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domenica 31 dicembre 2023

Le mie Top 2023: il cinema e le serie TV

10. Nimona

Una fiaba per grandi e piccini che omaggia il genere e lo rivoluziona. A metà tra il ciclo bretone e lo steampunk, non ha bisogno di forzature per risultare inclusiva, femminista, nuova.

9. Beau ha paura

Come non averne, di paura, davanti a un film così lungo, ostico, sperimentale? Impavido, Aster divide con un'esperienza cinematografica impareggiabile. Freud sarebbe andato a nozze con l'odissea di questo stralunato Phoenix in fuga dalla madre.

8. Pearl

Apparso nel circuito festivaliero l'anno passato, è arrivato in Italia esclusivamente in homevideo. L'assassina seriale di West è un personaggio di rara complessità emotiva e Mia Goth le rende giustizia in un monologo lungo dieci minuti. Il resto è un incubo in technicolor che fa ben sperare per il terzo capitolo della serie.

7. The Whale

Aronofksy torna a parlare di corpi. E insieme a lui torna Fraser, a lungo assente dalle scene. La loro collaborazione, claustrofobica e provante in un salotto già affollato di disturbi – non solo alimentari –, non è per tutti, ma regala un'interpretazione dalla potenza annichilente.

6. La chimera

Gli stranieri ce la invidiano, ma noi abbiamo avuto occhi troppo distratti per riconoscere il talento di Alice. Spirituale, tragica, immaginifica, questa volta raduna un cast internazionale e ci regala il film più vitale dell'anno, pur parlando di morte.

5. Close

Corrono per i campi fioriti e non hanno pensiero alcuno. L'adolescenza porrà fine a quegli andirivieni e getterà lo spettatore in una valle di lacrime. Dopo Girl, dal Belgio un'altra storia di repressione e identità. Perché comportarsi da uomini, quando semplicemente bambini?

4. Anatomia di una caduta

Il vincitore all'ultimo Festival di Cannes è un'analisi del rapporto uomo-donna, un giallo, una foto di nozze. Sorretto dall'interpretazione di Huller, scivola dal francese all'inglese, così come scivola la verità stessa: sdrucciolevole, non renderà libera una famiglia infelice a modo suo.

3. Babylon

Stroncato in patria, è stato un flop. Perfino io l'ho saltato in sala e l'ho recuperato tardi, in una visione domestica non all'altezza di cotanto splendore. Perdonami, Chazelle, per aver dubitato: sei memorabile tanto nei musical quanto nei baccanali.

2. C'è ancora domani

Al botteghino, una casalinga ha sorpassato Barbie e Oppenheimer. Oltre allo straordinario successo di pubblico c'è di più. Cortellesi firma un esordio lieve e impegnato, il cui finale ci lascerà per anni a bocca aperta – con buona pace di Silvestri, che canta A bocca chiusa.

1. Aftersun

L'ho visto a gennaio, ma se chiudo gli occhi sono ancora lì, fra le luci di una discoteca. E cerco invano di carpire i segreti di un padre malinconico, di una figlia precoce, di un dramma sull'elaborazione mai realmente elaborato. In sottofondo, i Queen.

5. The Good Mothers

Nell'anno in cui l'Italia si è chiusa in un silenzio scioccato davanti all'ennesimo femminicidio, non poteva mancare la coproduzione internazionale candidata ai Critics' Choice Award. Un manifesto di resistenza femminile, in cui giganteggia una Bellè all'altezza delle star hollywoodiane.

4. Lezioni di chimica

Se Barbie ha sbancato i botteghini ma non ha conquistato il vostro favore, andate a conoscere Elizabeth Zott: intraprendente e biondissima, puntava al mestiere di chimico. Le toccherà passare prima dai fornelli, in una miniserie in cui Larson segue la scia della Fantastica signora Maisel (di cui non ho visto la stagione conclusiva).

3. Tore

La chicca dell'anno arriva dalla Svezia. Agrodolce, queer e stilosissima, è la storia di un Piccolo Principe in cerca della propria autonomia. Una colonna sonora irresistibile e comprimari a cui voler bene renderanno un lungo piacere questi soli sei episodi.

2. La caduta della casa degli Usher

Succession (che, per la cronaca, non ho seguito) ma in chiave horror. L'ultimo capolavoro di Mike Flanagan è in realtà un bignami del miglior Poe. Una bambola russa di storie dentro storie, con morti da manuale e un cast in stato di grazia.

1. Beef – Lo scontro

Può una zuffa tra automobilisti trasformarsi in una faida, in un'indagine socio-culturale, in una storia d'amore? Sì, se produce A24 e il cast è il regalo più prezioso del melting-pot. Dopo i fasti di Everything Everywhere All at Once, questi asiatici indie e sfrontati conquistano anche il blog.

lunedì 18 dicembre 2023

Italians Do It Better: C'è ancora domani | La chimera | Io capitano | Le otto montagne | La bella estate

Relegata a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però, l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo del focolare. Sempre con il grembiule da cucina, sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E, nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla, Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto. Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)

Alice Rohrwacher torna e incanta con una nuova fiaba bucolica in cui un tormentato Orfeo vive continue catabasi per riunirsi alla perduta Euridice. A unirli c'è un filo rosso, in una sceneggiatura in cui nessun simbolismo è lasciato al caso e al mito del poeta che commosse Proserpina si mescolano le suggestioni di quello di Arianna, salvezza di Teseo fuori dal labirinto. In una tragicommedia in cui la fotografia fuligginosa e la colonna sonora anni Ottanta riconfermano quanto prezioso sia il miscuglio di eccentricità e lirismo del cinema della nostra Rohrwacher, un ruolo chiave spetta al personaggio di Isabella Rossellini: qui irriconoscibile, è una nobildonna prigioniera della sua sedia a rotelle, dell'ossessione per la figlia scomparsa e di una magione che è un colabrodo. In cambio di qualche lezione di canto, l'anziana tiranneggia su una sua allieva che tratta come sguattera; all'apparenza servizievole, la giovane nasconde piccoli insospettabili segreti e seduce il fascinoso Josh O'Connor, tombarolo ospite di una baraccopoli dalle ore contate. Tutti aggrappati a mondi precari, destinati ora all'ospizio e ora alla galera, i personaggi rubano e vengono derubati, si illudono e vengono illusi, inseguendo ciascuno i propri sogni impossibili. Ma quanto è pericoloso preferire il vecchio al nuovo; i mausolei ammuffiti alle stazioni trasformate in centri d'accoglienza da manipoli di donne illuminate? Strambo e incantevole, forse troppo per un'Italia ostile all'audacia, La chimera è un apologo pieno di morte che, a sorpresa, si rivela uno dei film più vitali dell'anno; un tesoro che, come certi luoghi abbandonati, appartiene un po' a tutti e un po' a nessuno; un sogno agitato sui seggiolini scomodi di un regionale. Ma un sogno, finalmente, possibile. (8)

Un intrepido sedicenne con il sogno del rap e dell'Europa intraprende un estenuante viaggio della speranza dal cuore dell'Africa alle coste della Sicilia. Dirige Matteo Garrone, la cui bravura è ormai indiscussa da vent'anni a questa parte. Commuove l'esordiente Seydou Sarr, che nel primissimo piano finale, come già accaduto a Fonte in Dogman, entra a gamba tesa nell'olimpo del cinema italiano. Ma il problema di Io capitano è il seguente: visto il trailer, purtroppo, visto il film. Le tappe del viaggio del giovane sono tutte contenute in quei pochi minuti pubblicitari, tra dune e onde, prigioni e palazzi. L'esperienza umana, preziosa, si fa raramente anche esperienza cinematografica. E accade soprattutto negli sporadici momenti in cui il regista romano tralascia le tappe della sua canonica odissea per sconfinare nei territori visionari della fiaba. È allora che il film diventa qualcosa di più di un'edificante lezione di educazione civica, rivelandosi una riscrittura sorprendente del suo medesimo Pinocchio. Il nostro eroe dice bugie alla mamma, ha uno sfacciato Lucignolo come compagno di viaggio, viene derubato e sfruttato innumerevoli volte. Infine finisce in mare. All'orizzonte c'è la terraferma. O è forse la sagoma della famelica balena? Per fortuna, sappiamo in anticipo che diventerà un bambino vero. Anche se qualcuno al governo, oggi, lo negherebbe strenuamente proprio al sopraggiungere dei titoli di coda. (7)

Ogni amicizia è una storia d'amore. Non si può pensare che questo riflettendo sull'intensità che si annida nei “sovrumani silenzi” tra Pietro e Bruno; sulla persistenza di un sentimento viscerale, più che fraterno, costellato di lunghe attese e lunghi sguardi. Ispirandosi all'omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un topo di città e un topo di campagna uniscono le loro forze – dopo quindici anni di distanza – per rendere omaggio alla memoria del padre che li ha formati un po' entrambi. I registi di Alabama Monroe, coppia tanto nell'arte quanto nella vita, ci portano ad alta quota e riportano sullo schermo un'altra coppia amatissima: Luca Marinelli e Alessandro Borghi, che questa volta giocano con gli accenti dell'estremo nord e recitano con tutta la potenza della loro fisicità. C'è chi va, c'è chi viene. E c'è chi si aspetta. La costruzione della loro amicizia, graduale e faticosa, spezza le vene delle mani. E graduale e faticoso, per qualcuno, potrebbe essere anche questo film: una scalata lunga due ore, da cui si esce però con le mani fredde e il cuore caldo. Le otto montagne è lungo, lento, morbidissimo. Come un abbraccio improvviso, che prima ti spezza le ossa e poi te le rinsalda insieme – o viceversa. (9)

Dal classico di Cesare Pavese, un film modernissimo nella sua fedeltà Proprio come il romanzo che l'ha ispirato, il lungometraggio dell'ottima Laura Luchetti è un inno alla gioia, alla confusione, al piacere femminile. All'importanza del perdersi, a volte, per ritrovarsi. Morbido, delicato e sottilmente erotico, mostra attraverso le espressioni fuggevoli di un'intensa Yile Vianello – anche musa di Alice Rohrwacher – i dilemmi di una giovane sarta scissa fra campagna e città, uomini e donne; le fa da contraltare l'esordiente Deva Cassel, sì acerba, ma perfetta nell'incarnazione dell'ambiguo e bellissimo oggetto del desiderio. La bella estate si prende tutto il tempo che serve. È di una lentezza che avvolge, proprio come l'abbraccio in balera fra le protagoniste; proprio come la regia, materna, che veste di silenzi e verità l'unica scena d'amore. La colonna sonora cresce, così come cresce il personaggio di Ginia. Le stagioni si avvicendano, ma Torino resta sempre magica sullo schermo. L'avvento del fascismo è una notizia da tagliare fuori: basta chiudere le imposte. Piccole magie di un piccolo film, pieno delle simmetrie gelide della mia città d'adozione e delle asimmetrie di un caldo corpo in fioritura. (7,5)

sabato 16 giugno 2018

Mr. Ciak: Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene, Metti la nonna in freezer, Amori che non sanno stare al mondo, Il ragazzo invisibile II

Piazzalo non troppo strategicamente sotto Natale, in mezzo a commedie tra le quali è difficile distinguerlo. Metti sul poster due attori di richiamo – i soliti, i migliori, che con il loro essere onnipresenti eppure a te non chiamano, no – e aspetta senza curiosità. Per vedere i successi al botteghino, a fine anno, e di lì a poco qualche candidatura a sorpresa. Come un gatto in tangenziale, allora, non era così stupido come sembrava? I protagonisti, agli antipodi per stile di vita e professione, sono i genitori di due tredicenni pazzamente innamorati. Lui pagato per pensare, con la ex Sonia Bergamasco che inventa profumi in Provenza. Lei inserviente in un ospizio, con l'ex Claudio Amendola appena uscito di galera. Vogliono le stesse cose, hanno gli stessi difetti, ma da una parte e dall'altra manca il desiderio di deporre l'ascia da guerra. Per il signorile Albanese, il quartiere della consuocera è un covo di criminalità e spaccio. Per la coatta Cortellesi, invece, la borghesia è tutta una magna-magna. Ci si crogiola nel cliché, perché dà sicurezza, ma la verità siede nel mezzo. La periferia, caotica e multiculturale, ha il mare sporco, i modi rozzi, ma un cuore immenso. E la stessa cosa, in parte, succede con l'ultima commedia di Riccardo Milani: un Fortunata da ridere ma mica troppo, con una regia imperdonabilmente televisiva che inquadra, eppure, una moderna storia di orgoglio e pregiudizio che fa riflettere ed emozionare. Merito di una scrittura ponderata e intelligente, di personaggi vincenti – menzione d'onore alle sorellastre gemelle e cleptomani della protagonista, esilaranti – e di una retorica di quelle a fin di bene. In tangenziale, a Roma, si rischia grosso. Ma i gatti, i preconcetti e qualche commedia nostrana, per fortuna, hanno le proverbiali sette vite. (7)

Una famiglia di ristoratori si dà appuntamento al porto. Prendere il largo a bordo di un traghetto per raggiungere Sandrelli e Marescotti, capostipiti pronti alle nozze d'oro, su un'isola del Mar Tirreno. Prepararsi a pranzi e cene senza fine e agli immancabili schiamazzi, se s'incrociano ex, cugini arrivisti, amanti mancati. Insomma, tutte cose che apprezzo: i meccanismi del dramma da camera, i conflitti fra attori impeccabili, la regie energiche per sfuggire alla piattezza del teatro fotografato. Dirige Muccino nel ruolo di Muccino. Tornato in Italia, alle crisi di mezza età, ai suoi cari film a voce alta, a un genere consolidato ai cui cliché mancherebbero giusto le nevrosi della Buy. E senz'altro sa emulare sé stesso, ripetersi, con un piglio che fa la differenza. Una commedia all'italiana di vecchio stampo, così, acquisisce personalità, stizza, grazie a una macchina da presa che non sta mai ferma, al montaggio fluidissimo e ai membri di un cast strapieno, da cui saltare qui e lì a tracolli coniugali alterni. Le bellezze di Ischia e la colonna sonora di Piovani incantano, appaiono sottotono Accorsi e Favino e, accanto a un'urticante Crescentini, risultano bravissimi Ghini e la Gerini, intensa coppia minata dall'Alzheimer galoppante di lui, e quella Sabrina Impacciatore tragicomica. Il difetto sta nella sceneggiatura: tradimenti, ripicche, segreti scomodi, su uno sfondo azzurro mare che è la gioia dei turisti, all'indomani di una tempesta che costringe il cast a una convivenza arrangiata. Le nuvole nere invadono anche la villa con piscina in cui vigono i sorrisi di facciata, l'ipocrisia, le mezze parole. Inevitabilmente, per quanto piacevoli, le vicende risultano troppe, e troppo abbozzate. Le situazioni già viste, con guizzi di autorialità che non contemplano stavolta la novità, di un cinema che intrattiene al solito, ma forse non sta bene come il titolo annuncia. Eppure si accontenta, eppure ci accontenta. (6,5)

De Luigi stana frodi e truffatori. Un po' per gioco, un po' per ripicca, i colleghi preoccupati lo spingono fra le braccia di Miriam Leone, sfortunata artista con un curriculum da miss. Restauratrice in una Italia che si vanta della sua arte ma non le dà valore, la giovane va avanti con la pensione di nonna Bouchet: un giorno morta nel suo letto, però, e con il rischio di lasciara in mezzo a una strada. La soluzione, spregevole: non denunciarne la scomparsa pur di avere l'assegno assicurato. De Luigi, alle sue calcagna per questione di cuore in primis, è disposto a scoprirsi corruttibile per amore? La vita del malaffare è dura, ma remunerativa e piuttosto divertente, all'interno di una storia non così originale, con sketch comici che vengono praticamente da sé. Non troppo nera, in verità, ma coerente nello scherzare con lo status di giovani spiantati e vecchi da tenersi stretti; con il fuoco – anzi, il ghiaccio – di una dipartita su cui lucrare. Metti la nonna in freezer, che intreccia a lunga andare la sua strada con una caccia al latitante (e al malinteso) e un arzillo amante tornato a reclamare una lontana passione, piace al pubblico e alla critica per il cast convincente e la vivacità dello stile; per la regia e il montaggio che fanno la corte alla frenesia da action movie del sopravvalutato Smetto quando voglio. Per una volta più lodevole per lo stile pop che per la sostanza, strano ma vero, allieta con la sua freschezza artificiale una serata in cui i primi caldi fanno togliere i calzini, a letto, e scegliere i pigiami corti. Tra provviste di tortelline, lasagne surgelate, e cadaveri sotto ghiaccio. (6)

Mascino e Trabacchi, cinquantenni bellissimi, si innamorano con l'intensità degli adolescenti. Ma come si sopravvivere alla fine di un sentimento così forte? Si sono amati moltissimo senza mai piacersi, gli inconciliabi protagonisti dell'ultimo film di Francesca Comencini. Prende spunto da un suo stesso romanzo, qui, e Amori che non sanno stare al mondo – titolo lungo e bellissimo, di quelli che piacciono a me – diventa la commedia dal piglio femminista e dalla struttura letteraria, quasi, di una Gamberale arrivata già alla mezza età. Eccole lì, le voci off che raccontano tutta la verità. Le fotografie incantevoli a un passo dal Tevere e le sequenze di nudo che mostrano la peluria dei corpi e la scompostezza dello struggimento. Eccola, ancora, una protagonista logorroica e sull'orlo di una crisi  – la Mascino, splendida –, che s'illude fino a rendersi ridicola e si affida alle prescrizioni dello Xanax. Per superare la rottura o, nel bel mezzo dei giorni d'oro della relazione, per viverla senza idiosincrasie. Per accettare che Trabacchi, scapolo storico, ha detto sì a una ragazza con la metà dei loro anni. Per non darti pace notte e giorno, ma infine trovarla, la felicità: accanto a chi meno t'aspetti. Vagamente morettiana, la Comencini sorprende per l'insolito target a cui parlare di prime volte e seconde possibilità. Quegli amori incapaci di tante cose, così, sanno amareggiare e divertire per la franchezza e la verve della loro voce. Sanno insegnare a stare al mondo te, che sei ancora giovane e, purtroppo o per fortuna, poco ne sai: di com'è o come non è. (7)

I supereroi italiani esistevano, e non si chiamavano solo Jeeg. Qualcuno, un regista premio Oscar, aveva aperto le acque e a un bambino dalla doppia infanzia dato il mio stesso nome. Michele è cresciuto. Adolescente, orfano all'improvviso di mamma Golino, scopre il liceo, una sorella gemella e i piani di una sempre brava Rappoport, genitrice in cerca di eroi da reclutare. Il primo, fantasy tanto candido da infondere un po' di meraviglia anche negli adulti, era delicato e naïf: un'avventura intessuta di citazioni alte e basse che non si prendeva sul serio e nel suo piccolo, a sorpresa, intratteneva e divertiva prima che Mainetti ci mostrasse meglio la retta via. Nella Seconda generazione i protagonisti crescono, e si cimentano con i drammi dell'età: devono staccarsi, devono prendere decisioni di vita o di morte, devono crescere. Il sangue ribolle, la famiglia chiama. Con più effetti speciali che cuore, scritto con sufficienza e un'estetica che non troppo convince, l'ultimo Salvatore si avvicina al gusto degli USA, ma sbaglia mira e la fa fuori dal vaso. Questo capitolo, senza superpoteri, ha una recitazione piatta; una regia sempre padrona del gioco (vedasi la festa da ballo o il cameo da incubo della defunta Golino), a cui tocca fare i conti con i pasticci del montaggio e di una sceneggiatura tagliata con l'accetta; il solito villain, il solito pozzo da fare esplodere, il solito colpo di scena finale che poco coglie impreparati. Un autore e un attore affatto a proprio agio, l'approccio degli studenti svogliati allultimo banco: i difetti imperdonabili di quei sequel, più che brutti, proprio invisibili. (5)

venerdì 18 dicembre 2015

Mr. Ciak: The Walk, Pan, Non essere cattivo, Gli ultimi saranno ultimi, One Chance, Sinister II

Sono i primi anni settanta e i giornali portano in Europa la notizia di un progetto straordinario. Due torri cambieranno per sempre la fisionomia dello skyline newyorkese, diventando simbolo universale; prima con la loro imponente presenza e, all'indomani di una indelebile tragedia, con la loro drammatica assenza. A sfidare quei giganti in costruzione, il giovane Philippe Petit, piccolo di nome ma di speranze grandi, che, mettendo insieme ciò che aveva imparato dell'arte funambolica e una squadra di complici, aveva teso un filo tra un edificio e l'altro. E, senza tentennamenti, fatto una passeggiata nel vuoto. The Walk, avventuroso biopic firmato da Zemeckis, è un film che all'inizio tentenna e poi, passo dopo passo, acquisisce, a sorpresa, fluidità: quando è troppo tardi o troppo pericoloso tornare indietro. A una prima ora poco coinvolgente – l'introduzione di anonimi comprimari, l'espediente di un narratore antipatico a pelle – ne segue un'altra, invece, che pietrifica e cattura come da copione. Zemeckis, in passato padre di personaggi che non si scordano, non prova neanche un po', però, a rendere indimenticabile il suo Philippe: farsesco, leggero, incauto. Colpa di una sceneggiatura esile, in cui soccorso arriva, per fortuna, un lato visivo che ruba il fiato; colpa di un Joseph Gordon Levitt che gigioneggia, camminando sui fili e recitando sopra le righe. Ma The Walk, scritto senza particolari guizzi e recitato in maniera meno convincente del previsto, nonostante un titubante inizio, si riscatta a metà strada. Elettrizzanti e spassosi i preparativi per l'operazione, impressionanti le camminate e i dialoghi con la polizia a mezz'aria. L'emozione assicurata da una regia da maestro e quella retorica tutta americana che, vuoi il senso generale di meraviglioso, vuoi la vertigine da capogiro, non disturba affatto. Così, con la settima arte che ci ricorda le sue infinite potenzialità, a centoventi anni dalla sua invenzione, sani e salvi si arriva dall'altra da parte. C'è stata una nuvola, un colpo di vento. Ma siamo bambini al circo, e il cuore non vuole saperne di smettere di battere forte. (6,5)

In una notte di nebbia, una giovane donna lascia suo figlio alle porte di un orfanotrofio. Al collo, unico collegamento con i suoi misteriosi genitori, una collana con un minuscolo flauto di Pan. Sarà proprio quel famoso Peter, accompagnato da uno Spugna in forma smagliante e da un giovane alleato, che si fa chiamare Uncino? Pan, accolto tiepidamente dalla critica e poco popolare in sala, sa meravigliare, e a sorpresa, in un universo in cui gli effetti speciali ci hanno abituati a tutto e in mezzo a tendenze che – da anni – vogliono i personaggi delle fiabe come nuovi eroi. All'inizio c'era la curiosità, l'entusiasmo, ma ci si è stancati in fretta. Come il Cinderella di Kenneth Branagh, però, Pan ha la fortuna di avere, a bordo, un grande regista – Joe Wright è un esteta esemplare, un fine artigiano – e un cast assai bene assemblato – Hugh Jackman, Rooney Mara, Amanda Seyfried, quel Garrett Hedlund che vedrei benissimo nei panni del nuovo Indiana Jones. Se la trama la conosciamo tutti – il nuovo Pan è un mito eziologico, un prequel della favola originale, ma le sorprese sono ben poche – e, al di là di un apparato visivo impressionante, poteva esserci un cuore più grande e caldo, il lavoro di Wright lascia ammaliati per la cura dei dettagli, i colori contagiosi, la sensazione di una storia conosciutissima, ma raccontata con il giusto spirito. Nella Londra bombardata della Seconda Guerra Mondiale, nell'istituto – luogo dickensiano per eccellenza, con monache crudeli e pargoli affamati notte e dì – gli orfani cominciano a scomparire. Nel cielo scuro, pieno di stelle e aerei nemici, vola un galeone che li rapisce tutti. Destinazione, l'isola dove il temibile Barba Nera – tiranno che entra in scena tetralmente, cantando Smells Like Teen Spirit – usa le sue macilente vittime come schiavi in cave magiche e minaccia l'esistenza di fate e nativi, ormai in via di estinzione. Unica speranza, il bambino delle leggende; quello capace di volare e liberarli tutti quanti. E, saranno statti vecchi flash che mi ricordano il mio amore non solo per il cartone Disney, ma anche per il biopic Neverland e per l'incontrastato Hook, ma io mi sono alquanto goduto questo nuovo viaggio verso l'isola che non c'è. Sebbene non servissero ulteriori indicazioni o promemoria per raggiungerla. Tutti ricordavamo, infatti, già la strada: "seconda stella a destra, e poi dritti fino al mattino." (6)

Cesare e Vittorio si muovono nella Ostia degli anni novanta, tra taccheggio e spaccio. Il primo, con una nipote in fin di vita e il fare irascibile, scopre di volere bene a una tipa, ma moltissimo, e stanno pensando di andare a vivere insieme. Il secondo, che non teme né il duro lavoro, né la redenzione, convive con una ragazza madre e con la paura costante che per il suo gemello diverso sia ormai tardi. La merce va prima testata, poi venduta, e l'eroina non perdona. Li risucchia nel suo vortice infinito e ora c'è da ridere, ora c'è da piangere, tra divertenti allucinazioni, guarigioni e ricadute, disastrose conseguenze. Non essere cattivo è il monito che compare sulla T-Shirt del peluche preferito di una bambina, vittima inerme dello stesso male dei suoi genitori. Non essere cattivo è il dramma romanesco, ancora, che dopo la calorosa accoglienza a Venezia l'Italia ha portato avanti per rappresentare il nostro cinema agli Oscar. Una storia di borgate e fame chimica - ma di vita – che mi ha emozionato e convinto, ma forse meno del previsto. Sono così fortunato, infatti, da appartenere a una generazione successiva e da non conoscere personalmente la strada senza uscita della vita di provincia, la dipendenza che uccide. La sfortuna, invece, è non avere visto altro di Claudio Caligari: regista underground, fotografo di spericolate vite al limite, che è andato via nel maggio di quest'anno. Non so dirvi, adesso, quanto influisca sulle impressioni dello spettatore appassionato trovarsi davanti a un'opera postuma. Non so dirvi quanto Claudio, interessato a una certa realtà, interessante per un certo pubblico, sarebbe stato contento delle luci dei riflettori. Non essere cattivo, opera con cui si congeda, è realmente il meglio di cui è stato capace? O più significativa è la genesi del progetto, l'immagine – per chi la sa cogliere – di un'epoca che cede il passo alla successiva? L'ho visto alla cieca e con alte aspettative, e l'ho trovato un film tutt'altro che perfetto – c'è qualche scena da libro Cuore di troppo, un epilogo inevitabile, un'atmosfera che chi legge la nostra narrativa ha incontrato nella Avallone, nella D'Urbano, nel primissimo Ammaniti – e non particolarmente adatto a figurare in una competizione di ampio respiro. Chi non legge, perché mancano il tempo o la voglia, non ha percepito il senso di dèjà vu? E, soprattutto, chi Calligari non lo conosceva, come il sottoscritto, quanto non ha colto? E' provinciale, il che - giuro - non vuole essere un'offesa nei suoi riguardi; è essenzialmente una piccola cosa nostra. Con le sue pecche, lo stile che ricorda quello di altri, ma con attori naturalissimi – il già noto Luca Marinelli e la rivelazione di Suburra, Alessandro Borghi, che bello e bravo com'è farà tanta strada – e un cuore incorruttibile. Perfino candido, a discapito dei protagonisti che pippano, della rudezza del dialetto, delle svolte senza ritorno. La sporcizia è in chi la vede. (7)

Luciana, con una pistola in mano e il trucco sbavato, cresciuta all'ombra dei tralicci e di un padre battagliero, ha un figlio in grembo e un impiego che la società le ha negato, spaventata da quella pancia che cresceva e dall'evenienza di un aumento. Nella stessa provincia romana è stato esilitato Antonio, poliziotto settentrionale, campione di scelte sbagliate; ne farà un'altra, lì, innamorandosi di una ragazza transessuale che fa chiacchierare i più. Dieci anni fa, con la crisi che ci colpiva di striscio e i tagli al personale che facevano feriti ma non vittime, avevo rimediato su un DVD una pièce che, quando il teatro nessuno me lo aveva ancora spiegato, quando l'economia vacillava ma non c'era granché da preoccuparsi, mi aveva scosso. Un incredibile one woman show, nero e lungimirante, in cui una giovane Paola Cortellesi – sola su un palco – interpretava decine di personaggi in cerca di un'illusoria felicità. Allora la crisi era circostanza, adesso è dura verità. Allora c'era una sola attrice sotto l'occhio dei riflettori, adesso si aggiungono il marito Gassman, l'ispettore Bentivoglio, la guardia giurata Fresi, anche se Paola Cortellesi – straordinaria – non ha rivali. Gli ultimi saranno ultimi, dalla pièce omonima, prende in prestito la solidità delle situazioni, un'interprete maiuscola, ma non l'aria teatrale; qui presente nella concretezza dello script e non in prove attoriali, in generale, assai spontanee. Ci si emoziona – le risate non mancano, con Radio Maria che risuona nelle tubature, e la cupezza diffusa genera rughe – e ci si prova, nel finale, almeno, a dare almena una specie di speranza. Ma quale consolazione può esserci? Dieci anni dopo, la crisi è all'ordine del giorno e i licenziamenti riempiono le mense dei poveri e le fosse. E' adesso, in tempi tanto così bui, che Gli ultimi saranno ultimi passa davanti alla macchina da presa e, con gli stessi nomi, fa un lungo salto. Trova accoglienze modeste in sala e un pubblico che una volta a settimana, al cinema, si trova purtroppo davanti l'ennesimo titolo sulla vita grama e il precariato. Sulla carta, qual era la sua utilità? Con mia somma sorpresa, io che pensavo che un cast ampio ne avrebbe compromesso la cifra stilistica e la tipica leggerezza di Bruno addolcito l'intensità, ho trovato felicissimo il tentativo di portare questa tristissima storia oltre il sipario rosso. (7+)

Britain's got talent ci ha lasciato un format da far nostro e la storia a lieto fine di Susan Boyle. Quanto piacciono le trasformazioni dei brutti anatroccoli in cigni? A me, che credo nelle seconde possibilità e nella benevolenza del destino, molto. E' da una favola, dallo stesso Britain's got talent, che prende avvio la storia vera di Paul. One Chance, con toni sognanti e tutta l'allegria di cui la commedia inglese è capace, racconta a fan e profani cosa c'era prima del successo mediatico. Un'infanzia di vessazioni – aggravante per i bulli, oltre al fatto che Paul fosse in sovrappeso, la passione per l'opera lirica -, l'amore online, il soggiorno a Venezia e Pavarotti in persona che ti chiude la porta in faccia. Ricominciare a crederci da capo. Con l'ispirazione, insieme alla salute, che va e che viene, mentre restano una compagna fedele, qualche amico prezioso, due genitori strampalati. L'americano David Frankel dirige una produzione tipicamente british, nello stile di Full Monty e Billy Elliot, in cui l'uomo medio, inquadrato in una grigia realtà industriale, non si arrende a ridimensionare la portata dei suoi grandi sogni. Una vita normale può essere un esempio illuminante, purché ci sia uno scopo preciso. Quella di Paul, come il melodramma nostrano predisposta ora alla leggerezza, ora alla tragedia, diventa così un cinema in cui crederci – al cambiamento e alla rivalsa, intendo – mi insegna a stare con meno livore al mondo. Sceneggia Zackham, e a tratti sembra l'adorabile Curtis; protagonista assoluto, con la faccia pulita e la fisicità dirompente, quel James Corden che conoscevo solo per Into The Woods. Si vuole bene a lui e al suo Paul – perché, c'è differenza? - e ci si emoziona a tutto tondo; a tutto cinema. E così, quando in una delle ultime scene intona Nessun dorma e c'è quasi, sta per arrivare al momento clou, quel “vincerò” ribadito e guadagnato, ripetuto per ben tre volte, suona liberatorio e un po' struggente. Parte l'applauso e il sospiro di sollievo. Paul Potts aveva già vinto allora. (7)

Una donna in fuga trova rifugio tra le mura di una fattoria. C'è qualcosa, però, che sovverte quella pace ritrovata. I piccoli fratelli Collins iniziano a svegliarsi in preda agli incubi e il più fragile dei due ha amici immaginari che, attraverso filmati cruenti, vogliono spingerlo a uccidere la sua stessa famiglia. Possibile scrivere, questa volta, un altro finale? Il primo Sinister che chissà perché, tre anni fa, non aveva trovato spazio sul mio blog, mi piace ricordarlo – sbaglierò? - come uno degli horror più a fuoco degli ultimi tempi. Un demone spaventoso, un mistero duraturo, un epilogo agghiacciante che non dava speranze. Le domande che, in una trama volutamente nebulosa, ti volevano attento fino alla fine. Sul suo seguito non gravavano, per forza di cose, alte aspettative. I commenti, in rete, mi dicevano che era cosa mediocre; nonostante gli utili avvertimenti e il partire negativamente prevenuti, tuttavia, Sinister 2 si impegna a risultare peggiore del previsto. Noioso, inefficace e, spesso, ridicolo. Unici lati positivi: gli studiati interni vintage; le immagine contenute nelle bobine, realistiche e sgranate soggettive di morte, quasi parte di uno snuff. La colpa dell'insuccesso è imputabile al pessimo cast e a una sceneggiatura che, giocando sin dall'inizio a carte scoperte, perde il minimo sindacabile di appeal. I piani di Mr. Boogie si conoscono; i suoi aiutanti, non più così misteriosi, svaniscono in amatoriali dissolvenze; l'epilogo, scontato, è quello canonico: troncato bruscamente per lasciare aperte le porte a un eventuale, indesiderato seguito. O magari, per regalarci un sussulto che tanto – ennesimo passo falso - non arriverà. (4)