Ci sono quei grandi film che nella sala semivuota di uno spettacolo pomeridiano ti fanno sentire improvvisamente piccolo. La prima volta mi era successo con Moulin Rouge, l'ultima con La La Land. A sorpresa saluto dicembre con una di quelle visioni che ti colgono in poltrona elettrizzato, commosso e invidioso: un musical, l'ennesimo. Forse il genere che meglio rappresenta la potenza creatrice e immaginifica del cinema. La storia è nota. Negli anni Cinquanta, l'amore tra una coppia di novelli Romeo e Giulietta minaccia gli equilibri del quartiere: Jets e Sharks – gringo contro portoricani – lottano a passo di tip-tap. Rifacimento di un classico intramontabile, West Side Story rischia di essere schiacciato dalle uscite natalizie e dalla fama dei remake: si può bissare un capolavoro? Sì, se alla regia c'è uno dei più grandi registi viventi. Spielberg, alla tenera età di settantacinque anni, realizza un sogno: dirigere un musical. E le piroette della sua macchina da presa, instancabili, sono perfino più spettacolari di quelle del corpo di ballo. Rimodernati ma non troppo nell'era post-trumpiana, i protagonisti cantano come angeli e ballano come diavoli. Con buona pace del già popolare Elgort, questa volta si lasciano rubare la scena dai personaggi femminili: Rachel Zegler, innocente ma conscia della propria femminilità in boccio, incanta; Ariana DeBose, in odore di Oscar, è indimenticabile nel suo vestito giallo e emoziona nel dialogo con Rita Moreno, ossia la Anita della versione originale. Alcuni film non dovrebbero essere rimaneggiati, tuona qualcuno. Ma la verità è che alcuni film – alcuni spettacoli –, nonostante il già ampio minutaggio, non dovrebbero finire mai. Con il cuore in gola e nelle orecchie – boom boom boom boom: faceva il matto per rivaleggiare con l'indimenticabile colonna sonora di Leonard Bernstein –, mi sono scoperto piccolo e invidioso, sì. Perché l'ultimo Spielberg, tra movimenti di macchina, scenografie e costumi coloratissimi, è così contagioso nella sua magniloquenza da amareggiare lo spettatore medio e senza talento: è mai possibile, mi sono chiesto, che in vita mia non potrò mai dare il mio contributo a una cosa così? Il mio film del 2021 ha sessant'anni. (10)
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venerdì 24 dicembre 2021
Che musica, maestro: West Side Story | Tick Tick... Boom! | Caro Evan Hansen | Annette | In the Heights
Jonathan
Larson, autore del leggendario Rent, morì a trentacinque anni
all'alba del suo successo. Ma questa non è la genesi del suo
capolavoro, né tanto meno la storia della sua fine precoce. Il film,
dal titolo significativamente onomatopeico, è l'adattamento di uno
dei suoi primi musical: un'opera autobiografica, spettacolo nello
spettacolo, che racconta la gavetta tra palcoscenico e vita privata.
Nella New York degli anni Novanta, in appartamenti in cui è sempre
festa, vanno in scena le vite di Jon e dei suoi amici. Aspiranti
artisti, sognano la fama e sbarcano il lunario con lavori da poco.
Qualcuno scende a compromessi, qualcuno migra. Ma il protagonista, un
Peter Pan orgogliosissimo, non si arrende: vuole che il suo musical fantascientifico,
dopo una gestazione di otto anni, trovi finalmente un produttore. Il tutto prima
di spegnere trenta candeline. Il tempo incalza, scorre. E scandisce
le prove dello spettacolo, il diffondersi dell'Aids, le ossessioni
del protagonista. Dirige, bene ma senza guizzi, il solito Lin-Manuel Miranda:
il futuro di Broadway omaggia, così, il suo passato glorioso in un
passaggio di testimone. Recita meravigliosamente (e canta, balle,
ride, piange) un Andrew Garfield al centro della performance
dell'anno: versatile, poliedrico, febbrile, regge uno show degno di
Robin Williams. Più memorabile per la sua prova vincente che per il
resto, nonostante un gran ritmo e qualche pezzo particolarmente
trascinante, il film tocca gli inguaribili sognatori. E chi, come me,
si è segretamente già arreso al compromesso dell'età adulta. (7)
Può
un musical cantare la depressione, l'ansia sociale, il suicidio?
Succede se uno spettacolo già rivoluzionario viene portato al cinema
dal regista di Noi siamo infinito e Wonder: terapeutici
senza essere didascalici. Accolto negativamente dalla critica, Dear
Evan Hansen continua in realtà la lezione di gentilezza avviata
con i film precedenti. Il protagonista sotto ansiolitici torna a
scuola con un braccio rotto e tanta voglia di riscatto: per via di un
fraintendimento, finisce per essere considerato il migliore amico del coetaneo tossicodipendente che si è tolto la vita. Troppo vicino alla famiglia di
Connor per tirarsi indietro, inventa una corrispondenza con il
defunto. Diventa virale. Può un bugiardo diventare, suo malgrado,
l'idolo di una generazione? La voce di Ben Platt, emozione pura,
intona ritornelli struggenti contro i tabù. Bravissimo nel rendere i tic e le
contraddizioni del suo personaggio, viene affiancato da qualche
personaggio in grado di alleggerire i toni e da due dive d'eccezione: Julianne Moore e Amy Adams, impegnate in camei di lusso. Tra una canzone e
l'altra, sorgono sentimenti contrastanti verso Evan. Cosa avremmo
fatto al suo posto, alla sua età, per essere finalmente visti? L'ultimo Chbosky ti abbraccia forte. E ti tira anche un ceffone. Com'è che si
dice? Sii gentile, ognuno sta combattendo in segreto i propri demoni.
Dear Evan Hansen, ben cantato e musicato, è la
colonna sonora della nostra battaglia. (7,5)
In
un Festival di Cannes dove a sorpresa ha trionfato Titane, body horror
con tanto di rapporto sessuale tra donna e automobile, non poteva
esserci film d'apertura più audace e bizzarro di questo: il ritorno
di Leos Carax, regista da me incompreso o forse incomprensibile, questa
volta alle prese con il musical. La sequenza d'apertura, bellissima,
infrange la quarta parete e ci invita a trattenere il respiro davanti
a una storia d'amore mozzafiato. Peccato che il resto sia un delirio
d'autore senza capo né coda in cui il caustico Adam Driver
s'innamora della sognante Marion Cotillard. Nascerà una figlia
prodigiosa, con le fattezze di una grottesca marionetta. A dispetto
della strabordante presenza scenica del primo e della grazia della
seconda, ridotta qui a una bidimensionale Biancaneve, il film si
perde definitivamente nella seconda parte: tragedia cupissima, di
gelosia e ambizione, i cui risvolti crime sono annunciati sin dal
trailer. Come gli eroi dell'opera lirica, i protagonisti di Annette
si esprimono per tutto il tempo in un recitar cantando a corto di
ritornelli memorabili. Vivono d'arte, muoiono d'amore, cantano
dappertutto (anche al bagno o praticando sesso orale). Musical
alienante e dalla durata fluviale, veicola le stranezze e le
idiosincrasie del regista risultando francamente inutile e
pretenzioso. È un cinema divisivo, da amare o odiare: io l'ho
odiato. (4)
Da
Lin-Manuel Miranda, autore di Hamilton, arriva al cinema un
musical già passato con successo a Broadway. Dirige il regista di
Crazy Rich Asians, a proprio agio coi cast belli e popolosi,
le resse e i colori sfavillanti. Si canta un quartiere di New York.
Ma non è West Side Story. Leggerissimo, il film è una fiaba melensa sull'immigrazione e il multiculturalismo ambientata nel barrio in cui
è felicemente riunita la comunità latina. Il protagonista pensa di tornare in Repubblica Dominicana, di aprire un bar sulla spiaggia. Ma c'è chi sta bene dove sta e ambisce a un salto di carriera. E chi, bollato come promettente, fa i conti con il sottile razzismo sperimentato lontano dagli Heights. Su tutti veglia
un'anziana, la saggia nonna del quartiere, che predica pazienza e
fede. Sognano notte e giorno, i protagonisti. Giovani e vecchi, non
importa. Si muovono a ritmo di salsa e di hip hop. Sono al centro di
coreografie straordinarie, ma le canzoni memorabili purtroppo non
sono di casa benché cantino sempre: durate i blackout, sudatissimi,
poveri, dati per vinti. Felici anche nelle ristrettezze, illuminano
gli attimi di panico coi fuochi artificiali. Assembramento
irresistibile ma sin troppo caotico e dispersivo, il film è una
festa di quartiere all'insegna degli affetti stabili e del comfort
food. Un flash mob piacevole, ma lungo in maniera ingiustificata data
la pochezza della trama, che piacerà agli americani ma lascerà più
indifferenti noialtri. (6)
mercoledì 21 marzo 2018
Mr. Ciak: Ready Player One, Annientamento, Jumanji: Benvenuti nella giungla
Ci
sono appuntamenti al cinema fuori dal mio gusto, fuori dalla
mia portata, e post che cominciano sempre così: avrei fatto
a meno di questo film se. Questa volta non c'entrano però le
pretese di un papà che stravede per i blockbuster, un debito di
sangue. Questa volta è stata semplicemente questione di parole
magiche: anteprima, gratis, Spielberg. In una baraccopoli distopica,
in un futuro non troppo lontano, la fantasia è rimasta
l'ultima speranza sul fondo del vaso di Pandora. Un paio di
occhialini ed è possibile mettere le tende
nella realtà virtuale di Oasis. Dove si accumulano ricchezze
spropositate, dove ci si indebita e si muore, preferendo a lungo
andare la fuga alla routine. Le opzioni ti permettono di modificare
il genere sessuale, la faccia, il destino. Di diventare qualcuno. Un
irriconoscibile Mark Rylance, lo Steve Jobs geniale e solitario che
di quel mondo è l'artefice, prima di morire ha disseminato Oasis di
easter egg e lanciato una sfida che fa gola non soltato ai giocatori,
ma anche a una società rivale: ci sono tre indizi, tre chiavi da
scoprire. Il più scaltro erediterà tutte le fortune di Rylance. Il
protagonista, interpretato da un anonimo Tye Sheridan, vive così una
doppia vita, una doppia avventura – c'è infatti un adolescente in
carne e ossa dietro l'avatar, e da un lato deve sfuggire agli
attacchi di un villain ormai sulle sue tracce, dall'altro completare le
tappe che portano al successo della missione. A differenziare Ready
Player One dai vari Tron
o Atto di forza è un
elemento tutt'altro che trascurabile: uno spirito spettacolare e
giocoso che attinge allo stesso effetto amarcord che, altrove, sta
francamente venendo a noia. Il creatore ha reso Oasis un'ode
spassionata alla cultura pop, ai migliori anni, e laggiù Gundam può
fare a cazzotti con Godzilla, King Kong accartocciare nel pugno la
motocicletta di Akira; i ragazzi ballare sulle note di Tony Manero e,
nella migliore sequenza, esplorare i corridoi insanguinati
dell'Overlook Hotel. Figa più che bella, la trasposizione dello
sci-fi culto di Ernest Cline non è esente dai difetti – emotivi,
narratologici – di grandi produzioni che mi prendono a metà. Se gli
sfondi di Ready Player One appaiono
cangianti, avvolgenti anche senza 3D, protagonisti e comparse peccano
invece dell'infantile bidimensionalità dei film-contenitore, in cui
la trama resta un pretesto per schiamazzi ed effetti speciali come se
non ci fosse un domani – Sheridan non farà perciò la minima piega
davanti all'assassinio di una persona cara e con Olivia Cooke, per
carità, adorabile, sarà amore al primo sguardo. La
tecnologia ci divide o ci unisce? Ci isola o, al contrario, è il
rimedio alla solitudine? Carnevale dal cuore buono e dalla
morale scontata, il film diverte per le
innumerevoli citazioni e per l'entusiasmante spirito di onnipotenza alla base.
Potenzialmente ho i mezzi per far tutto, per pasticciare con i generi
e i ricordi, e lo faccio: perché no? Considerazioni sparse, queste, di uno
Spielberg sempre magistrale, sempre giovanile, in cerca di una ventata
d'aria fresca dopo la noia dell'impegnato The Post e
della scusa valida per mostrarci, con l'impazienza che la sua
iperattività non sa contenere, il funzionamento del suo
ultimo giocattolo. (7)
Discorsi
da innamorati, fitti fitti, con la luce dell'alba a ricordare che è
già tempo di separarsi. Il militare Oscar Isaac, a letto, non rivela
alla biologa Natalie Portman la meta della sua ultima missione, ma le
assicura che vedranno le stesse stelle e si addormenteranno nello
stesso emisfero. Sembrava un'operazione più semplice delle altre,
eppure c'è voluto un anno affinché lui tornasse a casa. Vivo, ma
silenzioso: diverso. Promesse di donne curiose, coraggiose, che non
si danno pace e, forse, non si sanno perdonare. Ecco spiegata perciò
la decisione di ripercorrere i passi di quel compagno stravolto,
ferito dentro, offrendosi volontaria per un'esplorazione dal ritorno
incerto. Ci stanno invadendo. Non si sa bene perché, non si sa come.
Non serve spostarsi troppo per vederne gli strani segni. Una
luminescenza, un bagliore, ha avvolto un angolo degli Stati Uniti in
una coloratissima bolla di sapone. Oltrepassata la soglia ci attende
una natura irreale, tanto che è lussureggiante, e un luogo in cui le
bussole impazziscono, i ricordi si confondono con le allucinazioni,
il tempo perde di senso. Una squadra di soldati armati fino ai denti,
fatta eccezione per Isaac, non è sopravvissuta agli intrighi di quel
giardino arcobaleno. Guidate dalle intuizioni di una Portman capace
di risultare aggraziata anche con un mitra in mano, le nuove
esploratrici di Annientamento sono eminenti
scienziate – plauso d'obbligo alla superba Jennifer Jason Leigh e a
Gina Rodriguez, ritrovata con piacere al di fuori dal set di Jane
The Virgin. Tutte con un dolore da espiare strada facendo, tutte
donne, le protagoniste – volontarie in una missione
autodistruttiva, più che suicida – puntano al faro, come in un
classico della Woolfe, e si imbattono in coccodrilli coi denti da
squalo e orsi preistorici, cervi con rami fioriti per corna e
cespugli antropomorfi. A confine con le nostre città e l'Area X, con
lo sci-fi a tinte esistenzialiste e la fantozziana cagata pazzesca,
la trasposizione del best-seller di VanderMeer è una bestia strana.
Una cellula tumorale che si trasforma e si sdoppia, alla luce di un
prisma che rifrange onde sonore, coordinate, drammi coniugali.
Affascinante, sofisticata, freddissima, con una prima parte da
classico survival horror e una chiusa psichedelica un po' indigesta ma affatto insensata. Non a caso, a proposito di
evoluzione, Annientamento è una landa di donne –
le più brave a perdonare, a guarire, a reinventarsi dall'oggi al
domani. Non a caso, eppure oscuro per qualcuno, Annientamento brilla,
e di luce propria. Se alle domande incalzanti si risponde
semplicemente non lo so e alla parola extraterrestre si fa seguire il
silenzio impenetrabile dell'unica superstite, il bagliore dell'ultimo
Alex Garland toccherà comprenderlo, combatterlo o, nel dubbio,
abbracciarlo? Da un viaggio non si torna mai uguali a prima,
qualunque sia la meta. La strada ci cambia nel profondo, nell'anima,
nelle linee delle mani, e niente sarà più lo stesso: non noi. (7,5)
Capisci
di stare invecchiando, immagino, quando remake o reboot toccano film
della tua generazione. Lo capisci, soprattutto, quando è tuo il
turno di lamentarti con toni da bontempone. Per quanto il primo
Jumanji non sia mai
stato uno dei miei must da bambino, alla notizia di un secondo
capitolo – più che un seguito, un aggiornamento per le nuove
generazioni – ho risposto con l'indifferenza più totale. A
incuriosirmi, poi, sono stati i risultati sorprendenti al botteghino;
le divertite voci di corridoio – tra queste, quella di un fratello
minore uscito molto soddisfatto dal cinema, che alla cornetta mi
nominava ricordi comuni, Spy Kids,
le partite a Crash Bandicoot.
Come in Breakfast Club,
quattro liceali agli antipodi si trovano a dover condividere l'ora di
punizione, e a sfidarsi a un misterioso videogioco per ammazzare il
tempo. Non sanno che saranno proiettati per magia a Jumanji, con
solo tre vite a disposizione e quattro avatar con cui muoversi in
quel mondo virtuale. Lo sfigatello di turno si ritrova così nei
panni (anzi, nei muscoli) di The Rock, lo sportivo in quelli del
minuto Kevin Hart; la nerd saccente è la splendida Karen Gillan,
l'antipatica ape regina – per ironia della sorte –
l'improponibile Jack Black. C'è Nick Jonas, poi, intrappolato nel
gioco da vent'anni e il cattivissimo Bobby Cannavale, artefice di un
furto che ha trasformato Jumanji nella giungla selvaggia che è.
L'obiettivo dei nostri eroi: restituire alla natura il suo diamante
magico, purtroppo caduto nelle mani sbagliate. Lo sceneggiatore Chris
McKenna, fra le firme del gradevolissimo Homecoming,
lascia inciso su un tronco il nome dell'indimenticabile Alan Parrish
e confeziona, complice la partecipazione di alcuni indiscutibili
talenti comici, un intrattenimento per famiglie anni Novanta; un
passatemo raramente riproposto con la stessa freschezza che, se
avessi avuto l'età giusta, un tempo avrei visto e rivisto. Il
ventitreenne di oggi l'ha trovato spassoso ma un po' lungo, spesso a
rischio di ripetitività. Se il proverbio non sbaglia, il gioco è
bello quando dura poco. E questo, con le sue quasi due ore, si
prolunga a tratti eccessivamente, rendendo il soggiorno una toccata e
fuga più godibile di quanto lasciassero supporre i pronostici a
scatola chiusa, ma reiterate e poco fantasiose le tappe. L'effetto
amarcord, il divertimento garantito e un Dwayne Johnson che un po' ci
fa e un po' ci è, per fortuna, non lasciano che sia l'amarezza del
game-over a dirti addio. O, forse, arrivederci. (6,5)lunedì 26 febbraio 2018
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: La forma dell'acqua | The Post
Era
il La La Land di quest'annata, per numero di nomination, fazzoletti stropicciati a Venezia e un romanticismo d'altre
epoche, d'altro cinema. Se per l'impazienza di vedere il musical di
Chazelle avevo macinato però chilometri il primo giorno di
programmazione, per l'ultimo Del Toro – stimatissimo ma non sempre
venerato, non sempre seguito a scatola chiusa nelle sue irruzioni nel
blockbuster – ho aspettato quel tanto che bastava ad
ascoltare qualche parere contro, a nutrire dubbi su quanto
magico fosse. Leggevo, infatti, di una sceneggiatura tutt'altro che a
tenuta stagna. Di citazioni spesso a confine con il plagio (vedasi le
rimostranze di Jeunet) e di occhi asciutti all'arrivo dei titoli di
coda. Toccava vederlo e basta, ho capito. Tolto il dente, tolto il
dolore. Soprattutto, tolto il sospetto che potesse deludere, quando
le porte del solito multisala mi hanno restituito a piogge da giudizio
universale, tanto simili a quelle che qui infradiciano la Baltimora degli anni
Sessanta, e rubato le parole di bocca. La bellezza della Forma
dell'acqua – fosco,
sanguinoso, dolcissimo – sul momento mi ha stordito. Non può
parlare nemmeno Elisa, timida donna delle pulizie che condivide un
appartamentino pittoresco con il sensibile Richard Jenkins,
coinquilino omosessuale dai consigli paterni sempre pronti, e segreti
governativi con l'irresistibile collega Octavia Spencer, nel
classico ruolo della matriarca ciarliera e orgogliosa alla Octavia
Spencer. Shannon e Stuhlbarg, caratteristi eccelsi quasi usciti dai
mondi di spie sovietiche e tic nervosi dei fratelli Coen, hanno strappato
dalla laguna, in catene, un mostro marino. La creatura, contesa da
americani e russi in piena Guerra Fredda, sente.
Mangia un povero gatto d'appartamento, ma glielo si perdona.
Si rifugia malinconicamente nel cinema sotto casa, se si perde. In
pausa pranzo ama le uova sode, il linguaggio universale della musica
classica e le gentilezze della donna che vorrebbe restituirlo al mare
– la straordinaria Sally Hawkins, eppure etichettabile come
bruttina a un'occhiata superficiale, sa sedurre con un misto di
candore e civetteria, attenta agli accostamenti della mìse e alle
richieste private del suo corpo di donna, audace con le scene di nudo
integrale e gli stratagemmi che le permettono di unirsi carnalmente
all'ospite in un'incredibile stanza-acquario. La protagonista non ha
branchie, ma cicatrici longitudinali all'altezza della laringe. Non
parla, ma è talmente espessiva, talmente comunicativa quando sbraita
o si impunta, da rendere vana la comparsa dei sottotitoli in
sovraimpressione. Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le
acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La
Bella e la Bestia a spasso nel
Favoloso mondo di Amélie
è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di
fulmine per la settima arte. Del Toro ruba qui e lì,
come fanno i ladri e gli artisti gentili, e sulla scena del crimine,
nella cassaforte vuota, lascia in pegno tutta la poesia e l'orrore di
cui l'ho scoperto capace ai tempi del Labirinto del fauno.
Voler dire troppo, tutte e niente, e non avere il dono delle parole
giuste. Per fortuna si sopperisce con le mani, con il luccicore negli
occhi. In un film in cui, se non lo si sa dire, lo si canta trasferendosi nel bianco e nero di un musical sognante. In una fiaba splatter in cui l'inserviente muta si innamora
corrisposta di un Dio ricoperto di squame, e noi di
loro. Altro non posso e non lo so dire, no. Quindi tuffatevi.
A recuperare quella scarpetta rossa che se ne va piano, pianissimo
alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi
sentire battere e rombare il mare. (8,5)
Ogni
anno c'è il film che mi pesa recuperare. Quello politicamente schierato. Quello, dicevamo, che si crede degno
di lode soltanto perché indigesto. Già con il sopravvalutatissimo
Spotlight – non più appassionante ed esaustivo di una pagina Wikipedia, ma con
un tema scabroso che ispirava comunque i travasi di bile, la rabbia – avevo
mostrato la mia freddezza davanti al thriller d'inchiesta. Di solito
pagine di storia poco indagate in passato, ma pur sempre pagine: informative, impersonali, freddissime. Anche quest'anno immancabile qualcosa come The
Post, che immancabilmente non stupisce. Dramma giornalistico che nell'era Trump
parla di presidenti truffaldini e libertà di stampa, il film del
rigoso Spielberg – ritrovato in forma smagliante, lui sì,
dopo il fiasco del Grande Gigante Gentile
– segue i i giornalisti del Post alle prese con un caso di coscienza e uno
scandalo presto scalzato via da Watergate. Quattro presidenti, il
governo, hanno a lungo mentito sulla natura e la gravità della
guerra in Vietnam. Tacere ed esserne complici? Denunciarli con tutte
le ritorsioni personali del caso ma così facendo rilanciarsi, a discapito
della concorrenza omertosa? Le decisioni spettano al caporedattore
Hanks, per fortuna meno protagonista del previsto, e
alla proprietaria del giornale – una Streep non particolarmente
meritevole ma da al solito da manuale (basti guardare il modo in cui
temporeggia al telefono, si tormenta bocca e mani), alla quale tocca
riconoscere i pochi sprazzi di umanità in un cast che, per il resto, poco eccelle
con i suoi inservibili volti televisivi. La guerra: mostrata solo
nell'incipit. Il resto: dialoghi teatrali a raffica, ora alla
cornetta e ora attorno a una scrivania, pieni di nomi, dati e date,
che non annoiano soltanto da metà in poi, pur facendo costantemente
pesare la mancanza di un Aaron Sorkin alla sceneggiatura.
Tecnicamente inappuntabile, scorrevole grazie a una regia
concitata, The Post ignora
la dimensione individuale dei suoi protagonisti e, nel tentativo di
risollevasi con una morale femminista altrettanto attuale, predilige
alla fine la prospettiva della direttrice. La sola a mostrarsi in
borghese, fragile e confusa davanti alla figlia Alison Brie, insieme
a Sarah Paulson, moglie di Hanks lasciata ai margini. Questo e
quell'altro politico bugiardo, ampie falcate da una redazione
all'altra, dilemmi lunghi due ore, il rullo dei macchinari di
un'inchiesta che infine va in stampa come risaputo. Non aggiungendo
nulla alla verità, all'infinita filmografia di Spielberg, ai
meccanismi raffinati dell'intrattenimento d'autore. Al pari un
articolo bomba che, ormai, non fa più notizia. (5)sabato 27 maggio 2017
Mr. Ciak: 7 romanzi al cinema
Tom,
sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di
silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi,
lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare
ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina
senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada
sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe
l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto
cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il
riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti.
Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e,
da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le
prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti.
Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente
immerso nella finzione da prenderla come una questione personale.
Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica.
La luce sugli oceani non
è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la
casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate
e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue
Valentine, anche Alicia Vikander
mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare
ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi
svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della
bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario
Fassbender. La luce sugli oceani è
una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul
peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza,
viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i
naviganti. Potevano privarlo delle tante
lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde
della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza
guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi,
come fuori stagione. (7,5)
Siccome
cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano
con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri
corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di
fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del
solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra
Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due
tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si
mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se
ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim
Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti,
è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già
assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota
Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con
l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori,
ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili –
finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui
sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando
dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere
inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna
sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli
addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue
divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e
insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso
del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non
vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa
la sua. (5)
Al
cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli
animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più
sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse
Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni
di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma
legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la
tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli
animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a
tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo:
raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey,
infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il
proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce
narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A
volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul
punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione.
Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del
pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale
che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non
approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie
generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare
attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un
Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai
margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on
me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da
copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite
ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua
la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che
intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa
esagerato abuso. (6)
Una
reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono
immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che
eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di
lui. Pastorale Americana è
la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La
maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran
pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere
in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di
Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un
film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi
scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di
una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per
me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi
l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i
dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la
prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la
recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la
Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione,
ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione,
soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena
inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive.
Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia
nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare
che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria
bellezza. (7)
Sophie,
orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle
mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il
mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia
in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili,
imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l
GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia
libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi
di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un
Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia,
ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi
lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta
lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel
recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione
verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo,
sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i
piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la
storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia
straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta
pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato.
Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G”
dell'acronimo. (4,5)
Nella
Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni
del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso
di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una
storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono
un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa,
gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello.
Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi
dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato?
Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone
è una ghost story che ha i suoi
pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e
dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane
Eyre e Giro di vite,
ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che,
passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben
confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare,
nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia
frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel
dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of
Thrones – bella come una ninfa
di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti
o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che
le pietre non dicono. (5)
Louis
è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli,
è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando,
festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una
rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui –
nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia
trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio.
Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un
romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th
Life of Louis Drax è un ibrido
sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola.
Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa,
con il bellissimo splatter Alta tensione
– e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla
trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le
canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e
della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di
un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini
prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a
Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno
di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel
suo essere di tutto un po', The 9th
Life of Louis Drax è un
Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine
potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha
stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista –
l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)
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mercoledì 27 luglio 2016
I ♥ Telefilm | Stranger Things
Sono
in quattro: inseparabili, fedeli, amici fino in fondo.
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Puoi trovarli riuniti attorno a un tavolo in cantina, una sera, che giocano a Dangers & Dragons, oppure vederli scorrazzare in cerca di miti e avventure. Si sono trovati, tempo addietro, in una scuola che li emarginava e, per loro, aveva cattive parole. Il ciccione, il nero, quello troppo sensibile, il secchione. E uno di loro – il più fragile – si perde, una volta in cui in città succedono cose strane all'ombra di un laboratorio top-secret. Non torna a casa, Will, e lascia una mamma che non si arrende, neanche davanti all'evidenza, e un fratello maggiore che cattura la verità, e l'orrore, in foto. I suoi amici, che corrono di qua e di là in un avventuroso e incosciente viavai, si imbattono in una sconosciuta quando, invece, non cercano che lui: Eleven – i capelli a zero, poche parole, un camice anonimo – sembra un ragazzino normale, al massimo un po' tonto. E' una lei, invece, ed è un esperimento in fuga; una mina vagante dai poteri paranormali. La sola custode di un portale da cui il male ha fatto capolino. Uno scherzo della natura. Ma anche la bontà, uno schiaffo al bullismo, il primo amore che non si scorda mai. Il tutto, inscenato in anni Ottanta che son tornati all'ultima moda – ma quando mai hanno smesso di esserlo, poi? Si vivono le fantastiche avventure dei Goonies. Si fa incetta di brividi estivi e delle rischiose imprese del King novelliere. Al cinema danno Poltergeist, ma gli adulti suggeriscono di dedicarsi all'ultimo Spielberg in sala. I walkman suonano Should I Stay or Should I Go, leitmotiv per eccellenza di quest'incantevole incubo a occhi aperti.
Tutti vogliono qualcosa aveva la forma e non la sostanza, così leggero
da non tangere.
Red Oaks ti faceva sorridere e, altrettanto in fretta, si faceva
scordare.
The Final Girls, parodia di una generazione e di un genere, esaltava gli appassionati, pur centellinando le tette siliconate e lo splatter. I
Duffer Brothers – semiesordienti adocchiati già nel claustrofobico
Hidden: buono, finale a parte – prendono un po' di quello e
un po' di questo, citano un po' lì e un po' qui, eppure quanto può
essere prezioso questo loro Frankenstein per il piccolo schermo di
suggestioni, tagli, rimandi? Il mostro vive. E, per magia, l'omaggio
conquista un'identità tutta sua. La miniserie evento, attesissima in
casa Netflix e autentico carosello di stramberie e immaginazione, si
inventa dal nuovo, nel suo elaboratissimo lavoro di copia-incolla. E,
omaggiando It o la fortunata
commedia adolescenziale di John Hughes, lavora con olio di gomito,
abiti e pettinature, tendenze e canzoni, a una macchina del tempo in
cui si prendono a cuore le vicende di grandi e piccini. I bambini,
che giocano con il fuoco; gli adolescenti, che proteggono i fratelli
minori come possono, si lanciano sassi alla finestra e confessano a
voce alta sentimenti impossibili; gli adulti, infine, pietrificati
dallo choc. Non c'è una sottotrama che si preferisca alle altre,
davvero, e ci si illumina a vicenda, come succede solo tra migliori
amici, o in serie ben calibrate. E quanto fa piacere rivedere in
scena Winona Ryder, qui particolarmente intensa, messa in un angolo
da una Hollywood che proprio non dimentica i suoi passati episodi di
cleptomania? E, ancora, quanto è espressiva, bella e dolce la
prodigiosa Millie Bobby Brown, dodicenne che comunica l'essenziale
con gli occhi e che ci fa ipotizzare, per lei, la parabola di un
futuro di successo? Si parlava di personaggi che vanno subito a
genio, poco fa. Si ciarlava di cuore e dintorni. Stranger
Things è un mistery
dai risvolti fantastici che intrattiene a regola d'arte, strega e
commuove. In quegli anni non c'ero, me ne scuso, ma, così, è come se ci
fossi stato. Dispiace, infatti, l'essere nati tardi e l'averlo
visto con ingordigia. Soprattutto, dà il tormento l'idea di essere cresciuti troppo in fretta e, nel mentre, di non averci neppure badato. (8,5)
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