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sabato 31 dicembre 2016

[2016] Top 10: Mr. Ciak



10. Il piccolo principe: L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui si vede chiaro e tondo; l'immagine di un'aspirapolvere che risucchia via gli acari e le stelle mi tormenta ancora.
9. Blue Jay: I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E, davanti a Sarah Paulson e Mark Duplass che si pestano le scarpe ballando in cucina, senti nostalgia perfino delle persone che non hai ancora amato.
8. Animali Notturni: Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? La risposta, nell'opera seconda di un regista con il cognome western e lo sguardo dell'esteta.
7. Sing Street: Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo.
6. Swiss Army Man: L'opera prima di un assortito duo di nicchia smuove qualcosa, nel profondo di te. Non sono solo i succhi gastrici: c'entra un po' anche l'anima
5. La pazza gioia: Non si scappa davanti a un’ilarità esagerata e alla commozione. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli, tutta la speranza che c'è.
4. Lo chiamavano Jeeg Robot: Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi.
3. Captain Fantastic: Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno.Qui, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano. Dicono addio e cambiano aria.
2. Perfetti sconosciuti: I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce – e le riflessioni, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellisca tutti prima dell'arrivederci.
1. Room: Per vivere in questo mondo ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, per sopportarla, basta invece guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay: grandi e stupiti, mentre contempla un cielo sconosciuto.

Migliore attore protagonista:
Room – Jacob Tremblay
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Steve Jobs – Michael Fassbender
Migliore attrice protagonista:
La pazza gioia – Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
Room – Brie Larson
Blue Jay – Sarah Paulson
Migliore attore non protagonista:
Swiss Army Man – Daniel Radcliffe
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
Creed – Sylvester Stallone 
Migliore attrice non protagonista:
The Danish Girl – Alicia Vikander
Other People – Molly Shannon
Lo chiamavano Jeeg Robot – Ilenia Pastorelli 

Muchacha sexy:
The Dressmaker – Kate Winslet
Suicide Squad – Margot Robbie
Cafè Society – Kristen Stewart
Bello e impossibile:
Nonno scatenato, Mike & Dave – Zac Efron
The Legend of Tarzan – Alexander Skarsgard
La ragazza del treno – Evans, Theroux, Ramirez
Nice to meet you:
Veloce come il vento – Matilda De Angelis
Other People – Jesse Plemons
Sing Street – Ferdia Walsh-Peelo
La coppia più bella del mondo:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Santamaria, Pastorelli
Macbeth – Fassbender, Cotillard
Blue Jay – Paulson, Duplass

Sing!:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Un'emozione da poco
Captain Fantastic – Sweet Child O'Mine
Blue Jay - No more I love you's
Psycho Killer!:
Hateful Eight – Gli otto assassini
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
The Neon Demon – Jena Malone
Will you recognize me?:
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Veloce come il vento – Stefano Accorsi 
Suicide Squad – Jared Leto
Let's talk about sex:
Sausage Party – L'orgia finale
Anomalisa – Michael e Lisa
The Neon Demon - Necrofilia 
Cry me a river:
Miss you already – Il finale
The Danish Girl - “I want my husband”
Il drago invisibile – Il finale
The A-Team:
Perfetti sconosciuti
Florence Foster Jenkins
Spotlight

mercoledì 12 ottobre 2016

Mr. Ciak: Café Society, Swiss Army Man, Julieta, Suicide Squad, Elvis e Nixon

Bobby, giovane ebreo di belle speranze, abbandona il Bronx per Hollywood, confidando negli agganci dello zio produttore: medita presto, però, di fare ritorno a casa. Magari accanto a Vonnie, segretaria nel bel mezzo di una complicata relazione clandestina. Nella seconda metà ci si sposta a New York: il protagonista, con l'aiuto di un fratello criminale, fa del suo cuore spezzato fonte di ispirazione. Incontra una donna bellissima – un'altra Veronica -, nasce un locale notturno popolarissimo, ma nessuna città è grande abbastanza, la gente mormora e il passato, sotto forma di visita di cortesia, bussa alla porta. Café Society, ultima commedia di quel Woody Allen che quest'anno non attendevamo tanto presto, è stata bene accolta a Cannes ed esce sulla fresca scia di quell'antipatico disastro che era stato Irrational Man. Si ritorna al passato, di nuovo, se gli accademici alcolisti e le trame che virano al thriller, appena qualche mese fa, non avevano fatto breccia: tanta noia, poca magia. E non c'è traccia della prima ma un po' della seconda, per fortuna, in questo sentito omaggio al cinema dei telefoni bianchi, in cui la perfezione della confezione – costumi irresistibili, scenari splendidi e tanto jazz – contribuisce a farci chiudere un occhio, o entrambi, su una sceneggiatura a cui manca il guizzo. Il solito Allen, né il migliore né il peggiore su piazza, frizzantino e nostalgico, che sceglie di fare di Jesse Eisenberg – già nevrotico e prolisso di per sé, dunque padrone – il suo alter-ego. A contenderselo, due stelle inaspettate: Blake Lively, dea greca dal ruolo abbozzato; una Kristen Stewart bellissima e redenta, oggettivamente non troppo a proprio agio con i film retrò, per cui si hanno occhi innamorati. Pimpante nella prima parte e un po' frettoloso nel suo immalinconirsi, Café Society va scemando e non alza la voce, a discapito dei suoi anni ruggenti. Visione piacevole e ben lontana dall'essere memorabile, sul finire ispira l'esatta tristezza dei veglioni di Capodanno in cui, accanto all'anno che verrà, sembra celebrarsi tutto ciò che è fugace e illusorio: come questi anni '30 che non si curano ancora della guerra; come questi triangoli sentimentali che credono di avere tutto il tempo perché se ne venga a capo; come i sogni belli, d'amore, che al risveglio si scordano. (6,5)

Hank, naufrago, tenta di farla finita. A salvarlo dalla disperazione, l'arrivo di Manny, portato dalle onde. Tra i due, l'inizio di una straordinaria amicizia, tra confidenze e aiuto reciproco, per riempire le ore, le solitudini, le notti. Se la mettessi così, mi credereste, quando dico che Swiss Army Man è un'avventura umana ad alto tasso di emotività, buffa e toccante. Comprometto la mia affermazione, però, aggiungendo un dettaglio che vi sarà già saltato all'orecchio, se amate il cinema indipendente e dell'esordio dei Daniels, giustamente premiato al Sundance, avete sentito parlare: Manny, cadavere rigido e maleodorante, è morto per annegamento. Di tanto in tanto, la decomposizione gli gioca strani scherzi e, stecchito e tutto, si smuove, farfuglia, scoreggia; i suoi movimenti involontari, perfino le sue moleste flatulenze, possono essere d'aiuto su un'isola deserta. E così, complice la sua fervida immaginazione, Hank lo muove come una marionetta: lo fa parlare, e usa il suo corpo come ariete, salvagente, bussola, seconda voce nelle cantate in solitaria, confessore spirituale. Come spieghi cos'è la vita a un morto? Soprattutto, come gli riveli – tu che per lui sei tutto il mondo – che la tua esistenza, prima del naufragio, era ben peggio della sua? L'assunto iniziale non cambia: Swiss Army Man è una commedia surreale, che in parte nausea e in parte mette la pelle d'oca. Senza capo né coda, lì dove il ridicolo si spreca – scambi di ruolo, minacciosi orsi come in Revenant, peti come motori per solcare le acque –, in realtà è un'agrodolce riflessione sul sentirsi soli, fuori posto in un mondo non tagliato per i timidi cronici, che colora Castaway e Robinson di sprazzi musical e inguaribile follia. Sole attrazioni nel survival più grottesco e di cuore – ma che dico, di pancia - che incontrerai in vita tua, uno splendido Paul Dano e un inaspettato Daniel Radcliffe, forse bravo quanto mai, di cui sempre più spesso invidio le scelte e il coraggio. Sull'inservibile cellulare del primo, poi, la foto di un'altra musa indie, Mary Elizabeth Winstead: starà piangendo la sua scomparsa; lo aspetterà paziente a casa? Vuoi la colonna sonora che ricorda i brividi dei Sigur Ros, vuoi la sensibilità con cui sa stemperare il nonsense o, ancora, la familiarità con la domanda “ma se io scomparissi, qualcuno mi cercherebbe?”, l'opera prima di un assortito duo di nicchia libera dalle inibizioni e smuove qualcosa, nel profondo di te. Dirvi cosa non so, così su due piedi. Giuro che non sono solo i succhi gastrici; c'entra un po', immagino, anche l'anima. (7+)

Julieta, vedova in là con gli anni, decide di abbandonare la sua vecchia casa e di trasferirsi con il nuovo compagno. Non ha rimpianti, ma segreti sì. E ripensamenti? Cambia idea all'improvviso, infatti, quando un giorno incontra una persona di un'altra vita: la sua interlocutrice le dice che ha visto la figlia di Julieta, Antia, e i suoi tre bambini in Svizzera. Quella figlia che è uscita dalla vita della protagonista, anni prima, senza lasciare traccia; un fantasma che addolora, di cui neanche il suo nuovo amore sa. Dopo il pessimo Gli amanti passeggeri, un Almodòvar che conosce picchi e epocali scivoloni ritorna al cinema – puntando direttamente ai prossimi Oscar – con il libero adattamento dei racconti di Alice Munro. Melodramma tutto al femminile, raffinato e trascinante, Julieta si addentra in una travagliata relazione madre-figlia con una colonna sonora hitchcockiana, colori caldissimi e una squadra di esemplari primedonne. Qual è stata la colpa della protagonista affinché sua figlia fuggisse via? I flashback la mostrano giovane e innamorata, e per magia cambia volto, su un treno notturno: viene attratta da un passeggero, marinaio misterioso e disperato, e subito è amore grande. A condannarlo a una morte precoce, solo il mare in tempesta? Per la prima ora, un Almodòvar rinnovato, ma fedele a sé stesso, seduce e avvince come solo lui sa. Il dramma di una madre ripudiata e la rievocazione del suo grande amore, che ha portato alla nascita di una figlia irrequieta e rancorosa, lasciano pensare al meglio; c'è tanto in gioco. L'ultima mezz'ora – perché Julieta, purtroppo, è un film corto e, di conseguenza, inappagante – si converte alle ellissi narrative, ai salti indietro e in avanti, e mostra una chiusa brusca, che non soddisfa. Risibile, quasi, con l'emergere del solito tema dell'omosessualità, questa volta assolutamente buttato lì, e una lettera che non è sufficiente per i chiarimenti, la riconciliazione, una puntata di C'è posta per te. (6)

Aveva buone probabilità di piacermi, almeno su carta, qualcosa come Suicide Squad: forse il primo fumetto al cinema a prendere le parti non dei buoni, ma degli antagonisti. L'ho aspettato, immaginandomelo sarcastico, eccessivo, originale. Nei mesi che ci sono voluti per vederlo, però, la critica aveva già parlato – e, se male, di certo non a torto. Il cupo action di David Ayer, con una squadra di mercenari kamikaze senza niente da perdere, vede i prigionieri di una struttura di massima sicurezza collaborare per salvare il mondo da un pericolo maggiore. Ormai sulla bocca di tutti per il montaggio fatto alla bell'e meglio, il Joker latitante e una colonna sonora da estimatori, Suicide Squad mi è parso meno catastrofico di quanto letto qui e lì, ma comunque caotico, arrangiato, mediocre. Ci sfrecciano davanti in rapida successione le generalità e i moventi dei protagonisti – spiccano il solito Will Smith, padre di famiglia; la ammiccante e promettente Margot Robbie; una Viola Davis granitica -, e si ha la sensazione, tra borsette trafugate, nostalgie lampanti e unicorni di peluche, che questi loschi figuri siano cattivi di nome, ma non di fatto. Gli si contrappone la risibile Incantatrice di una doppia Delevingne, che agita il bacino, evoca gli stessi raggi laser del novello Ghostbuster e, soprattutto, è incapace di intimorire o incantare. Ci sono troppe facce, interpreti premio Oscar di cui non ci facciamo bastare l'introduzione sommaria; allo stesso modo, però, la carne al fuoco è troppo poca. Disimpegnato videoclip, Suicide Squad si regge su un trascurabile pretesto per aprire le strade di Gotham a un carrozzone colorato, in maschera, che costituisce un lungo preludio per un film che verrà. La missione dura due ore che non pesano – e sono abbastanza, ed è un pregio -, ma non trova né il tempo, né gli spazi vitali per sviluppare gli anticorpi: oltre le sbarre, fuori dalla sua cerchia di affezionati nerd. (5)


Nel 1970, un Elvis all'apice della notorietà chiedeva un appuntamento privato al presidente Nixon. Portava una pistola rarissima in regalo, da buon ospite, una coppia di assistenti fedeli (un sorprendente Pettyfer, l'inservibile Knoxville) e una richiesta surreale. L'uomo di cui tutto il mondo conosceva il volto, e la voce, voleva diventare infatti un agente federale. Il risultato del loro stranissimo faccia a faccia, diretto dalla regista indie Liza Johnson e prodotto da Amazon, è una commedia vintage dagli inaspettati tempi comici, con uno spunto minuscolo e la partecipazione di due grandi stelle. Michael Shannon è un inedito re del rock 'n roll, capriccioso, magnanimo, esigente, i cui progetti assurdi nascondono abilmente la sottile mestizia dei suoi ultimi anni di vita. Kevin Spacey, ben lontano dai maligni giochi di potere del suo Frank Underwood, è un leader politico aperto e incuriosito, che cura nel dettaglio la sua immagine pubblica e la conquista degli elettori più giovani; dello scandalo Watergate nessuno parla ancora. Poco somiglianti nell'aspetto, badano ai timbri di voce e alla mimica: sopra le righe, perché parte di un'atipica parentesi di storia contemporanea, ma esagerati mai troppo. La regia è impersonale, però, e il resto del cast è composto da un movimentato viavai di conoscenze telefilmiche; il messaggio del film, a tratti divertente ma pretestuoso, francamente sfugge. Quale spettatore, soprattutto se italiano, sentiva l'esigenza della cronaca del loro incontro? A visione ultimata il dubbio persiste – il tema non mi interessava, e all'indomani del fresco Elvis & Nixon non ho di certo cambiato idea -, ma ogni occasione è buona per guardare due fuoriclasse, qui leggerissimi, gigioneggiare senza freno. Allo stato brado, lungo gli impenetrabili corridoi della Casa Bianca. (6)

domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)