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venerdì 4 gennaio 2019

Mr. Ciak: Suspiria | Bird Box | Un piccolo favore

Come riproporre un cult se non stravolgendone i connotati? Come bissare il successo di Chiamami col tuo nome se non cambiando pelle? Luca Guadagnino, atteso con ansia e po' di scetticismo al varco, sceglie di spiazzare appassionati e detrattori. Dopo le estati assolate in quel di Crema, si passa al rigore dell'autunno tedesco: luci fioche, piogge incessanti e, se nel pieno degli anni Settanta, sconvolgimenti che riguardano la rivoluzione sessuale, il terrorismo e i conti in sospeso con il Reich. Lo sbalzo di temperatura si avverte. Tocca indossare una sciarpa di lana e condividere con Dakota Johnson, americana in fuga dalla famiglia mennonita, i brividi di freddo e lo smarrimento. Non eravamo abbastanza preparati alle escursioni termiche di un microcosmo diverso da ciò che avevamo immaginato decifrando carte o recensioni. Non eravamo abbastanza preparati a questa operazioneche porta un titolo importante e il pregiudizio del remake, e al suo essere altro da sé. Dimenticate i colori pastello, le mezzepunte e le protagoniste sprovvedute: questa Susie, spavalda e desiderosa di primeggiare, rimpiazza presto le colleghe scomparse e pende dalle labbra della Swinton, magnetica Pina Bausch ai vertici di un'arcana congrega. A spadroneggiare è il pallore claustrofobico del grigio e, mentre nell'altra stanza i movimenti della nuova arrivata hanno effetti magici sulla fanciulla sventrata di cui tutti parleranno all'uscita dalla sala, riconosceremo come protagonista morale lo struggente psichiatra tanto tranchant nel diagnosticare l'isteria della paziente Moretz quanto incapace di elaborare la sparizione della moglie Jessica Harper, deportata in un campo di sterminio nel clou del Nazismo (paradossalmente a interpretare l'unico personaggio maschile è sempre la Swinton, trasformista da Oscar la cui espressività fa per tre). Nel grembo dell'accademia Markos riecheggiano i suoni bellissimi di Thom Yorke, sussurro fra i sussurri, e si sperimenta tutta la complessità dell'essere donne: ora complici, ora rivali, le usurpatrici bugiarde e le aspiranti stelle di Guadagnino si danno a un'insana competizione e a sacrifici disumani. Lì vigono una dieta ferrea, sonni brevi e tormentati, e le esistenze delle allieve ci appaiono fragili e incantevoli come quelle delle farfalle. Conturbante dall'inizio alla fine, discutibili punte kitsch a parte, Suspiria somiglia alle coreografie tribali e irrequiete che mostra; a quella danza contemporanea non per tutti, fatta di torsione dei polsi, piedi battuti, sospiri parlanti. Destinato a farsi amare o odiare, come le recenti fatiche di RefnAronofsky Aster insegnano, è un trip lungo e densissimo per coloro che sanno che l'intreccio non è tutto, che i guanti di sfida vanno raccolti, che credono nella fascinazione a scoppio ritardato. Poco sangue, nessun sobbalzo in poltrona e i temi su temi di chi troppo vuole e nulla stringe. O forse no? Le serpi della Markos ti ipnotizzano, ti avviluppano nelle loro spire e ti ingoiano. Hanno tradito lo spirito comunitario degli inizi, dedicandosi a corruzione, sadismo e balletto. Ma una buona madre non è soltanto severità, ma anche misericordia. Non è soltanto sangue a fiumi, ma anche fettine di pere dolcissime a colazione. Alzate le luci, per favore, questo cielo uggioso mi opprime. Alzate la voce, questi sussurri nel cuore della notte – riflessioni concitate sulla sete di potere e gli effetti deleteri degli “ismi”: sì, femminismo compreso – assillano. Il regista palermitano mi scontenta e va oltre. Anche a rischio che il passo sia più lungo della gamba. Per fortuna intervengono l'agilità felina delle danzatrici e il tocco dei migliori della classe con la signorilità per marchio di fabbrica. E questo passo, per quanto affrettato, per quanto folle sia, non troppo a sorpresa gli riesce: passaggio chiave in una coreografia di corpi, di morti, in cui bellezza e repulsione ballano gomito a gomito il loro sabba della fertilità. (7,5) 

Ho ripensato al romanzo La morte avrà i tuoi occhi lo scorso marzo, quando nel descrivere il mondo post-apocalittico del tesissimo A Quiet Place mi ero dato ai confronti con l'odissea di Josn Malerman. Se nell'esordio alla regia di John Krasinski si viveva infatti in un religioso silenzio, fra le pagine dell'autore americano vigeva la mortificazione di un senso alternativo: la vista. Una storia ben più originale su carta che trasposta – altro modello di riferimento, E venne il giorno – doveva farsi inevitabilmente film cavalcando le mode. Un intrattenimento funzionale e senza grandi pretese, già record sulla piattaforma streaming, di cui nessuno piangerà il mancato passaggio in sala. Fiori all'occhiello: Susan Bier, regista premio Oscar ben prima del buonismo successivo al #metoo, affatto ispirata lontana dalla sua impegnata Danimarca; un'ottima Sandra Bullock, insolita eroina colta in contropiede e in tarda età da una gravidanza indesiderata. La collaborazione, perdonate il gioco di parole, non regala niente di mai visto. Se la regia sprovvista di guizzi e la lunghezza ingiustificata denunciano un'attitudine spiccatamente telefilmica – vedasi la prima ora, soggiorno in una casa stipata di sopravvissuti all star al pari di episodio di The Walking Dead –, la seconda compensa con una palpabile tensione. Un viaggio della speranza lungo due giorni, sfidando le rapide e la cecità, in cui una mamma per caso – il machete in una mano, due bambini da proteggere nell'altra – sfida creature per fortuna mai svelate, pazzi all'ultimo stadio e la propria inadeguatezza. Bird Box non mostra niente, come nelle volontà iniziali del suo autore, e non procede alla cieca: fedele alla consolidata tradizione dei survival horror e alle energie di un'attrice che accetta il terrore, e la genitorialità, con consapevolezza crescente. In un giorno infrasettimanale seguite pure a occhi chiusi il canto degli uccelli, il moto delle onde, i suggerimenti di Netflix. (6,5)

Introdotte da una compilation di vezzose canzoni francesi, elegantissime con le loro gonne a campana o quegli smoking sorprendentemente sexy, Anna Kendrick e Blake Lively sono un'improbabile coppia al centro di un'amicizia tutt'altro che disinteressata: tanto imbranata e social la prima, quanto seducente e introversa la seconda, si conoscono a scuola accompagnando i figli piccoli e proseguono la conoscenza nella casa di Blake, dotata di una cucina da catalogo e dell'aitante Henry Golding per marito. Il piccolo favore del titolo si trasforma in un ingarbugliato mistero all'indomani della scomparsa della donna con tutto (da nascondere). Seguirne le tracce significa imparare a conoscerla, somigliarle nei modi e nel vestire: rimpiazzarla. La Kendrick, tra un'investigazione e l'altra, ruba candidamente alla collega villa e compagno, mentre l'assenza dell'altra comincia a farsi inquietante. Di cosa si tratterà: spiritismo, disturbo post-traumatico, oppure una congiura? Liberamente tratto dal romanzo di Darcey Bell e campione di incassi in patria, complice il traino di due splendide e autoironiche padrone di casa, la commedia nera dell'incostante Paul Feig cita espressamente il noir Les diaboliques, ma vorrebbe seguire piuttosto la scia di Big Little Lies: nomi risonanti, scenari lussuosi, sporchi segreti. Come da programma innumerevoli sono i cambi d'abito per la gioia delle spettatrici più glamour – e di cambi di punti di vista tanto repentini da risultare purtroppo inverosimili –, le infornate industriali di brownies e i morti ammazzati, nell'ennesima declinazione dell'ormai famosa complicità femminile. Il risultato, meno soddisfacente del previsto, è un film giocoso e intelligente i cui piani criminali sono sabotati tuttavia dal brutto finale. Poteva venire fuori l'ibrido innovativo lodato dalla critica americana, ma non lo permette una scrittura che va facendosi approssimativa né un'aria patinata con cui stentano a fare pendant le tinte fosche. Poco male. Resta infatti un cocktail rinfrescante, sorseggiato da due mattatrici affiatate e sempre in ghingheri. Un dissetante guilty pleasure che senza troppi rimpianti tale rimane, lì dove avrebbe potuto trasformarsi nello chick lit fra il rosa e il noir che ancora mancava all'appello. (6)

sabato 8 settembre 2018

Mr. Ciak: Resta con me, Tully, Disobedience, Chiudi gli occhi, In Darkness

La protagonista di Colpa delle stelle incontra il protagonista di Io prima di te: sembrerebbero d'obbligo i finali tragici, le lacrime. Insieme, infatti, conoscono un oceano che Pacifico lo è soltanto di nome e tutta la violenza dell'urgano Raymond. Che li spazza via, ma non li spezza. Feriti e disperati, andranno alla deriva per più di un mese. In Resta con me, cronaca romanzata della loro storia d'amore e sopravvivenza, i giorni sembrano però passare troppo in fretta, senza peso. Ci si nutre, ci si guarisce, ci si protegge con un sentimento che sa essere totalizzante senza per fortuna risultare stucchevole. Dotato della struttura strategica delle bambole russe e bilanciato con misura, con un taglio classico che non disegna tuttavia un colpo di scena finale, il film con la coppia di richiamo nel cast non rischia di risultare memorabile né nella parte melodrammatica né in quella catastrofica, benché discreto in entrambe. All'appello: le immagini spettacolari e spaventose della Tempesta perfetta, il viaggio come ricerca di sé del metaforico Vita di Pi, la solitaria ode alla resilienza di Cast Away. Novella Robinson Crusoe, Shailene Woodley tiene il timone del tutto con l'intensità di cui a sorpresa la avevo scoperta capace ai tempi della leucemia e dell'adolescenza in sala; Sam Claflin, nuovamente ferito e inservibile, si lascia invece salvare da un'altra donna con il polso di ferro. Resta con me non insegue onde alte o lidi mai esplorati prima. Ma non spiace, eppure, gettare l'ancora e ammainare per un po' le vele. Se alla tempesta, anche a quella aizzata del già visto, c'è qualcosa di buono che resiste: puntando i piedi contro tutti i luoghi comuni di sorta e le altre correnti avverse. (6)

Ah, le gioie della maternità. L'indimenticabile Juno, troppo saggia per diventare ragazza madre senza arte né parte, nel finale del miglior Reitman rinunciava a malincuore a quelle ma anche ai dolori che scoprirsi genitori comporta. A farci una rapida rassegna di questi ultimi, nel ritorno in sala del figlio d'arte, è una Charlize Theron splendida anche con venti chili di troppo, già irrequieta Peter Pan in Young Adult. Mamma di due bambini, ha rinunciato al sonno, al sesso e all'amor proprio in vista di un terzo neonato: la crisi di nervi è dietro l'angolo. Ci si ritrova infatti a rimpiangere il bel fisico dei tempi andati, la vita da single, perfino i fraintendimenti con una coinquilina rivista al bar; a non sopportare più un marito menefreghista, incantato dai videogiochi. Quello che le ci vorrebbe in regalo: una tata sui generis come Mackenzie Davis. Bussa alla sua porta, una notte, e assicura sia lì per aiutarla. Ha inizio allora un gioco di ruoli, di riflessi, con cenni di situazioni tanto surreali quanto amare. Chi è, cos'è, Tully? Né un'odierna Mary Poppins, né una stalker da home invasion, né una mitica sirena. Né un dramma, né una commedia. Un altro nome di donna, piuttosto. Un altro dialogo intergenerazionale a opera della solita Diablo Cody, che poco graffia, anche se fa piacere riscoprirla in forma dopo una serie di passi falsi. Squadra vincente non si cambia, se all'insegna di un intrattenimento lieve ma di qualità. Questa volta ne nasce una bambina capricciosa, che vorrebbe stare sveglia fino a tardi per poi ammalarsi di invidia, di rimpianti. La rabboniscono le cure di un regista dalla sensibilità spiccata e un cast raccolto. Le augura una serena notte una chiusa agrodolce, dopo una svolta mai messa in conto, che non fa chiudere la sua serata in un pianto isterico, né la nostra in una delusione evitata senza salti mortali. (7)

La pecora nera che torna, i pregiudizi della comunità che l'ha messa al bando, la scoperta di come tutto sia cambiato mentre lei era impegnata a diventare una lanciata fotografa. I suoi migliori amici si sono sposati tra loro. Da bambini s'intuisce fossero un trio affiatatissimo: lui diventato un giovane rabbino e lei, molto più che una compagna di scuola, etero se l'ebraismo non consente altrimenti. Rachel Weisz incontra di nuovo Rachel McAdams e, nonostante tutto, s'innamorano da capo. In due ore rubano aria, risate, baci profondi. Vivono una seconda adolescenza, tra amore e fede. Soprattutto, il loro diritto a essere donne. La Weisz apre infatti vecchie ferite, occhi appannati dal velo del perbenismo e questioni lasciate in sospeso su un volo per gli Stati Uniti. Al vertice del loro triangolo sentimentale, un barbuto Alessandro Nivola che a sorpresa spicca per intensità: marito e amico tra l'incudine e il martello, con una relazione e una promozione improvvisamente in forse. A raccontarceli è il cileno Sebastian Lelio, che sceglie la disobbedienza nel titolo ma qui, intanto, non sovverte le regole: algido e delicato, fin troppo, in un dramma al femminile a cui mancano i guizzi poetici che gli hanno valso un meritato Oscar per Una donna fantastica. Scopre l'America, ma non si perde né migliora, anche se stilisticamente Disobedience è un passo indietro. Spento, monocromatico, piatto in superficie, nasconde lo stesso cuore bello del ventoso La terra di Dio; un intero mondo di passioni sotterranee, sconquassato piano dalle riflessioni su un libero arbitrio affrontato a voce alta, ora in teoria e ora in pratica. (7)

L'amore è cieco, dicono. Cosa succederebbe se riprendesse a vederci? Emergerebbero le crepe e i difetti. E un'ottima Blake Lively, forse, si accorgerebbe che c'è del marcio nel marito Jason Clarke. Sono sposati da un po' e vorrebbero un figlio. Lei cieca in seguito a un incidente automobilistico, lui suo fedele custode. Un'operazione andata a buon fine, fra l'ammaliante Bangkok e una Spagna a luci rosse, restituisce alla protagonista la vista all'occhio destro. Da lì un taglio di capelli radicale, vestiti nuovi e una nuova casa, la tentazione del tradimento. Ma anche la diffidenza, le paranoie, bugie grandi e piccole quando il rapporto con un marito messo da parte minaccia di incrinarsi. Melodramma coniugale dagli spunti assai verisimili e vestito ingannevolmente da thriller negli spot pubblicitari, il cosmopolita All I See is You in Italia diventa Chiudi gli occhi. In realtà si parla dell'esatto contrario: di aprirli, gli occhi; di scoprire traumi familiari, indecisioni coniugali, la sessualità nella sua pienezza. La Lively, lasciato il bastone e il braccio di Clarke, vorrebbe vivere indipendente, curiosa, erotica: l'ammaliante regia dell'ondivago Marc Forster ce ne suggerisce lo stupore e le percezioni, la liquidità. Peccato che il consorte geloso abbia piani alternativi. Tremendamente ben fatto, purtroppo, il film è per il resto un ibrido confuso e brancolante. La sceneggiatura si accartoccia in fretta su sé stessa, risultando perfino noiosa nella confusione del finale, rendendo vano il risveglio di Gina. Facendo sì che la sua apertura al mondo, con un pizzico di rammarico per l'occasione persa, si scordi a occhi e sipario chiusi. (5,5)

Belle, famose, non vedenti per copione: anche Natalie Dormer si aggiunge alla schiera di giovani dive in pericolo con gli occhiali scuri, il bastone da passeggio e più di qualche scheletro nell'armadio. La solitaria Sofia vive a Londra, compone colonne sonore e ha come vicina di casa un'altra donna bella e impossibile: Emily Ratajkowski, figlia di uno spietato dittatore con innumerevoli nemici. Il soggiorno della star di Instagram sul set dura poco: cade dal secondo piano, e la polizia parla di suicidio. Ma Sofia, al piano di sotto, ha sentito qualcosa di sospetto. Perché, eppure, sembra covare tra sé e sé sentimenti ambigui e non informa gli agenti nell'immediato? Thriller elegante e laccato, diretto con inaspettata classe dal compagno di una Dormer qui anche co-sceneggiatrice, In Darkness è un teatro delle ombre con una sottile sottotrama politica e garbugli un po' confusi di doppi o tripli giochi. Sul ritmo perfetto di un metronomo, così, tenta di inanellare una lunga serie di colpi di scena: alcuni andati a buon fine, altri meno. Se poco convincono i personaggi affatto limpidi del galante sicario Ed Srkein e di Joely Richardson, femme fatale in là con gli anni, a rimediare agli errori è un personaggio principale che ha stoffa da vendere: un background doloroso suggerito con intelligenza, un'interprete con abbastanza carisma da bucare lo schermo, un titolo che cela una doppiezza di significato. Nel buio della coscienza, infatti, si perde la via del bene peggio che in quello della cecità. Benché impegnati a farsi ipnotizzare dalle pose di Natalie Dormer, nel nostro caso, no: in In Darness non procediamo alla cieca. (6,5)

mercoledì 12 ottobre 2016

Mr. Ciak: Café Society, Swiss Army Man, Julieta, Suicide Squad, Elvis e Nixon

Bobby, giovane ebreo di belle speranze, abbandona il Bronx per Hollywood, confidando negli agganci dello zio produttore: medita presto, però, di fare ritorno a casa. Magari accanto a Vonnie, segretaria nel bel mezzo di una complicata relazione clandestina. Nella seconda metà ci si sposta a New York: il protagonista, con l'aiuto di un fratello criminale, fa del suo cuore spezzato fonte di ispirazione. Incontra una donna bellissima – un'altra Veronica -, nasce un locale notturno popolarissimo, ma nessuna città è grande abbastanza, la gente mormora e il passato, sotto forma di visita di cortesia, bussa alla porta. Café Society, ultima commedia di quel Woody Allen che quest'anno non attendevamo tanto presto, è stata bene accolta a Cannes ed esce sulla fresca scia di quell'antipatico disastro che era stato Irrational Man. Si ritorna al passato, di nuovo, se gli accademici alcolisti e le trame che virano al thriller, appena qualche mese fa, non avevano fatto breccia: tanta noia, poca magia. E non c'è traccia della prima ma un po' della seconda, per fortuna, in questo sentito omaggio al cinema dei telefoni bianchi, in cui la perfezione della confezione – costumi irresistibili, scenari splendidi e tanto jazz – contribuisce a farci chiudere un occhio, o entrambi, su una sceneggiatura a cui manca il guizzo. Il solito Allen, né il migliore né il peggiore su piazza, frizzantino e nostalgico, che sceglie di fare di Jesse Eisenberg – già nevrotico e prolisso di per sé, dunque padrone – il suo alter-ego. A contenderselo, due stelle inaspettate: Blake Lively, dea greca dal ruolo abbozzato; una Kristen Stewart bellissima e redenta, oggettivamente non troppo a proprio agio con i film retrò, per cui si hanno occhi innamorati. Pimpante nella prima parte e un po' frettoloso nel suo immalinconirsi, Café Society va scemando e non alza la voce, a discapito dei suoi anni ruggenti. Visione piacevole e ben lontana dall'essere memorabile, sul finire ispira l'esatta tristezza dei veglioni di Capodanno in cui, accanto all'anno che verrà, sembra celebrarsi tutto ciò che è fugace e illusorio: come questi anni '30 che non si curano ancora della guerra; come questi triangoli sentimentali che credono di avere tutto il tempo perché se ne venga a capo; come i sogni belli, d'amore, che al risveglio si scordano. (6,5)

Hank, naufrago, tenta di farla finita. A salvarlo dalla disperazione, l'arrivo di Manny, portato dalle onde. Tra i due, l'inizio di una straordinaria amicizia, tra confidenze e aiuto reciproco, per riempire le ore, le solitudini, le notti. Se la mettessi così, mi credereste, quando dico che Swiss Army Man è un'avventura umana ad alto tasso di emotività, buffa e toccante. Comprometto la mia affermazione, però, aggiungendo un dettaglio che vi sarà già saltato all'orecchio, se amate il cinema indipendente e dell'esordio dei Daniels, giustamente premiato al Sundance, avete sentito parlare: Manny, cadavere rigido e maleodorante, è morto per annegamento. Di tanto in tanto, la decomposizione gli gioca strani scherzi e, stecchito e tutto, si smuove, farfuglia, scoreggia; i suoi movimenti involontari, perfino le sue moleste flatulenze, possono essere d'aiuto su un'isola deserta. E così, complice la sua fervida immaginazione, Hank lo muove come una marionetta: lo fa parlare, e usa il suo corpo come ariete, salvagente, bussola, seconda voce nelle cantate in solitaria, confessore spirituale. Come spieghi cos'è la vita a un morto? Soprattutto, come gli riveli – tu che per lui sei tutto il mondo – che la tua esistenza, prima del naufragio, era ben peggio della sua? L'assunto iniziale non cambia: Swiss Army Man è una commedia surreale, che in parte nausea e in parte mette la pelle d'oca. Senza capo né coda, lì dove il ridicolo si spreca – scambi di ruolo, minacciosi orsi come in Revenant, peti come motori per solcare le acque –, in realtà è un'agrodolce riflessione sul sentirsi soli, fuori posto in un mondo non tagliato per i timidi cronici, che colora Castaway e Robinson di sprazzi musical e inguaribile follia. Sole attrazioni nel survival più grottesco e di cuore – ma che dico, di pancia - che incontrerai in vita tua, uno splendido Paul Dano e un inaspettato Daniel Radcliffe, forse bravo quanto mai, di cui sempre più spesso invidio le scelte e il coraggio. Sull'inservibile cellulare del primo, poi, la foto di un'altra musa indie, Mary Elizabeth Winstead: starà piangendo la sua scomparsa; lo aspetterà paziente a casa? Vuoi la colonna sonora che ricorda i brividi dei Sigur Ros, vuoi la sensibilità con cui sa stemperare il nonsense o, ancora, la familiarità con la domanda “ma se io scomparissi, qualcuno mi cercherebbe?”, l'opera prima di un assortito duo di nicchia libera dalle inibizioni e smuove qualcosa, nel profondo di te. Dirvi cosa non so, così su due piedi. Giuro che non sono solo i succhi gastrici; c'entra un po', immagino, anche l'anima. (7+)

Julieta, vedova in là con gli anni, decide di abbandonare la sua vecchia casa e di trasferirsi con il nuovo compagno. Non ha rimpianti, ma segreti sì. E ripensamenti? Cambia idea all'improvviso, infatti, quando un giorno incontra una persona di un'altra vita: la sua interlocutrice le dice che ha visto la figlia di Julieta, Antia, e i suoi tre bambini in Svizzera. Quella figlia che è uscita dalla vita della protagonista, anni prima, senza lasciare traccia; un fantasma che addolora, di cui neanche il suo nuovo amore sa. Dopo il pessimo Gli amanti passeggeri, un Almodòvar che conosce picchi e epocali scivoloni ritorna al cinema – puntando direttamente ai prossimi Oscar – con il libero adattamento dei racconti di Alice Munro. Melodramma tutto al femminile, raffinato e trascinante, Julieta si addentra in una travagliata relazione madre-figlia con una colonna sonora hitchcockiana, colori caldissimi e una squadra di esemplari primedonne. Qual è stata la colpa della protagonista affinché sua figlia fuggisse via? I flashback la mostrano giovane e innamorata, e per magia cambia volto, su un treno notturno: viene attratta da un passeggero, marinaio misterioso e disperato, e subito è amore grande. A condannarlo a una morte precoce, solo il mare in tempesta? Per la prima ora, un Almodòvar rinnovato, ma fedele a sé stesso, seduce e avvince come solo lui sa. Il dramma di una madre ripudiata e la rievocazione del suo grande amore, che ha portato alla nascita di una figlia irrequieta e rancorosa, lasciano pensare al meglio; c'è tanto in gioco. L'ultima mezz'ora – perché Julieta, purtroppo, è un film corto e, di conseguenza, inappagante – si converte alle ellissi narrative, ai salti indietro e in avanti, e mostra una chiusa brusca, che non soddisfa. Risibile, quasi, con l'emergere del solito tema dell'omosessualità, questa volta assolutamente buttato lì, e una lettera che non è sufficiente per i chiarimenti, la riconciliazione, una puntata di C'è posta per te. (6)

Aveva buone probabilità di piacermi, almeno su carta, qualcosa come Suicide Squad: forse il primo fumetto al cinema a prendere le parti non dei buoni, ma degli antagonisti. L'ho aspettato, immaginandomelo sarcastico, eccessivo, originale. Nei mesi che ci sono voluti per vederlo, però, la critica aveva già parlato – e, se male, di certo non a torto. Il cupo action di David Ayer, con una squadra di mercenari kamikaze senza niente da perdere, vede i prigionieri di una struttura di massima sicurezza collaborare per salvare il mondo da un pericolo maggiore. Ormai sulla bocca di tutti per il montaggio fatto alla bell'e meglio, il Joker latitante e una colonna sonora da estimatori, Suicide Squad mi è parso meno catastrofico di quanto letto qui e lì, ma comunque caotico, arrangiato, mediocre. Ci sfrecciano davanti in rapida successione le generalità e i moventi dei protagonisti – spiccano il solito Will Smith, padre di famiglia; la ammiccante e promettente Margot Robbie; una Viola Davis granitica -, e si ha la sensazione, tra borsette trafugate, nostalgie lampanti e unicorni di peluche, che questi loschi figuri siano cattivi di nome, ma non di fatto. Gli si contrappone la risibile Incantatrice di una doppia Delevingne, che agita il bacino, evoca gli stessi raggi laser del novello Ghostbuster e, soprattutto, è incapace di intimorire o incantare. Ci sono troppe facce, interpreti premio Oscar di cui non ci facciamo bastare l'introduzione sommaria; allo stesso modo, però, la carne al fuoco è troppo poca. Disimpegnato videoclip, Suicide Squad si regge su un trascurabile pretesto per aprire le strade di Gotham a un carrozzone colorato, in maschera, che costituisce un lungo preludio per un film che verrà. La missione dura due ore che non pesano – e sono abbastanza, ed è un pregio -, ma non trova né il tempo, né gli spazi vitali per sviluppare gli anticorpi: oltre le sbarre, fuori dalla sua cerchia di affezionati nerd. (5)


Nel 1970, un Elvis all'apice della notorietà chiedeva un appuntamento privato al presidente Nixon. Portava una pistola rarissima in regalo, da buon ospite, una coppia di assistenti fedeli (un sorprendente Pettyfer, l'inservibile Knoxville) e una richiesta surreale. L'uomo di cui tutto il mondo conosceva il volto, e la voce, voleva diventare infatti un agente federale. Il risultato del loro stranissimo faccia a faccia, diretto dalla regista indie Liza Johnson e prodotto da Amazon, è una commedia vintage dagli inaspettati tempi comici, con uno spunto minuscolo e la partecipazione di due grandi stelle. Michael Shannon è un inedito re del rock 'n roll, capriccioso, magnanimo, esigente, i cui progetti assurdi nascondono abilmente la sottile mestizia dei suoi ultimi anni di vita. Kevin Spacey, ben lontano dai maligni giochi di potere del suo Frank Underwood, è un leader politico aperto e incuriosito, che cura nel dettaglio la sua immagine pubblica e la conquista degli elettori più giovani; dello scandalo Watergate nessuno parla ancora. Poco somiglianti nell'aspetto, badano ai timbri di voce e alla mimica: sopra le righe, perché parte di un'atipica parentesi di storia contemporanea, ma esagerati mai troppo. La regia è impersonale, però, e il resto del cast è composto da un movimentato viavai di conoscenze telefilmiche; il messaggio del film, a tratti divertente ma pretestuoso, francamente sfugge. Quale spettatore, soprattutto se italiano, sentiva l'esigenza della cronaca del loro incontro? A visione ultimata il dubbio persiste – il tema non mi interessava, e all'indomani del fresco Elvis & Nixon non ho di certo cambiato idea -, ma ogni occasione è buona per guardare due fuoriclasse, qui leggerissimi, gigioneggiare senza freno. Allo stato brado, lungo gli impenetrabili corridoi della Casa Bianca. (6)

sabato 23 luglio 2016

Mr. Ciak: Veloce come il vento, The Shallows, La felicità è un sistema complesso, Grimsby, Segreti di famiglia

Un infarto e un'esistenza che si ferma a bordo pista. Un funerale e una famiglia senza madri che, vestita a lutto, si ricompone per l'occasione. Una morte per tre vite separate. Quella di Giulia e del piccolo Nico, che lì conosco Loris: figliol prodigo che si è bruciato la chance di brillare, galeotto un incidente automobilistico, e il buon senso, per via, stavolta, di stupefacenti che l'hanno reso scheletrico e mezzo matto. Momenti di convivenza obbligata, attimi in cui ci si stringe tutti insieme, tempi duri: in ballo, il casolare in cui sono cresciuti. Lo può riscattare solo Giulia, pilota impavida e scontrosa, che raggira i creditori e gli sponsor con l'aiuto dell'improbabile capofamiglia: quel fratello maggiore che non sa prendersi cura di sé, come può badare ai piccoli di casa? Cosa può fare con la tecnica della campionessa che, a diciassette anni, tutti già danno per vinta? Veloce come il vento, storia di corse a perdifiato e rapporti di sangue, è il terzo tassello di un cinema che – prima con le vite private messe a soqquadro da uno smartphone, poi con i supereroi delle borgate romane – mai come quest'anno vuole lasciarci a bocca aperta per la reattività dei suoi parametri vitali. Alla regia, Matteo Rovere, già arrivato – stilisticamente parlando – ai tempi del radical chic Gli Sfiorari, ma con a disposizione, alla sua terza regia, personaggi più amabili e intrecci di cui, fino in fondo, ci importa davvero. Nel cast, un ottimo e stravolto Accorsi e la semiesordiente Matilda De Angelis: bella come la Lawrence (e intonatissima: ascoltate il suo singolo), con tanto da imparare ancora ma tutte le potenzialità del mondo per riuscire. Il genere, a noi estraneo, è al contrario fortemente connotato all'estero. Buoni sentimenti, rivincite, cadute e resurrezioni, la minaccia di perdere tutto: l'abc delle “americanate”. Ma a me l'americanata fa fesso – penso al pugile dal cuore infranto di Southpaw – e questa americanata con accento romagnolo, dalla trama già collaudata e con sequenze di pura adrenalina, ha qualcosa in meno e tanto in più. Gli occhi diversi coi quali la si guarda, per esempio, e al diavolo i complessi di inferiorità. Un comparto tecnico di tutto rispetto: ci importa poco dei paragoni, perciò, così come la consapevolezza che Veloce come il vento, della nuova gioventù del nostro cinema, sia la pellicola realizzata meglio ma scritta con più approssimazione. Ha il ritmo, il cuore come un tamburo, i sorrisi. La passione che trascina anche me nel fuoco della gara – io che eppure, davanti alle corse su Italia Uno, cambio canale in automatico. Due interpreti duttili e calati nella parte, che ci ispirano fiducia: chi dà peso alle ingenuità di cui è puntellata la sceneggiatura, allora? Intrattenimento fiabesco e sorprendente, è sulla buona strada per fare grandi cose. Darsi a sensazionali imprese. Come su consiglio di Loris, scriteriato ma saggio, si pensa già a quel che sarà. Alla prossima curva.  E ci si augura che Veloce come il vento, riuscitissimo nonostante gli esiti scontati e le emozioni facili, non sia stato che un giro di rodaggio. (7+)

Nancy, studentessa di Medicina in vacanza in Messico, fa un viaggio della memoria sui luoghi che la madre, recentemente venuta a mancare, amava così tanto, in gioventù. La sabbia bianca, le onde perfette, una spiaggia che è un segreto per pochi eletti: il surf al mattino e, a largo, uno squalo che, fiutato l’odore del sangue della bionda, non abbandona la preda designata. Rifugiatasi prima sul dorso di un cetaceo dilaniato, poi su uno scoglio, Nancy ha una pinna acuminata che le disegna cerchi tutt’intorno, ferite profonde e le ore contate, prima che l’alta marea – e il predatore degli oceani – la ingoi. The Shallows – da noi a fine agosto, con il titolo Paradise Beach – è un survivor nella media, che ammicca al cult da brivido di Spielberg e, con una protagonista solitaria e alla deriva, a un Open Water. Non destinato neanche per un secondo a divenire cult generazionale e sprovvisto del taglio autoriale della presunta storia vera di Chris Kentis, ha però una Blake Lively messa a dura prova e costantemente in bikini (il che, diciamolo, è cosa buona e giusta); la direzione dell’esperto Jaume Collet-Serra che, prima di darsi alla collaborazione cuore a cuore con Liam Neeson, aveva diretto l’ottimo Orphan e La maschera di cera; tutta la leggerezza che, in questo periodo, è accettata di buon grado. Di un già visto che, soprattutto per i mari inesplorati e le eroine valenti e pettorute, è gradevole rivedere, è un onesto prodotto di genere, senza infamia né lode, che ha – tra i pregi – un uso modico della computer grafica, una chiusa meno esagerata di altre e una protagonista, in cerca ancora del film della grande svolta, a cui donano l’abbronzatura, le cicatrici e la solitudine dei sopravvissuti. A fine visione, non si rinuncerà a un rigenerante tuffo al mare per la troppa paura, ma se le ferie non sono nei vostri piani imminenti e siete, piuttosto, tipi da montagna, The Shallows – avventura turbinosa e fatale – vi suggerirà freschezza e una certa cautela. (6)

Uscito in sordina lo scorso novembre, poi riscoperto all’indomani della rinnovata giovinezza del nostro cinema, La felicità è un sistema complesso è una commedia dolce-amara un po’ sui generis. Parla di Enrico, uomo cinico e solitario, che fa una professione unica al mondo: quando necessario, con mezzi leciti e non, convince gli industriali in erba a rinunciare all’impresa di famiglia; a vendere. Qualcosa, però, non va per il verso giusto, questa volta. Oppure sì? Enrico, che ha tutto sotto controllo e non si affeziona ad anima viva, si trova ad ospitare in casa una giovane straniera, piantata in asso con una misera scusa dal pavido fratello di lui. E se, nella vita quotidiana, fa i conti con una bellissima, giovane donna che dorme sotto il suo tetto – e, cocciuta, sul pavimento del salotto - , a lavoro gli toccano due giovani orfani, eredi di un nutrito patrimonio. E se prendesse a cuore la loro causa? Cosa sarebbe, poi, della sua risaputa professionalità? Diretto da Gianni Zanasi – noto ai più per Non pensarci, con lo stesso eccelso Mastandrea nel ruolo principale -, il film è una produzione particolarissima ma, vuoi uno script un po’ superficiale che compensa alle falle con idee formalmente brillanti, per me non del tutto riuscito. Ha personaggi che fanno i lavori strani dei film di Cameron Crowe, gli occhi del cinema indie e più di qualche scena che resta impressa – il protagonista in giacca e cravatta che soffia bolle di sapone; lui e lei sospesi sul letto, come d'incanto. Non ho apprezzato il finale, però, troppo semplicistico, e quel piglio un po’ “sorrentiniano” che, al contrario, avrà conquistato i più. Resto cordialmente un non-fan del Paolo nazionale, infatti, e la mancanza di vie di mezzo tra i lunghi silenzi e le frasi ad effetto, gli aforismi e sequenze da videoclip in cui la musica parla più forte dei personaggi, lo rende prezioso e difettoso. Sarà difficile il raggiungimento di questa fantomatica gioia, dunque, e altrettanto difficili sono i guizzi osati dal buonissimo Zanasi; il resto, però, è più essenziale di ciò che c’è dietro. Un About a boy tra le righe. Per chi, nonostante tutto, è convinto che le piccole cose – purché siano tanto elaborate – ci rendano felici. (7)

Nobby e Sebastian non si vedono da quasi trent’anni. Dopo la morte dei genitori, sono stati presi in affido da famiglie diverse e, da allora, l’esistenza dei due monelli di periferia è cambiata. Cos’è stato del loro volersi profondamente bene? Il maggiore ha scelto per sé la sorte peggiore, diventando un panciuto e rozzo scansafatiche, in un quartiere squallido ma caloroso: padre di undici figli, assiduo frequentatore di pub e hooligan all’occorrenza. L’altro, sofisticato e tutto un muscolo, fa l’agente segreto, ma un malinteso – colpa di quel fratello ritrovato – ed ecco che lo scambiano per nemico pubblico da eliminare. La collaborazione, e l’incontro li porterà in Africa, in un apprendistato lampo e in un lungo giro sul viale dei ricordi, tra flash di un’infanzia tenera e demenziali qui pro quo. Grimsby – Attenti a quell’altro (o, più semplicemente, The Brothers Grimsby) è l’ultima avventura al cinema di un Sacha Baron Cohen che fa scompisciare, disgusta e, questa volta, trova un pubblico poco ricettivo in sala. Inaspettato insuccesso, la commedia di Louis Letterier – che, tra le altre cose, ha confezionato un bel giocattolo come Now You See Me – si è rivelato parzialmente immeritevole del flop. La gente ne ha le scatole piene di grassissime risate, umorismo sconveniente e di un personaggio sopra le righe come Sacha, che per me non ci è ma ci fa? Così pare. Onestamente, tra siparietti politicamente scorretti (un proiettile vagante che colpisce un povero malato di HIV, e gli schizzi del suo sangue che infettano gli urlanti sosia di Radcliffe e Trump) e trucidume a fantasia (testicoli avvelenati, elefanti nella stagione degli amori, missili dove non batte il sole), Grimsby mi ha voluto schizzinoso, catapultato in sequenze d’azione assai ben dirette e divertito, molto: complice la grande ignoranza, i sentimenti in fondo buoni e la compagnia, sull’altro sofà, di un fratello che di missione segrete non ne fa. La comicità è di quella che ci faceva ridere da bambini – pupù, liquidi corporei, mutandoni e pance prominenti. La regia è di uno che la sa lunga, la canzone, e Mark Strong, di solito ottimo e sottovalutato caratterista, serissimo per natura, è un compagno di merenda alla mano e un’inaspettata spalla comica. Trashamente senza ritegno: come se, poi, fosse una grave colpa. (6,5)

Ha sfidato le bombe, per poi morire in un incidente stradale in una città senza pericoli. Una mamma che torna a casa – una fotografa di guerra – e la sua scomparsa improvvisa: i suoi piccoli uomini lasciati soli, in preda alle domande; i suoi mondi interiori; i suoi segreti. Louder Than Bombs – titolo bello ed evocativo, tradotto da noi con il dimenticabile Segreti di famiglia – è un dramma indipendente dalla regia raffinatissima e, tutto sommato, con un buon quartetto di protagonisti. Scritto come un romanzo psicologico, e forse proprio per questo non così immediato e scorrevole nella visione, si confronta faccia a faccia con il vuoto, la perdita e i piccoli misteri di una donna che, all’improvviso, muore. Incidente o suicidio? Perché una professionista affermata, coraggiosa, sopravvissuta al peggio, doveva desiderare lo schianto contro un camion, una notte? A chiederselo, il marito e i due figli. Il maggiore, da poco padre, brillante trentenne, si avvicina a un’ex nel momento del bisogno; il minore, timido e tra le nuvole, cerca l’amore di una cheerleader al di fuori della sua portata e scrive confessioni al computer che un po’ ricordano quelle del Charlie di Noi siamo infinito, e un po’ quelle degli adolescenti inquieti che, a scuola, fanno massacri. A volte si proteggono dalla verità, altre volte la cercano; i segreti non sono dei più imprevedibili – amanti, insoddisfazione, sogni pieni di simbolismo – e il ritmo, purtroppo, non è dei più sostenuti. A una storia intima e realistica, dunque, ma senza picchi, fanno fronte una Huppert in absentia, un discreto Byrne e un Eisenberg, al solito, antipatico. Rivelazioni, però, il giovanissimo Devin Druid, fratello turbolento, e Joachim Trier, regista danese non di mia conoscenza ma dalle impressionanti intuizioni formali. C’è del buono, molto d’interessante, ma tra sentimenti pieni di rigore e emozioni filtrate, cerebrale e poco emozionante, Louder Than Bombs non era senz’altro la visione da proporre in mesi di disimpegno. (5,5)

mercoledì 29 aprile 2015

Mr. Ciak: Mommy, Adaline - L'eterna giovinezza, Pride, Le streghe son tornate

Quando ho smesso di piangere sono andato in cerca delle parole. E' successo più o meno così. Poi mi sono chiesto come avrei voluto parlarvene e quale scusa avrei trovato per inserire uno dei film più belli dello scorso anno – purtroppo, recuperato solo ora – nella Top Ten del cinema che è venuto nei quattro mesi scorsi e che verrà nei nove successivi. Imbroglierò; regole mie, blog mio. Mommy finirà in cima al podio e sull'header, sicuro come solo la morte. E le parole si sono nascoste, non si sono fatte trovare, perché alla fine più ci tornavo sopra, più mi rendevo conto che i fazzoletti non sarebbero bastati. A un certo punto, mi ero trovato con le guance umide senza preavviso. Succedeva e basta; avevo dato il mio via libera, e giù di goccioloni furiosi. Quando in casa sono solo e il film è bellissimo rendo di più. Ci sono i film che vanno pianti, altrimenti li capisci a metà. Mai pensato che Xavier Dolan – venticinque anni, cinque film presentati a Cannes; un artista della forma, ma dell'emozione? -, mi avrebbe regalato una delle visione più indimenticabili e il primo pianto dell'anno. Maledetto. Ma anche grazie. Scoperto la scorsa estate, aveva tutto ciò che odio - presunzione, sicurezza, autorialità – ma un occhio ipnotico: se lo sguardo ne era uscito appagato, il cuore non aveva trovato pane per i suoi denti. Con lui misuro un cinema che dev'essere sensazione: la sola forma è come un corpo che invecchia. Resta altro; e quelle poche benedette volte che resta lo senti nello stomaco. Come le farfalle che svolazzano o il dopo sbronza che risale. Mommy è un clamoroso esempio di cinema d'autore fatto per il mondo. Concezione impossibile, come gli unicorni e Babbo Natale; paradosso. Ma Dolan nella sua nicchia sonnolenta non ci sta. Si sentiva imbarazzato quando la critica lo paragonava ad autori che lui neanche conosce: non molto tempo fa, infatti, è stato un ragazzino che è cresciuto considerando genii Cameron, Spielberg e Columbus; un fruitore orgoglioso di pellicole mainstream; uno col mito dei film per famiglie vecchio stile – quando nella sua, di famiglia, c'era invece qualche problema. All'età in cui c'è chi si laurea e chi scappa all'estero, lui firma il suo capolavoro. Mommy è il film per famiglie secondo lui. Suo, suo per forza, ma diverso, finalmente: parla meno di sé; si emoziona di meno, c'è più controllo; ma emoziona di più te, con devastazione e dolcezza e generosità. Il cantante, nei concerti, stona un po' quando deve cantarti le sue storie d'amore e il suo privato. Allora il regista si mette da parte, toglie il suo nome dal cast e ci parla, mantenendosi dietro la macchina da presa, della prima parola che ogni bambino pronuncia: mamma. Ma la mamma sciagurata della magnifica Anna Dorval non festeggia il dieci maggio e ha un figlio pazzo che pensa di curare con il suo amore. Sono una famiglia sgangherata, in cui altri uomini non sono ammessi, ma - nonostante le botte e gli insulti - si vogliono bene con trasporto. Sono l'unica cosa che hanno. Guai a separarli. Lo spettatore entra in casa Dorval insieme alla vicina di Suzanne Clément, un'estranea che solo in mezzo a loro, altri estranei, riesce a parlare senza balbettare. Mommy è universale, ruvido e purissimo. Esagerato e strabordante. La scena madre, di solito, è quella che si ricorda. Quella in cui trionfa spontanea la commozione. Ma Mommy ha vari finali, troppe scene cult e la fattezza di una continua e lunga scena madre. Poetica della libertà, inventata da uno che ha la coscienza di un vecchio e l'iperattività di un bambino che a scuola purtroppo non fa faville: proprio non vuole capire che deve scrivere nel rigo giusto, che non deve uscire dai margini. Cerca di contenersi, perciò, chiudendo i personaggi in un significativo 4:3: due bande nere ai lati dello schermo, l'immagine come tra parentesi, Diane e Steve – di rado nella stessa inquadratura – imprigionati dalla pazzia di lui. Il prodigioso Antoine Olivier Pilon – sedici anni, la zazzera bionda, il grugno alla Macklemore – sul suo pianeta irraggiungibile. Che tenta il suicidio e chiede perdono alla mamma, come se avesse fatto rompere per sbaglio un bicchiere. Che piange, si dispera, cerca il suo aiuto, come ho fatto io il primo giorno all'asilo; quando la maestra Luciana le ha chiesto di andare via – e io piangevo e mamma piangeva – e alla fine è tornata a prendermi, ma tanto stavo già meglio. Che al karaoke, stonato, le dedica Vivo per lei – Bocelli e Giorgia in una surreale colonna sonora che comprende Dido, Lana Del Rey, Céline Dion, gli Oasis e Ludovico Einaudi. Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9: lo schermo si amplia, le sbarre del carcere si fondono e Steve, a bordo di uno skateboard, scorazza nella vita vera. Finalmente organico, finalmente benvenuto al mondo. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core. (10)

Ci sono i film brutti, quelli belli e le occasioni mancate come questa: il terreno era fertile, ma nessuno ha voluto seminarlo. I frutti perciò sono pochi e acerbi. Se fosse stato un romanzo, Adaline sarebbe stato un Neri Pozza: lungo, minuzioso, elegante. La storia di una donna che ha smesso di invecchiare e che è stata testimone di anni e anni di storia: un cenno alle due guerre; una vaga sottotrama spionistica, magari; l'America oggi, ieri e domani, dal punto di vista di una che c'era col crollo di Wall Street, l'uomo sulla luna, le Torri Gemelle. Poi, oltre la storia, anche l'amore: immancabile per ogni vita appassionata, figuriamoci due. Hollywood non ci ha pensato. Un altro Benjamin Button sarebbe stato troppo, quindi ecco la splendida Adaline: ventinovenne da un secolo, innamorata dell'amore, colta, ma priva di esperienza. I flashback dei roaring years e dell'epoca beat, il Charleston e i capelloni, ma il resto? Manca il senso di profondità storica, la saggezza di cui la protagonista immortale non ha fatto dono ai suoi sceneggiatori. C'è un mondo d'amore – e non in senso negativo, perché i sospiri si contano e i sorrisi no – ma lo sfondo è evanescente. Adaline è infiocchettato ad arte, impeccabile, ma perfettino. La macchina da presa danzante, i fiocchi di neve, i costumi messi in risalto dalle forme della splendida protagonista e un epilogo fiabesco che, una mezz'ora prima della chiusa, già si intuisce – e io l'ho suggerito alla sala piena, ovviamente. La voce di un funzionale narratore, però, te lo racconta come fosse una fiaba e la suggestione c'è, anche se non sono riuscito ad oltrepassare mai l'uscio del palazzo. Buona la prova di Blake Lively – altissima, biondissima e purissima – ; e poi, guardatela, cammina sulle nuvole. Con lei Michiel Huisman, altro volto del piccolo schermo che, alla sua bellezza rude, unisce inaspettato brio; infine, un Harrison Ford il cui ruolo, teoricamente inaspettato, è svelato con idiozia nel trailer. Titolo vago e un po' ingannevole The Age of Adaline. Meglio dare spazio ai suoi “lovers” sin dalle premesse, così da chiarire che si tratta di una commedia romantica originale e non di una ricostruzione storica banale: è diverso, se ci si fa caso. (6)

Quella di Joe è la storia di tanti ragazzi della sua generazione; gente cresciuta ai tempi della musica dance, delle restrizioni della Lady di ferro, dell'Aids. Pride è l'orgoglio di Joe, pronto a spiccare il volo lontano dal nido, e quello della comunità omosessuale tutta che, all'alba di una rivoluzione di costume, scende in piazza e si fa sentire. Pride è l'orgoglio dei minatori britannici che, al centro di una crisi che forse ci è familiare, perdono il posto. Ma c'è anche un altro orgoglio, negativo, che è da prendere e mettere da parte: come conciliare operai di paese e gay di città? In Pride, tratto da una storia vera, la causa di uno diventa la causa di tutti. I minatori non hanno mai visto un omosessuale – almeno non dichiarato – e gli omosessuali non hanno mai visto un minatore – almeno non uno spogliarellista vestito da minatore. Così, operai tutti d'un pezzo balleranno, al centro della pista; arzille nonnine faranno le domande più indiscrete sulle pratiche erotiche di una coppia lesbo; gay londinesi riceveranno lezioni di mascolinità da uomini che sostituiranno padri conservatori che hanno tolto loro il saluto, mentre a loro volta essi tireranno fuori lati femminili nascosti e confessioni che hanno il potere di liberare. Passato in sordina in Italia, ma apprezzatissimo all'esterno, Pride è intelligente e ben confezionato, con punti di vista inediti e attori totalmente in parte – accanto ai mattatori della vecchia scuola, spicca il Dominic West di The Affair, passato brillantemente dal ruolo di sciupafemmine a quello di ballerino (e come balla!). Una miriade di tematiche affrontate con umorismo e delicatezza, uno script che abbraccia situazioni eterogenee e personaggi numerosi, un sentore di bontà che perdura. Le tregue, le strette di mano che siglano lunghe amicizie, i volti qualsiasi e le storie comuni che mostrano che un passo alla volta e perfino l'immutabile cambia. L'individualismo è un falso. Due ore piene, il pensiero speranzoso che forse è giusto – in questo nostro mondo bello perché vario - avere fiducia nel genere umano. (8)

Sotto la guida di un Gesù Cristo argentato, un soldato logorroico, Spongebob, l'uomo invisibile e un bambino criminale rapinano una gioielleria e scappano con la ricca refurtiva. Sembra una barzelletta surreale, ma le geniali sequenze d'apertura hanno il marchio di fabbrica di Alex de la Iglesia: regista spagnolo famosissimo, autore di pellicole che sono già cult – La Comunidad, suo, è uno dei film che riguardo più volentieri in assoluto -, figlio illegittimo di Almodòvar e Rodriguez, compagno di culla di Quentin Tarantino. O cose così. Dalla Spagna con squallore. A una prima parte da manuale, però, se ne alterna una seconda che sfocia in un finale lungo, sensazionalistico e non troppo in linea con il resto. Il difetto vero, purtroppo, è in agguato alla fine. Per una volta, il titolo italiano non sbaglia. Le streghe son tornare – che si rifà a uno slogan femminista – è un'arguta satira sui sessi dal linguaggio originalissimo, sebbene non completamente riuscita, e le protagoniste, fattucchiere perchè totalmente libere, mettono lo spettatore uomo in castigo in un angolo. La sanno lunga, la canzone; sanno quel che dicono. Per i protagonisti maschili, a questo punto, o la fuga o cambiare sponda. Dopo anni di assenza, ritorna con stile e ai Goya fa furore, subito pronto al'esportazione. Perché la storia rocambolesca di tre rapinatori nella casa delle streghe ha tanto del suo mondo ma a chi, profano, imparerà a conoscerlo da qui, con una commedia nera che gioca abilmente con l'horror, ricorderà un certo Edgar Wright, e non è poca cosa. Dalle parti di Hot Fuzz e La morte ti fa bella, in un calderone di effetti speciali, violenza e battutacce, si aggirano uomini in lotta per l'affidamento, ex diseredati, figli che devono rispondere alla domanda ossessiva vuoi più bene a mamma o a papà?; contro di loro, le partecipanti a un sabba demoniaco, in una casa abitata da donne. Che la lotta tra maschi e femmile, e tra bene e male, abbia inizio. (6,5)