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lunedì 29 gennaio 2018

Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon

Lui malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme, suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato – l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico. Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po' stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso: quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema – gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The Leisure Seeker – recitato alla perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un ritorno a casa. (6,5)

Allen, il cinema d'autore sotto l'albero di Natale, film belli e brutti ad anni alterni. Cosa ci saremmo dovuti aspettare, lo scorso dicembre, dopo quel Cafè Society che qualcosa di buono l'aveva? Si arriva nella Coney Island di vent'anni dopo, la guerra passata da pochissimo, con un titolo e soprattutto un cast che promettono meraviglie. Ci si aspettava il Blue Jasmine secondo Kate Winslet, l'en plain. La sua Ginny – i mal di testa, la bottiglia sempre vicina, gli abiti di scena rispolverati a ogni piccola occasione – si sognava attrice e, a quarant'anni compiuti, si è svegliata cameriera. Accanto a Belushi, marito giostraio che forse non la merita, e a un bambino piromane. All'interno di un parco divertimenti che mette tristezza profonda suggerendo allegria a tutti i costi. Qualcosa cambia con il ritorno a casa della fatale Juno Temple, figliol prodiga in fuga dall'amante gangster. Qualcosa, nelle speranze di una protagonista illusa ed esasperata, va irrimediabilmente in tilt quando Timberlake – il bagnino/drammaturgo che ce li racconta dal primo all'ultimo – si accorge di quanto carina sia, sotto la pioggia, la sua figliastra. Il cielo minaccia acquazzoni sui caroselli. E un Allen sulle orme di Tennessee Williams, quantomai rigoroso e teatrale, minaccia invece tragedia. Misurato e strabordante insieme, vecchio ma nuovo, Wonder Wheel è un melodramma che scorre leggero pur portandosi appresso il peso di colpe, amarezze, rimpianti. Gli attori lo fan da padroni, su tutti una arcigna Winslet che con i suoi monologhi, con i suoi travasi di bile, ci sta così bene da non sorprendere più. La scrittura si regge – la si fa reggere, soprattutto: merito degli interpreti in parte – ma non resta impressa. Se non alla Winslet, se non a un Allen bravo a metà, la meraviglia è tutta da imputare allora alla fotografia dell'immancabile Storaro: capolavoro di spiagge assiepate e giostre malinconiche, di luci al neon che illuminano diversamente ogni angolo del film, per regalare a una donna sull'orlo di una crisi di nervi squarci di libertà e riflettori fissi. Il tutto, a bordo di una giostra che piace nonostante gli alti e bassi. Di una ruota – come quella della fortuna – che a volte gira, altre ti schiaccia. (7)

Ferzan Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia città. Il regista di Mine Vaganti spegne gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli, come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno – invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi, sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato; nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti, nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli velata ha infatti in una scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma, su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo pietosi. (5,5)

I favolosi anni Cinquanta, lindi e pinti proprio come nelle réclame. Un quartiere idilliaco, super-esclusivo, che da una réclame sembra saltato fuori. Gli immancabili colori pastello, il giardino curato di tutto punto, le cerimonie d'altri tempi fra buoni vicini di casa. In quel microcosmo, nel cuore della notte, si consuma un delitto nell'indifferenza generale: una rapina finita male e la famiglia Lodge – padre, figlio, cognata – seppellisce la matriarca e in fretta trova una nuova formazione. Le cose non sono come sembrano. Lo capisce presto, e a sue spese, il piccolo di casa. Dirige Clooney, recitano un subdolo Damon e una doppia Moore, soprattutto scrivono i fratelli Coen. Che quasi mai mi piacciono, a onor del vero, ma che indubbiamente brillano per scrittura e ironia. Suburbicon, commedia nera a metà tra Hitchcock e il loro Fargo, delude il Festival di Venezia la scorsa estate e in sala, per quanto curato e godibile, perfino divertente, si rivela un intrattenimento innocuo e senza grande mordente. Purtroppo, negli esiti e nei moventi, prevedibile come immaginate tu e l'assicuratore di un Oscar Isaac baffuto e sopra le righe. Troppo presi a protestare con schiamazzi e vandalismo gratuito contro il trasferimento di una famiglia afroamericana, gli abitanti del quartiere – ipocriti, benpensanti, subito pronti a puntare il dito verso la pagliuzza del diverso – non si accorgono della trave nei loro occhi. Della cattiveria a un passo, nascosta neanche troppo accuratamente sotto la superficie – questione di una sceneggiatura di un nero sbiadito, che non punge, non graffia e purtroppo superficiale resta. Come in Carnage, soltanto i bambini sanno andare oltre: tendere la mano al di là del buio oltre la siepe. Tanto quanto nello sfarzoso ma vacuo Ave,Cesare!, l'omaggio non ha gambe proprie su cui camminare. L'erba del vicino, la linfa dei Coen, in quel di Suburbicon l'avremmo immaginata molto più verde. (6)

venerdì 11 settembre 2015

Dear Old Mr. Ciak: Perfect Sense, Shame, Vincere, Storie Pazzesche

[2011] Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto, basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi. Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto, infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che seduce, abbandona e non chiede mai scusa e vuoi restare?. E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di anoressia e una motivata sfiducia verso il generale maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche, può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione, proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect Sense, mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato, interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect Sense. Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi film, e nessuno ancora lo sa. (8)

[2012] Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando, dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità, grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame, da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina imbarazzata. Steve McQueen guida due grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso), svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento. Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa, terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna, in Shame. Manierato e fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi emotivi, come la New York, New York intonata dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)

[2009] Il film storico – perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che, se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la storia”, questo Vincere di Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione domestica in tranquillità. Ho ripensato a Vincere, un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che – per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio – alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di Vincere. Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che – a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne. Perché Vincere – più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento – è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi – e intontisce dal dolore. (7)

[2014] Quando mi piacciono gli intrugli, le pozioni, gli abbinamenti strani? Quanto i generi ibridi? Quando la comicità sposa l'inquietudine, ad esempio, e nasce una cosa bizzarra che si chiama commedia nera. Risate cattive e violenza, il quotidiano che – arrotondando per eccesso i vizi e la prepotenza – si fa grottesco. Come nelle trame di Storie Pazzesche: il film argentino a episodi che quest'anno era nell'ambita cinquina dei film stranieri. Senz'altro di troppo, lì, tra pellicole più impegnate come Ida e il latitante Mommy. Nel suo essere fuori luogo, tuttavia, c'è forse il segreto di un inspiegato successo, come in una fluidità naturale che rende leggerissimi i suoi centoventi minuti. L'ho visto in tarda serata: gli occhi bene aperti, l'interesse costante, un'ironia assurda che si sposa ogni tanto con il mio risaputo cinismo. Eppure non amo i film con una simile struttura, né tutto ciò che è amorale e senza utilità. Ma se qualche vicenda lascia a desiderare, altre sono dei gioiellini di scrittura e resa. Szifròn, in queste novelle senza cornice, alterna ora toni briosi, altri scabrosi, passando dal noir classico al quotidiano orrore con destrezza e umorismo. Tra gli episodi maggiormente a fuoco, quello iniziale, rapidissimo, con un nutrito gruppo di vecchi conoscenti che si incontrano su un aereo dirottato; il tragicomico The Hitcher con la faida tra un automobilista in difficoltà e il suo aguzzino; la festa di nozze di una giovane sposa che scopre in diretta il tradimento del marito bastardo. Mi ha divertito, ho riso di gusto, mi ha intrettenuto. A modo suo mi è piaciuto, un po' a causa di recensioni negative che avevano reso basse le mie aspettative e un po' perché è un prodotto alternativo nel classico contesto patinato. Però. Ci sono strategie in ballo, votazioni imperscrutabili, ma – anche dopo avere recuperato queste due ore ben dirette di sorrisi e sconcerto – mi domando come sia possibile che Damiàn Szifròn, bravo ma sopravvaluto, non abbia fatto posto sul podio al magnifico Dolan. Quel che è fatto è fatto. Rosicherò ancora tra me e me, ma parlandovi della commedia sudamericana uscita sotto l'ala protettiva di Almodòvar, non avrò mai più parole negative; giuro. Perché Storie Pazzesche, nel suo non rispettare i gusti convenzionali dell'Academy, è una parziale sorpresa – una maleducata canaglia sul Red Carpet – e ha lo smalto che il buon Pedro ha perso e chissà se ritroverà. (6,5)