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venerdì 12 dicembre 2025

Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian

È il miglior film di Tim Burton nonché uno dei miei preferiti. Mi ha insegnato la magia delle storie – forse, perfino più dei libri stessi – e l'abc per raccontarle. A lungo, non ho mai sentito il bisogno di recuperare il romanzo. Come si può essere all'altezza di un capolavoro cinematografico? Edward Bloom sta morendo. Costretto a casa, fa i conti con una malattia terminale e col rancore del figlio. Chi è stato davvero quel novello Ulisse che si è sempre sognato un pesce grosso? Tra biografia e elogio funebre, Big Fish mescola realtà e immaginazione, ricordi e mistificazioni, nello stile di Calvino. Scritto con l'inchiostro liquido della memoria, il romanzo non ha gli asfodeli del film. Il tempo non si ferma quando Edward conosce Sandra, e non ci sono città fantasma in cui le scarpe penzolano dai fili della luce. Meno d'impatto di Burton, Wallace ha però in serbo avventure alternative e un'immutata magia. Ormai al capolinea, Edward pensa di aver finito il suo repertorio di aneddoti. Ma ha un erede pronto a preservarli e tutta la morte davanti a sé. Se il suo corpo sembra al centro di una muta, perfino esalare l'ultimo respiro può rivelarsi un'altra storia. Un'altra trasformazione. Un'altra avventura. ★★★★

Rimando la lettura del romanzo di Patrick Süskind da vent'anni. Speravo di dimenticare, nel frattempo, la visione del film. Ma non è possibile passare un colpo di spugna sulle gesta e i delitti di Jean-Baptiste Grenouille, né sul finale a cui è destinato. Nato sul bancone di una pescheria, il protagonista ha cuore glaciale e un naso sopraffino. Prima garzone, poi eremita, infine assassino seriale, Grenouille si muove a caccia di bellezza. Il suo desiderio: scardinare il mondo, trasformandolo nel giardino dell'Eden. A metà tra Hannibal Lecter e Tom Ripley, Jean-Baptiste punta all'eccezionalità. O, forse, a essere semplicemente come tutti gli altri. Imprevedibile, lussureggiante, visionario, Il profumo è una fiaba nera scritta come i capolavori del gotico – a tratti, però, ho trovato insostenibile l'assenza di discorsi diretti. Padrone dell'arte degli alchimisti, l'autore coreografa una lunga orgia sensoriale e carpisce finanche l'essenza dei fiori più rari. Anche a costo di ubriacarci tutti.  Andrebbe letto, perciò, con estrema parsimonia. Poche gocce prima di andare a dormire. Nudi – e con una notte di incubi davanti. ★★★½

A novant'anni appena compiuti, l'adorato Wood Allen esordisce come romanziere con una commedia perfettamente nel suo stile. Caustica e brillante, ma senza grandi sorprese, sembra proprio una sceneggiatura delle sue. Che succede a Baum? Scrittore pretenzioso e pedante che si sognava il novello Dostoevskij, a cinquant'anni fa i conti con un matrimonio in crisi (il terzo), una carriera da rilanciare (nonostante un'accusa di molestie sessuali), un figliastro in attesa di vincere il Booker Prize (con un vergognoso scheletro nell'armadio) e una cognata troppo bella per un imbelle (inoltre, sembra proprio la reincarnazione dell'amore più appassionato del protagonista). Il destino, al solito beffardo, si divertirà a sparigliare le carte. Strutturato come un soliloquio, il romanzo garantisce un nuovo alter-ego al maestro newyorkese e, seppur lontano dal capolavoro di Philip Roth, diverte con una lamentazione che avrebbe fatto sentire Portnoy meno incompreso. Impossibile non leggerlo immaginando le voce di Oreste Lionello nelle orecchie; vietato non confidare in un ritorno al cinema. ★★★

Sembra uscito da un romanzo di Elizabeth Strout o John Williams. Ordinario, eppure adorabile, Brian è un contabile raccontato nell'arco di trent'anni. Dolcissimo coi suoi piccoli rituali, ne sviluppa uno tutto nuovo: il cinema. I film sono il migliore strumento per filtrare il mondo, infatti, e per comprenderlo. Mi sono affezionato allo schematismo della routine del protagonista, e ho ammirato la sobrietà di Cooper. A farmi storcere il naso è stato proprio l'elemento che ha attratto la mia attenzione: la cinefilia. Vengono menzionati troppi film, spesso sconosciuti al pubblico medio, e con una dovizia di particolari che rivela troppo delle trame e degli aspetti tecnici. Il gusto enciclopedico per le liste e i dettagli mi ha fatto pensare più alla saggistica che ai romanzi, e l'interesse torna vivo soltanto quando si menzionano orgogli italiani (Fellini, De Sica, Leone, Olmi) o l'avvento prima di Blockbuster, infine di Netflix. Per fortuna, le frequenti digressioni non sovrastano del tutto il protagonista, ma fanno da prisma alla sua breve storia. Un'esistenza rigorosa, da metodo Stanislavskij, ma che nel finale saprà cambiare un poco copione. ★★½

venerdì 22 novembre 2024

Come (non) fare un sequel: Il Gladiatore II | Folie à Deux | Giorno 1| Beetlejuice Beetlejuice | MaXXXine

Se ho fatto il classico, la colpa è del Gladiatore. Epico, intriso di retorica e romanitas, è un bignami del mondo antico. In un'epoca senza idee, non stupisce l'idea di un sequel: l'ottantaseinne Scott è in forma e il cast è perfino quello delle grandi occasioni. Godibilissimo, il film è uno spettacolo dalla CGI discutibile in cui il protagonista è chiamato a lottare contro scimmie, rinoceronti, squali. Riuscirà a perdonare la madre e a realizzare il sogno di Marco Aurelio? Dappertutto aleggia il ricordo di Massimo, ma Lucio non ha né il carisma né l'emotività del suo predecessore: colpa di Mescal, totalmente fuori parte nel primo ruolo hollywoodiano. La riflessione politica resta l'elemento più stimolante. In una Roma logorata dall’imperialismo, tutti, schiavi compresi, sognano il potere. Tra il prode Pascal e il gigioneggiante Quinn, a spuntarla è il grande Washington: luciferino, eleva un copione frutto dell'AI a un'allegoria dell'America contemporanea. Ma tutto è talmente senz'anima che bisogna aspettare le note della vecchia colonna sonora per avvertire un brivido in poltrona. Il Gladiatore II non contribuirà al crollo delle iscrizioni al classico, ma non troverà nuove generazioni da ispirare con il mito della Città Eterna. (5,5)

Chi scrive considera il musical una delle più alte forme di cinema e aveva reputato Joker un crime in cui tutto era spettacolare, violenza compresa. Folie à Deux è troppo stridente per essere uno degli incanti omaggiati dalla colonna sonora: i protagonisti intonano a cappella le loro battute e soltanto raramente la dimensione del musical li sottrae alla solitudine, alla malagiustizia, al voyeurismo. Fleck vorrebbe inoltre rinunciare a Joker: il pubblico ha trasformato un uomo bipolare in un supercattivo. Metacinematografico, antinarrativo e anticlimatico, il film si fa odiare non tanto per il suo essere a cavallo tra generi, né per una Gaga con le labbra troppo gonfie di filler, ma per il suo essere una sconfessione del primo: la decostruzione di un antagonista a lungo glorificato; un dito medio al people pleasing. Phoenix interpreta il Joker da cui nessun ragazzino vorrebbe vestirsi a Halloween. Noi siamo la folla fuori dal tribunale: confidiamo nella sedia elettrica. Le sue groupie: ragazze in cerca di brividi facili. Gli spettatori che all'uscita dalla sala digitano: che merda, evitate, cos'hanno fatto. A Joker, in un gesto prometeico, Phillips ha restituito l'umanità e strappato la maschera. Meglio essere centomila clown, o nessuno? È il dilemma di un'operazione bellissima e incompresa, in cui, grazie al regista, Arthur non rischia mai di essere un personaggio in cerca d'autore. Amaramente, però, resterà in cerca di pubblico. (8)

L'apocalisse è ormai qui. I mostri sono tra noi. Grazie alla famiglia Abbott, conosciamo ampiamente le regole del gioco: è severamente vietato fare rumore. John Krasinski cede lo scettro a Michael Sarnoski, già regista del delicatissimo Pig, ma poco cambia. Questo prequel, che dovrebbe raccontare l'origine dell'invasione, in realtà nulla aggiunge e nulla toglie alla mitologia di A Quiet Place. A fare la differenza è l'intensità straordinaria dei protagonista: Lupita Nyong'o, una malata terminale aggrappata alla poca vita che le resta, e Joseph Quinn, expat tormentato dagli attacchi di panico che apre finalmente l'horror alla vulnerabilità maschile. Al bando il rumore, si diceva. Ma gli sguardi espressivi del cast urlano paura, confusione e tenerezza in ogni frame. Narrativamente Giorno 1 è un'operazione senza nessuna sorpresa, ma sa commuovere fino alle lacrime grazie al collage di brutture e gentilezze di cui il genere umano si dimostra capace. L'inno alla vita che non ti aspetti? Arriva da un blockbuster pieno di morti. Un incrocio tra La guerra dei mondi e Soul, dove sfogliare poesie sulle rovine fumanti di una libreria, sognare una pizza da asporto e carezzare un gatto rosso ci aiuterà a sconfiggere la solitudine e altri mostri. (7,5)

È da Sweeney Todd, arrivato in sala nel lontano 2007, che Tim Burton fatica a trovare l'ispirazione. Dopo oltre un decennio di progetti dimenticabili, attraverso i quali il regista ha rischiato pericolosamente di diventare la caricatura di sé stesso, se ne torna nella comfort zone con il seguito di uno dei suoi cult. Non ho dovuto aspettare trentasei anni, io, per conoscere il destino dei protagonisti di Beetlejuice: ho recuperato il primo soltanto di recente e senza euforia. Questo ritorno, agli occhi di uno spettatore dell'ultima ora, è parso un amabile e divertente casino. Tre generazioni di donne a confronto, una moglie vendicativa, vecchi amori (Keaton, Rider, O'Hara) e nuovi (Ortega e Bellucci: magnetica presenza, quest'ultima, poco sfruttata) vengono riuniti nella stessa casa, qui curiosamente vestita a lutto. Macabro ma tenero, spaventoso ma innocuo, l'ultimo Burton strizza l'occhio a generazioni vicine e lontane: non osa sorprese, in una sceneggiatura semplice e un po' frettolosa, ma ci regala un paio di sequenze memorabili (una, in bianco e nero, è un omaggio al cinema di genere del nostro Mario Bava) e idee fresche fresche per Halloween. Dopo svariati flop, ci si accontenta. Anche se, Tim, ti piace vincere facile? (6)

C'era grande hype per la fine della trilogia di Ti West, iniziata con X (slasher anni Settanta sulla solitudine della vecchiaia) e poi proseguita con Pearl (cult istantaneo finito nel meglio della scorsa annata). Maxxxine, ben più sponsorizzato e distribuito in sala in pompa magna, è l'apoteosi della nostra eroina texana dal corpo da pin-up e dai metodi poco ortodossi: dopo il suo esordio nel porno ha finalmente raggiunto Hollywood, ma il passato la perseguita. Si tratta, tuttavia, del punto più basso toccato dalla serie. Ambientato negli abusati anni Ottanta, in cima alle colline rese per sempre immortali da Mulholland Drive, il film si rifà pedissequamente ai thriller erotici di Argento, Fulci, De Palma. L'assassino ha mani guantate, semina qualche morto ammazzato, ma la sensualità scarseggia e il gioco di citazioni continue, questa volta, si inceppa e annoia. Senza particolare ispirazione, West vive della luce riflessa della sola Mia Goth, nel frattempo diventata la star che ci si auspicava; ma, in un cast inutilmente sopra le righe, a crederci sembrano essere soltanto lei e un'algida Elizabeth Debicki, perfetta nei panni di una regista donna in un'industria misogina. Un plauso alla sequenza ai piedi del Bates Motel: ho sempre trovato il sequel di Psycho degno di una riscoperta tardiva. Ma oltre gli omaggi, “sotto il vestito”, niente. (5)

mercoledì 8 maggio 2019

Mr. Ciak: Dumbo, Benvenuti a Marwen, Instant Family, Unicorn Store

Ci si aspettava poco. Dalla riproposizione di un cartone niente affatto apprezzato da bambino. Dall'ennesimo live action di cui in fondo non si sentiva il bisogno, con Aladdin e Il re leone già attesi al varco nei prossimi mesi. Dal ritorno al cinema di Tim Burton, mio regista del cuore, che purtroppo non indovina il film giusto dai tempi del sentito Frankenweenie. Si è andati in sala senza grandi pretese, con il biglietto pagato tre euro in promozione e un pubblico misto di pargoli e nostalgici. La sorpresa, se di sorpresa si può parlare, è che Dumbo risulti efficace nel suo niente di indispensabile. La fiaba animalista, debitamente aggiornata alla luce di una morale necessaria, più che a un adattamento somiglia a un seguito non dichiarato. Cos'è stato dell'elefante bullizzato per le orecchie a sventola, dopo le sue magiche lezioni di volo? La prima parte, a metà fra omaggio e ammodernamento, è il cartone originale: qualcosa resta, come la toccante Bimbo mio o la famosa sequenza degli elefanti rosa; qualcosa si perde, come il topolino per aiutante qui rimpiazzato dal reduce Farrell e dalla terribile bambina protagonista, scelta più per mamma Thandie Newton che per un'espressività che lascia molto a desiderare. Nella seconda, da emarginato a stella, il protagonista attira le attenzioni di Keaton, cattivo bidimensionale con al seguito l'incantevole e ribelle Eva Green: la scalcagnata compagnia di De Vito, già circense nell'insuperato Big Fish, viene inglobata da una multinazionale da sogno. O da incubo? La bestialità degli uomini e l'umanità degli animali emergerann, come da copione, in una chiusa che è la parte debole: un trionfo di fuochi e fiamme, d'ingombrante CGI, che perdeo amaramente il confronto con la riuscita animazione dell'elefantino. Perché il nuovo Dumbo è sempre lo stesso: imbranato e tenerissimo, cerca la mamma tenuta in cattività e minaccia di commuoverci spesso da dietro i suoi grandi occhi azzurri. Perché Burton, nel bene e nel male, è Burton: scolastico ma in discreta forma, nonostante il lavoro alla buona degli sceneggiatori, ripropone con trasporto la classica parabola dell'emarginato: la poetica del freak, che perde d'originalità in casa Disney, ma lascia spunti di riflessione ai giovanissimi. È il compito di un film per famiglie tanto godibile quanto convenzionale, che condanna la barbarie fuori moda del circo, omaggia la tecnologia e la creatività degli artisti tutti e, nel suo piccolo, sa farti volare a mezz'aria grazie alle orecchie di un'attrazione principali davanti cui è impossibile non sospirare, inteneriti. (6) 

Marwen è un villaggio fittizio in Belgio, assiepato dai nazisti e difeso da un esercito di donne armate fino ai denti. Marwen, ancora, è un mondo in miniatura che si rivela essere ben presto lo specchio consolatorio della realtà: l'elaborazione di un uomo sofferente, con la testa spaccata da una gang di teppisti, mentre si perde appresso agli amori platonici e a missioni di salvataggio degne di una spy story. Disegnatore e miniaturista, divorziato, Mark Hogan nutre una venerazione per il gentil sesso e il pallino per le scarpe con il tacco. Un'ossessione mai chiarita, che suo malgrado l'ha reso protagonista di un tragico attacco omofobico. Traumatizzato, adesso vive attraverso i suoi giocattoli. Lì è un soldato valente e fascinoso, che porta con orgoglio le cicatrici di guerra. Lì la sua vicina di casa, una deliziosa Leslie Mann, accetterebbe di sposarlo su due piedi. Apologo per grandi e piccini, a sorpresa flop al botteghino, Benvenuti a Marwen ha la regia di un Zemeckis in forma smagliante benché sottovalutato, effetti visivi ineccepibili – con loro, scenografie e costumi –, un attore protagonista che fa la differenza. Steve Carrell, senza scimmiottare il ben più famoso Forrest Gump, è come Carrey: un attore comico che, cosa ormai assodata, fa faville nei drammi, grazie a un sorriso svagato che riesce ad essere tenero e struggente insieme. Peccato che la sceneggiatura fatichi a decollare. Se l'idea di girare un biopic a confine fra animazione e live action appare brillante, sfortunatamente non segue a ruota una scrittura senza guizzi che lascia fare tutto al comparto tecnico; all'espressività del mattatore Carrell, colto nel divenire di un viaggio che racconta i meccanismi di difesa, la dipendenza da antidolorifici, il velo di Maya dei filosofi moderni. Quello che ottunde i sensi, ammortizza e c'inganna. Insieme a Mark, un superstite, dovremmo perciò imparare a discernere: la vita, infatti, non è una casa di bambole. (6,5)

Chiunque abbia avuto la sfortuna di sedere in un'aula di tribunale ricorderà le sedie sbrindellate, le attese estenuanti, le domande degli avvocati che scavano come vanghe. La sensazione di disagio, la ferrea volontà di non rimetterci mai più piede. Ma una sera, per caso, ho scoperto che i tribunali non servono soltanto alla caccia alle streghe; alle famiglie che finiscono. Realizzarlo, durante la visione dell'inatteso Instant Family, mi ha commosso in poltrona. Questa è la storia di una coppia senza figli, liberamente ispirata alle vicissitudini dello stesso regista, che si sobbarca un'impresa difficile il triplo: adottare, sì, ma un'orfana ormai adolescente. E i suoi due fratelli minori. Con la loro età malsicura, con i loro traumi, con la voglia di riabbracciare ancora la mamma spacciatrice. Sulle orme di Una scatenata dozzina e This is us, a metà fra l'intrattenimento godereccio e i mèlo dai buoni sentimenti, Sean Anders indovina gli equilibri vincenti di una commedia affatto originale, ma a modo suo sorprendente. Un film vecchio stile che è proprio quello che appare, ma anche l'esatto contrario. Ben scritto, recitato con contagiosa armonia – accanto a Wahlberg e Byrne, occhio alle esilaranti caratteriste Spencer, Cusack, Martindale –, in una serata leggerissima mi ha strappato lacrime e risate in quantità. Rischiava di passare inosservato, eppure, per via del solito poster, per colpa del solito cast. Un tema lodevole è affrontato con realismo inatteso, invece, e note scorrette che non guastano. Perché genitori si diventa, si diventa una famiglia. Basta imparare: insieme. (7+)

E se un invito anonimo promettesse di renderti finalmente felice? Succede a una trentenne in crisi, con una carriera fallimentare in campo artistico e una convivenza forzata sotto il tetto di mamma e papà. Si improvvisa a malincuore segretaria, benché nel frattempo punti ai mondi impossibili del proprio inconscio grazie a un pigmalione dai completi variopinti: un Samuel L. Jackson istrionico ai limiti dell'irritazione, che alla protagonista con la testa fra le nuvole spalanca all'improvviso le porte del sogno. Invitandola a prestare fede all'immaginazione. Ma quando è un bene, quando un male, quando alienazione pura? I bontemponi sono definiti eterni Peter Pan, ma le donne si figurano segretamente addestratrici di unicorni. Store Unicorn, commedia strampalate dalle scenografie arcobaleno e le luci iridescenti, ricorre al bagaglio di uno spirito fanciullesco come antidoto a un'infanzia solitaria e a una giovinezza interrotta. In questo bailamme di personaggi dolci e surreali, dotati di un umorismo talmente particolare che potrebbe non piacere a tutti, spicca il “capitano” Brie Larson: qui impegnata in una doppia veste. Che piacere rivederla alle prese con i pregi e i difetti del cinema indie, momentaneamente in pausa dai blockbuster Marvel! Che piacere rivederla alle origini, nei panni di un'infaticabile sognatrice, mentre mette in scena i mostri e le fate negli armadi del suo passato, in una fiaba sui generis tutt'altro che memorabile ma comunque molto sentita! Mentre si prepara ad accogliere l'amico mitologico allestendo una mangiatoia, per la prima volta torna a vivere. Si guarda intorno, e non è da sola. Un po', la aspettavamo noi. (6)

giovedì 8 dicembre 2016

Mr. Ciak: Captain Fantastic, Miss Peregrine, Sully, Elle

Un cervo bruca nel fitto degli alberi, preda di un giovane cacciatore che gli si avventa addosso armato di coltello. A detta del padre di lui, tutto orgoglioso, è così che si diventa uomini. La famiglia del ragazzo ci appare infangata, primitiva, sanguinaria: fuori dal mondo, fuori dal tempo, in realtà vive nei boschi di una America contemporanea. La città è a un tiro di schioppo, ma loro – sette in tutto - preferiscono procacciarsi il cibo a mani nude; dormire sotto le stelle; prendere esempio da un capo tribù che è un genitore provetto. Ben, patriarca che ha preferito la vita selvaggia ai vincoli del consumismo, si prende cura dei figli – adolescenti in fiore i cui nomi, unici al mondo, sono prova di un ennesimo atto d'egoismo e d'amore – senza la sua compagna: bipolare, di educazione borghese, la donna era il peggior nemico di se stessa. L'ha fatta finita in un ospedale psichiatrico, e Ben non ne ha fatto un mistero. Si sono messi in marcia per le sue esequie. Vestiti a festa, sono pronti a celebrarne il ricordo abbandonando la campagna a bordo di un camper. Il fuori avrà per loro, bizzarri e non al passo, parole gentili? C'è un lirismo francescano o semplice pazzia nella schiettezza di un vedovo per cui tutto – il sesso, la violenza, la fatica – è natura? Captain Fantastic e i suoi ragazzi sono felici così. Certo, non sono i libri letti all'ombra dei falò a rendere tale un'educazione. Certo, ogni tanto avvertono la mancanza di una casa e di una figura femminile, ma sempre famiglia è. Hanno loro stessi, il bosco, e tanto basta. Ritratto di una gioiosa pace dei sensi, la commedia indie di Matt Ross promette e dà le lacrime e le risate che spettano al Sundance e alle famiglie “infelici a modo loro”. Gli si invidiano la prontezza di spirito, le facce pulite, la gioia di vivere; alle commemorazioni si intonano i Guns N' Roses e si rispettano le donne così tanto da chiedere loro la mano al primo appuntamento. Di uno straordinario e arzillo Viggo Mortensen addito dalla poltrona gli errori – risoluto, si è mai posto domande a proposito dei desideri altrui? - e dalla poltrona guardo mio padre, che è solo e coraggioso uguale, e dico che ci sono scelte dettate dal sangue. Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno. In Captain Fantastic, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Ma il dolore non porta cravate strette e l'affetto non costruisce campane di vetro. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano – pallidi conservatori, musica triste. Dicono addio e cambiano aria. Coi toni di Little Miss Sunshine, illuminanti e presissimi, comprendono che all'addiaccio o sotto un tetto, ovunque si trovino, è la famiglia che fa casa. (8)

Nutrivo scarse aspettative per la trasposizione cinematografica di Miss Peregrine – il da me desideratissimo Riggs, infatti, non mi aveva colpito  – ed esagerate, al contrario, per il ritorno di un Burton a corto di ispirazione ormai da un po'. Tra fotografie inquietanti, toni cupissimi e Hogwarts impenetrabili, il romanzo era pronto. Nei risvolti di copertina, in tempi non sospetti, si sprecavano già i paragoni con il creatore di Edward mani di forbice. Non poteva dirigerlo nessuno se non lui. In libreria si era rivelato un titolo dal fascino straordinario ma con poca sostanza. L'occhio, però, aveva avuto la sua parte. Miss Peregrine si avvaleva di un lato visivo splendido di per sé: Burton ci avrebbe aggiunto i dettagli creepy, i merletti, l'accento regale di Eva Green. Perché il dinoccolato Asa Butterfield avverte i pericoli che minacciano un'isola del Galles sospesa nel tempo? Le doti dei giovani allievi, guidati da una Mary Poppins in nero, basteranno a respingere gli attacchi delle creature di un pessimo L. Jackson? Dal romanzo, la nuda impalcatura. Burton, di suo, mette gli arredamenti e il carattere che mancava tra le pagine, ma la storia – a tratti confusa – mantiene le sue fragili fondamenta. Il regista la ritocca, ad esempio nel finale parzialmente risolutivo, e la migliora. La spettacolarità di talune trovate – la nave sommersa, il treno degli orrori, gli occhi cavati – incanta lì per lì; ma benché simbolo degli emarginati, dei fuori posto tanto cari al Burton prima maniera, ai “bambini speciali” continua a mancare qualcosa. Miss Peregrine non è il grande ritorno sperato, né una cocente delusione: una diplomatica via di mezzo, piuttosto; un intrattenimento gradevolissimo che non lascia il segno. Stesso limite di un romanzo introduttivo che, a distanza di pochi mesi, già non ricordo più nel dettaglio. Come tra le pagine, anche qui si ha l'impressione che la vicenda decolli tardi e poco. Che quello di Jacob e dei suoi amici strampalati sia un volo che non porti molto lontano. La magia, presente all'appello, non ti segue oltre l'orario di lezione. (6,5)

Nel gennaio di sette anni fa, un aereo tentava un ammaraggio sul fiume Hudson. Nessuna vittima a bordo, un solo uomo da celebrare: Chesley Sullenberg, pilota a un passo dal pensionamento, esempio di freddezza e straordinaria prontezza di riflessi. Accanto agli scontati plausi, anche controversie impreviste: stando a molti, l'arzillo comandante avrebbe avuto una valida alternativa. Tutti i requisiti per far ritorno all'aeroporto di LaGuardia senza drammi. Sully, dettagliata ricostruzione dello spettacolare atterraggio e delle imprevedibili conseguenze che ebbe, è un ritratto parziale di un eroe dei giorni nostri. Un uomo schivo, onesto, pieno di dignità, finito nell'occhio del ciclone: salvarsi – salvare le centinaia di anime a bordo – non è stato infatti che l'inizio della sua personale crociata. Indagano, sperando che ammetta dipendenze e scheletri nell'armadio come Denzel Washington in Flight. Fanno domande e studi, convinti che a farlo agire così non siano stati solo l'istinto di conservazione e la paura. Un Tom Hanks dal baffo candido interpreta il ruolo con la naturalezza e gli occhi gentili che conosciamo. Dirige Eastwood, cantore di storie vere e patriota ostinato: meno indigesto che nel bellicoso American Sniper, confeziona con Sully un dramma che comunque risulta troppo freddo, troppo cronachistico. Resoconto castigato e di parte – non ci sono mai dubbi sull'operato di Sullenberg –, resta asciuttissimo nonostante l'Hudson in piena e la minaccia vaga della commozione. Ho stimato profondamente l'uomo, ho odiato il tentativo di cercare il cavillo tecnico dietro il miracolo, ma tutto – aereo, emozioni – resta in superficie. Come nel caso del reduce di guerra che sentiva gli spari, nel sicuro della propria casa. Come nel caso di questo pilota di cui mi avrebbe suggerito altrettano, forse, un qualsiasi servizio giornalistico. La critica e le sale americane applaudono. Io ci ho visto una ricostruzione attenta e una storia che ispira. Basteranno sì: ma, ancora una volta, non impressionano. (6)

Michèle, produttrice di videogiochi, ha sessant'anni meravigliosamente portati, un figlio che le ha rivelato che presto diventerà nonna e una ristretta cerchia di conoscenti. Nella scena d'apertura, un uomo in passamontagna s'intrufola nella sua villetta che dà su un perfetto quartiere borghese: la violenta brutalmente sul pavimento. Lei si alza e, senza colpo ferire, continua la sua giornata come se nulla fosse: a cena, confesserà distrattamene lo stupro subito. Elle, a metà tra la commedia nera e il noir, stranisce dall'inizio alla fine. Non si evolve diventano una classica storia di vendetta. Non indaga la psicologia ferita di una donna che si rifiuta di denunciare l'aggressione alla polizia, di dirlo a voce alta. Diretto da un arzillo e inaspettato Paul Verhoeven – settantottenne olandese dalla carriera ondivaga che, tra un Basic Instict e un Atto di forza, dieci anni fa, aveva inserito il riuscitissimo Black Book –, la pellicola ironizza su traumi, nevrosi e ipocrisie. Tutt'altro che seria e rigorosa, ha un umorismo sottile e un eros oscuro. Cosa passa in testa a una distaccata e sensuale Isabelle Huppert, interprete coraggiosa e abituata ai ruoli scabrosi? Leggera, ambigua, elegantissima, dà un'anima malata e un corpo statuario a una protagonista sfuggente e maliziosa: il padre in carcere, per scontare delitti indicibili; la madre, fragile e un po' patetica, avvinghiata a un gigolò; il figlio, cieco davanti al palese tradimento della compagna; gli amanti occasionali, la migliore amica ingannata, il vicino di casa spiato e bramato. Manca un equilibrio, a tratti. E manca un punto, una riflessione, a queste due ore che ti irretiscono mantendo sveglia la curiosità. Non si capiscono le reazioni di causa-effetto né i moventi. Lo si sbirgia a occhi socchiusi, tra riso e pietà: un male esserne divertiti, in fondo? Elle è ambiguo, irrisolto, ma affascinante: accontenta tutti coloro che per natura sono un po' voyeur, intrigati dalle devianze altrui, e quelli che apprezzano un cinema francese che non taglia fuori le attrici più agée e mostra il sesso più strano, le tentatazioni più indicibili, senza inciampare nell'orlo della volgarità. (7)

giovedì 11 agosto 2016

Recensione: Un libro ti salverà, di Erika Swyler

Gli uomini di poche parole hanno bisogno di una donna felice. Evangeline si trascina dietro la tristezza come una gatta la coda.

Titolo: Un libro ti salverà
Autore: Erika Swyler
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 367
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Simon Watson fa il bibliotecario in un minuscolo paesino di Long Island. Ogni giorno, la sua unica compagnia sono il canto rabbioso dell'oceano e i suoi amati libri antichi. Ma Simon non immagina certo che proprio un libro possa riuscire a salvare la vita. Abita da solo in una grande casa che è della sua famiglia da generazioni. Sua madre è morta da molti anni e sua sorella Enola è sempre in viaggio per il mondo. Un giorno, mentre sale gli scalini del portico, vede sulla soglia di casa uno strano pacco. Dentro c'è un libro, un libro molto vecchio, con le pagine rovinate dall'acqua. Glielo manda un genealogista sconosciuto che, facendo ricerche, si è imbattuto in questo manoscritto risalente al XIX secolo. L'uomo è convinto che all'interno siano nascoste delle verità che riguardano la famiglia di Simon. Il bibliotecario comincia a leggerlo, e si trova immerso nella storia di Adam ed Evangeline, due ragazzi che si sono amati di un amore impossibile due secoli prima. Adam era un ragazzo enigmatico e di poche parole. Evangeline, pelle diafana e lunghi capelli neri, aveva la capacità di stare sott'acqua più di chiunque altro. Proprio come la madre di Simon. Pagina dopo pagina, Simon scopre anche una verità terribile: il 24 luglio è un giorno maledetto per tutte le donne della sua famiglia. E il prezzo da pagare è la vita. Sua sorella Enola sta per tornare a casa proprio mentre il fatidico giorno si avvicina. Solo tra le pagine di quel manoscritto Simon potrà trovare, forse, il modo per salvarla...
                                            La recensione
Simon, bibliotecario con una casa a strapiombo sulla scogliera, piena di crepe e calcinacci per via dell'ennesima tempesta estiva che rischia di mandarla una volta per tutte in frantumi, è un bibliotecario in uno sperduto, ma suggestivo porto di mare. Dove tutto è prevedibile, dove tutti si conoscono come le proprie tasche. Tant'è vero che non ci è voluto molto affinché la bella Alice, i capelli rossi e le lentiggini sul naso, figlia dei suoi affezionati dirimpettai, diventasse qualcosa di più. L'unico mistero irrisolto sono lui, sua sorella, Enola, e un albero genealogico orfano di donne: il 24 luglio, annegano. Tutte. Come possono delle nuotatrici provette, delle sirene, affogare? Loro, e il libro che Simon, un giorno, trova sul portico: un diario incartapecorito, intriso d'acqua salmastra, in cui si descrivono meticolosamente i movimenti di un circo errante, nel tardo Settecento, e nuove arrivate capaci di trattenere a lungo il respiro e chiamare a sé catastrofi annunciate. Tra le pagine fradice, la storia – d'amore – tra i due che quelle sfortunate catastrofi le hanno evocate, trecento anni prima, maledicendo la stirpe del protagonista. Da lì, dal ragazzo selvaggio e l'assassina, i dolori e le domande che Simon - troppo assennato per lasciare che tutto vada ancora in malora, per mollare la nave che annega – si trascina dietro sin dall'infanzia. In particolare, dal giorno in cui sua madre, che leggeva tarocchi al luna-park e si mormorava avesse le branchie, decise di togliersi la vita così come era accaduto alle antenate rievocate in quel raro pezzo d'antiquariato. Riuscirà a venire a capo della matassa prima che il giorno maledetto giunga e sua sorella, autodistruttiva e magica per questione di DNA, si spinga oltre l'ultima onda? Un libro ti salverà, titolo che poi è po' il mio motto, è un romanzo come un cassetto dal doppio fondo, che ho deciso di iniziare e finire in qualche giorno di pioggia di questi. Ci voleva un tempo che ispirava, il bisogno di una lettura densa e lugubre, per fare un tuffo nelle acque infestate della bravissima Erika Swyler. All'inizio era la copertina, ipnotica; poi la trama ha fatto il resto. Porta che lascia intravedere già gli spiragli di un romanzo dal fascino grande, burtoniano, e da cui entrano pagine volanti, cocci di intonaco e brezza di mare. 
Se prestaste ascolto, sentireste scongiuri e malocchi dal profondo degli abissi. Chi non c'è più, infatti, influenza nel bene e nel male quelli che restano; sui rami degli alberi genealogici, in eredità, i geni recessivi e l'inclinazione al suicidio. La Swyler ha fatto pervenire agli editori americani, pare, il suo esordio sotto forma di manoscritto sottratto al mare aperto: per accentuare l'impressione di sfogliare qualcosa di logoro, autentico, prezioso. Impressione che resta integra anche all'indomani della pubblicazione, nonostante un'edizione curata di tutto punto, con tanto di piccole illustrazioni a china qui e lì. Per i lettori suggestionabili come me - vittime dei nodi di certi intrighi, degli incantesimi di certe autrici –, l'ascendente che Un libro ti salverà esercita è legato alla prosa della Swyler, impeccabile; a protagonisti vicini e lontani, inquieti; ai libri che parlano di libri, e circensi, e amori fatali, e nascite e dipartite, preannunciate da alluvioni disastrosi e da invasioni di carapaci sul bagnasciuga. Da una parte c'è Simon, raccontato al presente, che ne sa tanto quanto noi: ragazzo intraprendente e curioso, fresco di licenziamento, apre le porte a una sorella cartomante e al suo ennesimo ragazzo, Doyle, che ha tentacoli scuri tatuati su tutto il corpo. Pensa a un rudere che non vedrà il prossimo inverno, a una mamma che la sua fantasia ha trasformato in creatura marina e, con l'aiuto di un enigmatico antiquario, va in cerca di carpentieri, collezionisti, soluzioni contro l'inevitabile.
Dall'altra, al passato, abbiamo Amos (la sinossi sbaglia, che assurdità, e lo chiama Adam), capostipite della sua stirpe tribolata: abbandonato nel bosco in tenera età, viene salvato da un impresario e dalla sua ciurma di freaks. Persuaso ad esibirsi prima come ragazzo selvaggio, poi come aiutante della superstiziosa Madame Ryzhkova, muto dalla nascita, riesce a mettere a punto un linguaggio del cuore per farsi comprendere da Evangeline: seducente e spettrale, con le mani sporche di sangue, la ragazza è l'ultimo acquisto del circo di Peabody. Una che nuota senza stancarsi, causando la moria di pesci e bagnanti. Quale fardello porterebbe mai sulle proprie spalle una bambina che, in sé, condensa le doti straordinarie e la malinconia di entrambi? Cos'è stato di chi quel diario di bordo, ora tra le mani di Simon, l'ha vergato col bello e col cattivo tempo, giorno dopo giorno? Le risposte agli interrogativi miei e vostri, la risoluzione di un enigma lungo generazioni, in un romanzo bello e imperfetto, più semplici del previsto, che è un forziere straboccante di cineserie, ipotesi bislacche, leggende del sud e acqua salatissima. Con i patrimoni e gli apprendistati sotto il tendone di Big Fish, il caratteristico carrozzone di American Horror Story: Freak Show e le sorelle agli antipodi di Amori & Incantesimi, dov'erano le tarme sotto il parquet ad annunciare lutti e incidenti funesti. Abbastanza pro, comunque, pregi in quantità, per tuffarsi e sottrarlo al mare, se un'onda dovesse malauguratamente strapparcelo da sotto il naso, prima di sapere se il bibliotecario e Enola saranno la spasimata eccezione alla regola, oppure no; prima che l'atteso numero conclusivo di Amos e Evangeline finisca, con un salto nel vuoto, e loro lascino il cerchio mezzo aperto e mezzo chiuso.

Il mio voto: ★★★½


Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – White Blank Page


sabato 16 luglio 2016

Recensioni a basso costo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs

Mi ero appena rassegnato a un'esistenza noiosa quando iniziarono a succedere cose straordinarie. La prima fu traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo

Titolo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
Autore: Ransom Riggs
Editore: Rizzoli – Bur
Numero di pagine: 382
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Quali mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro, e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Possibile che quei bambini siano ancora vivi, e che - protetti, ma ancora per poco, dalla curiosità del mondo e dallo scorrere del tempo - si preparino a fronteggiare una minaccia oscura e molto più grande di loro?
                                             La recensione
Piantonamenti, inseguimenti senza dare nell’occhio, la spia dal buco della serratura e, infine, le piazzate sotto casa. Descrivervi come, dopo anni e anni di ordini cancellati e tentativi vani, abbia fatto a reperire una copia della prima edizione di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine suonerebbe tanto come il diario di uno stalker seriale. Nel carrello non ci voleva stare, quell’edizione con copertina rigida presto finita nei Remainders, e quante illusioni, quanti scongiuri, quando Libraccio, puntualmente, mi cancellava acquisto e buoni propositi all’ultimo minuto. Verso marzo, poi, e ormai non ci credevo neanche più, ci sono riuscito: Libreria Universitaria, qualche giorno di attesa, ed eccolo lì, pagato sei euro anziché diciannove, solido, bellissimo e mio. Nel frattempo, in rete, iniziavano a circolare i primi trailer della trasposizione di Tim Burton e, dopo gli ultimi flop collezionati dallo stesso regista che, con Big Fish, ha diretto quello che è forse il mio film preferito,  le invenzioni curiose e la fantasia contagiosa di Ransom Riggs sembravano il portale ideale per ritornare alla magia perduta. Io sono io, però, e ci sono voluti quattro mesi affinché, all’indomani del tallonamento, Miss Peregrine passasse dalla libreria al comò; l’ispirazione, un po’ di tempo libero in più e cieli che conciliano – odiando l’estate, aspettavo i temporali di queste mattine. Primo volume di una trilogia fantasy che pare giungerà a conclusione entro l’anno, l’esordio di Ransom Riggs si è rivelato degno del mio spietato, assiduo corteggiamento? O è valsa a poco la smania di possesso che me l’ha fatto letteralmente ricercare per mari e per monti?  Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, sì, eppure io ne sapevo pochissimo dei suoi mondi incantati e dei terrificanti piccoli eroi ricordati dal titolo: l’ho aspettato – e come, se l’ho aspettato – ma a scatola chiusa. In ritardo avrei scoperto del rapporto stretto tra Jacob e suo nonno, un anziano polacco scampato al Nazismo, e delle favole a tinte fosche che raccontava a suo nipote prima di addormentarsi. Favole di cui quel nonno, miracolo in incognito, si diceva essere il vero protagonista. Un misterioso meccanismo della psiche per rielaborare gli orrori dell’Olocausto, o resoconti di una vita parallela? Metafora o verità? Il vecchio conserva una straordinaria lucidità, l’accento originario, lettere di un’amante lontana non immaginereste mai quanto e una chiave che apre un arsenale: non abbastanza per farsi prendere sul serio da un nipote magico come lui, e non abbastanza per proteggersi dai Vacui. Quando il nonno viene rinvenuto nei boschi, assassinato, Jacob si accorge che incubi e prodigi sono all’ordine del giorno per persone come loro due: speciali. Scortato dal padre, ornitologo in erba, il sedicenne viaggia nella tempesta, fino a una sperduta isoletta britannica: nella punta più estrema, sorge l’orfanotrofio in cui il nonno è stato allevato prima della guerra. 
O quel che ne resta. Un rudere distrutto dai bombardamenti, di cui rimangono sinistre fotografie color seppia e un passaggio segreto. Si accede alla Casa per bambini speciali di Miss Peregrine viaggiando nel tempo, esplorando un anello in cui si è prigionieri di uno stesso giorno destinato a ripetersi in loop e affidandosi anima e corpo alle cure della direttrice, Peregrine, che si trasforma in un falco pellegrino all’occorrenza e protegge i suoi straordinari orfani in una bolla di sapone. Jacob arriva lì per innamorarsi di Emma, dalle cui mani scaturiscono sfere di fuoco, e stringere amicizie con gli altri: bambine forzute, aspiranti dottor Frankenstein, fanciulle fluttuanti, ragazzi invisibili... Lui, che apparentemente non ha nulla che non vada, normalissimo, ha il potere di smascherare i mostri – vogliono rapire la tutrice e sterminarne i discepoli, mossi da un piano da ostacolare – e il compito gravoso di proteggere i suoi pari. La scelta è perdersi o restare. Ransom Riggs, valente narratore e rigattiere a tempo perso, confeziona una deliziosa favola moderna, che nei momenti buoni – soprattutto nella prima metà, dunque – sortisce sul lettore l’effetto di una nostalgica macchina del tempo. 
Fa piacere ritrovarsi bambini d’un tratto, all’epoca in cui si leggevano i primi King sotto le coperte, e il merito va a una una scrittura fresca e fascinosa e, soprattutto, a inserti fotografici che sono un prezioso elemento aggiuntivo. L’autore scopre fotomontaggi di un’epoca passata in un baule e, tutt’intorno, cuce una fiaba che da quei negativi prende i volti inquietanti e da lì, in seguito, s'inventa storie dentro storie. Il risultato è dei più suggestivi, nonostante la memorabilità non sia purtroppo di casa. E la colpa è di uno svolgimento potenzialmente ripetitivo, che non sono certo si sia lasciato dietro forti nodi da sciogliere, briciole di pane, o figure che facciano a gara per conquistarci: la stessa Miss Peregrine, ad esempio - che da attempata nonna Papera al cinema mi diventa la splendida Eva Green: altro che lifting -, fa da guida ai suoi pupilli senza rivelare troppo di sé. Il potenziale di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine starà tutto qui, come ho iniziato a sospettare verso la conclusione? Burton, che sin dal trailer sembra avere imboccato una strada molto diversa, approfitterà del materiale di partenza per fare addirittura meglio, così com’era stato per il pare non imperdibile romanzo di Daniel Wallace? Nonostante mi tenga compagnia più di qualche dubbio, quello di Riggs è però il romanzo da sfoggiare in libreria. E io, che eppure mi sono convertito piano alle gioie della biblioteca comunale e, di tanto in tanto, leggo anche qualche ebook, mi sarei sentito a metà senza un volume in cui l’inventiva del narratore, l’impaginazione curatissima e le logore fotografie al suo interno giocano gomito a gomito per rievocare giardini segreti, pseudo ucronie e giovani avventurieri che, in viaggio nel tempo, arrossiscono per le moine della bambina speciale che, una vita prima o appena ieri, si scambiava baci e promesse con un nonno che ha scelto la normalità e un tempo che scorre come deve.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Wild Horses 

lunedì 13 giugno 2016

Mr. Ciak: La pazza gioia, Alice attraverso lo specchio, Somnia, Friend Request, Krampus

Guardandole non si direbbe. Una che si atteggia da gran signora, l’ombrellino orientale e i vestitini griffati, e l’altra tutta nervi e tatuaggi. Che siano amiche, dico. E, soprattutto, che si siano incontrate nella stessa gabbia di matti, in un rumoroso casolare toscano. Beatrice, vanitosa e aristocratica, ha il numero di George Clooney in rubrica, fa foto con il Presidente, millanta parentele tanto importanti quanto improbabili. Altezzosa e appariscente, starnazza, urla al complotto, ordisce – e intuisce – piani superiori. Donatella, a un passo dall’anoressia e dall’abisso, è tutta il contrario, con i modi rozzi, il fare taciturno, il nome in un articoletto di cronaca nera. Scappano, con i capelli al vento e le macchine rubate. Come Thelma e Louise sotto Valium. Dai guai, dalle vane minacce dell’interdizione: verso una gioia su misura. Per la prima, un bagno caldo, le bollicine, i ristoranti stellati. Per l’altra, che parla poco e piange sempre, il figlio che le tengono lontano. Non sanno tenere a bada gli sbalzi d’umore e le ricadute: cosa combineranno con il cuore tuo, spettatore medio, tra le mani? La pazza gioia, che arriva da noi dopo la calorosa accoglienza a Cannes e il da me poco apprezzato Il capitale umano, è il ritorno e la conferma di un regista che ci rendeva fieri e soddisfatti ancora prima che un Mainetti, un Genovese o un Rovere giungessero in sala, per farci gridare alla novità. Virzì non si smentisce né si svende. E nemmeno sorprende, a mio dire, con una tragicommedia che è perfettamente nelle sue corde, e senz’altro alla sua risaputa altezza. Porta con sé due fedelissime: Micaela Ramazzotti, che l’ha anche sposato; quella Valeria Bruni Tedeschi che mi fa antipatia da un po’. Il pregiudizio, però, lascia il tempo che trova. La prima avrà trovato sì un marito facoltoso, un nome, ma Virzì in lei ha incontrato la sua musa: straordinaria, in particolare, in un monologo sul lungo mare di Viareggio, in abito rosa confetto. L’altra, sorella di “Carlà”, ci sfida a non trovarla esilarante e procace, questa volta, con la parlantina a raffica, le scollature profonde, le arie da parvenu. Sono in sincronia: opposte, ma inarrestabili. Non c’è camicia di forza che tenga, non c’è sbavatura che le faccia sfigurare – qualche ripetizione al centro, ad esempio, e un epilogo poco netto. La pazza gioia fa affidamento su di loro, una scrittura preziosa, un Virzì che per galanteria fa troppo spazio alla Archibugi sceneggiatrice. E non si scappa, davanti a un’ilarità esagerata – quella di chi un po’ ride e un po’ si strugge – e una commozione che, se non fosse stato per un cinema pieno e la mia discrezione, sarebbe giunta onesta e torrenziale. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli che concilia, tutta la speranza del mondo. Anche se, inclini alla malinconia, i lieto fine non ci piacciono, ma c’è chi – nonostante tutto e nonostante noi – si merita un bene possibile senza pastiglie. (7,5)

Alice, non richiesta, è tornata. Sulla terra ferma, dopo un viaggio presso i confini del mondo. Nel Paese delle Meraviglie, usando uno specchio per portale. In sala, a sei anni di distanza, con un cast riconfermato, un James Bodin che di Tim Burton scimmiotta il kitsch e l’opulenza, un Johnny Depp che, come il suo Cappellaio, è in crisi d’identità. Nei mondi vagamente ispirati ai capolavori surreali di Lewis Carroll, infatti, c’è grande preoccupazione per le sorti di colui che festeggia i non compleanni e anima l’ora del tè. Colpevole non di violenza domestica ai danni della sua bellissima moglie bensì di avere procurato la morte della sua famiglia (o almeno è quello che tra sé e sé si dice), si è immalinconito e va sbiadendo. Ritornare indietro nel tempo, allora, per saperne di più, scongiurare la catastrofe e, per la seconda volta, ricercare un lieto fine che ai matti e ai lunatici non dona granché. Tra i pochi al mondo ad avere abbastanza gradito il primo – quindicenne, lo avevo visto in compagnia, in un pomeriggio in cui ero stato particolarmente felice –, mi approccio al sequel scettico, annoiato e già messo in guardia dalla critica. Come da programma, io che eppure di recente mi sono goduto cosette come Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, lo trovo caotico, buonista, pacchiano. Ci sono quei salti nel passato per cui ho un noto debole (e qui si vengono a sapere i segreti del Cappellaio e le gelosie tra le due Regine rivali), e c’è il non trascurabile fatto che la Alice del titolo sia poco più che una figurante, in una trama pretestuosa, raffazzonata, piena zeppa di coincidenze e buchi cosmici. Se una giovane lanciatissima come la Wasikowska, data la pochezza del ruolo, non avrebbe dovuto partecipare, fanno bene – o almeno, il solito – questo Depp in caduta libera, una scoppiettante Bonham Carter, un Sacha Baron Cohen insopportabile. Il resto è la pochezza più totale, infiocchetta ad arte dagli scaltri arraffoni dei castelli Disney: se proprio ti piacciono i ghirigori, i toni iridescenti, gli interpreti sopra le righe di personaggi fuori dal Creato, le bomboniere senza anima e confetti. (5)

Cody, passato da una famiglia affidataria all'altra, vuole una mamma e un papà che si prendano cura di lui. Jessie e Mark vogliono in casa una piccola presenza che scacci il vuoto – e gli spettri – del figlio defunto. Le carte per l'adozione, una psicologa che fa da tramite e, in poco, la loro storia può avere inizio. Ma Cody, posato e intelligente, ha un segreto miracoloso: di notte, i suoi sogni diventano veri. Il salotto, dunque, è invaso da farfalle variopinte, alberi decorati e, infine, dal riflesso di quel bambino annegato ma che, dall'aldilà, attraverso l'illusione, consola i due protagonisti. C'è un ma: a trasformarsi in realtà, anche i suoi incubi. E, in precedenza, hanno già divorato i vecchi tutori, svaniti nel nulla. Chi è l'Uomo Cancro di cui tanto ha paura? Come fermarlo, se non assecondando i rituali del piccolo: caffè forte, bibite energetiche, luce accesa per non prendere sonno? Somnia, thriller paranormale che giunge in sala nel momento più propizio, ha la firma e la direzione di Mike Flanaghan – molto apprezzato altrove per Oculus e Hush: da me, non troppo – e, nei panni dell'infante del mistero, il prodigio dell'anno: un Jacob Tremblay meno impegnato che in Room, ma che anche con un taglio netto della chioma, una sceneggiatura semplice ma d'effetto e un doppiaggio pessimo, dall'alto del suo metro e un po', assicura empatia e sconfinata tenerezza. Insieme a lui, una buona Kate Bosworth e un Thomas Jane che, al contrario dell'irresistibile Tremblay, avrebbe bisogno sì di cambiare parrucchiere. Il trio, in un'ora e trenta che scorre senza sbadigli o grossi sussulti, con uno spunto narrativo originale sfruttato né al meglio né al peggio, spinge furbamente sulla presa emotiva che, alla lontana, si rifà agli horror del filone più commovente: The Orphanage, Babadook, La madre. Il risultato, sebbene poco memorabile, mi è piaciuto: la fattura è quella dei prodotti di genere che affollano le sale nella bella stazione, né più né meno – comprimari non di prima scelta, sceneggiatura alla buona, riferimenti di cui non si è sempre all'altezza –, ma davanti agli occhi grandi dell'attore dell'anno, troppo profondi per spaventare, e a un risvolto toccante, fiabesco, qualche brivido sparso e qualche farfalla immaginaria, al risveglio in un nuovo mattino, l'ho ritrovata. (6,5)

Laura, bella e popolare, accetta tra le sue amicizie – virtuali e non – la schiva Marina: l’abbigliamento goth, una vita sociale non contemplata, la passione per l’arte e l’occulto. I suoi amici sghignazzano, ma la protagonista, non la solita adolescente superficiale e senza cuore, dà corda alla ragazza che, a lezione, siede sempre da sola. Finché non inizia a diventare invadente, a chiedere troppo: la diplomazia di Laura si esaurisce e Marina, rifiutata, si impicca, lanciando un video che diventa virale. Non va via, però: il suo corpo non viene ritrovato, la bacheca della sua nemica diventa un luogo di video truci postati dall’oltretomba, il portatile – come lo specchio nero delle streghe – potrebbe averne conservato l’anima e la malvagità. Se Somnia poteva essere meglio, da Friend Request, horror estivo ambientato nell’era Facebook, ci si poteva aspettare certamente il peggio. Invece, pur nella sua mediocrità, si guarda con piacere e qualche raro sussulto, fino a un epilogo, a onor del vero, scontato: un’escalation di suicidi, una vendetta, il cyber bullismo della vittima verso la sua aguzzina senza colpe. La ghost story più atipica si muove a colpi di click e “mi piace”; isolamento e orrore, la fobia tutta contemporanea di trovarsi tagliati fuori dai social, sono messi a fuoco da una regia cupa, spunti discreti, risultati dignitosi. Ispirato a Carrie e a un The Ring, meglio di qualsiasi Ouija, ha dalla sua protagonisti tollerabili – il principe di The Royals, il fratello minore di Gossip Girl, la bella di Fearing the Walking Dead – e un’ora e mezza che va, forse non si ricorda, ma lascia comunque intrigati il necessario. (5,5)

Ancora prima che il mio spirito del Natale morisse del tutto, c'è una cosa che ho sempre detestato: il cenone in famiglia. Solo io, tra tombolate per cui uccidere e discorsi che proprio boh, mi sono chiesto: ma sotto quale cavolo mi avranno mai trovato? Se lo chiede anche il piccolo Max che, a dieci anni, continua a scrivere lettere a Babbo Natale e a confidare nelle tradizioni. Tranquillo e sognatore, va in bestia quando iniziano le liti con i cugini più grandi, le frecciate degli zii, i silenzi sospetti di mamma e papà. Strappa la lettera indirizzata al Polo Nord, esprime un fatale desiderio. E sulla casa, al buio, scoppia la bufera: tagliati fuori dal mondo, non sanno che hanno aperto le porte all'ombra di Babbo Natale e ai suoi aiutanti. Perché la nonna, che parla solo tedesco e crede alle leggende, non vuole che il fuoco del camino si spenga? Di chi sono le risate, le minacce e gli squitti che precedono l'arrivo del famigerato nemico delle feste? Krampus, atteso lo scorso dicembre in sala e poi misteriosamente scomparso dalla programmazione, spunta in rete. Odio i film a tema che affollano Canale Cinque nel periodo fatidico, ma anch'io, come tutti, ho avuto un'infanzia piena di cult. Un posto speciale nella mia memoria, dunque, al Mamma ho perso l'aereo che eppure precede di quattro anni la mia nascita. Un'altra rimpatriata, altri parenti che scatenano il peggio di noi, e così il desiderio dell'indimenticabile Kevin McCallister diventava realtà: feste solitarie per lui, festeggiamenti di sangue per la commedia horror di Michael Dougherty, che cita – nel raccontarci l'assedio di Max e dei suoi familiari – il cinema per tutti di Columbus e, soprattutto, Joe Dante. Krampus è un home invasion sotto la neve, essenzialmente, i cui ospiti – omini di pan di zenzero assassini, clown, elfi poco amichevoli – strizzano l'occhio ai celebri Gremlins e ai giocattoli in movimento di Small Soldiers. Se l'idea è stuzzicante, se il mix colpisce nel segno, la scrittura fa il minimo indispensabile: ci sono paurosi cali di tensione a metà, gli spauracchi e i sorrisi scarseggiano, il finale risulta telefonatissimo. Anche Krampus, così affascinante quando mostrato in uno splendido flashback a cartoni, pur essendo l'ospite più atteso, a tratti (nonostante la totale mancanza di ironia e la recitazione amatoriale di quel film lì) lo si preferiva nel b movie A Christmas Horror Story, che non a caso avevo evitato di recensire.  (6)