venerdì 12 dicembre 2025
Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian
venerdì 22 novembre 2024
Come (non) fare un sequel: Il Gladiatore II | Folie à Deux | Giorno 1| Beetlejuice Beetlejuice | MaXXXine
Se ho fatto il classico, la colpa è del Gladiatore. Epico, intriso di retorica e romanitas, è un bignami del mondo antico. In un'epoca senza idee, non stupisce l'idea di un sequel: l'ottantaseinne Scott è in forma e il cast è perfino quello delle grandi occasioni. Godibilissimo, il film è uno spettacolo dalla CGI discutibile in cui il protagonista è chiamato a lottare contro scimmie, rinoceronti, squali. Riuscirà a perdonare la madre e a realizzare il sogno di Marco Aurelio? Dappertutto aleggia il ricordo di Massimo, ma Lucio non ha né il carisma né l'emotività del suo predecessore: colpa di Mescal, totalmente fuori parte nel primo ruolo hollywoodiano. La riflessione politica resta l'elemento più stimolante. In una Roma logorata dall’imperialismo, tutti, schiavi compresi, sognano il potere. Tra il prode Pascal e il gigioneggiante Quinn, a spuntarla è il grande Washington: luciferino, eleva un copione frutto dell'AI a un'allegoria dell'America contemporanea. Ma tutto è talmente senz'anima che bisogna aspettare le note della vecchia colonna sonora per avvertire un brivido in poltrona. Il Gladiatore II non contribuirà al crollo delle iscrizioni al classico, ma non troverà nuove generazioni da ispirare con il mito della Città Eterna. (5,5)
L'apocalisse è ormai qui. I mostri sono tra noi. Grazie alla famiglia Abbott, conosciamo ampiamente le regole del gioco: è severamente vietato fare rumore. John Krasinski cede lo scettro a Michael Sarnoski, già regista del delicatissimo Pig, ma poco cambia. Questo prequel, che dovrebbe raccontare l'origine dell'invasione, in realtà nulla aggiunge e nulla toglie alla mitologia di A Quiet Place. A fare la differenza è l'intensità straordinaria dei protagonista: Lupita Nyong'o, una malata terminale aggrappata alla poca vita che le resta, e Joseph Quinn, expat tormentato dagli attacchi di panico che apre finalmente l'horror alla vulnerabilità maschile. Al bando il rumore, si diceva. Ma gli sguardi espressivi del cast urlano paura, confusione e tenerezza in ogni frame. Narrativamente Giorno 1 è un'operazione senza nessuna sorpresa, ma sa commuovere fino alle lacrime grazie al collage di brutture e gentilezze di cui il genere umano si dimostra capace. L'inno alla vita che non ti aspetti? Arriva da un blockbuster pieno di morti. Un incrocio tra La guerra dei mondi e Soul, dove sfogliare poesie sulle rovine fumanti di una libreria, sognare una pizza da asporto e carezzare un gatto rosso ci aiuterà a sconfiggere la solitudine e altri mostri. (7,5)
È da Sweeney Todd, arrivato in sala nel lontano 2007, che Tim Burton fatica a trovare l'ispirazione. Dopo oltre un decennio di progetti dimenticabili, attraverso i quali il regista ha rischiato pericolosamente di diventare la caricatura di sé stesso, se ne torna nella comfort zone con il seguito di uno dei suoi cult. Non ho dovuto aspettare trentasei anni, io, per conoscere il destino dei protagonisti di Beetlejuice: ho recuperato il primo soltanto di recente e senza euforia. Questo ritorno, agli occhi di uno spettatore dell'ultima ora, è parso un amabile e divertente casino. Tre generazioni di donne a confronto, una moglie vendicativa, vecchi amori (Keaton, Rider, O'Hara) e nuovi (Ortega e Bellucci: magnetica presenza, quest'ultima, poco sfruttata) vengono riuniti nella stessa casa, qui curiosamente vestita a lutto. Macabro ma tenero, spaventoso ma innocuo, l'ultimo Burton strizza l'occhio a generazioni vicine e lontane: non osa sorprese, in una sceneggiatura semplice e un po' frettolosa, ma ci regala un paio di sequenze memorabili (una, in bianco e nero, è un omaggio al cinema di genere del nostro Mario Bava) e idee fresche fresche per Halloween. Dopo svariati flop, ci si accontenta. Anche se, Tim, ti piace vincere facile? (6)
mercoledì 8 maggio 2019
Mr. Ciak: Dumbo, Benvenuti a Marwen, Instant Family, Unicorn Store
Ci
si aspettava poco. Dalla riproposizione di un cartone niente affatto
apprezzato da bambino. Dall'ennesimo live action di cui in fondo non
si sentiva il bisogno, con Aladdin e Il re leone già
attesi al varco nei prossimi mesi. Dal ritorno al cinema di Tim
Burton, mio regista del cuore, che purtroppo non indovina il film
giusto dai tempi del sentito Frankenweenie. Si è andati in
sala senza grandi pretese, con il biglietto pagato tre euro in
promozione e un pubblico misto di pargoli e nostalgici. La sorpresa,
se di sorpresa si può parlare, è che Dumbo risulti efficace nel suo niente di indispensabile. La fiaba animalista,
debitamente aggiornata alla luce di una morale necessaria,
più che a un adattamento somiglia a un seguito non dichiarato. Cos'è
stato dell'elefante bullizzato per le orecchie a sventola, dopo le
sue magiche lezioni di volo? La prima parte, a metà fra omaggio e
ammodernamento, è il cartone originale: qualcosa resta, come la
toccante Bimbo mio o
la famosa sequenza degli elefanti rosa; qualcosa si perde, come il
topolino per aiutante qui rimpiazzato dal reduce Farrell e dalla
terribile bambina protagonista, scelta più per mamma Thandie Newton
che per un'espressività che lascia molto a desiderare. Nella
seconda, da emarginato a stella, il protagonista attira le attenzioni
di Keaton, cattivo bidimensionale con al seguito l'incantevole e
ribelle Eva Green: la scalcagnata compagnia di De Vito, già circense
nell'insuperato Big Fish,
viene inglobata da una multinazionale da sogno. O da incubo? La
bestialità degli uomini e l'umanità degli animali emergerann, come
da copione, in una chiusa che è la parte debole: un trionfo di fuochi
e fiamme, d'ingombrante CGI, che perdeo amaramente il confronto con
la riuscita animazione dell'elefantino. Perché il nuovo Dumbo è
sempre lo stesso: imbranato e tenerissimo, cerca la mamma tenuta in
cattività e minaccia di commuoverci spesso da dietro i suoi grandi
occhi azzurri. Perché Burton, nel bene e nel male, è Burton:
scolastico ma in discreta forma, nonostante il lavoro alla buona
degli sceneggiatori, ripropone con trasporto la classica parabola
dell'emarginato: la poetica del freak, che perde d'originalità in
casa Disney, ma lascia spunti di riflessione ai giovanissimi. È il
compito di un film per famiglie tanto godibile quanto convenzionale,
che condanna la barbarie fuori moda del circo, omaggia la tecnologia
e la creatività degli artisti tutti e, nel suo piccolo, sa farti
volare a mezz'aria grazie alle orecchie di un'attrazione principali
davanti cui è impossibile non sospirare, inteneriti. (6)
Marwen
è un villaggio fittizio in Belgio, assiepato dai nazisti e difeso da
un esercito di donne armate fino ai denti. Marwen, ancora, è un
mondo in miniatura che si rivela essere ben presto lo specchio
consolatorio della realtà: l'elaborazione di un uomo sofferente, con
la testa spaccata da una gang di teppisti, mentre si perde appresso
agli amori platonici e a missioni di salvataggio degne di una spy
story. Disegnatore e miniaturista, divorziato, Mark Hogan nutre una
venerazione per il gentil sesso e il pallino per le scarpe con il
tacco. Un'ossessione mai chiarita, che suo malgrado l'ha reso
protagonista di un tragico attacco omofobico. Traumatizzato, adesso
vive attraverso i suoi giocattoli. Lì è un soldato valente e
fascinoso, che porta con orgoglio le cicatrici di guerra. Lì la sua
vicina di casa, una deliziosa Leslie Mann, accetterebbe di sposarlo
su due piedi. Apologo per grandi e piccini, a sorpresa flop al
botteghino, Benvenuti a Marwen ha la regia di un Zemeckis in
forma smagliante benché sottovalutato, effetti visivi ineccepibili –
con loro, scenografie e costumi –, un attore protagonista che fa la
differenza. Steve Carrell, senza scimmiottare il ben più famoso
Forrest Gump, è come Carrey: un attore comico che, cosa ormai
assodata, fa faville nei drammi, grazie a un sorriso svagato che
riesce ad essere tenero e struggente insieme. Peccato che la
sceneggiatura fatichi a decollare. Se l'idea di girare un biopic a
confine fra animazione e live action appare brillante,
sfortunatamente non segue a ruota una scrittura senza guizzi che
lascia fare tutto al comparto tecnico; all'espressività del
mattatore Carrell, colto nel divenire di un viaggio che racconta i
meccanismi di difesa, la dipendenza da antidolorifici, il velo di
Maya dei filosofi moderni. Quello che ottunde i sensi, ammortizza e
c'inganna. Insieme a Mark, un superstite, dovremmo perciò imparare a
discernere: la vita, infatti, non è una casa di bambole. (6,5)
Chiunque
abbia avuto la sfortuna di sedere in un'aula di tribunale ricorderà
le sedie sbrindellate, le attese estenuanti, le domande degli
avvocati che scavano come vanghe. La sensazione di
disagio, la ferrea volontà di non rimetterci mai più piede. Ma una sera, per
caso, ho scoperto che i tribunali non servono soltanto alla caccia
alle streghe; alle famiglie che finiscono. Realizzarlo, durante la
visione dell'inatteso Instant Family, mi ha commosso in
poltrona. Questa è la storia di una coppia senza figli, liberamente
ispirata alle vicissitudini dello stesso regista, che si sobbarca
un'impresa difficile il triplo: adottare, sì, ma un'orfana ormai
adolescente. E i suoi due fratelli minori. Con la loro età
malsicura, con i loro traumi, con la voglia di riabbracciare ancora la
mamma spacciatrice. Sulle orme di Una scatenata dozzina e This
is us, a metà fra l'intrattenimento godereccio e i mèlo dai
buoni sentimenti, Sean Anders indovina gli equilibri vincenti di una
commedia affatto originale, ma a modo suo sorprendente. Un film
vecchio stile che è proprio quello che appare, ma anche l'esatto
contrario. Ben scritto, recitato con contagiosa armonia – accanto a
Wahlberg e Byrne, occhio alle esilaranti caratteriste Spencer,
Cusack, Martindale –, in una serata leggerissima mi ha strappato
lacrime e risate in quantità. Rischiava di passare inosservato,
eppure, per via del solito poster, per colpa del solito cast. Un tema
lodevole è affrontato con realismo inatteso, invece, e note scorrette che non
guastano. Perché genitori si diventa, si diventa
una famiglia. Basta imparare: insieme. (7+)
E
se un invito anonimo promettesse di renderti finalmente felice?
Succede a una trentenne in crisi, con una carriera fallimentare in
campo artistico e una convivenza forzata sotto il tetto di mamma e
papà. Si improvvisa a malincuore segretaria, benché nel frattempo
punti ai mondi impossibili del proprio inconscio grazie a un
pigmalione dai completi variopinti: un Samuel L. Jackson istrionico
ai limiti dell'irritazione, che alla protagonista con la testa fra le
nuvole spalanca all'improvviso le porte del sogno. Invitandola a
prestare fede all'immaginazione. Ma quando è un bene, quando un
male, quando alienazione pura? I bontemponi sono definiti eterni
Peter Pan, ma le donne si figurano segretamente addestratrici di
unicorni. Store Unicorn, commedia strampalate dalle
scenografie arcobaleno e le luci iridescenti, ricorre al bagaglio di
uno spirito fanciullesco come antidoto a un'infanzia solitaria e a
una giovinezza interrotta. In questo bailamme di personaggi dolci e
surreali, dotati di un umorismo talmente particolare che potrebbe non
piacere a tutti, spicca il “capitano” Brie Larson: qui impegnata
in una doppia veste. Che piacere rivederla alle prese con i pregi e i
difetti del cinema indie, momentaneamente in pausa dai blockbuster
Marvel! Che piacere rivederla alle origini, nei panni di
un'infaticabile sognatrice, mentre mette in scena i mostri e le fate
negli armadi del suo passato, in una fiaba sui generis tutt'altro che
memorabile ma comunque molto sentita! Mentre si prepara ad accogliere
l'amico mitologico allestendo una mangiatoia, per la prima volta torna a vivere. Si guarda intorno, e non è
da sola. Un po', la aspettavamo noi. (6)giovedì 8 dicembre 2016
Mr. Ciak: Captain Fantastic, Miss Peregrine, Sully, Elle
giovedì 11 agosto 2016
Recensione: Un libro ti salverà, di Erika Swyler
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mumford & Sons – White Blank Page
sabato 16 luglio 2016
Recensioni a basso costo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs
lunedì 13 giugno 2016
Mr. Ciak: La pazza gioia, Alice attraverso lo specchio, Somnia, Friend Request, Krampus
Guardandole
non si direbbe. Una che si atteggia da gran signora, l’ombrellino
orientale e i vestitini griffati, e l’altra tutta nervi e tatuaggi. Che siano amiche, dico. E, soprattutto, che si
siano incontrate nella stessa gabbia di matti, in un rumoroso
casolare toscano. Beatrice, vanitosa e aristocratica, ha il numero di
George Clooney in rubrica, fa foto con il Presidente, millanta
parentele tanto importanti quanto improbabili.
Altezzosa e appariscente, starnazza, urla al complotto, ordisce – e
intuisce – piani superiori. Donatella, a un passo dall’anoressia
e dall’abisso, è tutta il contrario, con i modi rozzi, il fare
taciturno, il nome in un articoletto di cronaca nera. Scappano, con i
capelli al vento e le macchine rubate. Come Thelma e Louise sotto
Valium. Dai guai, dalle vane minacce dell’interdizione: verso una
gioia su misura. Per la prima, un bagno caldo, le bollicine, i
ristoranti stellati. Per l’altra, che parla poco e piange sempre,
il figlio che le tengono lontano. Non sanno tenere a bada gli sbalzi
d’umore e le ricadute: cosa combineranno con il cuore tuo,
spettatore medio, tra le mani? La pazza gioia, che arriva da
noi dopo la calorosa accoglienza a Cannes e il da me poco apprezzato
Il capitale umano, è il ritorno e la conferma di un regista
che ci rendeva fieri e soddisfatti ancora prima che un Mainetti, un
Genovese o un Rovere giungessero in sala, per farci gridare alla
novità. Virzì non si smentisce né si svende. E nemmeno sorprende,
a mio dire, con una tragicommedia che è perfettamente nelle sue
corde, e senz’altro alla sua risaputa altezza. Porta con sé due
fedelissime: Micaela Ramazzotti, che l’ha anche sposato; quella
Valeria Bruni Tedeschi che mi fa antipatia da un po’. Il
pregiudizio, però, lascia il tempo che trova. La prima avrà trovato sì un marito facoltoso, un nome, ma Virzì in lei ha incontrato la sua
musa: straordinaria, in particolare, in un monologo sul lungo mare di
Viareggio, in abito rosa confetto. L’altra, sorella di “Carlà”,
ci sfida a non trovarla esilarante e procace, questa volta, con la
parlantina a raffica, le scollature profonde, le arie da parvenu.
Sono in sincronia: opposte, ma inarrestabili. Non c’è camicia di
forza che tenga, non c’è sbavatura che le faccia sfigurare –
qualche ripetizione al centro, ad esempio, e un epilogo poco netto.
La pazza gioia fa affidamento su di loro, una scrittura preziosa,
un Virzì che per galanteria fa troppo spazio alla Archibugi
sceneggiatrice. E non si scappa, davanti a un’ilarità esagerata –
quella di chi un po’ ride e un po’ si strugge – e una
commozione che, se non fosse stato per un cinema pieno e la mia
discrezione, sarebbe giunta onesta e torrenziale. Con il
mare al mattino, l’intramontabile Paoli che concilia, tutta la
speranza del mondo. Anche se, inclini alla malinconia, i lieto
fine non ci piacciono, ma c’è chi – nonostante tutto e nonostante noi – si merita un bene possibile senza pastiglie.
(7,5)
Alice, non
richiesta, è tornata. Sulla terra ferma, dopo un viaggio presso i
confini del mondo. Nel Paese delle Meraviglie, usando uno specchio per portale. In sala, a sei anni di distanza, con un cast
riconfermato, un James Bodin che di Tim Burton scimmiotta il kitsch e
l’opulenza, un Johnny Depp che, come il suo Cappellaio, è in crisi
d’identità. Nei mondi vagamente ispirati ai capolavori surreali di
Lewis Carroll, infatti, c’è grande preoccupazione per le sorti di
colui che festeggia i non compleanni e anima l’ora del tè.
Colpevole non di violenza domestica ai danni della sua bellissima
moglie bensì di avere procurato la morte della sua famiglia (o
almeno è quello che tra sé e sé si dice), si è immalinconito e va
sbiadendo. Ritornare indietro nel tempo, allora, per saperne di più,
scongiurare la catastrofe e, per la seconda volta, ricercare un lieto
fine che ai matti e ai lunatici non dona granché. Tra i pochi al mondo
ad avere abbastanza gradito il primo – quindicenne, lo avevo visto
in compagnia, in un pomeriggio in cui ero stato particolarmente
felice –, mi approccio al sequel scettico, annoiato e già messo in
guardia dalla critica. Come da programma, io che eppure di recente mi
sono goduto cosette come Il cacciatore e la Regina di ghiaccio,
lo trovo caotico, buonista, pacchiano. Ci sono quei salti nel
passato per cui ho un noto debole (e qui si vengono a sapere i
segreti del Cappellaio e le gelosie tra le due Regine rivali), e c’è
il non trascurabile fatto che la Alice del titolo sia poco più che
una figurante, in una trama pretestuosa, raffazzonata, piena zeppa di
coincidenze e buchi cosmici. Se una giovane lanciatissima come la
Wasikowska, data la pochezza del ruolo, non avrebbe dovuto
partecipare, fanno bene – o almeno, il solito – questo Depp in
caduta libera, una scoppiettante Bonham Carter, un Sacha Baron Cohen
insopportabile. Il resto è la pochezza più totale, infiocchetta ad
arte dagli scaltri arraffoni dei castelli Disney: se proprio ti
piacciono i ghirigori, i toni iridescenti, gli interpreti sopra le
righe di personaggi fuori dal Creato, le bomboniere senza anima e confetti. (5)
Cody, passato
da una famiglia affidataria all'altra, vuole una mamma e un papà che
si prendano cura di lui. Jessie e Mark vogliono in casa una piccola presenza che scacci il
vuoto – e gli spettri – del figlio defunto. Le carte per
l'adozione, una psicologa che fa da tramite e, in poco, la loro
storia può avere inizio. Ma Cody, posato e intelligente, ha un
segreto miracoloso: di notte, i suoi sogni diventano veri. Il
salotto, dunque, è invaso da farfalle variopinte, alberi decorati e,
infine, dal riflesso di quel bambino annegato ma che, dall'aldilà,
attraverso l'illusione, consola i due protagonisti. C'è un ma: a
trasformarsi in realtà, anche i suoi incubi. E, in precedenza, hanno
già divorato i vecchi tutori, svaniti nel nulla. Chi è l'Uomo
Cancro di cui tanto ha paura? Come fermarlo, se non assecondando i
rituali del piccolo: caffè forte, bibite energetiche, luce accesa
per non prendere sonno? Somnia, thriller paranormale che
giunge in sala nel momento più propizio, ha la firma e la direzione
di Mike Flanaghan – molto apprezzato altrove per Oculus e
Hush: da me, non troppo – e, nei panni dell'infante del
mistero, il prodigio dell'anno: un Jacob Tremblay meno impegnato che
in Room, ma che anche con un taglio netto della chioma, una
sceneggiatura semplice ma d'effetto e un doppiaggio pessimo,
dall'alto del suo metro e un po', assicura empatia e sconfinata
tenerezza.
Insieme a lui, una buona Kate Bosworth e un Thomas Jane che, al
contrario dell'irresistibile Tremblay, avrebbe bisogno sì di
cambiare parrucchiere. Il trio, in un'ora e trenta che
scorre senza sbadigli o grossi sussulti, con uno spunto narrativo
originale sfruttato né al meglio né al peggio, spinge furbamente
sulla presa emotiva che, alla lontana, si rifà agli horror del filone più commovente: The Orphanage, Babadook, La madre.
Il risultato, sebbene poco memorabile, mi è piaciuto: la fattura è
quella dei prodotti di genere che affollano le sale nella bella
stazione, né più né meno – comprimari non di prima scelta,
sceneggiatura alla buona, riferimenti di cui non si è sempre
all'altezza –, ma davanti agli occhi grandi dell'attore dell'anno,
troppo profondi per spaventare, e a un risvolto toccante, fiabesco,
qualche brivido sparso e qualche farfalla immaginaria, al risveglio in un nuovo mattino, l'ho ritrovata. (6,5)
Laura, bella
e popolare, accetta tra le sue amicizie – virtuali e non – la
schiva Marina: l’abbigliamento goth, una vita sociale non
contemplata, la passione per l’arte e l’occulto. I suoi amici
sghignazzano, ma la protagonista, non la solita adolescente
superficiale e senza cuore, dà corda alla ragazza che, a lezione,
siede sempre da sola. Finché non inizia a diventare invadente, a
chiedere troppo: la diplomazia di Laura si esaurisce e Marina,
rifiutata, si impicca, lanciando un video che diventa virale. Non va
via, però: il suo corpo non viene ritrovato, la bacheca della sua
nemica diventa un luogo di video truci postati dall’oltretomba, il
portatile – come lo specchio nero delle streghe – potrebbe averne
conservato l’anima e la malvagità. Se Somnia poteva essere
meglio, da Friend Request, horror estivo ambientato nell’era
Facebook, ci si poteva aspettare certamente il peggio. Invece, pur
nella sua mediocrità, si guarda con piacere e qualche raro sussulto,
fino a un epilogo, a onor del vero, scontato: un’escalation
di suicidi, una vendetta, il cyber bullismo della vittima verso la
sua aguzzina senza colpe. La ghost story più atipica si muove a
colpi di click e “mi piace”; isolamento e orrore, la fobia tutta
contemporanea di trovarsi tagliati fuori dai social, sono messi a
fuoco da una regia cupa, spunti discreti, risultati dignitosi.
Ispirato a Carrie e a un The Ring, meglio di qualsiasi
Ouija, ha dalla sua protagonisti tollerabili – il principe
di The Royals, il fratello minore di Gossip Girl, la
bella di Fearing the Walking Dead – e un’ora e mezza che
va, forse non si ricorda, ma lascia comunque intrigati il necessario. (5,5)
Ancora prima
che il mio spirito del Natale morisse del tutto, c'è una cosa che ho
sempre detestato: il cenone in famiglia. Solo io, tra
tombolate per cui uccidere e discorsi che proprio boh, mi sono
chiesto: ma sotto quale cavolo mi avranno mai trovato? Se lo chiede
anche il piccolo Max che, a dieci anni, continua a scrivere lettere a
Babbo Natale e a confidare nelle tradizioni. Tranquillo e sognatore,
va in bestia quando iniziano le liti con i cugini più grandi, le
frecciate degli zii, i silenzi sospetti di mamma e papà. Strappa la
lettera indirizzata al Polo Nord, esprime un fatale desiderio. E
sulla casa, al buio, scoppia la bufera: tagliati fuori dal mondo, non
sanno che hanno aperto le porte all'ombra di Babbo Natale e ai suoi
aiutanti. Perché la nonna, che parla solo tedesco e crede alle
leggende, non vuole che il fuoco del camino si spenga? Di chi sono le
risate, le minacce e gli squitti che precedono l'arrivo del
famigerato nemico delle feste? Krampus, atteso lo scorso
dicembre in sala e poi misteriosamente scomparso dalla
programmazione, spunta in rete. Odio i film a tema che affollano
Canale Cinque nel periodo fatidico, ma anch'io, come tutti, ho avuto
un'infanzia piena di cult. Un posto speciale nella mia
memoria, dunque, al Mamma ho perso l'aereo che eppure precede
di quattro anni la mia nascita. Un'altra rimpatriata, altri parenti
che scatenano il peggio di noi, e così il desiderio
dell'indimenticabile Kevin McCallister diventava realtà: feste
solitarie per lui, festeggiamenti di sangue per la commedia horror di
Michael Dougherty, che cita – nel raccontarci l'assedio di Max e
dei suoi familiari – il cinema per tutti di Columbus e,
soprattutto, Joe Dante. Krampus è un home invasion sotto la
neve, essenzialmente, i cui ospiti – omini di pan di zenzero
assassini, clown, elfi poco amichevoli – strizzano l'occhio ai
celebri Gremlins e ai giocattoli in movimento di Small
Soldiers. Se l'idea è stuzzicante, se il mix colpisce nel segno,
la scrittura fa il minimo indispensabile: ci sono paurosi cali di
tensione a metà, gli spauracchi e i sorrisi scarseggiano, il finale
risulta telefonatissimo. Anche Krampus, così affascinante quando
mostrato in uno splendido flashback a cartoni, pur essendo l'ospite
più atteso, a tratti (nonostante la totale mancanza di ironia e
la recitazione amatoriale di quel film lì) lo si preferiva nel b movie A Christmas Horror Story, che non a caso avevo evitato di recensire. (6)

















