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giovedì 28 aprile 2016

Mr. Ciak: The VVitch, Nonno scatenato, Il cacciatore e la Regina di ghiaccio, The Boy, The Night Before

Allontanata dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente. La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici, brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile. Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove. Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve, del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque, ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce, proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)

Vedovo di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi nipoti a seguirlo in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole, alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e, soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense: sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia, il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob, prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio: la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo, non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”. Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera. E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)

"Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di Mirror Mirror, l'epos non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore – e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva, inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron? Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e contenti già agguantato, la strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che, seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce, allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e fragile della Elsa di Frozen, interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché, sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e, complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)

Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e ossa. The Boy, thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa, sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit, canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po' l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina, per fortuna, non è stato azzardato. The Boy, così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a buon fine, questo The Boy né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale, furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore. (5)

La festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo, non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami, rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The Night Before, con quel popò di cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50, da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The Hangover a tema. Me lo aspettavo dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante della comicità di un The Interview la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo custode. (6,5)