stilisticamente straordinario, senza l'esigenza di alzare inutilmente la voce, il cineasta messicano ci regala sequenze memorabili – l'incendio dei proprietari terrieri a Capodanno, la ferocia della rivolta dove vita e morte corrono gomito a gomito, lo spettacolo sublime del mare aperto e il coraggio di sfidarlo petto in fuori con il rischio di annegare – e un album di ricordi in cui la settima arte si fa quanto mai questione privata. Boyhood è diventa la mia, però, mentre questa è rimasta quella di Alfonso: troppo distante da me nello spazio, nel tempo, ma ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine e alle infanzie da non rinnegare comunque abbacinante. Contro l'incostanza di maschi traditori, gli sconvolgimenti dell'esterno – terremoti, rivoluzioni o bande armate che siano – e le richieste di una Hollywood che di solito richiede storie sensazionali per sentirsi all'altezza. Gli ha dato carta bianca Netflix, nonostante la nostalgia della sala buia si faccia sentire, e la terra natìa gli ha suggerito tutto il resto. Il segreto di Pulcinella di quei piccoli grandi film che cercano con successo l'arte e la poesia dappertutto, e così facendo ne regalano un po' anche alla tua vita. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, in cui darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi. (8)

Paese che vai, melodramma che trovi. Di quelli con le panchine all'alba, dico, le passeggiate seguite da carrellate da maestro e finali irrimediabilmente dolce-amari. Possono cambiare il contesto (la Guerra fredda) e il formato (4:3), gli sfondi (la Polonia degli anni Cinquanta) e le intenzioni (rendere omaggio ai genitori del regista stesso), e perfino strutture narrative che quell'amore già così sofferto decidono di dilatarlo e frantumarlo in novanta minuti di visione. Siamo in territorio comunista, si cercano talenti cari al regime: lei ha la frangia bionda, una voce da usignolo, un passato losco; lui la accompagna prima con il pianoforte, infine nel sogno della fuga. Durante una tappa a Berlino si danno infatti appuntamento per scappare in Francia: non parlano bene il francese, ma si piacciono e confidano che l'amore basterà. Zula non lo segue, non subito. Abbiamo protagonisti con cui è difficile simpatizzare, poiché incapaci di scendere a compromessi; la regia tutta geometrie interne e bianchi e neri sopraffini di un Pawel Pawlikowski in cerca di un secondo Oscar dopo Ida; una freddezza che non si limita soltanto al titolo, no, ma viene ammorbidita dal jazz in sottofondo e dalle braccia degli amanti. Sono apolidi, innamorati a tratti come in Like Crazy, e non hanno che l'uno e l'altra come bussola. Ma lui, attratto dal mondo del cinema e dai guadi impossibili, è troppo egoista per la condivisione. Ma lei, adolescente accusata di parricidio e donna alticcia in pista da ballo, si accorge che fama e notorietà non si sposano bene se nella lontananza ci si è scoperti altro da quel che si era. Si daranno appuntamenti saltuari negli anni, nei locali fumosi delle capitali. Si inseguiranno da un capo all'altro di linee inviolabili, nonostante non ci sia perdono per i disertori – tanto dei confini familiari quanto dei sentimenti negati. Vivranno insieme per un po', ma mancherà loro il brivido del pericolo, quella casa in cui non sono più i benvenuti. Si trovano così a combattere un'altra guerra fredda, ma fra di loro. Minacciati dalla routine, dalle gelosie verso gli uomini e le donne avuti nel frattempo, dalla perdita d'ispirazione come in A Star is Born. All'inizio li accompagnava la schiettezza dei canti folkloristici, poi sono arrivati quelli di propaganda, infine le impalpabili ballate parigine. Hanno perso la voglia e le parole giuste per cantare d'amore. E noi perdiamo il conto dei viavai, degli sbalzi d'umore, del passare del tempo. Provati dall'incessante andirivieni e dalle brusche dissolvenze in nero, ma coinvolti in un'epopea tragica in cui la vista è bellissima e l'avventatezza della nostalgia può mettere seriamente in pericolo. Commossi da una guerra, e da un amore, le cui sentinelle non abbandonano mai la retroguardia di un passato romantico alla mercé degli avversari. (7)

Houston, abbiamo un problema. Questione di aspettative disattese, di momenti giusti o sbagliati, di film diversi da come ti aspettavi. Quelli che su carta non promettevano niente di buono, soprattutto a te che poco apprezzi il patriottismo a stelle e strisce e gli effetti speciali, ma che a sorpresa ti prendono per la gola. È il caso di First Man: accolto tiepidamente a Venezia, bocciato da blogger con cui ho condiviso il grande amore per La La Land, frainteso dagli spettatori che in sala si aspettavano avventure o forti emozioni. Lontano tanto dall'agiografia quanto dal classico sensazionalismo del cinema di genere – eppure qualcuno lo paragona a torto ai biopic di Steven Spielberg o Ron Howard –, l'ultima fatica del prodigioso Chazelle è una ricostruzione inconsueta perché capace di dividere. Chi se lo sarebbe aspettato, parlandosi di un eroe americano già canonizzato? Il granitico Neil Armstrong, interpretato da un Ryan Gosling che sceglie con intelligenza estrema i propri ruoli – l'espressività non è il forte dell'attore canadese, ed ecco che gli viene in soccorso un uomo dai sorrisi rari, di poche parole –, è un fuggitivo. Scappa a ogni occasione dalla routine, dagli effetti collaterali dei sentimenti, dal dolore inespresso per la morte della minore delle figlie. Non trova pace su questa sera e, da bravo codardo, preferisce puntare al cielo. La moglie Claire Foy pietrificata davanti alla radio – gli occhi lucidi, le mani da tormentarsi senza pace – intanto onora le regole di buon vicinato, si prende cura di ciò che resta della famiglia, lo aspetta. Suo marito, che da giovane aveva il pallino per il musical e un'aria mite, si è reso il principale protagonista di una corsa allo spazio che contrappone da un lato gli Stati Uniti, dall'altro la Russia. I piloti morivano come mosche ancora prima di decollare, e i contribuenti cominciavano a mormorare preoccupati; bisognava sfidare costantamente il vomito, la claustrofobia, la paura delle vertigini; i giornalisti incalzavano con domande incapaci di scalfire la tuta bianca di Armstrong. Cosa dirà calpestando il suolo lunare, cosa porterà con sé? Dimenticatevi i volteggi manieristici, i brani memorabili e i colori pastello del musical con Emma Stone: qui hanno la meglio i primissimi piani, i silenzi sacrali, le sequenze contemplative, le angosciose soggettive attraverso il vetro di un oblò. Per oltre due ore, complice una visione lenta e immersiva, è come essere lì con lui, che parlava troppo di lavoro e poco di sentimenti. Nel terrore, nello splendore. La terra vista da lontano è uno spettacolo che all'improvviso reclama a sé la colonna sonora da brividi di Justin Hurwitz e bastano la musica che finalmente fa capolino, la visione struggente di braccialetto che scivola a terra piano, a contrastare la freddezza siderale del mondo di Neil Armstrong senza mai snaturarne l'indole. Come capitò anche ad Astolfo, il cavaliere dell'Orlando Furioso in cerca del senno perduto a cavallo di un ippogrifo, non restava che puntare in alto per recuperare l'umanità. Prima la consapevolezza, poi la meraviglia della passeggiata, valgono un mese di quarantena; una visione ostica ma segnante. L'anno scorso ci ha dato le stelle, adesso non chiedetegli anche la luna. (7,5)

venerdì 10 agosto 2018

I film che leggeremo: Oscar-Friendly

Il primo uomo 
31 ottobre 2018
Dalle stelle di City of Stars alla luna. Dal musical al biopic a tinte action, sempre facendo tappa presso quel Festival di Venezia, a fine agosto, che già aveva portato fortuna la prima volta. Ryan Gosling è Neil Armostrong, nel film ispirato all'omonimo bestseller di James R. Hansen. La curiosità, onestamente, questa volta vola bassa. Genere abbastanza consolidato da essere venuto a noia, cast che poco osa – la moglie di Armstrong è Claire Foy: guarda caso, compagna di vita del sofferente Andrew Garfield in Ogni tuo respiro – e, unico grandissimo pro, un instancabile Chazelle che punta al firmamento e all'en plein.


Se la strada potesse parlare
30 novembre 2018
Chazelle e Jenkins sono destinati ancora a incontrarsi. Dopo la clamorosa gaffe di due anni fa, si spera vivamente che a fare da arbitri non saranno Beatty e Faye Dunaway. Il regista di Moonlight torna, e un trailer montato ad arte lascia intuire che in ballo abbia stile, impegno e forti emozioni. Adatta un romanzo di James Baldwin, prossimamente in ristampa grazie a Fandango Libri, ma abbandona il mondo LGBT – lo scrittore afroamericano, eppure, è noto soprattutto per il cult gay La stanza di Giovanni – senza tralasciare il razzismo, gli amori proibiti, le strade. Che parlano, sì, e in anteprima al Festival di Toronto forse ci racconteranno una storia destinata a far breccia.


Suspiria
2 novembre 2018 (USA)
In principio c'era Suspiria De Profundis. Romanzo-confessione del giornalista Thomas de Quincey che da un viaggio nell'Italia dell'Ottocento portava con sé un lungo incubo e la conoscenza delle tre Madri. Dario Argento aveva dedicato un film a ognuna di loro. Il primo, a cui avrebbero seguito gli imperfetti Inferno e La terza madre, era Suspiria: cult irripetibile, pronto a farsi remake. Non si storce il naso, però, se a occuparsene è l'esteta Guadagnino. I personaggi mantengono i nomi originali, il cameo di Jessica Harper appare quanto mai doveroso ma, titolo a parte, i due film sembrano avere poco altro in comune. Cambia il taglio – freddissimo, alla Von Trier –, cambia la durata – sfiorerà, pare, le tre ore complessive – e cambia il pubblico, se le streghe di Suspiria sono pronte non troppo a sorpresa a infestare festival solitamente chiusi al genere. Getterà un incantesimo sulla Laguna? E sull'Academy, pronta nel 2019 a mettersi in gioco con una categoria aggiuntiva: quella dei film popolari?


Beautiful Boy
12 ottobre 2018 (USA)
Com'è che si dice? Stagione dei premi che vai, Timothée Chalamet che trovi. Lo straordinario Elio di Chiamami col tuo nome, vincitore morale agli Oscar, non vuole diventare una meteora di passaggio. Tanti progetti nel cassetto – Allen, Villeneuve, Gerwig – e altrettanta voglia di lasciarsi nuovamente stupiti e commossi davanti al primo film americano del regista dello struggente Alabama Monroe. Una storia vera, di padri figli e dipendenze da stupefacenti, in cui Chalamet è il bellissimo (e problematico) ragazzo del titolo, mentre il versatile Carrell è il genitore imperturbabile che vorrebbe ricondurlo sulla retta via: quella che porta a casa. I fortunati lo vedranno sempre a Toronto. Gli altri, aspettando l'uscita italiana, lo leggeranno in libreria con Sperling Kupfer.


Mary Queen of Scots
8 novembre 2018
Si sono incrociate in tempi recenti sul Red Carpet: nominate l'una per Lady Bird, l'altra per Tonya. Bionde, giovani e bravissime, Saoirse Ronan e Margot Robbie condividono il set e la corona nel dramma in costume Mary Queen of Scots. Cugine, amiche-nemiche, rivaleggiano per il regno e per l'Oscar: si trasformano. Se a Soirse donano la treccia rossa e la fierezza dell'appassionata Mary, la bellissima Margot raccoglie il testimone di Cate Blanchett, s'imbruttisce e diventa Elisabetta I. Il romanzo di John Guy porta il nome della prima, ma a giudicare almeno dall'intensità del trailer – con quella sovrana inedita: stempiata, incompresa, sterile – potrebbero spuntarla a sorpresa le fragilità della Non protagonista.


Boy Erased
22 novembre 2018
Adolescenti omosessuali da convertire in nome della fede nell'Altissimo. Se ne era già parlato in The Miseducation of Cameron Post, coming of age vincitore dell'ultimo Sundance Film Festival. Il tema shock sarà lo stesso nel ritorno alla regia dell'attore-regista Joel Edgerton, che per l'occasione adatta di proprio pugno le memorie di Garrard Conley in uscita per le Edizioni Black Coffee e guida un cast stellare con Nicole Kidman e Russel Crowe, gentitori preoccupati, e un Lucas Hedges che alla verde età di ventidue anni indovina come un rabdomante ruoli su ruoli. Teniamolo d'occhio anche nel dramma Ben is Back, in cui è diretto dal padre John e affiancato da una ritrovata Julia Roberts.


The Wife - Vivere nell'ombra
4 ottobre 2018
Le proverbiali donne dietro i grandi uomini. Le attrici fuori classe, sfortunatamente nell'ombra. Colpa dell'età che avanza e di Hollywood che fa di conseguenza marcia indietro, o semplicemente dei progetti sbagliati? Glenn Close e Joan, la protagonista dell'omonimo romanzo di Meg Wolitzer a ottobre in libreria per Garzanti, hanno più di qualche tratto in comune. Che The Wife, un Big Eyes ambientato tuttavia nello spietato mondo della letteratura, possa essere il loro canto del cigno come giura già qualche bookmaker? 

domenica 31 dicembre 2017

[2017] Top 10: Mr. Ciak


10. Il padre d'Italia
Mollo, con uno sguardo indie che conquista e l'alchimia di due personaggi vivissimi, parla d'appartenenza e istinto, di omogenitorialità, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa.

9. Tito e gli alieni
Al Torino Film Festival l'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle un po' americane e un po' napoletane, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Lontane dagli occhi, lassù tra le stelle, ma mai dal cuore. 

8. A Monster Calls - Sette minuti dopo la mezzanotte
Un'esagerata cura del lato visivo senza però scordarsi la commozione. Un angelo custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa.

7. Blade Runner 2049
A caccia di replicanti, e della loro progenie segreta – un po' frutto dell'amore, un po' dei calcoli della scienza. A caccia di sequel felicissimi, e di film da guardare con occhi grandì così – che non siano poi miracolosi come gli eredi di Deckard e Rachael, troppo perfetti per scoprirsi anche emozionali, poco importa se al cospetto di un capolavoro visivo tanto straordinario. 

6. Arrival
L'ennesimo tassello di quella fantascienza minimal, umanista, in cui l'elemento perturbante – in questo caso, un'invasione di eptapodi venuti in pace – è un'ottima scusa per parlare di noi. Al pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di una coppia e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine, studia chi gli ha aperto la porta. Spingendoci o scoppiare, o a riconciliarci.

5. Moonlight
Storia distante per contesto, ma dal respiro universale. L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la pelle nera di blu. Nell'amore, che è casa.

4. A Ghost Story
Il fantasma con la sindrome di abbandono commuove e angoscia. Sotto il lenzuolo nessuno può vederlo piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere.

3. The Florida Project
I piccoli di Sean Baker non dovrebbero diventare mai adulti. Se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A riprendersi l'infanzia che finalmente spetta a noi, bambini grandi.

2. Manchester By The Sea
Straziante via crucis, sullo sfondo di città di mare che a dicembre soffrono l'abbandono. Mentre il lutto si scioglie e la speranza, chissà, fa primavera

1. La La Land
Una bolla di sapone, una campana di vetro, una dimensione dell'anima. Una fiaba postmoderna, acre, incastonata nella miracolosa cornice di un “se”. Il cinema che unisce e perdura. Quello con la lettera maiuscola.

venerdì 27 gennaio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar Goes to: La La Land

Sognavo La La Land da un'estate, un autunno e un altro po'. Da quando ha aperto un festival nel clamore generale e qualche mese dopo, sulla scia degli applausi del pubblico pagante e dei kleenex stropicciati nascosti in tasca, è arrivato agli Oscar diventando un evento. Quattordici candidature complessive e quanta voglia, quella volta a fine agosto, di macinare chilometri e chilometri all'insegna di Venezia. Partire e andare, vederlo e tornare. Qualche chilometro l'ho fatto comunque anche per potermi sedere dove dicevo io, in una sala neanche particolarmente affollata, il primo giorno di programmazione. Ho espatriato, sperando ne valesse la pena. E accoccolato in poltrona, poco prima dell'inizio, mi sono chiesto: e metti che non è bello come hai letto? L'ho temuto, davvero. Per quella mezz'ora in macchina, il parcheggio fuori mano e un multisala trovato tra mille incertezze. Per mio padre che mi accompagnava in uno dei suoi rari giorni liberi. Lo stesso, d'altronde, aveva fatto suo padre con lui ai tempi di Un americano a Parigi e Sette spose per sette fratelli, riproposti in disordine nei cinema parrocchiali, quarant'anni fa. In famiglia, il musical ci ha sempre affascinato. Io l'ho scoperto con Moulin Rouge, una videocassetta pescata in un cestone del centro commerciale, e da allora l'ho identificato con l'armonia e con queste nostre piccole trasferte in auto. Pur essendo pigro; attirato più dai film di nicchia che dai fuochi d'artificio; intonato sì, ma con imperdonabili lacune anche in fatto di Macarena. Un'avvertenza, perciò. Questa è l'ennesima lode sperticata che leggerete. Se la ripetitività non vi giova, anzi, vi fa antipatia, passate con buona pace oltre. Vanno di moda la misantropia e il cinismo. Il rifiutarsi di salire sul carro vincente e, per partito preso, negarsi i fasti di La La Land. Chi non l'ha visto, in questi giorni, scriverà su Facebook che è noioso e sopravvalutato. Un cinema leggerissimo, glamour, colorato. E non va mica bene. Si sottindende che la commedia musicale, così come il jazz e i sentimenti, sia cosa fuori stagione. Ci si sbaglia. Il "mio" Miglior Film è quello popolare, che rivedrei subito daccapo. La festa a cui sono invitati gli appassionati e i passanti occasionali. Chi il piano sequenza non sa neppure cosa sia - lasciano a bocca aperta quelli di Chazelle, tra tip tap colti d'un fiato e ingorghi stradali che fanno tutta un'altra musica - e al Cinemascope, allo scintillio del Technicolor, non ci bada; in compenso, però, ama svanire nella magia di una storia e rimuginarci sopra sulla strada del ritorno. Quella di La La Land è elementare: un'aspirante attrice conosce un aspirante pianista. Lei prepara i caffè, lavorando alla stesura di un monologo che si preannuncia un fiasco; lui strimpella canzoni di Natale, piangendo la chiusura dei cinema d'essai e dei locali jazz. Come coniugare vita pubblica e vita privata? Al successo, premettere sempre l'amore? Ryan Gosling, bello e talentuoso in egual misura, ha imparato a suonare il pianoforte durante le riprese. Fischietta ritornelli che non scaccerai più dai pensieri, calza senza difetto le scarpe da ballo. Indispensabile e burbero principe azzurro, si muove alla spalle di un'inarrivabile Emma Stone. Interprete, al contrario del protagonista di Blue Valentine, che a volte mi piace e a volte no. Con quegli occhi grandi, con quel sorriso che le increspa tutto il viso, spesso esagera. Ma qui gli occhi passano da ridenti a colmi di lacrime in un attimo. Sul viso le scorrono tutte le espressioni, le smorfie, la meraviglia di questo mondo. Bellissima in blu, verde, giallo. Bravissima con i piedi ballerini e il falsetto, su uno scenario dai colori pastello. Soprattutto, con addosso una felpa col cappuccio lilla e alle spalle un anonimo sfondo nero. Quando canta con un filo di voce e un gruzzolo di speranze tutte rotte e, così facendo, compone un epitaffio per chi le ha lasciato in eredità questa stessa fame, questa stessa follia. Potrebbe mettercisi di mezzo la vita. A gamba tesa, disarmonica e scordinata com'è. Mia e Sebastian, amanti che hanno paura di perdersi e di svendersi, riusciranno a stare al passo? Le quattro stagioni dell'amore si affastellano su una panchina. Quel finale, etereo ma realistico, struggente, è un colpo al petto. Chazelle ammicca al passato – dalle sciantose di Grease ai tramonti di West Side Story, dalle giravolte di Cantando sotto la pioggia ai voli impossibili di Moulin Rouge - e nelle sue numerose strizzate d'occhio, in seno alle costellazioni, scrive la storia di due sognatori sopraffatti da una giungla d'asfalto. A proposito delle occasioni perse e ritrovate, di certi amori che sono stelle fisse o forse semplici meteore, del sogno di una zia parigina che fece un tuffo nella Senna e ne morì. Ci si prende per mano, si scappa. Il tunnel, per fortuna, sbuca su un dipinto di Monet in cui il tempo si è fermato. La La Land è quella bolla di sapone. Una campana di vetro, una dimensione dell'anima. Una fiaba postmoderna, acre, incastonata nella miracolosa cornice di un “se”. Il cinema che unisce e perdura. Quello con la lettera maiuscola. (9)