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sabato 27 maggio 2017

Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema

Tom, sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi, lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti. Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e, da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti. Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente immerso nella finzione da prenderla come una questione personale. Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica. La luce sugli oceani non è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue Valentine, anche Alicia Vikander mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario Fassbender. La luce sugli oceani è una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza, viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i naviganti. Potevano privarlo delle tante lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi, come fuori stagione. (7,5)

Siccome cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti, è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori, ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili – finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa la sua. (5)

Al cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo: raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey, infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione. Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa esagerato abuso. (6)

Una reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di lui. Pastorale Americana è la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione, ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione, soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive. Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria bellezza. (7)

Sophie, orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili, imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia, ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo, sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato. Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G” dell'acronimo. (4,5)

Nella Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa, gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello. Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato? Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone è una ghost story che ha i suoi pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane Eyre e Giro di vite, ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che, passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare, nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of Thrones – bella come una ninfa di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che le pietre non dicono. (5)

Louis è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli, è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando, festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui – nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio. Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th Life of Louis Drax è un ibrido sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola. Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa, con il bellissimo splatter Alta tensione – e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel suo essere di tutto un po', The 9th Life of Louis Drax è un Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista – l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)

lunedì 16 febbraio 2015

Mr. Ciak: Cinquanta sfumature di grigio, Scrivimi ancora, Open Windows, Amore cucina e curry

Buongiorno, amici! Come avrete letto, mi sono liberato di Letteratura Latina a colpo sicuro. Ma il problema è che, in dieci giorni, dovrei preparare qualcos'altro. E non so cosa. Mentre le letture vanno a rilento, vi parlo di alcuni film, in un post che – se avessi avuto il tempo necessario – magari vi avrei proposto a San Valentino. Anche se soltanto Scrivimi Ancora e l'ultimo, che contiene “amore” nel titolo, sarebbero stati i più in tema della puntata. Sapete, perfino il film con Sasha Grey – l'autoerotismo è sempre una forma d'amore, no? - è più delicato delle chiacchierate Cinquanta sfumature di grigio, che ovviamente, come quando i brutti film fanno parlare troppo di loro, ho visto. Aggratis. Nel post non c'è niente di indispensabile, ma mi serviva un pretesto per aggiornare il blog. Quindi, a presto. E, se possibile, buon lunedì a voi!

Lo sanno pure le pietre di che parla. Magari, in questo momento, sul Kindle – benedizione quando si vogliono leggere libri imbarazzanti – lo sta leggendo proprio il vostro vicino di posto, in circolare. Cinquanta sfumature l'ho iniziato, ma non l'ho mai finito: li ho venduti tutti e tre su Ebay, in caso a fine visione mi fosse venuta voglia di ritornare sui miei passi. Leggendo i primi capitoli, avevo trovato che la cosa più scandalosa fosse la prosa dell'autrice: quello stile inesistente, i richiami spudorati a Twilight, quei milioni guadagnati senza possedere talento. E' pur vero che poi c'è l'elemento sesso: il sesso vende e fa parlare, ma lì era descritto male – da una, probabilmente, che non fa sesso da mai – e il bondage era uno specchietto per le allodole. Se avessi avuto compagnia, io alla festa degli innamorati sarei andato a vedere l'ennesimo Romeo e Giulietta, non di certo questa roba, ma ognuno ha la sua idea di romanticismo. Quella altrui mi sfugge. Mi aspettavo un filmaccio, ma mi aspettavo, almeno, un filmaccio che avesse qualche pregio, venuto meno lo stile (stile?) della James e potendo parlare le immagini al posto di aride descrizioni. Speranza lecita, ma mal riposta. Il difetto di Cinquanta sfumature è la sua incondizionata fedeltà al romanzo di partenza, e la fedeltà – in una trasposizione cinematografica – è negativa solo se si parla di una storia così. Si vociferava che Bret Easton Ellis si fosse proposto come sceneggiatore e che Joe Wright ne avrebbe curato  la regia, ma no: meglio rinunciarci, meglio trarre da un libro inutile un film inutile. Sam Taylor Johnson – altra sporcacciona che si è maritata con "Kick Ass", vent'anni più giovane e mille volte più figo - collabora a stretto contatto con l'autrice di tale capolavoro e, saggiamente, ci tiene a salvare i dialoghi e gli attimi più improbabili. Anche al cinema, emerge la pochezza della scrittura e il cattivo gusto dell'autrice: il suo sogno erotico prende vita, ma resta un sogno che non sta né in cielo né in terra: irrealistico, pallido, assurdo. Non ha credibilità: per fortuna, persone così non esistono. E non dico perverse; ma piatte, superficiali. Alcuni dei personaggi peggio caratterizzati degli ultimi anni, la cui presenza sarebbe perdonabile solo all'interno di un'infima soap, popolano un film patinato, che confonde l'eleganza con il pacchiano, e che con una fotografia laccata e chic tenta di velare una volgarità che in realtà non c'è. Qualsiasi serie HBO ha più sesso; il sadomaso è un pretesto per accoppiamenti noiosi e nella norma; il nudo è più ostentato che in un film medio, ma i protagonisti sono belli, proporzionati e non hanno una fisicità prorompente. Volgari sono i dialoghi, che vorrebbero stuzzicare ma riescono solo a fare scendere un gelo artico e l'imbarazzo. Lei che gli domanda cosa sia un dilatatore anale; lui che dice di non fare l'amore, ma di scopare forte (tra “scopare” e “forte”, prego, metteteci una pausa, ché fa scena). Ma sono solo parole: non vengono tirati fuori giocattoli sessuali e lo scopare forte oscilla dalla posizione del missionario, a lui che le dà due colpi sul sedere, a un trastullo potenzialmente sexy con ghiaccio e champagne. I protagonisti fanno quello che possono: non è colpa di nessuno se lei risulta un'ochetta con un'incancellabile espressione di estasi mistica, o se lui cammina come se avesse un palo su per il culo – magari ha provato per gioco, chessò, e non è riuscito più a liberarsene? - e non conosce espressioni al di là del sorriso sghembo e dello sguardo corrucciato. Dakota Johnson è una bella sorpresa: il personaggio è quello che è, ma lei, espressiva e impacciata, è disposta a coprirsi d'imbarazzo e a scoprirsi al momento opportuno. Si chiama come una salsiccia, la nonna ha recitato negli Uccelli... unite i puntini. Sta meglio nuda che vestita, i suoi capezzoli hanno più scene dei comprimari e, dotata di un fisico acerbo ma grazioso, potrebbe girare perennemente senza veli senza solleticare troppo la malizia. Il look non la valorizza, lo script è atroce, ma la cosa buona è che il film potrebbe essere un trampolino di lancio. Jamie Dornan è un bellissimo ragazzo, ha due occhi d'acciaio inox che manco le batterie di pentole di Giorgio Mastrota, ma – rigido e austero per copione – sfoggia una serie di ghigni che mostrano solo il suo sentirsi fuori luogo. I complimenti perché riesce a pronunciare battute irrisorie senza scoppiare a ridere. E capisco che il pubblico femminile andrà in cerca di folgoranti primi piani e di un potenziale nudo, ma, fanciulle, concede alla macchina da presa soltanto la vista veloce del lato b. Volete vederlo bello, carismatico, talentuoso e dannato? Recuperate The Fall. Si entra più in sintonia con il suo assassino spietato che con il suo edulcorato seduttore e lo valorizzano un personaggio intrigante, il suo naturale accento irlandese, la barba incolta. L'inizio non è male: fresco, potrebbe avere i toni di una commedia sofisticata. Se avesse posseduto autoironia e maggiore ritmo, come il pimpante e canonico incipit con I put a spell on you lasciava intuire, avrebbe divertito con consapevolezza. Il difetto sono i sospiri, gli sguardi languidi, la pretesa di serietà. Non risulta nemmeno una storia d'amore scritta da un Nicholas Sparks brillo e drogato di viagra, invece, perché manca l'elemento base: il sentimento. Cinquanta sfumature è un algido preliminare lungo due ore, con una colonna sonora pop e un erotismo impalpabile che vive soltanto della seducente Crazy in love di Beyoncé. Innocuo e superfluo, bruttino, non ha neppure i requisiti per diventare un gustoso, segreto guilty pleasure. (4)

Alex e Rosie si amano da tutta la vita, ma c'è un ma. Un'amicizia profonda e lunga che con un salto più lungo della gamba potrebbe complicarsi troppo. Così, vivono distanti e spesso infelici, concedendosi un briciolo di pace solo quando sono insieme. Sognavano di volare in America, un tempo, ma un preservativo che si rompe e lei resta indietro, con una bambina che è un dono prezioso, anche se le ha rovinato la gioventù, e un compagno che tardi è tornato per assumersi le proprie responsabilità. Lui fa stragi di cuori e si afferma nel mondo del lavoro; lei fa la mamma, la cameriera e si immagina proprietaria di un alberghetto sul mare, mentre la vita va avanti – a volte ingrata, altre miracolosa – e ora il lutto, ora un invito per nozze imminenti, li fanno incontrare a periodi alterni. Scrivimi ancora è stato il mio tentativo, a San Valentino, di essere a tema. La commedia romantica di Christian Ditter, accolta perlopiù calorosamente, mi ha fatto pensare che avrei potuto scegliere qualcosa di meglio, in quel moto momentaneo di dolcezza incondizionata. Nonostante altri ne abbiano parlato piuttosto bene, la trasposizione del romanzo di Cecilia Ahern – trasposizione che immagino liberissima – non mi ha convinto granché. I pregi: ironia, recitazione buona, comprimari strampalati che fanno il verso al cinema di Richard Curtis. I difetti: una colonna sonora simpatica e onnipresente che, veloce e condensato com'è, rende il film un videoclip; nonostante i pezzi siano tutte hit da cantare, o forse proprio a causa di quello. British, ma non troppo. Sdolcinato, ma non troppo. Per nulla indipendente, ma non mero mainstream. Le risate non mancano e la Collins e Claflin, alle prese con romanticismo, friendzone e sketch piccanti, sono belli e convincenti; meno convincente, invece, una sceneggiatura frettolosa che taglia, cuce e confonde. Dieci anni in un'ora e trenta: troppe ripetizioni, troppi tira e molla, troppe cose che cambiano mentre i protagonisti – vampiri? - non invecchiano mai. Ha difetti, una trama già sentita, ma toni sopra le righe che, a volte, hanno dell'irresistibile. Non è il novello One day – e la modesta Ahern non è Nicholls – ma, con un tocco di malizia aggiunto e diffusa spigliatezza, non è il classico melò. Una produzione senza infamia e senza lode, dunque, con due giovani stelle che, in futuro, sapranno farsi ricordare. Di certo noi non li terremo a mente come l'Alex e la Rosie di Scrivimi ancora; coppia scoppiata piuttosto graziosa, ma che nemmeno alla lontana mira a ricordi duraturi e ad inserirsi all'istante tra storici amanti del cinema rosa. (6)

Un appuntamento da sogno con la nostra attrice preferita. Una cena a tu per tu con Jill Goddard: diva capricciosa e popolare, con un'agenda piena di ingaggi e il pettegolezzo di un presunto video hard che fa chiacchierare. Quando ti ricapita, se sei un nerd smanettone che non ha niente di meglio da fare, se non gestire la fan page della stella più brillante? Ma succede che Jill cambia idea. E che, mentre stai per entrare in crisi mistica, ti contatta un hacker misterioso per farti entrare di nascosto nella vita di lei, attraverso lo schermo di un computer. Spiarla, parlarle: farle paura. Open Windows, ultimo thriller dell'acclamato Nacho Vigalondo, è in realtà il primo film che recupero del regista spagnolo. Perché la trama, che promette una Finestra sul cortile ai tempi di internet, prende? Perché la resa è originalissima? Ma no, perché nel cast c'erano due miei idoli assoluti: Frodo e Sasha Grey. Due creature mitologiche nello stesso film, che per di più ha pure spunti fighi: visione imprescindibile, dunque. Elijah Wood, bollato a vita come quello del Signore degli anelli, ci prova a cambiare. Questo, Il ricatto, Maniac: thriller a volte interessanti e a volte no, in cui lui una discreta figura la fa. Sasha Grey, furba e autoironica, bollata invece con altri lusinghieri epiteti che non sto qui a dirvi, fa lo spogliarello in webcam, ammicca e piange e, pregiudizi a parte, ammetti che come scream queen se la cava. D'altronde, era tipo la Meryl Streep del mondo a luci rosse, prima di chiudere bottega (e non solo) e di aprire – come anticipa il titolo del film – finestre multimediali (e non solo): bella e intraprendente, inoltre, ha un mistero inspiegabile. Anche se ti ha mostrato, in passato, pure i risultati intimi della sua colonscopia, ha fascino. Tralasciando questi aspetti, che potranno risultare troppo tecnici agli sfortunati profani (ma fatevi una cultura!), la struttura del film è profondamente accattivante e il colpo di scena finale, eclatante, complesso e, a onor del vero, alquanto improbabile, diverte un mondo. Vuole stupire e ci riesce, anche se la credibilità traballa. Ma chissene. Un thriller con due creature del mito, un hobbit e un raro esemplare di Sasha Grey coi vestiti addosso, poteva forse non avere la giusta dose di fantasia ed epicità? Giammai. (6,5)

Le esigenze di universitario fuori sede mi hanno reso bravo nell'arte di arrangiarmi: non dico che sia diventato uno chef provetto, ma mangio cose quantomeno commestibili. E non ricordo da quanto tempo non guardo qualcosa in televisione, poi, ma all'ora di pranzo, ogni tanto, su Cielo e La 7D, lascio che mi facciano compagnia – quando la casa è silenziosa e il vuoto rimbomba – i programmi di cucina. Non perché sia convinto, in questo modo, di imparare qualcosa. Ma perché mi piace vedere all'opera qualcuno che eccelle in qualcosa che io ignoro del tutto. E mi piace mangiare, ma a chi non piace? Quindi, vi dirò che lo sapevo. Che anche se da The Hundred-Foot Journey era misteriosamente diventato Amore, cucina e curry, da noi, sarebbe stato un film bellino, molto. Perché il romanzo, in Italia, è edito dalla Neri Pozza, che notoriamente non pubblica libri immeritevoli, e perché Lasse Hallstrom – regista tanto strapazzato, ma che zitto zitto vanta due candidature agli Oscar – ha un tocco speciale quando deve maneggiare cuori e primi piatti. La storia di integrazione e rivalsa tra due ristoranti, due culture, due pensieri non piacerà certamente ai grandi critici – sarà che i personaggi del film vanno in cerca di una seconda stella Michelin, non di universale approvazione – ma io quella volta che l'ho visto avevo gli esami alle porte, ero giù di corda e pur partito decisamente prevenuto, perché le due ore complessive mi sembravano troppe, mi sono trovato in ottima compagnia: tranquillo, soddisfatto, divertito. Tanto si perde con il doppiaggio italiano – gli accenti diversi, la musicale mescolanza di inglese e francese, attori che sperimentano una cadenza non loro – ma tanto resta. Come quella grande Helen Mirren, mattatrice eccelsa, che quando, risentita e altera, fa la francese snob ci piace quasi più del solito. Una solare Francia da cartolina, scorci di luoghi che visiteresti e di pietanze che assaggeresti, personaggi vari e numerosi che non conoscono, alla fine, cosa sia il male. E quanto è bello, ogni tanto, vedere una commedia specchio di un mondo suggestivo e un filino irrealistico, in cui la cattiveria, anche se esiste, è disposta a svanire dopo quattro chiacchiere tra gente civile? (7)

sabato 10 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: Selfie, Remember me, The Fall II

Selfie
Stagione I
Regola numero uno dello spettatore compulsivo. Non affezionarsi mai alle novità del palinsesto. Potrebbero avere vita brevissima. Finora, non è mai stato un peso. Non è stato un peso, soprattutto, nell'autunno 2014 che, tra sit-com e supereroi fantomatici, non aveva occupato i miei pomeriggi con troppe robe non dico notevoli, ma almeno carine. Però Selfie era carinissimo, anche se per nulla originale. Nato all'apparenza sulla scia della moda più imitata e odiata minimo minimo dell'ultimo secolo, in realtà è una limpida, rilassata e divertente riscrittura di My Fair Lady, ma senza canzoni o questioni di etichetta. Il titolo Selfie indica la mania inguaribile della protagonista, Eliza, di aggiornare continuamente i Social con foto sue – ed è una bellezza, davvero: lasciamole fare questi scatti per la pace nel mondo! – e soprattutto la sua fortissima propensione all'egoismo. Eliza Dooley, avvenente ma con un passato da nerd, lavora nel patinato e competitivo mondo della pubblicità e, amanti saltuari a parte, non ha contatti con gli altri. Non ha neanche un amico che non sia puramente virtuale. Esiste una Eliza vera, e non quella oca e festaiola di Facebook e Instangram? Com'è quella senza i trucchi di Photoshop? C'è qualcuno che ha avuto il privilegio di conoscerla, senza inviarle prima la richiesta d'amicizia? Ci prova il suo capo, Henry: lienamenti orientali, papillon a non finire, l'avversione per la tecnologia e i modi da damerino. L'opposto. Sono diversissimi, ma c'è alchimia. Perché ci fanno sorridere sempre e perché, sotto sotto, sanno di amarsi. Possibile superare gli abissi della sbandierata friendzone, appianare le divergenze, dichiararsi prima dell'episodio tredici? Chissà. Tredici episodi, purtroppo, e ha avuto fine lo sfortunato Selfie. Che non mi pesava, che mi metteva puntualmente di buon umore, che era una delle novità meno nuove, ma più piacevoli. Perché anche qualcosa che non è niente di che, una volta a settimana, a vita, sa fare la differenza. Selfie è stato un po' così, per il sottoscritto. Situazioni riuscite, una popolosa e colorata galleria di comprimari, due protagonisti centratissimi. John Cho che, dopo American Pie, anche con un ruolo tanto igessato, sa come farci divertire a modo suo; e soprattutto la mia rivelazione: Karen Gillan. Non l'avevo mai vista l'attrice di Doctor Who, buona protagonista tra l'altro anche del recente Oculus e comparsa blu e calva nei Guardiani della galassia, ma l'ho vista adesso ed è stato amore. Dopo la Deschanel, ora c'è lei: un metro e ottanta, gambe chilometriche, vestitini mini e una voce squillante, che si presta a fresche gag e a una cosa bella come la cover “da brilla” della Chandelier di Sia (qui). Una novella Isla Fisher che, ogni weekend, ci dava, fissa, appuntamento. Imdb dice che ha un'agenda piena zeppa: vorrà dire che, se non qui, sigh!, la rivedrò altrove. (6,5)

Remember Me
miniserie tv (3 episodi)
In una mattina di nuvole nere, il misterioso Tom Parfitt – che forse ha ottant'anni, forse centodieci – simula un malore e si fa trovare accasciato ai piedi di una scalinata, nella sua casetta di mattoni, incastonata tra altre casette di mattoni. Decide, così, di abbandonare ogni cosa e, con una valigia vuota, di raggiungere l'incubo di ogni anziano: una casa di riposo. Vuole lasciarsi qualcosa alle spalle, qualcuno. Guai a portare con sé uno spillo, un oggetto, una fotografia. Gli oggetti appartenuti a lui, alla sua lontana gioventù, sono come maledetti. E perché? Inizia a domandarselo una giovane infermiera, che lavora con le persone anziane per pagarsi l'università e per stare lontano da casa – da una madre incostante, da un fratello minore che ha bisogno di attenzioni continue -, quando una sua collega vola inspiegabilmente giù da una finestra blindata e, impregnate d'acqua salmastra e circondate da conchiglie, vengono trovate nuove vittime legate, in un modo o nell'altro, a quel vecchio senza identità e al suo bruttissimo segreto. Remember me è il realizzarsi di una specie di mio sogno nel cassetto, scherzando scherzando. Lo sceneggiato tipo per chi non resiste alle ghosh story, ai vecchietti burberi, all'innata eleganza britannica. Composto da tre sole puntate, proposto dalla BBC con l'anno che finiva, è un prodotto curato ed estremamente interessante ma, penalizzato forse dai pochi episodi, non è esente da difetti più o meno perdonabili. Ci sono punti che rimangono nebulosi, passaggi frettolosi intervallati da passaggi lenti, personaggi un po' abbozzati che prendono subito a cuore i bisogni dell'altro, una storia di spettri e ossessione che uno Stephen King a caso avrà già raccontato meglio, prima, altrove. Il primo episodio è praticamente perfetto; il secondo ha un inizio lento e una chiusa che promette tanto; il terzo – destinato a uno di quegli epiloghi emozionanti che, da The Orphanage a La Madre, il mondo dell'horror non ci nega – dice e non dice. Ho trovato che al servizio di una storia non degna di nota, però, ci fossero cose fantastiche a dir poco. Dettagli che fanno la differenza in un intreccio non sempre all'altezza delle aspettative. Come la fotografia, sontuosa: scenari cupi, acque limpide, cieli pulsanti di corvi e venti. A brillare, insieme ad essa, l'ottima regia e lo straordinario protagonista: il Michael Palin dei Monty Phyton, che emoziona nel senso più ampio del termine, trasmettendo inquietudine, sofferenza, leggerezza. Arzillo e ancora affascinante, ruba ogni attenzione e si contende la scena con il detective interpretato dal simpatico e corpulento Mark Addy (Full Monty) e con la dolce infermiera Jodie Comer, che gli appassionati conosceranno per My Mad Fat Diary. Un mistery di grande atmosfera, non particolarmente brillante nella scrittura ma sublime nella resa, che qualche raro sussulto lo regala, insieme a un orrore che è in rima con incanto. (7)

The Fall - Caccia al serial killer 
Stagione II
Essere troppo fighi – e io lo so bene, certo – non è cosa facile. Essere un serial killer troppo figo – e questo, invece, no che non lo so – è proprio difficilissimo. Può dircelo Paul Spector, l'assassino di donne più corteggiato, minacciato e ricercato del piccolo schermo. Lo vogliono gli agenti della polizia, per metterlo dietro le sbarre; i mariti gelosi, per riempirlo di botte; le sexy baby sitter minorenni, per passare la prima notte d'amore con lui; la moglie, al contrario un po' cozza, che comincia a non credere più alle sue continue bugie. Cosa fa l'insospettabile Paul Spector, assistente sociale e psicologo, quanto è l'ora di dormire? Nella prima stagione di The Fall ci avevano mostrato il modus operandi e le reti di inganni del sociopatico irlandese. Alla fine, un intoppo e Stella Gibson che gli stava con il fiato sul collo. Dopo un anno, anche se io avevo già a disposizione tutte e due le serie, fortuntatamente, si ritorna nella tetra Belfast e nella testa di un'omicida che ha già mietuto tre vittime. Ambientata in tempo reale, la seconda serie conta sei episodi – con un season finale che, con uno strappo alla regola, dura un'ora e mezza – e si svolge in un paio di giorni. Non ci sono altri massacri e, a un certo punto, molto prima di giungere all'epilogo, la polizia riesce a dare un nome e un volto al male. Gli episodi, accantonando la noiosa indagine secondaria della serie precedente, hanno occhi solo per Stella e Paul. Testimoni della caduta. Ma chi è che cadrà? Il cattivo, messo al tappeto dalla giustizia; o colei che rappresenta il bene, tuffata a capofitto in un abisso passato di abusi, case famiglia e pedofilia? Partito del tutto in sordina, The Fall si è rivelato ancora una volta un ottimo intrattenimento: un poliziesco dei più classici, ma estraneo alle americante a cui siamo assuefatti. Il ritmo è lento, ma giusto, e i protagonisti non sono macchine perfette: sbagliano, si fanno prendere la mano. Piacciono per quello – per i passi falsi, le piste sbagliate, la pigrizia della burocrazia. Rispetto alla prima stagione, questa è più focalizzata sulla loro psiche e solo apparentemente è meno densa di fatti; scorre, in realtà, meglio. Lo spettatore ha capito come funziona il gioco e i creatori si sono fatti furbi. Si capisce da un dinamismo aggiuntivo e dal fatto che, con una certa concupiscenza, questa volta indugino un paio di volte in più sul fisico scolpito e il fascino innegabile di un Jamie Dornan sì post Cinquanta Sfumature, ma sempre ineccepibile. Più malizioso, fa della precoce e provocante tata Katie un personaggio chiave e lascia intuire, con un bacio saffico veloce, che scottano le lenzuola dell'algida Stella, una Gillian Anderson ufficialmente rinata. Si parla delle donne che occupano ruoli di potere, della violenza che il genere femminile ancora oggi subisce – a lavoro, a casa, in prigionie forzate – e si aggiunge al cast, in un ruolo da poco, Colin Morgan. Ma l'ex Merlin, se non fosse per le orecchie enormi, non spicca. L'ultimo episodio, serratissimo grazie al montaggio degno di nota, ci mostra un lungo e bellissimo interrogatorio – la macchina da presa che gira intorno a loro, i campi e i contro campi, le accuse e le manipolazioni – e ci saluta con un epilogo brusco, che non è né abbastanza aperto, né abbastanza chiuso. Sarebbe un peccato, comunque, chiuderla qui. Il rischio di un altro Hannibal e di un ennesimo The Following potrebbe esserci, ma The Fall è più realistico, diretto e pragmatico degli altri. Ho fiducia che, potendo, non commetterà questo errore. (7,5)

sabato 27 dicembre 2014

I ♥ Telefilm: The Affair, The Fall, Scrotall Recall, Lizzie Borden Took An Ax

The Affair
Stagione I
A Noah, professore di mezz'età con un nome nell'editoria, alcune cose non piacciono. Passare le vacanze sotto gli occhi accusatori dei suoi suoceri ricchi e spietati; essere interrotto, quando fa l'amore con la moglie, dai più piccoli dei suoi quattro figli; dipendere dagli altri. Ma, in lista, ci sono anche cose a cui non resiste: gli sguardi lascivi delle donne che, in piscina, continuano a desiderlo; le spiagge bianche e le passeggiate notturne sul bagnasciuga, di notte, gratis; sentirsi giovane, anche se una vispa figlia adolescente, una moglie che pensa di stare invecchiando velocemente e una vita sedentaria testimoniano il contrario. Allison, invece, vive in un luogo che d'estate è pieno e d'inverno è vuoto. Sul mare. Quel mare che, anni prima, ha inghiottito il suo unico figlio e non l'ha più restituito. Ora è vuota lei. Con la cicatrice di un parto e le borse sotto gli occhi, non ha neanche trent'anni e, anche se quel marito sportivo e bello la desidera oltre il dolore e i mille silenzi, lì si sente morire. Noah e Allison avrebbero tutte le carte in regola per la felicità, ma non è cosa per loro. Malinconici, incompleti, si incontrano in una tavola calda: lei serve ai tavoli, lui paga la colazione alla sua famiglia. Si piacciono e non si colpevolizzano. Si incontrano in stanze d'albergo e lui non pensa alla fede che gli stringe il dito, lei alla perdita che gli avvelena l'esistenza. Fanno l'amore in tutti i luoghi e in tutte le posizioni, piangono, si confidano: a letto, intrecciati. The Affair, nuovo dramma targato Showtime, mi ha colpito sin dal pilot, che era pressochè perfetto. L'erotismo sempre elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo. Questa ordinaria storia di tradimenti e sofferenze ha più di un mistero, ma l'amore è il più antico. Si parte in un commissariato di polizia e i due protagonisti si raccontano, difendendosi da un'accusa che non conosciamo. Cos'è è successo l'estate prima? Ogni episodio è spaccato in due: la versione di lui, la versione di lei. Alcune cose coincidono, altre sono discordanti. Chi mente per quale motivo mente? Dopo dieci episodi belli densi, ma che hanno però conosciuto qualche notevole rallentamento nella parte centrale, la prima stagione di questa interessante novità non ci dà ogni risposta. Restano i buchi nelle trame e cose che il mare, presente perfino nella strana sigla, non ha riportato sulla terra ferma. Mi ha affascinato a lungo – tutto dialogato e intimista com'è – ma non sempre l'ho capito: ma forse proprio questo è il bello. Le lacune volontarie e le omissioni; le problematiche che il medico, premuroso, ci ha nascosto, nell'esaminare al dettaglio questi cuori adulti. Maura Tierney (E.R) e Joshua Jackson (Dawson's Creek) danno spessore e credibilità ai coniugi traditi – lei è più tollerabile che altrove, lui è cresciutissimo. I traditori, invece, sono le sorprese Dominic West e Ruth Wilson. Lui, attore inglese a proprio agio con l'americano e le scene di nudo, ha il volto che è tutto una ruga e un fascino insospettabile. La Wilson, ignorata fino a questo momento, è la punta di diamante: moderna, piccola, disperata, bella. Va di moda, ultimamente, guardare la fragilità dei sentimenti da ogni prospettiva: al cinema c'è Fincher che ci dice che l'amore è bugiardo; Kubrick pensava nel suo ultimo film che tutto, alla fine, si riducesse a “scopare”; in Closer si tradiva con gli occhi e in Little Children la borghesia si toglieva biancheria intima e maschere. The Affair, anche se inevitabilmente messo in ombra da titoli così grandi, ha ancora la sua da dire. E se a dirlo sono attori particolarmente in gamba, meglio. (7,5)

The Fall - Caccia al serial killer
Stagione I
Avevo snobbato The Fall. Avevo fatto male. Con la seconda stagione appena conclusa in patria, io ho comodamente recuperato la prima. La danno su Sky. Temevo ritmi lenti, sbadigli, quegli episodi di un'ora che trovo insormontabili. Ma, d'altra parte, le puntate erano solo cinque e, battendo il 2014 al suo stesso gioco, volevo concludere una serie nuova prima che si concludesse l'anno vecchio. Inutili sfide personali. Quella scelta affidata al caso si è rivelata azzeccata. Ho scoperto un'interessante produzione irlandese e vi dico che merita. Perché The Fall è il solito poliziesco britannico, la storia ormai risaputa dell'eterna lotta tra buoni e cattivi, ma ha guizzi, singoli passaggi, spunti che riescono a isolarlo. Si sa distinguere dalla massa pulsante di distintivi, cacce all'uomo e pistole, e non è cosa da poco quando è tutto già visto. Le sue cifre stilistiche, annidate in una regia fine e dinamica e in una fotografia cupa, uggiosa, minacciosa che fa cadere continuamente la piogga – e le tenebre – su quella Belfast spaesante, dilaniata. La storyline, piuttosto frastagliata, in realtà si focalizza spesso su aspetti secondari lontani dall'indagine portante, superflui. The Fall si eclissa in quei momenti e si accende, in risposta, quando sullo schermo compaiono loro. Gli sceneggiatori tratteggiano due personaggi e i loro misteri e, con intelligenza, sfatano il mito delle eroine perfette e dei maniaci incapaci di relazionarsi agli altri. Lei dorme nel suo ufficio e va a letto con uomini sposati; lui ha famiglia, gatto e baby sitter. Dopo la gloria con X-Files e il successivo oblio, Gillian Anderson, rivelandosi più affascinante e talentuosa di quanto ce la ricordassimo tutti, dà gradite conferme – già in Hannibal, d'altro canto, è superba. Il vero motivo per cui The Fall è stato doppiato in italiano, il punto di forza di ogni cosa, però si chiama Jamie Dornan e, comparsa in Once Upon a Time e modello Calvin Klein, a febbraio sarà il tanto amato quanto sbeffeggiato Christian Grey. E sapete che vi dico? Che era ingiusto che uno con due occhi così rimanesse nascosto. Meritava un trampolino di lancio: felice che lo abbia avuto, meno che sarà associato a vita, tipo, alle Sfumature. Ricordatelo come Paul Spector: a essere tenebroso è tenebroso; a essere bello è bello, anzi bellissimo; a essere pazzo è pazzo, e scommetto che di rado, altrove, apparirà così bravo. Il ruolo gli calza a pennello e lui, minuto ma col dono del carisma, è un magnete. Ha la faccia, il talento, la credibilità... e pure la mia totale invidia. La polizia e il crimine hanno lo stesso ruolo, dunque, e pari importanza: sono protagonisti. I sintagmi alternati, frequentissimi, li mettono a confronto sin dal pilot: sono distanti, ma ogni episodio è un passo verso l'altro. Cosa succederà quando Stella Gibson incontrerà Paul Spector? Ci si augura che il momento arriverà tardi, anche se è brutto auspicare per quell'assassino di donne un altro giorno di libertà. La cosa curiosa è che conosci più il killer che chi lo bracca. Stella, ligia al dovere e distaccata, resta al di là di un vetro; mentre di Paul sai che lavoro fa, dove abita, a che ora fa il bagno ai suoi figli, cosa sogna. E, cosa terrificante, sei in empatia con lui. (7,5)

Scrotall Recall
Stagione I
Ma che volgarità. Lo so: lo state pensando. Non mentite. Anche chi conosce due parole messe in croce d'inglese lo sa, tanto. Che “scrotall” ha inevitabilmente qualcosa a che fare con i testicoli, grossomodo, e che i testicoli sono argomento da evitare in tivù. Gli organi dell'apparato riproduttore maschile non sono esattamente il massimo, è vero - antiestetici e tutto: chi ci farebbe mai una serie? In realtà, titolo equivoco a parte, Scrotall Recall è una commedia romantica brillante, veloce, divertente e molto inglese che no, non sta sulle balle. Anche se quelle, ed il sesso in genere, sono state un guaio per Dylan: non proprio uno sciupafemmine, che eppure ha il suo bel daffare quando si scopre portatore di una temibile malattia venerea. La clamidia. Su Wikipedia spiegano cosa sia nel dettaglio, ma io non approfondirei. Insomma, Dylan ha la clamidia e potrebbe averla passata alle sue recenti partner sessuali. Aiutato da un tontolone di migliore amico, ripesca i nomi delle ex dalla sua rubrica telefonica, li dispone in ordine alfabetico e le chiama. Sapete come vanno queste cose: ciao, come stai?, ti ricordi?, sai che ti ho attaccato la clamidia? Le chiamate, le visite porta a porta, le email animano una spirale colorata di ricordi e ognuna delle sei puntate, per venticinque minuti, ci porta tra gli amori e le botte e via del simpatico protagonista. Ma ogni puntata, lontana dal pericolo “grasse risate”, è una piccola storia d'amore a sé stante. Prima di portarle a letto, Dylan aveva voluto conoscerle. Lui ha lasciato loro qualcosa (involontariamente, okay); loro cosa hanno lasciato a lui? Il difetto della serie è uno solo: è troppo breve per volerle bene a dovere, ma ci si può lavorare. Andando avanti, mi piacerebbe anche di più. Parte a sorpresa, dal nulla, e finisce a sorpresa, nel nulla. Per sapere come andrà, a chi toccherà la prossima chiamata, qual è la ragazza della vita di Dylan, ci toccherà aspettare non la prossima puntata, bensì la prossima stagione. Un annetto. Sempre che la prossima stagione arrivi. Wikipedia non si esprime a tal proposito. Io faccio il tifo per Scrotall – uso un affettuoso diminutivo, ebbene sì – e per la coppia composta dal fresco Johnny Flynn e da quello schianto di Antonia Thomas (carnagione scura, occhi di ghiaccio, Misfits). Riusciranno a ribellarsi alla regola dell'amico e a un matrimonio già annunciato? L'amore fa male – soprattutto quando urini. (6,5)

Lizzie Borden Took An Ax
Film TV
La Lifetime, universalmente associata ai film per famiglie e alle zuccherose produzioni natalizie, ultimamente si sta scoprendo trasgressiva. Più o meno, dico. Dopo le torture psicologiche, gli incesti e le sevizie del controverso Flowers in the attic, propone questa volta la storia vera di un'assassina spietata che, dopo aver presumibilmente massacrato i genitori a colpi di scure, riuscì a farla franca. Ambientato sul finire dell'ottocento e, a metà tra un mistery e un thriller giudiziario, nonostante un budget limitatissimo che mostra nel corso della durata tutte le sue varie pecche, Lizzie Borden took an ax è discreto. Un'ora e venti costa indugiare sulla soglia di un caso di cronaca nera mai dimenticato e la regia piatta, la resa scolastica e una colonna sonora moderna, fastidiosa, smargiassa non permettono di andare oltre, purtroppo. Ma la base scricchiola, anche se sotto sotto è solida; c'è del potenziale inespresso. Troppe cose che si capiscono sì e no, ma non c'è nessuno a dirle espressamente. La mancanza di dettagli rende tutto un po' leggenda, una filastrocca macabra da cantare a mezzanotte, ma si potrebbe parlare a lungo degli impulsi oscuri della protagonista, dei suoi segreti moventi, delle sue voglie, di quanti gradini fece esattamente per raggiungere la camera da letto in cui avrebbe fatto a pezzi la matrigna o il salotto in cui avrebbe colpito ancora, ancora e ancora il padre appisolato. Ha il fascino dei mostri, questa Lizzie Borden, e la valida attrice che la interpreta fa il possibile. Christina Ricci è un piccolo angelo del male. Dolce ed inquietante, incantevole a modo suo, dà il suo viso strano, quasi burtoniano, all'assassina. Minuta, seducente, sociopatica, è l'autentico perché di questo trascurabile film per la tv e, mentre sussurra confessioni all'orecchio della sorella, ci dà uno dei momenti più ansiogeni della pellicola. Qualche brivido. Il mio è un commento, ma anche un'anticipazione. Lizzie Borden took an ax, il prossimo anno, diventerà una miniserie in sei episodi e, con un regista dotato di maggiore buon gusto, sempre con la Ricci a bordo, potrebbe sprigionare tutta la sua furia rossa, tutto il suo palese potenziale. Certe storie vanno... sviscerate. (5,5)