Allontanata
dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in
una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è
vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato
con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il
neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che
si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente.
La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli
chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il
Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue
scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e
subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla
nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che
risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si
concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia
impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da
queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non
dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri
sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un
Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i
quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo
Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The
Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici,
brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e
ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia
a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile.
Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove.
Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve,
del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque,
ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più
sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il
tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben
realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è
un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce,
proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei
rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)
Vedovo
di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi
nipoti a seguirlo
in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole,
alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la
lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il
responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime
missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e,
soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia
di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non
a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense:
sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha
più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca
al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a
quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i
duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una
buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia,
il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al
meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera
interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante
pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob,
prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a
un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio:
la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo,
non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”.
Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e
mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa
Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia
demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera.
E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)
"Specchio,
specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro
anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di
Mirror Mirror, l'epos
non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore
– e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara
di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart
che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva,
inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron?
Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e
contenti già agguantato, la
strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data
con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile
il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è
imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come
l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che,
seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono
distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta
impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra
martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è
stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce,
allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e
fragile della Elsa di Frozen,
interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor
più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me
amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la
disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei
dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla
dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché,
sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha
regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e,
complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una
scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime
donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)
Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna
inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due
padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un
segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un
fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede
che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e
ossa. The Boy,
thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto
danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano
una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa,
sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit,
canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi
d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo
di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po'
l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di
fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina,
per fortuna, non è stato azzardato. The Boy,
così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto
gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la
consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che
ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio
dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza
interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I
comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati
cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a
buon fine, questo The Boy
né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto
sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror
piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale,
furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei
aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro
degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore.
(5)
La
festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e
tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle
costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo,
non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono
un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i
ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci
dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e
feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti
danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non
troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare
papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a
suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami,
rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le
sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato
all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The
Night Before, con quel popò di
cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50,
da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale
agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The
Hangover a tema. Me lo aspettavo
dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante
della comicità di un The Interview
la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le
battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il
romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph
Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato
terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy
Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in
cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco
invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo
custode. (6,5)