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lunedì 12 agosto 2019

I ♥ Telefilm: The Boys | Catch 22

Indossano calzamaglie attillate. Sfoggiano mantelli svolazzanti, mute e diademi gemmati. Ispirano il piccolo e il grande schermo, fra produzioni cinematografiche e reality show. Hanno superpoteri di tutto rispetto, vero, ma li usano soprattutto per esigenze di marketing. Salvare il mondo non è una loro priorità: tutt’al più, conquistarlo. Le immagini promozionali potrebbero ingannarci. A colpo d’occhio, i protagonisti sembrano proprio i personaggi iconici dei fumetti. Ma questa Wonder Woman nasconde la propria omosessualità con una relazione di facciata, Aquaman non sa tenerselo nei pantaloni, Flash travolge i passanti fino a spappolarli, Superman è un depravato megalomane con qualche problema con mamma. A ogni azione commettono tremendi gesti collaterali. E i civili, muti, subiscono. Questa è la storia di un gruppo di persone qualunque. Ai Sette, vigilanti mascherati che vegliano incontrastati sulla città di New York, si contrappongono i ragazzacci del titolo: una squadriglia arrangiata che raccoglie scarti e relitti umani, disposti a tutto per vendetta. Nello spirito di Deadpool e Kick-Ass, la nuova serie targata Amazon – ispirata agli eccessi del fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson – è una satira ironica e violentissima che polemizza contro l’America più guerrafondaia, il trattamento subito dalle donne ai vertici, l’insopportabile patriottismo delle creazioni Marvel e DC. Guai a fidarsi di questi supereroi, perché il più buono fra loro ha comunque la rogna. Guardateli: nascondono attentamente perversioni sessuali, bugie, segreti sconcertanti. Contemporaneamente, fanno da vigilanti e da antagonisti. Sotto il giogo della scaltra Elisabeth Shue e di Antony Starr, leader carismatico sull’orlo di una crisi d’identità, fa il suo ingresso nel team anche Starlight: ragazza prodigio di sanissimi principi, che illusoriamente crede ancora nel bene. Frustrata da un ambiente manipolatorio e sessista, si avvicinerà suo malgrado al lato oscuro: come resistere alla compagnia degli sterminatori di supereroi se, accanto al solito Karl Urban che non deve chiedere mai, c’è un ventenne dal cuore infranto con il sorriso impacciato dell’adorabile Jack Quaid – figlio di Dennis e Meg Ryan, che a ben vedere ricorda un po’ il compianto Anton Yelchin? Gli effetti speciali sono ben dosati. Gli schiamazzi e gli scoppi fini a sé stessi si contano sulle dita di una mano. L’intelligenza della scrittura punta tutto sulla caratterizzazione perfetta dei protagonisti – chi non “shippa”, per esempio, il parigino Frenchie e una selvaggia new entry dagli occhi a mandorla? La serie, già confermata per una seconda stagione, è consigliata a chi il genere lo segue e, soprattutto, a chi lo evita. C’è qualcosa di losco dietro il buonismo dei Sette. C’è qualcosa di strano dietro i loro poteri: forse dono di natura, forse semplice doping. The Boys potrebbe farteli amare, eppure fa molto meglio: li demolisce. (7+)

È ispirato a un romanzo di Joseph Heller pubblicato per la prima volta sessant’anni fa. Catch 22, trasposto in una miserie Sky composta da sei episodi, stupisce anche oggi per la sua sconcertante modernità. La guerra, mostrata letteralmente a tutto tondo, non è mai stata così grottesca: vista dall’alto, dal punto di vista di un bombardiere; vista dall’interno, dal punto di vista di un giovane in stanza sull’isola di Pianosa. Un paradiso di scogliere a picco e acqua cristallina nelle poche ore d’aria, ma un inferno per il resto del tempo. Yossaran – interpretato da un sorprendente Christopher Abbott, che per la sua bellezza anni Cinquanta e una bravura misteriosamente sottovalutata agli Emmy ruba spesso la scena ai figurati illustri: George Clooney, Hugh Laurie, Kyle Chandler – vorrebbe tornare a casa. Finge fitte all’appendice, al fegato, ai testicoli; simula la pazzia. Fa uno spasmodico conto alla rovescia delle missioni rimaste per non gettare la spugna, tanto grande è lo sconforto. Ma l’obbiettivo si allontana sempre più, e le missioni sembrano allungarsi e moltiplicarsi per dispetto. Baciato dalla fortuna, mentre intanto i compagni muoiono come mosche, Yossarian si strugge per la vita brevissima dei novellini, la crudeltà di un’era dove ogni cattiveria è diventata norma, il destino passivo dei militari e dei civili. Qualcuno di loro si innamora di una prostituta. Qualcuno se la passa di lusso, addetto alla mensa. Qualcuno altro, per uno stupido qui pro quo causato dal nome di battesimo, si trova Maggiore suo malgrado. Un esercito di analfabeti funzionali, così, distribuisce cariche a destra e a manca pur di non ammettere errori e strafalcioni; pur di prendere sul serio il compito di proteggere e servire. Catch 22 spara a vista. Pallottole di umorismo caustico, nerissimo, che disgustano per gli schizzi di sangue diffusi e per i bislacchi paradossi logici, scritti con un’intelligenza dalla levatura quasi teatrale. Tragicommedia breve e scorrevole, ha la colonna sonora jazz del cinema di Woody Allen e i toni falsamente scanzonati dei Coen – ora da ridere, ora da prendere sul serio. Come raccontare le assurdità del conflitto, infatti, senza sfociare nel nonsense? Non si può. Senza eroismo, senza patriottismo a stelle e strisce, in poltrona assistiamo alle disavventure di un insolito anti-eroe e alla sconfitta dei valori tradizionali, di Dio, degli idealisti più inguaribili. Tutti vorrebbero essere gli eroi della propria storia. Ma quanti, piuttosto, hanno il coraggio di dichiararsi codardi e spaventati come Yoyo: mandati avanti non tanto dalla furia bellica, quanto da una fortuna sfacciata? (7)

lunedì 29 gennaio 2018

Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon

Lui malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme, suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato – l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico. Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po' stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso: quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema – gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The Leisure Seeker – recitato alla perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un ritorno a casa. (6,5)

Allen, il cinema d'autore sotto l'albero di Natale, film belli e brutti ad anni alterni. Cosa ci saremmo dovuti aspettare, lo scorso dicembre, dopo quel Cafè Society che qualcosa di buono l'aveva? Si arriva nella Coney Island di vent'anni dopo, la guerra passata da pochissimo, con un titolo e soprattutto un cast che promettono meraviglie. Ci si aspettava il Blue Jasmine secondo Kate Winslet, l'en plain. La sua Ginny – i mal di testa, la bottiglia sempre vicina, gli abiti di scena rispolverati a ogni piccola occasione – si sognava attrice e, a quarant'anni compiuti, si è svegliata cameriera. Accanto a Belushi, marito giostraio che forse non la merita, e a un bambino piromane. All'interno di un parco divertimenti che mette tristezza profonda suggerendo allegria a tutti i costi. Qualcosa cambia con il ritorno a casa della fatale Juno Temple, figliol prodiga in fuga dall'amante gangster. Qualcosa, nelle speranze di una protagonista illusa ed esasperata, va irrimediabilmente in tilt quando Timberlake – il bagnino/drammaturgo che ce li racconta dal primo all'ultimo – si accorge di quanto carina sia, sotto la pioggia, la sua figliastra. Il cielo minaccia acquazzoni sui caroselli. E un Allen sulle orme di Tennessee Williams, quantomai rigoroso e teatrale, minaccia invece tragedia. Misurato e strabordante insieme, vecchio ma nuovo, Wonder Wheel è un melodramma che scorre leggero pur portandosi appresso il peso di colpe, amarezze, rimpianti. Gli attori lo fan da padroni, su tutti una arcigna Winslet che con i suoi monologhi, con i suoi travasi di bile, ci sta così bene da non sorprendere più. La scrittura si regge – la si fa reggere, soprattutto: merito degli interpreti in parte – ma non resta impressa. Se non alla Winslet, se non a un Allen bravo a metà, la meraviglia è tutta da imputare allora alla fotografia dell'immancabile Storaro: capolavoro di spiagge assiepate e giostre malinconiche, di luci al neon che illuminano diversamente ogni angolo del film, per regalare a una donna sull'orlo di una crisi di nervi squarci di libertà e riflettori fissi. Il tutto, a bordo di una giostra che piace nonostante gli alti e bassi. Di una ruota – come quella della fortuna – che a volte gira, altre ti schiaccia. (7)

Ferzan Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia città. Il regista di Mine Vaganti spegne gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli, come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno – invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi, sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato; nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti, nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli velata ha infatti in una scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma, su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo pietosi. (5,5)

I favolosi anni Cinquanta, lindi e pinti proprio come nelle réclame. Un quartiere idilliaco, super-esclusivo, che da una réclame sembra saltato fuori. Gli immancabili colori pastello, il giardino curato di tutto punto, le cerimonie d'altri tempi fra buoni vicini di casa. In quel microcosmo, nel cuore della notte, si consuma un delitto nell'indifferenza generale: una rapina finita male e la famiglia Lodge – padre, figlio, cognata – seppellisce la matriarca e in fretta trova una nuova formazione. Le cose non sono come sembrano. Lo capisce presto, e a sue spese, il piccolo di casa. Dirige Clooney, recitano un subdolo Damon e una doppia Moore, soprattutto scrivono i fratelli Coen. Che quasi mai mi piacciono, a onor del vero, ma che indubbiamente brillano per scrittura e ironia. Suburbicon, commedia nera a metà tra Hitchcock e il loro Fargo, delude il Festival di Venezia la scorsa estate e in sala, per quanto curato e godibile, perfino divertente, si rivela un intrattenimento innocuo e senza grande mordente. Purtroppo, negli esiti e nei moventi, prevedibile come immaginate tu e l'assicuratore di un Oscar Isaac baffuto e sopra le righe. Troppo presi a protestare con schiamazzi e vandalismo gratuito contro il trasferimento di una famiglia afroamericana, gli abitanti del quartiere – ipocriti, benpensanti, subito pronti a puntare il dito verso la pagliuzza del diverso – non si accorgono della trave nei loro occhi. Della cattiveria a un passo, nascosta neanche troppo accuratamente sotto la superficie – questione di una sceneggiatura di un nero sbiadito, che non punge, non graffia e purtroppo superficiale resta. Come in Carnage, soltanto i bambini sanno andare oltre: tendere la mano al di là del buio oltre la siepe. Tanto quanto nello sfarzoso ma vacuo Ave,Cesare!, l'omaggio non ha gambe proprie su cui camminare. L'erba del vicino, la linfa dei Coen, in quel di Suburbicon l'avremmo immaginata molto più verde. (6)