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lunedì 12 agosto 2019

I ♥ Telefilm: The Boys | Catch 22

Indossano calzamaglie attillate. Sfoggiano mantelli svolazzanti, mute e diademi gemmati. Ispirano il piccolo e il grande schermo, fra produzioni cinematografiche e reality show. Hanno superpoteri di tutto rispetto, vero, ma li usano soprattutto per esigenze di marketing. Salvare il mondo non è una loro priorità: tutt’al più, conquistarlo. Le immagini promozionali potrebbero ingannarci. A colpo d’occhio, i protagonisti sembrano proprio i personaggi iconici dei fumetti. Ma questa Wonder Woman nasconde la propria omosessualità con una relazione di facciata, Aquaman non sa tenerselo nei pantaloni, Flash travolge i passanti fino a spappolarli, Superman è un depravato megalomane con qualche problema con mamma. A ogni azione commettono tremendi gesti collaterali. E i civili, muti, subiscono. Questa è la storia di un gruppo di persone qualunque. Ai Sette, vigilanti mascherati che vegliano incontrastati sulla città di New York, si contrappongono i ragazzacci del titolo: una squadriglia arrangiata che raccoglie scarti e relitti umani, disposti a tutto per vendetta. Nello spirito di Deadpool e Kick-Ass, la nuova serie targata Amazon – ispirata agli eccessi del fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson – è una satira ironica e violentissima che polemizza contro l’America più guerrafondaia, il trattamento subito dalle donne ai vertici, l’insopportabile patriottismo delle creazioni Marvel e DC. Guai a fidarsi di questi supereroi, perché il più buono fra loro ha comunque la rogna. Guardateli: nascondono attentamente perversioni sessuali, bugie, segreti sconcertanti. Contemporaneamente, fanno da vigilanti e da antagonisti. Sotto il giogo della scaltra Elisabeth Shue e di Antony Starr, leader carismatico sull’orlo di una crisi d’identità, fa il suo ingresso nel team anche Starlight: ragazza prodigio di sanissimi principi, che illusoriamente crede ancora nel bene. Frustrata da un ambiente manipolatorio e sessista, si avvicinerà suo malgrado al lato oscuro: come resistere alla compagnia degli sterminatori di supereroi se, accanto al solito Karl Urban che non deve chiedere mai, c’è un ventenne dal cuore infranto con il sorriso impacciato dell’adorabile Jack Quaid – figlio di Dennis e Meg Ryan, che a ben vedere ricorda un po’ il compianto Anton Yelchin? Gli effetti speciali sono ben dosati. Gli schiamazzi e gli scoppi fini a sé stessi si contano sulle dita di una mano. L’intelligenza della scrittura punta tutto sulla caratterizzazione perfetta dei protagonisti – chi non “shippa”, per esempio, il parigino Frenchie e una selvaggia new entry dagli occhi a mandorla? La serie, già confermata per una seconda stagione, è consigliata a chi il genere lo segue e, soprattutto, a chi lo evita. C’è qualcosa di losco dietro il buonismo dei Sette. C’è qualcosa di strano dietro i loro poteri: forse dono di natura, forse semplice doping. The Boys potrebbe farteli amare, eppure fa molto meglio: li demolisce. (7+)

È ispirato a un romanzo di Joseph Heller pubblicato per la prima volta sessant’anni fa. Catch 22, trasposto in una miserie Sky composta da sei episodi, stupisce anche oggi per la sua sconcertante modernità. La guerra, mostrata letteralmente a tutto tondo, non è mai stata così grottesca: vista dall’alto, dal punto di vista di un bombardiere; vista dall’interno, dal punto di vista di un giovane in stanza sull’isola di Pianosa. Un paradiso di scogliere a picco e acqua cristallina nelle poche ore d’aria, ma un inferno per il resto del tempo. Yossaran – interpretato da un sorprendente Christopher Abbott, che per la sua bellezza anni Cinquanta e una bravura misteriosamente sottovalutata agli Emmy ruba spesso la scena ai figurati illustri: George Clooney, Hugh Laurie, Kyle Chandler – vorrebbe tornare a casa. Finge fitte all’appendice, al fegato, ai testicoli; simula la pazzia. Fa uno spasmodico conto alla rovescia delle missioni rimaste per non gettare la spugna, tanto grande è lo sconforto. Ma l’obbiettivo si allontana sempre più, e le missioni sembrano allungarsi e moltiplicarsi per dispetto. Baciato dalla fortuna, mentre intanto i compagni muoiono come mosche, Yossarian si strugge per la vita brevissima dei novellini, la crudeltà di un’era dove ogni cattiveria è diventata norma, il destino passivo dei militari e dei civili. Qualcuno di loro si innamora di una prostituta. Qualcuno se la passa di lusso, addetto alla mensa. Qualcuno altro, per uno stupido qui pro quo causato dal nome di battesimo, si trova Maggiore suo malgrado. Un esercito di analfabeti funzionali, così, distribuisce cariche a destra e a manca pur di non ammettere errori e strafalcioni; pur di prendere sul serio il compito di proteggere e servire. Catch 22 spara a vista. Pallottole di umorismo caustico, nerissimo, che disgustano per gli schizzi di sangue diffusi e per i bislacchi paradossi logici, scritti con un’intelligenza dalla levatura quasi teatrale. Tragicommedia breve e scorrevole, ha la colonna sonora jazz del cinema di Woody Allen e i toni falsamente scanzonati dei Coen – ora da ridere, ora da prendere sul serio. Come raccontare le assurdità del conflitto, infatti, senza sfociare nel nonsense? Non si può. Senza eroismo, senza patriottismo a stelle e strisce, in poltrona assistiamo alle disavventure di un insolito anti-eroe e alla sconfitta dei valori tradizionali, di Dio, degli idealisti più inguaribili. Tutti vorrebbero essere gli eroi della propria storia. Ma quanti, piuttosto, hanno il coraggio di dichiararsi codardi e spaventati come Yoyo: mandati avanti non tanto dalla furia bellica, quanto da una fortuna sfacciata? (7)

sabato 6 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Blade Runner 2049 | Dunkirk

La curiosità mancava. Questa fantascienza ad alto budget non mi piace, e i seguiti fuori tempo massimo meno ancora. Del primo capitolo, noir sui generis visto per dovere di cronaca anni fa, ricordo la straordinaria colonna sonora e il celebre monologo sotto la pioggia che, da profano, mi ero figurato più lungo. Per fortuna, alla regia, quel Villeneuve che non sbaglia. Per fortuna, in rete, amici blogger pronti a parlarne indistintamente bene – mezzo flop al botteghino, forse perché troppo lungo, forse perché troppo serio, conquistava a sorpresa anche gli scettici, gli spettatori più annoiabili e la maggioranza dei nostalgici, fanatici per partito preso di un Ridley Scott invecchiato ben peggio delle sue fantastiche creature. Ho fatto di Blade Runner 2049 la mia ultima visione dell'anno per scongiurare il rimpianto di essermi perso qualcosa di importante; per un posto vacante a metà del listone, accanto all'Arrival di un Villeneuve per questo doppiamente vincente. Pensavo di seguirlo in comode rate; pensavo di non stare al passo con un universo – cinematografico, letterario – che mi risulta ostico. Gosling, replicante di ultima generazione con il distintivo appuntato al bavero della giacca a vento, ha il compito di mettersi sulle tracce dei suoi vecchi simili, di disattivarli ammazzandoli – così comanda almeno Robin Wright, suo superiore; così pretende, per interessi economici, l'inventore cieco di un Jared Leto che gioca a fingersi Dio. La scoperta di un cadavere, di un segreto sepolto: una replicante morta di parto, per dire che le eccezioni esistono; per dire che quella creatura venuta al mondo, braccata per diventare cavia, potrebbe essere più di un robot, più di un uomo. Cos'è di quel bambino trent'anni dopo? E di una coppia che si è sciolta tragicamente, con lui – proprio Harrison Ford, richiamato all'appello tutto grigio e spiegazzato – che ora vive nascosto in una Las Vegas deserta, splendida e radioattiva? Gli uomini d'azione, anche se in definitiva all'azione si preferisce l'accomodante lentezza di certi polizieschi, si inseguono in lungo e in largo; indagano rischiando di prendere troppo a cuore i loro casi (di coscienza). Ma sono le donne, semisconosciute, a conquistare – l'implacabile Sylvia Hoeks, la prostituta dalla chioma rosa di Mackenzie Davis e l'incantevole ologramma di Ana de Armas, protagonista di un poetico ménage à trois contro cui quasi nulla possono la spettacolarità delle dighe straripanti, dei voli a mezz'aria, delle scenografie ipnotiche. A caccia di replicanti e della loro progenie segreta – un po' frutto dell'amore, un po' dei calcoli della scienza – ci si scopre così incantati, emozionati. A caccia di sequel felici e di film da guardare con occhi grandì così – che non siano poi miracolosi come gli eredi di Deckard e Rachael, troppo perfetti per scoprirsi anche densi, poco importa se al cospetto di un simile capolavoro visivo – viene da dirlo ancora, sì. Ho visto cose che. (7,5)

Christopher Nolan non è mai entrato nelle mie grazie. Questione di generi distanti che me lo lasciavano godere a metà. Di durate sostenute che, nonostante i buoni propositi, mi hanno puntualmente impedito revisioni con occhi più svegli. Non amo, si sa, un cinema grande che non per forza è grande cinema; rifuggo dal gregge, dai commenti mossi a priori. Di Christopher Nolan, purtroppo, non mi piacciono i fan – quelli che parlano della persona in sé, delle mancate vittorie agli Oscar come di un DiCaprio, lasciando da parte l'essenziale. Loro – anche se di lampante c'è al solito la tecnica sopraffina, l'impiego dell'angosciante colonna sonora del solito Zimmer – probabilmente avrebbero acclamato questo Dunkirk, già presentissimo all'alba della stagione dei premi, a prescindere. Sempre in tempo di bilanci, di listoni, l'ho recuperato in ritardo – mai sentito il bisogno di correre in sala, infatti – ma molto fiducioso. Questa volta durava un'ora e quaranta appena. Questa volta meno garbugli, meno manierismi, se si parlava di storie e di morti veri; di guerra. Cercavo uno dei film più belli dello scorso 2017. Ho trovato, con sommo disappunto, il più sopravvalutato. Cosa sto guardando io e cosa hanno visto tutti gli altri?, mi domandavo nel mezzo di una visione che non appassionava né interessava. Si combatte il nemico tedesco – mai nominato e mai mostrato, per un'imperscrutabile scelta stilistica – in terra, in mare, in cielo. Confinati sulla spiaggia, sullo sfondo del piano sequenza più struggente di Espiazione, un manipolo di giovani tenta invano di cercare una via di fuga – il protagonista dovrebbe essere Fionn Whitehead, ma alla curiosità piace soffermarsi sull'esordiente Harry Styler, da cantante ad attore senza difficoltà. Con una barca da poco, invece, il patriottico Mark Rylance e suo figlio superano la Manica per rendersi utili sotto il fuoco nemico. Vola alto Tom Hardy, nascosto da una maschera, e fa fuoco. C'è chi va, c'è chi viene, c'è chi spara. Storie che non si incrociano come potrebbero, no, e che troppo concitate, troppo motorie, fanno fatica a lasciarti affezionare ai protagonisti sotto assedio. Dunkirk non è un dramma corale, perché i personaggi non hanno un'identità o una voce propria – quando e se parlano, in una pellicola che forse avremmo preferito muta, l'ipocrisia e la retorica sono in agguato. E' un film storico, ma che alle storie rinuncia – sequenze spettacolari ma giustapposte, fredde, che potrei paragonare a quelle di una ricostruzione, di un documentario, se non fosse che Dunkirk e il suo rumore non fanno gran chiarezza nemmeno sui fatti, sulle dinamiche del conflitto. L'ho trovato anonimo, disumano e impeccabile. Un film, e una guerra, di nessuno. (5,5)

venerdì 3 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Arrival, Hacksaw Ridge, Lion

8 Nominations. Dodici navicelle d'altri pianeti gettano ombre sul pianeta Terra. I militari perimetrano i luoghi dello sbarco. Gli scienziati, nel cuore della notte, reclutano Louise: una rinomata linguista dagli occhi tristi. Il montaggio ce la mostra un po' madre di una bimba dalla salute fragilissima, un po' interprete di una lingua fatta di cerchi concentrici e linee mutevoli. Ma gli uomini hanno fretta, non portano pazienza, e sono costantemente sul chi va là con le armi strette in pugno. Pronti a darsi addosso per una parola fraintesa. Qual è la differenza tra un'arma e un dono? Qual è, soprattutto, la differenza tra noi e loro? Arrival, ispirato a un racconto che leggerò prestissimo, è l'ennesimo tassello di quella fantascienza atipica, umanista, in cui l'elemento perturbante – in questo caso, una silenziosa invasione – è un'ottima scusa per parlare di noi. Lento, profondo, per certi versi irrisolto, non piacerà agli appassionati delle congiure di Emmerich. Arrival giunge in pace. Ma è piaciuto a me, che non apprezzo il genere, ma nei paradossi temporali e in queste poesie visive adoro perdermici. Complici una cristallina Amy Adams e la direzione di chi rende luccicante, suo, qualsiasi cosa sfiori. Galeotta una trama classica, in cui tutto o quasi va al proprio posto con armonia e un briciolo di fretta. Arrival lo si rivede a mente, con la sensazione che qualcosa sfugga. Ma nel bel mezzo del rewind, nonostante una sceneggiatura che qualche lacuna la ha, si sentono affiorare i brividi e la sensazione che la soluzione del rebus sia sempre stata a un palmo dal nostro naso. Le astronavi appaiono come superfici specchiate dalla forma ovoidale: simbolo di nascite e rinascite, ci riflettono nella nostra ascesa verso l'ignoto. I nomi palindromi sono il tempo: il serpente di Nietzsche che, in filosofia, si morde la coda. Le parole di Jeremy Renner, comprimario al solito in sordina, invitano ad indugiare su chi ci sta accanto e non sulla volta celeste. E Arrival, emozionantissimo, è di questo che saprà parlare al pubblico più sensibile: maternità ad ogni costo, imponderabile, comunicazione. Al pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di una coppia felice e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine e studia coloro che gli hanno aperto la porta. Può andare in due modi diversi, allora: la coppia scoppia, allontanandosi ancora, o l'estraneo – con il suo punto di vista nuovo, con la sua sola presenza – spinge i due alla riconciliazione. Gli uomini e il mondo sono gli amanti litigiosi e scoscanti all'interno dell'ultimo film di un Villeneuve sempre più grande. Gli alieni, che hanno la forma di polipi immensi e intenzioni imperscrutabili, sono l'ospite inatteso. Ma la convivenza cambierà tutto. Si rovesceranno forse i ruoli di potere e gli invitati si sostituiranno agli anfitrioni? O, tornati ognuno a casa propria, realizzeranno che non ci si può scordare mai di chi ti ha aperto gli occhi e messo a soqquadro i cassetti, le percezioni e i pensieri? (8)

6 Nominations. Desmond Doss cresce in una famiglia turbolenta, con una madre credente e un padre che è tornato dalla prima Guerra Mondiale con l'umanità compromessa. Il protagonista è un bambino che si fa custode degli incerti equilibri domestici. Allevato nella violenza, da adulto la rinnega. Si arruola volontario, poiché dotato di un fortissimo senso del dovere. Rifiuta di di uccidere, perché così ordina uno dei comandamenti. Gli danno del codardo. Lo picchiano, lo canzonano, lo processano per insubordinazione. Ma Desmond corre sotto il fuoco nemico, su un altopiano che farà da sfondo a un massacro. Qual è l'utilità di un soldato disarmato nel bel mezzo di un conflitto? Al contrario degli ultimi film di Eastwood, agiografie asciutte e troppo vicine nel tempo, il ritorno alla regia di Mel Gibson – un altro che fa meglio dietro la macchina da presa, uno che non dovrebbe piacermi ma che invece mi piace spesso - è un decorosissimo dramma bellico. Non cronaca nuda e cruda, ma intrattenimento. Ha l'unica forma di religiosità che invidio: quella generosa, sentita nel profondo, di chi passa dalla teoria alla prassi convinto che la fede gli farà da scudo. Di Gibson c'è il personale colloquio con Dio, assai più elementare e fruibile che nell'indigesto Silence, e la grande concitazione che rende magistrali le scene d'assalto. I corpi dilaniati, i ratti che di notte banchettano coi cadaveri, la verosimiglianza degli attacchi armati – non mancano le esagerazioni e gli aspetti più romanzati, però, tra bombe calciate prima della conflagrazione e parentesi amorose. Hacksaw Ridge non sorprenderà, ma è una biografia ben romanzata e diretta meglio ancora. Mi ha coinvolto molto, pur non apprezzando il genere. Funzionano le zuffe e le confidenze nelle camerate, i numerosi comprimari – su tutti, un magnifico Hugo Weaving -, e toccano le uscite di scena e le dipartite. Andrew Garfield, con un convincente accento della Virginia e tutto il candore che sa, presta il fisico gracile e il viso espressivo a un personaggio folle e gentile, che pare cucitogli su misura: bravissimo, ma io lo reputo tale dai tempi di Boy A. Hacksaw Ridge è un'altra tipologia di cinema che, nella stagione dei premi, ha menzioni assicurate: in questo caso, non del tutto immeritatamente. Una storia di guerra, vera ed edificante, etichettabile a colpo d'occhio e a giusta ragione come americanata tra le più ruffiane. Però mentirei definendolo scontato sì, ma incapace di centrare il bersaglio. Se dicessi che non l'ho trovato necessario – con il suo parlare alla coscienza di altruismo, di eroi -, in un'epoca in cui gli americani, storici guerrafondai, e il ricordo sono in disaccordo. Buono e pulito, nonostante quel lungo arrancare nel fango e nel sangue. Dalle guerre presenti e passate. Dei cliché, dell'enfasi smisurata, che il genere esige. (7)

6 Nominations. Saroo, quattro anni e un villaggio di poche anime da cui non si è mai spostato, sale per sbaglio su un treno mentre è in compagnia del fratello maggiore. Il convoglio ferroviario ferma la sua corsa soltanto qualche giorno dopo. Quando, catapultato nella povertà della caotica Calcutta, il bambino si accorge che è tardi. Ha percorso quasi duemila chilometri: troppi per fare ritorno da una madre che non ha mai smesso di aspettarlo. Abbastanza coraggioso da sopravvivere alla vita di strada, tra accattonaggio e malintenzionati di cui è meglio diffidare, Saroo viene infine adottato da una coppia australiana con la vocazione del bene. Finché il passato non lo raggiunge attraverso un profumo dell'infanzia e un sogno ad occhi aperti. E la ricerca delle radici, anche a costo di scontentare la madre adottiva, diventa un'ossessione. Come sai cosa diventerai se non sai chi sei stato? Lion, giunto al cinema sotto Natale come ogni fiaba che si rispetti, è l'equivalente cinematografico, agli Oscar, della canzone sanremese. Quella con il ritornello orecchiabile. Quella con un tema importante. Tradizionale, ma d'impatto. Se commuove la visione dell'adorabile Sunny Pawar, scricciolo in grado di reggere mezzo film su di sé, la ricerca delle origini di un eppure ottimo Dev Patel – il fortunato milionario di Boyle, che crescendo si è abbellito e si è scoperto il più protagonista tra i non protagonisti –, contempla invece personaggi lasciati ai margini (un'intensa ma fugace Kidman) e altri superflui (l'anonima Rooney Mara); numerosi momenti topici che, abbandonata l'infanzia per l'età adulta, emozionano meno di quanto avrebbero fatto con la guida del piccolo Saroo. Per il resto, ho trovato l'esordio alla regia di Garth Davis semplice e pieno di delicatezza. Definire un film strappalacrime è un disvalore, infatti, se quelle lacrime te le ha strappate? Nel blog, lo sapete, parlo delle mie letture e, senza cadenza fissa, di quel che guardo. Per deformazione professionale, preferisco la sostanza alla forma. Nonostante tutto, resto un inguaribile fan di un cinema in grado di veicolare belle storie. E Lion, che in una compezione spietata potrebbe apparire svantaggiato, ha qualche difetto ma una vicenda vera, di partenze e ritorni, che sono stato contento di scoprire. Forse la più indispensabile che mi racconteranno i film in gara questo febbraio. Sarà che, di tenerezza, ce n'è sempre disperato bisogno. (7)

sabato 2 gennaio 2016

Mr. Ciak: Love 3D, Youth, Sicario, Per amor vostro, Irrational Man

Murphy, americano, ed Electra, giramondo, fanno coppia fissa da un po'. Sono a quel punto della relazione in cui amano stuzzicarsi, scoprire cosa sogna il partner quando chiude gli occhi. Si sono visti, si sono piaciuti, si sono spogliati a Parigi. Hanno avuto i corpi, adesso ambiscono alla mente: cos'ha in testa lui, cosa lei? La realizzazione di un sogno erotico comune ai più – un ménage à trois con una sconosciuta – porterà la coppia a scoppiare. Crack, e viene meno la fiducia reciproca. Crack, e si rompe il preservativo di lui e l'altra ragazza, amante occasionale, aspetta un figlio che chiamerà Gaspar. Crack, e ad Electra – con un nome da eroina tragica e un'inclinazione alla tristezza – si spezza il cuore. Love, dopo un incipit shock, ci porta nella vita del protagonista, due anni dopo. Quando un altro amore – quello per il figlio, però – ha rimpiazzato l'innamorata mai dimenticata. Quando, a Capodanno, una chiamata dal passato lo getta nello sconforto: cos'è successo ad Electra, così vulnerabile e così allo sbando? Ha un titolo presuntuoso, Love, e un'etichetta coniata dalla critica: il porno d'autore del provocatorio Gaspar Noé saprà forse portare a termine il suo folle volo - raccontare l'amore tutto, quello con l'articolo determinativo davanti e la lettera maiuscola -, mostrando il dentro e il fuori, i corpi giovani e le anime sofferenti dei suoi personaggi in crisi? Ha, a precederlo, una fama losca, una serie di poster espliciti e l'accoglienza tiepida di Cannes. Dove qualcuno si era scandalizzato e qualcuno annoiato. Il clamore mi ha incuriosito in fretta e la provocazione non mi trova, generalmente, scosso: a mio agio con il nudo – con quello degli altri, almeno, ché io sono un "tipo" già coi vestiti addosso -, ma stomacato, a tratti, dall'insistenza e dal voyeurismo della pornografia – se fosse il contrario, sapete che lo ammetterei pure. Love è un melodramma di struggente intensità, che mostra cosa succede alla coppia - negli amari e chiacchierati boy meets girls che sempre fanno breccia, da queste parti – prima e dopo la passione. Per la prima volta, però, lunghe inquadrature ci mostrano il durante. Le cose belle, quando si è assonnati; le cose brutte, se immersi nel quotidiano. Le droghe e la gelosia a fare prima da collante, poi da ponte tibetano, sospeso tra loro: reggerà mai? Ci si abitua presto, quindi, al nudo e al resto. In due ore e quindici, dunque tante, Murphy ed Electra si acchiappano e si lasciano, si amano e si riamano – sono leggeri, liberi e, qualche volta, trasgrediscono – ma è una sola la sequenza di cattivo gusto, pensata per gli occhialini 3D e la sfida gratuita al pubblico; un isolato esempio di provocazione fine a sé stessa. I bravissimi Karl Glusman, marcio d'amore, e Aomi Muyock, una visione, parlano di desideri reconditi, oppiacei, nomi di bambini, Kubrick e Robert Frost. Fanno faville fuori e dentro il letto. Stesi senza vergogna, sotto le luci rosse, e proiettati al futuro. Noé – alter ego del protagonista, che vorrebbe dirigere un film di “sangue, sperma e lacrime”, di “sessualità sentimentale” – ci accompagna sulla sua arca spregiudicata, con scatti rubati e ritrovati, un senso di segreto, le lenzuola spiegazzate, i messaggi in segreteria e i ricordi lampo. La colonna sonora è incalzante, inquieta, e la fotografia un gioiello oltre la soglia massima del realismo. Mentre i protagonisti, duo aperto alle sperimentazioni, ti danno, nel frattempo, il benvenuto nel loro trip e nella loro camera da letto. Quanto sei disinibito e quanto innamorato, tu? Le inquadrature fisse, i corpi in moto. I giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. Sempre prima, dopo e durante. Com'è il sesso, incensurato, ai tempi dell'amore. (8)

Ho scoperto il piacere delle liste; degli appunti al volo sui post-it, ché poi mi dimentico. I più, in questi giorni, stavano appuntando i bei propositi per l'anno nuovo. Io, blogger all'improvviso allergico alle festività, ho compilato una lista, un'altra, per assicurarmi di non aver perso qualcosa lungo il tragitto. In crisi davanti all'imminenza dei famosi listoni, ho saccheggiato idee dai miei siti di fiducia per darmi ai recuperi finali. In fondo alla lista, un nome su cui non riponevo particolari aspettative: senza vergogna, non vi nascondo quanta antipatia mi faccia il cinema del sopravvalutato Sorrentino. A costo di rischiare il linciaggio pubblico, sul triondo della Grande Bellezza ne ho dette di cotte e di crude, tra amici. Forse ero in difetto io, non abbastanza sensibile al fascino del film antinarrativo – in quel caso, lontano nipote di La dolce vita, che compensava con il manierismo e l'ingiustificata autostima alla pochezza di idee e a un modesto talento. Forse erano in difetto loro, che non avevano visto quanto fosse strappacuore la concorrenza di Il sospetto e Alamaba Monroe. In una Roma di tentazioni e ambizione, i personaggi del film Premio Oscar ricercavano feste su feste: il film, per me insostenibile, era un circo lungo e grottesco; cacofonico. In Svizzera, all'ombra dei monti, si persegue la pace dei senti. Harvey Keitel, ignaro che di lì a poco la grande diva Jane Fonda gli darà il benservito, lavora al suo ultimo film – stando a lui, un testamento morale – attorniato da una squadra di sceneggiatori hipster; Paul Dano, giovane portento, è una star di Hollywood che medita su un ruolo storico che poco gli si confà; un meraviglioso Michael Caine, direttore d'orchestra in pensione, tenta come può di eludere le proposte di un insistente funzionario reale e di consolare Rachel Weisz, nevrotica e bellissima, che gli rimprovera di essere stato un padre assente e un marito ancora peggiore. Si spia, inoltre, quel che combinano gli altri ospiti, e giusto qui, in siparietti talora stranianti e surreali, fa capolino il Sorrentino che meno tollero: il cameo trash di un falso Pibe de Oro; una massaggiatrice con l'apparecchio ai denti che fa fitness; una colonna sonora instabile che, tra l'indie rock, gli arpeggi delicati, le arie liriche e l'accompagnamento onnipresente e discreto della chitarra, ho trovato – altro pregiudizio sfatato, dunque – intensa e, a tratti, conciliante. Dal ritorno del regista napoletano, dalla prova del nove che va sotto il nome di Youth, sono passati esattamente un'estate e un autunno; acqua abbondante, sotto i ponti e nelle piscine termali sui monti spruzzati di neve. Ma per i protagonisti, galantuomini attempati in villeggiatura, il tempo è come cristallizzato: non si invecchia, coccolati e viziati, tra le mura di un Grand Budapest Hotel in cui gli anziani sperano di liberarsi del peso degli anni – fanno miracoli i massaggi e le alte temperature delle saune; le visioni conturbanti di Miss Universo senza veli smuovono i pochi ormoni ricettivi – e i giovani, stanchi dei tradimenti coniugali o di impegni stressanti, imparano a inspirare ed espirare, piano. Quante probabilità c'erano che questoYouth, che da quel che leggo ha deluso gli estimatori doc di Jep Gambardella, a sorpresa, mi piacesse oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Quieto, fotografato d'incanto, recitato da leggende viventi. Diretto con attenzione, senza strafare. Scritto molto bene - e non pensavo che avrei mai potuto ammetterlo -, con i suoi dialoghi buffi, mordaci, veri. La poesia, più che negli estemporanei aforismi cari al furbissimo Paolo, è allora nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen, nella visione di un'orchestra invisibile in mezzo a un prato verde. Dove tutto è musica, dove tutto è – davvero, questa volta – "grande bellezza". (7,5)

L'irruzione nella casa di un quartiere periferico. Una sparatoria violenta che apre voragini nei muri e la scoperta, dietro le pareti, di un puzzo terrificante – l'odore della morte – e di tasselli di delitti irrisolti. Un'indagine che diventa qualcosa di più grande e che coinvolge tante teste, tante squadre, fino a smarrire i concetti di verità e bugia, giustizia e vendetta. L'obiettivo, su cui i fucili di precisione non osano distogliersi: la lotta ai signori della droga; la ricerca di un tunnel, nascosto tra le dune e le piante spinose. Una bocca che sputa, negli Stati Uniti, un po' del peggio. Le atroci barbarità di una terra di confine. Cosa c'è realmente in ballo? Quella è una guerra – al narcotraffico, alla paura -, ma alla fine cosa si vincerà? Se la mia tipica impassibilità davanti al cinema d'azione mi rende incapace, anche in questo caso, di distinguere una sparatoria dall'altra – corpi in moto, esplosioni e spari in cielo mi sembrano grossomodo tutti uguali, indipendentemente dalla cornice: sono una persona superficiale e tanto annoiabile, perdonatemi -, di Sicario ho però apprezzato il peso degli interrogativi etici e la chiusa amarissima, la fretta che va da qualche parte, il cast smagliante. Il meglio di Villeneuve. Benicio Del Toro, che ha gioco facile in uno spigoloso ruolo dei suoi, con i metodi poco ortossi e un ritorno – dopo Soderbergh – alle frontiere messicane. Un Josh Brolin istrione. Gli occhi belli e cristallini di Emily Blunt – inglese e troppo delicata per i climi aridi e il fuoco incrociato, eppure in gamba – che coincidono, alla fine, con quelli dello spettatore medio: stordito e, a lungo, tenuto all'oscuro di una verità che sfugge. In Sicario, secondo lungometraggio americano del canadese il cui stile ricorda quello dei più grandi, spettatore e personaggi – tranne quello di Kate, forse, idealista e donna in un ambiente tutto al maschile – hanno punti di vista incompatibili e un diverso grado di conoscenza. Li si osserva agire in silenzio, presubilmente per una causa di forza maggiore che ci piace far coincidere con il sommo bene. Prima si spara a bruciapelo, poi si muovono le prime domande. E ci accolgono i corpi penzolanti dei capri espiatori – sembra di essere in un borgo medievale, cent'anni fa, eppure si tratta della contemporanea El Paso – e la disincantata morale che mali estremi richiedono estremi rimedi. La legge parla una lingua già morta. (7)

L'anno scorso, scorrendo la lista delle mie letture, si direbbe che sia riuscito a leggere qualcosa in più. Cento libri, più o meno, ma di una decina, sul blog, non trovereste traccia. Testi teatrali che ho letto per un esame. Il dovere si era rivelato piacere, alla scoperta della grande tradizione partenopea. E Napoli, poco dopo, l'ho ritrovata in Il ladro di nebbia e in Elena Ferrante; come a ricordarmi che un po' – con nonni e genitori campani – faceva parte di me. Con dicembre che finiva, vi ho fatto ritorno con Per amor vostro, il dramma di Giuseppe Gaudino che, a Venezia, ha visto trionfare una Golino al suo massimo. Gli appellativi di film d'autore o, ancora, di pellicola surreale, mi facevano però tremare: la magniloquenza e il visionario mi trovano purtroppo incompatibile. Dov'è il surreale, penserete, sentendo che parla di Anna, una donna di mezz'età, vittima di un marito usuraio e di visioni ad occhi aperti? Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla nel regista. Un limpidissimo bianco e nero, in un'unione a una fotografia di raro lirismo, avvolge la città e i suoi personaggi pensierosi. La depressione di Anna, donna fragile e di buon cuore, è assenza di colore. Ma il curioso espediente formale risulta ora romantico – il bianco e nero d'altri tempi si addice all'infatuazione della protagonista per l'attore Adriano Giannini, con cui desidererebbe vivere un'ingenua passione da soap – e ora inquietante; la sua infelicità rende Napoli la dantesca città dolente, burrascoso il mare, spaventoso il cielo. Ma ogni tanto irrompe il blu, tenue come un acquerello, e la narrazione si ferma, per dare spazio alla visione di variopinti inserti musicali – il neomelodico, le canzoni sanremesi alla radio, le arie di Handel – e per dipingere intorno ad Anna, santificandola, aureola e manto. L'idea è semplice, la resa visiva accattivante e kitsch: una vita opaca, che chissà se scoprirà mai l'avvento del colore. Un po' come in Mommy: l'alter ego di Dolan poteva concedersi la libertà dei 16:9? Il flusso di coscienza di una impareggiabile Golino riesce nell'impresa ardua di mostrarsi agli occhi, con un esperimento coraggioso che non risulta mai manierismo fine a sé stesso. La verità non si mette in discussione, con siparietti domestici toccanti – i litigi furibondi, l'uso del linguaggio dei segni per spiegare a un figlio sordomuto cosa dice la tivù - e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro. “Non c'è niente”, dice Anna, per nascondere con fierezza le sue fatiche di donna e le lacrime. “Non sei niente”, le dicevano quand'era figlia e adesso che è mamma. Nell'esplorazione del suo mondo, triste e illuminato a sprazzi, le spieghiamo però quanto si sbaglia. In Per amor vostro se non c'è tutto, comunque c'è tanto. E lei – che non a caso porta il nome della Magnani – è qualcuno che non scorderai. (7,5)

Ci sono arrivi che sconvolgono, come quello di Abe – insigne professore di filosofia, stimato saggista, dongiovanni impenitente – in un college americano dove non succede mai niente e, all'improvviso, tra colpi di fulmine e morti sospette, succede di tutto un po'. Ci sono arrivi, invece, che neanche aspetti più: la troppa puntualità vizia, genera un curioso disinteresse. E' il caso, ad esempio, dei film di Woody Allen: al cinema, nel periodo di Natale, da quando ho memoria. Arriva inatteso dai più – ci culliamo, oramai, nella certezza che salterà fuori, con le luminarie e i pacchi regalo -, ma pur sempre degno di una visione o due. A volte dirige film belli e a volte film brutti. Tipo chiacchierone, bizzarro, che ama i dialoghi fiume e detesta le vie di mezzo. Ogni volta, dunque, è una roulette russa: avrà il colpo in canna, la marcia in più, il lungometraggio che ci proporrà sotto l'albero? Dopo Blue Jasmine – acidulo, freddo, ma con una memorabile diva in crisi di nervi – e il nostalgico Magic in the moonlight – omaggio dai colori pastello alla commedia anni trenta -, eccolo con Irrational Man. Profondamente suo, con l'accompagnamento jazz, gli inconfondibili titoli d'apertura, il citare sé stesso –, in questo caso, quel Match Point che, da ragazzino, mi fece rivalutare da capo un cinema che ritenevo borghese, logorroico, lontano da me. Un film - al contrario di ciò che dice il titolo - razionale, sì, ma quanto fine a sé stesso? Pareri positivi, eppure, mi rassicuravano: non c'è due senza tre. La storia è quella di un insegnante in in crisi esistenziale, ma carismatico, che è pane per i denti di donne crocerossine. Più delle attenzioni di Parker Posey, madre di famiglia che abbandonerebbe tutto a un suo cenno del capo, e della venerazione di una leziosa Emma Stone, promettente studentessa dal fidanzato noiosissimo e dalle ambizioni chiare, a stuzzicare l'appesantito e affascinante Joaquin Phoenix – e lui, ovvio, merita sempre il prezzo del biglietto – è il pensiero della morte. Uccidere uno sconosciuto, pianificare il delitto perfetto. Ritrovare, così, l'ispirazione, il vigore fisico, la gioia di vivere. Ma a che prezzo? Il cineasta nevrotico che non ama le mezze misure, il film uscito a metà, invece pianifica Irrational Man bene, ma pochissimo. O, comunque, non abbastanza: con i suoi bravi attori, le citazioni colte, il senso globale che gli manca per essere bello e la maestria presente, al contrario, che gli impedisce di essere brutto con faccia tosta. Una pistola inceppata, al gioco della roulette, salva il protagonista dalla sua stessa avventatezza; il film – incrocio insapore, incolore e inodore tra la commedia e il thriller e destinato a un epilogo tragicomico – spara a salve, nel vuoto. (5)

venerdì 3 luglio 2015

Mr. Ciak: Suite Francese, Poltergeist, Una nuova amica, Les Combattans, La risposta è nelle stelle, Affare fatto

Un capolavoro rimasto in una valigia. Una figlia che lo riscopre per caso e Suite Francese improvvisamente sulla bocca di tutti. Come uno schiaffo al nazismo. Mi ci sono avvicinato quando al cinema arrivava il film: lieve, di un bello che non fa rumore. Mentre il romanzo si articola per racconti, la pellicola si concentra su uno dei pochi momenti in cui puoi vedere i protagonisti quasi felici: la campagna francese, l'illusoria quiete, tempo d'amore. Ma questo Suite Francese è l'ultimo dei tre tempi che il lettore ha già sperimentato, eppure non è solo quello. In un'ora e mezza sanno trovare spazio trame amorose, sottotrame spionistiche e alcune delle figure marginali che erano contemplate nei capitoli che precedevano quello monografico sulla dimezzata famiglia Angellier. Ovunque, l'eleganza, la pudicizia, la discrezione. Lo sguardo benevolo sulla guerra che, sono certo, non avrebbe reso fastidiosa all'autrice la licenza poetica dello sceneggiatore: la suite incompiuta di lei, ebrea, paragonata alla suite incompiuta di Bruno, nazista. Saul Dibb, dopo The Duchess, torna alla regia – e al dramma storico – e questa volta è più abile nel dare voce ai personaggi e ai loro silenzi, anziché al gusto di una Knightley che, in quell'occasione, i cultori della moda avevano amato e gli spettatori insensibili a nastri e cappellini assai meno. Suite Francese, delicato e laconico come i suoi appasionati personaggi, non è il polpettone che chi cerca singhiozzi si aspetta. Controllato, alla maniera dei britannici, ha questi Michelle Williams e Matthias Shoenaerst, splendidi, che si corteggiano come col linguaggio dei segni. Puntuale e oroglioso, pensa più alla coerenza dell'operazione che ai nostri dotti lacrimali e, anche se non un'autentica trasposizione, con tutte le sue variazioni sul tema, si rivela un sentito omaggio, una vendetta. Una specie di tardiva vittoria. (7)

Poltergeist non è un titolo familiare a chi è della mia generazione. Se l'ho visto – e non so dirvelo con certezza, perché ho in testa una compilation di scene famose che forse avevo occhieggiato nel reale lungometraggio, forse in Scary Movie 2 – non l'ho venerato. Questo remake di dubbia utlità non sarà il peggiore horror che in estati in cerca di vani brividi passeranno dalle nostre sale. Scorre e ripropone con autoironia le sequenze cult, viaggiando maggiormente dalle parti del cinema fantastico che di quello che dovrebbe farci strizza. La storie come tante dei Bowen è al centro di un horror da bollino verde, dunque, che non dispiacerà alle famiglie. Si scontra con quello che pare una specie di capolavoro, ma con così tanto candore – e leggerezza – che con questo horror buono dentro, alla fine, non puoi essere cattivo. Si accontenta dell'essenziale e, poco dark e con effetti speciali rigorosamente al computer, con il suo cast non di primissima scelta, è una visione carina e senza pretese, con presenze poco demoniache e, al contrario, angioletti di pargoli, tra cui spicca il bravo Kyle Catlett – che quale anno fa o solo il mese scorso? - è stato T.S Pivet per Jeunet. Si prende come modello più la storia firmata trent'anni fa da Spielberg che la cupezza del prodotto di Hooper: i bambini sono in pericolo ma si sa che non succederà loro niente di grave; il lieto fine arriverà; la casa è infestata, ma con il mercato che langue, tanto, sai quante ne trovi all'ombra dei tralicci dell'alta tensione. (5,5)

Qualcuno dice che è il primo amore che non si scorda, ma Claire ha sempre avuto in testa Laura, sua migliore amica dai tempi dell'asilo. E' per questo che quando muore, si prende una pausa dal lavoro e si chiude in casa, preda di un dolore incomprensibile ai cuori altrui. Quando Claire, ospite non invitata, becca l'inconsolabile vedovo a indossare i vestiti della moglie defunta reagisce prima con la ragionevole confusione, poi con la curiosità che solo le donne hanno. Perché David sente il bisogno di vestirsi come la Laura che hanno entrambi amato? Omossesualità taciuta o un modo per superare il lutto? Una nuova amica potrebbe sembrare l'Hitchcock più celebre o un Almodòvar in crisi di identità; un noir sui disturbi della personalità oppure un'esuberante racconto sopra le righe. Non è né l'una né l'altra cosa, o forse entrambe. Come lo sconsolato David che, una parrucca bionda e i tacchi, diventa la querula Virginia; sostituto perfetto della migliore amica e dell'anima gemella. Una fuga dalla realtà, un compromesso, quando per dire addio c'è tempo e l'atto di guardarsi dentro – adesso che si è accasati – crea tragicommedie. Una nuova amica ha i meccanismi del thriller psicologico, la brillantezza della migliore commedia sofisticata e l'indefinito erotismo di una drammatica indagine sulle cose che più sfuggono e affascinano: la sessualità, il desiderio. Ma altro non è che opera del bravissimo Ozon. Dunque l'eleganza – e l'ambiguità, e una regia impeccabile, e personaggi cesellati con la cura che avrebbe un analista  - è compresa nel pacchetto. Non ci sono dissonanze, solo una credibilità forte, e non ha sbavature il trucco di questo Romain Duris che recita en travesti, mentre la seducente Anais Demoustier gioca a fingersi sua amica, amante e perfino rivale, nella sequenza immaginata in cui Duris, sotto la doccia, tocca il marito di lei. Con il cervello e l'anima che litigano, le membra che cercano un inammissibile tipo di abbraccio e i guardaroba, invece, che preferirebbero l'altra parte – quella sbagliata – del negozio di abbigliamento all'angolo. (7,5)

Lui, muratore, conosce lei, annoiata figlia unica di una coppia borghese. Partono col piede sbagliato: può da una lotta corpo a corpo nascere la scintilla? Lui, che è segretamente romantico, segue perciò lei, che è un pezzo di ghiaccio, a un campo di addestramento: le ragazze di oggi sognano di entrare nell'esercito. Così, tra una corsa a ostacoli e la levataccia al mattino, vivere tutt'uno con l'ambiente e scoprirsi più alti di una spanna. Questa, in parole semplici, la trama del semplice Les Combattans, che da noi si becca un titolo anglofono e il sottotitolo Addestramento di vita. Opera prima rinfrescante e dotata di spunti mai sfiorati prima dalla romcom tradizionale, forse non meritava tutti i premi che ha vinto qui e lì – per nulla impegnata, non abbastanza chic da essere sopravvalutata -, ma ha dialoghi aciduli, due protagonisti abbastanza bislacchi da risultare memorabili e un'aria tutt'altro che perfettina. Eccolo, il suo segreto, insieme a un romanticismo che meno romantico non si può e alla giunonica Adèle Haenel, divertentissima e adorabile nella sua impassibilità di soldato fatto e finito (e poi, diciamolo, con “quella sua maglietta fina” tutta bagnata sta benissimo). Battute mirate, colonna sonora che gasa e un epilogo ahimè un po' così - tu chiamalo sospeso, io inconcludente – anticipato da una ansiogena scena da survival horror. Sono abituato alla commedia francese che sa di roselline di campo, Chanel n°5 e altri luoghi comuni, ma anche questa – che odora di napalm al mattino – non è mica male. (7)

Una studentessa incontra un cowboy: è colpo di fulmine. Un novantenne, nel frattempo, prende in pieno un guardrail: il suo, invece, è colpo di sonno. Una storia che nasce e una che finisce si incrociano nell'ennesima trasposizione di Nicholas Sparks. La risposta è nelle stelle però non funziona, e lo dico da spettatore saltuariamente tollerante al suo saccarosio che, senza pregiudizio, si è sorbito queste due ore – tante – in compagnia di una vicenda doppio strato – da un lato la gioventù oggi, dall'altro il matrimonio ieri, sull'abusato sfondo della guerra. Young adult più melò: un polpettone alla Rai Uno sconsigliato agli insofferenti cronici che tra scontatezze, morti tragiche che latitano – Sparks, qui non uccidi nessuno? - e dialoghi tremendi sembra la casa terremotata delle fiabe coi mattoncini del meglio di The Notebook e del peggio di The Last Song. E' che più di uno Sparks all'anno non si tollera e che quest'anno ho già visto l'accettabile The Best of me, o che questo film è prolisso e dolciastro da non credere? Ma occhio a Britt Roberts – io l'ho già adocchiata e sono un suo stalker convinto – e a Scott Eastwood, che dalla sua ha un padre leggendario e una faccia straordinaria. Mistero le recensioni, a sorpresa, positive. Mistero ancora più misterioso il titolo italiano: penserei a una strizzata d'occhio a Colpa delle stelle, se non fosse che il romanzo – con il titolo uguale – ha ormai qualche anno. Al massimo, tra buoi, cavalli e vaccate varie, alcune perdonabili e altre no, in The Longest Ride la risposta agognata sarà nelle stalle? (5-)

Dopo il buon Starbuck – paradossale storia di un donatore di sperma che si scopre padre di un migliaio di figli sparsi per il mondo – e il remake americano che avevo evitato, immaginandolo uguale all'originale, il canadese Ken Scott torna alla commedia a stelle e strisce: rumorosa, volgarotta, canonica, simpatica. Piacevole abbastanza. Si ridacchia, infatti, nel seguire tre perdenti – un padre assente, un venticinquenne con la testa tra le nuvole, un anziano che vorrebbe divorziare – e il tentativo rocambolesco di siglare un vantagioso accordo, anche se la spietata Sienna Miller trama loro conto. Si vola a Berlino nella stagione clou e si pensa alla famiglia lontana, alla prima volta, alla giovinezza persa. L'avventura europea di tre che hanno probabilmente visto troppe volte Jerry Maguire –American Pie – nel suo piccolo sembra funzionare, soprattutto grazie a un cast calibratissimo, con un comprimario come Nick Frost, grasso campione della risata grassa. Vince Vaughn e i suoi soliti ruoli; il due volte candidato all'Oscar Tom Wilkinson, che ha la leggerezza dei giovani; Dave Franco, fratello minore di James, che ci meraviglia con tempi comici notevoli, la timidezza dei nerd e la sbadataggine che lui, belloccio, di certo non conosce in prima persona. Affidati a lui, tra visite ai glory hole e posizioni del kamasutra non meglio idenficate, i momenti in cui si ride, non si pensa a niente e svanisce così, magicamente, l'ansia da Estiva. (6)

lunedì 12 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La teoria del tutto, The Imitation Game, American Sniper

Buongiorno, amici. Si inizia una nuova settimana di letture e cinema ed avete letto bene. Mr. Ciak, mettendosi tutto elegante, è pronto e attento. La stagione dei premi, dopo che i Golden Globe hanno avuto già i loro vincitori, è alle porte. Lo scorso anno, l'ho seguita, ma con il mio solito disordine. Vi ho parlato dei film che facevano parlare in ordine sparso, col caos. Quest'anno, siccome tra i miei propositi c'è quello di essere più puntuale e organizzato, troverete me che vi commento i film in lizza in And the Oscar goes to. Occhio, però. Ho già recensito Gone Girl, Lo sciacalloMaps to the stars, St. Vincent, Boyhood, ma in fondo erano pellicole dello scorso anno, no? Se li avete visti, ovviamente ditemi la vostra. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M.

Ero preoccupato che guardare La teoria del tutto, a dicembre, avrebbe scombussolato la mia personale lista dei film dell'anno. Riscriverla? Un problema, se il biopic sulla geniale vita di Stephen Hawking si fosse imposto, come mi aspettavo, sul podio. Piccolo grande ma. La teoria del tutto, elegante e curato com'è, non ha messo in discussione le mie preferenze: resta un bel prodotto, ma coi suoi limiti ed i suoi punti di vista poco a fuoco. Il profumo di Oscar, forte, però rimane. James Marsh prende una storia intensa, attori non ancora noti quanto meriterebbero e, in punta di piedi, ma con un'eleganza tutta inglese, mette insieme un film giusto. La fotografia è avvolgente, la colonna sonora incalza, la macchina da presa si concede qualche convincente volteggio tra le scale a chiocciola e i girotondi tra innamorati. Il film è cristallino, delicatissimo, e - per quelle due ore – arriva dove dovrebbe. Emoziona piano, scoprendosi capitanato da un cast meraviglioso. Quieto, intimo, sommesso, rinuncia al virtuosismo, ai fiumi di lacrime e, con una maliziosa ironia e toni agrodolci, in rewind, ti mostra l'altra faccia che ha il lieto fine. Realistico, ma incantato. Cosa che mi è piaciuta, anche se forse ha impedito le morse al cuore e il resto. La storia di Stephen e Jane ha un inizio e una fine come l'universo percepito dallo scienziato, ma è arduo mettere un punto fermo all'amore di una vita. Il registra ne mostra gli inzi e gli sviluppi, il matrimonio e i figli che nacquero, con una fluidità che non si percepisce e un meticoloso lavoro di trucco che invecchia i protagonisti poco alla volta, sotto gli occhi di chi guarda. Alle scoperte si sommano i sacrifici della vita coniugale, scossa da una malattia che li indebolisce, ma non li uccide del tutto. Le sorprese sono Eddie Redmayne e Felicity Jones, più bravi di quanto pensassi. Lui, giovane attore che ho trovato spesso scialbo, a trentadue anni è così fortunato da imbattersi nel ruolo della vita: timido e impacciato all'inizio, fragile e muto alla fine, recita con il viso e con quella voce che viene meno, mentre il corpo si accartoccia come una foglia secca e la malattia avanza. Ogni cosa nella sua performance – dalla camminata storta alla grafia tremolante – è studiata fino a far scomparire qualsiasi traccia di finzione; esalta. Nel 2014 ho visto prove splendide, ma il magnifico Redmayne le mette quasi in ombra. La Jones, al suo fianco, non è da meno, anche se il suo è un ruolo semplice e dimesso. L'incantevole Felicity, con il viso pulito e un candore d'altri tempi, è una donna con una missione: custodire la sua famiglia. Sprigiona forza d'animo, coraggio, anche disperazione... ma la disperazione è tutta lì, in quegli occhi blu che brillano, perché non deve piangere. Non deve far capire a quel marito bambino che, a volte, è un peso sullo stomaco intollerabile. Trattenuta e intensa, dondola con Redmayne in perfetto equilibrio, sull'altalena delle loro miracolose vite. Ottimi anche i comprimari: in particolare Charlie Cox, che rende buono e empatico un personaggio che, mostrato per vie traverse, sarebbe apparso un infelice terzo incomodo in un matrimonio perfetto. Onesto e verisimile, La teoria del tutto addolcisce ma non cambia i fatti e, pur privo di occhi grandi e davvero significativi, dà l'impressione che Jane e Stephen, per tutto il tempo, guardino insieme quello che hanno costruito e quello che hanno di comune accordo infranto dal loro verdissimo giardino segreto. (7)

Un altro biopic che viene dal Regno Unito. Un'altra produzione british fino al midollo. Un'altra ottima performance, per rendere la complessità e le contraddizioni di un'esistenza. Turing come Hawking. Un genio. Ma The Imitation Game è la storia di un genio dalla vita solo apparentemente meno sofferta; un brillante matematico che non ebbe né il conforto di una moglie paziente, né la consolazione della gloria. Alan Turing nessuno se lo ricorda. Per cinquant'anni, il suo nome e la sua invenzione sono stati sotto silenzio. Arsi in un rogo scoppiettante, quando la Seconda Guerra Mondiale era finita, ma anche grazie a lui. Che era troppo gracile per la trincea, ma che salvò milioni di vite, sconfiggendo Hitler e il tempo in una stanza grande quanto un garage. In una gara avvincente e impossibile. Per lui, nessun onore. L'oblio, e poi la beffa. Il suo volto sui giornali per le sue preferenze sessuali, non per quello che, padre dei moderni computer, aveva intutito. The Imitation Game parla di una storia che non conoscevo e che pensavo non potesse interessarmi. I punti in comune con La teoria del tutto sono più di uno, ma convince più questo. Quella di Stephen e Jane è una storia d'amore, ma questa è una storia di passione. La passione bruciante verso i lati di noi che non riusciamo a smettere di amare, anche se ci fanno del male. Come quel cervello iperattivo e veloce, che eppure non ci insegna come stare in società; quel sentimento impossibile verso un tuo compagno di scuola, da bambini, che consacriamo dando alla nostra grande invenzione il nome del primo amore; quell'idea fissa che ci fa perdere il sonno e i chili, in cui nessuno crede davvero, ma in cui confidiamo con il vigore dei pazzi. E' discreto, ponderato, non particolarmente audace, proprio come il biopic di Marsh, ma con un quid dato da una struttura tripartita, neanche originalissima ma piacevole, e da personaggi a cui vuoi bene con poco. Personaggi, al plurale. Mentre l'altro non ha occhi che per i suoi romantici protagonisti, a The Imitation Game giova la sua dimensione collettiva. I comprimari, pignoli e accaniti smanettoni dei computer ante litteram, sono interessanti e delineati con eleganza. Matthew Goode, bello e sicuro, non si fa mai mettere in un angolo; Mark Strong e Charles Dance sono ottimi caratteristi; Keira Knightley – discreta, sì, ma immeritevole di una candidatura – è una donna decisa e forte, con gli attribuiti grandi così in un mondo a misura d'uomo. I discorsi, le rivalità e la complicità tra personaggi numerosi danno ritmo al film, regalano qualche risata, accompagnano meglio lo spettatore, ma forse mettono in ombra il lavoro di Benedict Cumberbatch. Un lavoro notevole; non il migliore. Quel personaggio sagace, testardo e fragile sembra scritto su misura per lui, ma Redmayne e Gyllenhall reggono i loro rispettivi film. Non si può dire lo stesso in questo caso, anche se pare che, doppiato, il protagonista perda molto del suo decantato (e per me incomprensibile) fascino. Mi ha intrattenuto, regalato qualche sorriso e più di qualche brivido e, mentre scendevano i titoli di coda, mi ha piegato in due per un finale che non conoscevo. Allora The Imitation Game spiega che la guerra è finita, che Hitler è morto, ma che altri due mostri temibili – ignoranza e omofobia – sono a piede libero. Ha inusuale leggerezza, un cast omogeneo, tre diversi protagonisti. Quello ragazzino, con un solo amico e orde di bulli intorno; quello giovane e vitale, che sa cos'è ma non sa cosa diventerà; quello adulto, con la speranza a terra, che aspetta una visita amica e le sue pillole. Si rivela, sul finale, tanto amaro: ma con un epilogo diverso mi sarebbe piaciuto? Non amo le guerre, detesto lo spionaggio. Ma penso che una storia ben raccontata sia sempre una gran cosa, e il film di Tyldum, la cui regia è però alquanto convenzionale, è scritto bene, senza parole superflue. Neanche due ore, per un intrattenimento non indimenticabile, ma solido. Il mio primo bel film dell'anno. (7,5)

Io leggo tutto. Anche i film che guardo. Deformazione professionale. Aspettavo il nuovo film di Clint Eastwood, pensando non fosse il solito film di guerra. Basato sulla biografia di Chris Kyle, uno dei cecchini più spietati e noti d'America, ci raccontava la storia dell'uomo, la missione del patriota, il mestiere dell'assassino. Invece, quando avrei voluto leggere le sue verità tra le righe, quando avrei voluto osservare la tragedia del conflitto così come l'avevano osservata i suoi stessi occhi, mi sono trovato davanti un libro chiuso, sigillato. Non si poteva leggere. Era già scritto, preconfezionato, e dovevi prendere o lasciare. Al solito. American Sniper promette un'umanità che manca. Non ho capito l'uomo, non mi sono chiesto se tutte quelle infinite vittime fossero giuste o sbagliate, non ho sentito la tremarella o il tentennamento. La mano di Eastwood non si concede tremori, così come il dito di Chris, che preme il grilletto e centra il bersaglio a colpo sicuro: che sia una donna o un bambino, che sia un soldato o un civile. Il protagonista, la prima volta, uccide un ragazzino, con la moglie che a casa porta in grembo un figlio suo, e io non ho percepito le sue incertezze, i suoi dubbi. Si chiedeva se era giusto farlo, e in un modo che non fosse così retorico? Si sentiva sporco, dopo? Con che cuore ritornava dalla sua famiglia? Il cinema fa della controversa figura del cecchino un eroe a tutto tondo, un cavaliere nero i cui lati oscuri sono prevedibili e noti; perdonabili. Sullo sfondo, dappertutto, che fa fuoco e miete vittime, c'è la guerra di una nazione, ma non la guerra di un uomo qualunque di cui non riesci a fare tua l'interiorità lacerata. Un personaggio potenzialmente immenso, invece, è trasformato in una figurina stilizzata, ricordata in un'agiografia americanissima che sente una sola campana, non ammette repliche, non solleva dubbi etici. E invece me lo sono chiesto, io. Qual era la differenza tra i bambini con i mitra e i figli di papà yankee che, nei civili Stati Uniti, sono educati al culto della caccia; qual era la linea di confine tra le sette vergini che spettano in premio ai kamikaze e la Bibbia che il protagonista si portava appresso; quant'era distante il violento e folle senso patrio estero rispetto al connaturato patriottismo americano. Eastwood, invece, scolasticamente, contrappone il cecchino iracheno a quello nato e cresciuto in Texas, con un punto di vista tanto collaudato quanto pigro. American Sniper è un film di guerra come tanti, quello è il guaio, e che il protagonista sia una persona vera poco importa. Non è una personale soggettiva, questa; è una strategia, tra le granate e le tempeste di sabbia, in cui ci sono l'amico occidentale e il nemico orientale che si sparano addosso, mentre qualcuno – e quel qualcuno non coincide, purtroppo, con Chris – te lo racconta con toni assai standard. Grandi assenti: la colonna sonora, non pervenuta; l'emozione. La sceneggiatura non tiene conto della spersonalizzazione del soldato, di un'omologazione premiata a furia di medaglie ma che lascia aridi dentro, del rapporto altalenanete con una moglie estranea le cui tensioni radicate nel profondo, dopo due ore, vengono liquidate con una battuta maliziosa, una pacca sul culo e una risata. Buoni i protagonisti, ma non eccelsi: convincenti, come da copione, ma basta. Dialoghi scarni e nulla per cui strapparsi i capelli. La Miller è discreta; Cooper, ingrassato e in parte, ci mette la fisicità ma non il resto. American Hustle gli avevi messo i bigodini in testa, eppure, lo aveva reso ridicolo ma magnetico. Manca una chiave di lettura, e se non è il buon Clint a darcela, allora chi? Il suo, resta un prodotto superficiale, nel senso stretto del termine. Indugia sulla soglia; non va mai oltre il confine. E non bastano le linee nemiche varcate. (5,5)