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lunedì 1 luglio 2019

Recensione: La misura imperfetta del tempo, di Monica Coppola

| La misura imperfetta del tempo, di Monica Coppola. Las Vegas, € 14, pp. 221 |

Cosa abbiamo in comune con i nostri parenti, sangue a parte? Ce lo domandiamo tutti, nei giorni storti, ma la giovane Mia deve farlo ancora più di altri. Ventidue anni, la testa un groviglio inestricabile di dreads, sta sperperando il suo potenziale mettendo in ordine gli scaffali di un ipermercato di periferia. Nata vecchia, proprio come il sottoscritto, è di quelle ragazze dall'Amuchina gel sempre a portata di mano con il pallino rompipalle dell'ecologismo. Quando arriva l'ora di rincasare, si rifugia a guardare Netflix dietro la sua porta blindata: nel ricordo felice dell'infanzia, lontana dagli hobby dell'amico festaiolo Andrea. Se già i piatti di plastica sono il male nel mondo, su quale livello di sciagura collocare invece la famiglia? Mentre la figlia è la protagonista di un romanzo di formazione squattrinato in una Torino ai margini piena di parolacce e graffiti, la madre vive nella cosiddetta Milano da bere e in uno chick-lit per signore di mezza età: tanto stacanovista sul posto di lavoro quanto irresponsabile come genitrice, d'un tratto Lara si accorge che il sesso occasionale e i siti d'incontri non danno più soddisfazioni. Benché abile nel dissimulare, non potrà dare troppo a lungo la colpa degli sbalzi d'umore alla sindrome premestruale: la sbugiarda infatti una fame nervosa, a confine con la bulimia, che rivela a sorpresa le sue fragilità e il terrore di invecchiare senza affetti.

Lo sporco c'era, invisibile ma c'era. Come i cicles appiccicati sotto il banco, come i baci a cui seguivano promesse che duravano quando il gusto di quelle gomme, fragola, banana, coca cola. Promesse che quando non sapevano più di niente sputavi via. Anche lei a quei tempi era una delle tante che masticava desideri e li scoppiava quando il sapore non le piaceva più. Aveva sempre funzionato fino a quando un desiderio ancora intatto, il sapore ancora buono, le era scoppiato in faccia.

Su di loro, però, veglia l'irresistibile Zita: aspra e impaziente per natura, di origini meridionali, è la nonna della prima e la mamma della seconda. Una matriarca rimasta vedova da poco, con un modo tutto suo di rivolgersi all'Altissimo e un immancabile mazzolino di fiori freschi da depositare sulla tomba del povero Tore. Per lei, in agguato, c'è una seconda primavera; un nuovo amore che a giusta ragione ha paura di presentare alle altre. Perché alcune donne, alcuni mesi, sono altamente imprevedibili.
La misura imperfetta del tempo ha inizio durante un marzo pazzerello all'ombra della Mole e finisce in un Natale di città agghindate a festa e rivelazioni spiazzanti. Brillante commedia generazionale di vecchiaie precoci e giovinezze tardive, racconta con sensibilità la difficoltà di essere madri e figlie; di fingersi donne al passo. A dare valore aggiunto ci sono uno stile maturo e un cast di protagoniste femminili d'eccezione, che a fino a quel momento hanno vissuto di convenevoli e apparenze. E, senza farne misteri, ci sono state un gran bene. Sovrascrivere il passato con le novità, le stesse che prendono in contropiede, significa forse tradire la memoria di chi non c'è più? È difficile abituarsi alle cose che sfuggono di mano. Soprattutto se riguardano tradizioni e persone che giudicavamo immutabili. Soprattutto se riguardano da vicino casa nostra. All'improvviso, infatti, non ci si sente più i benvenuti.

Ognuno affronta il dolore a suo modo. Tua madre con il lavoro. Tua nonna con l'amore. Ci provano. E forse anche loro fanno i conti con l'esplosione di schegge che hanno dentro, solo che tu non lo sai. La vita continua, Mia. Anche quando non ne hai voglia.

Le luminarie di dicembre, per fortuna, ispirano i regali e le rimpatriate, all'insegna di una dolcezza che lascia un sorriso sulle labbra e il ricordo di figure che desidereresti avere come commensali al cenone. Non c'è che dire: alcuni personaggi vivono di vita propria. Hanno un aspetto ben definito, un carattere forte, una voce tridimensionale che schizza fuori dalle pagine e ha il suono, quasi, di quella delle persone che ti vogliono bene. Sono loro a condurre il gioco, e a guidare le storie. Al suo secondo romanzo, Monica Coppola ne ha tre potenzialmente memorabili: ben più di una storia di matrimoni e funerali che, nella seconda metà, convince meno alle prese con gli equivoci e i temi della Puglia di Luca Bianchini. 
Mia, il personaggio più vicino a me per ragioni anagrafiche, si dice allergica al rosa e ha l'abitudine di comprare cornici in un negozietto di antiquariato a un passo dal fallimento. Non le usa per esporci foto sue. Le conserva così come le acquista, incellofanate, lasciando in vista quegli scatti che ritraggono famiglie di modelli che imitano la normalità su un set fotografico. Perché custodire fotografie di chi non conosciamo? A fine lettura, saremmo disposti a farlo anche noi con Mia, Lara e Zita: tre sconosciute da incorniciare, nonostante le leggere sfumature di rosa.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Erica Mou – Nella vasca da bagno del tempo

martedì 26 dicembre 2017

Recensione: Ti chiamo sul fisso, di Rainbow Rowell

| Ti chiamo sul fisso, di Rainbow Rowell. Piemme, € 19, pp. 352 |

Volevo che le feste e la centesima lettura di quest'anno somigliassero un po' a Rainbow Rowell. Sì, la solita autrice con l'arcobaleno nel nome che, da qualche anno a questa parte, con young adult spassosi e dolcissimi, sta diventando appuntamento irrinunciabile. Come spiegare – senza emoji con gli occhi a cuore però – l'alchimia fra Eleanor e Park? Come dire quanto di me ci fosse nello straordinario mondo di una Fangirl con pochi amici e troppi libri sul comodino? Quest'anno, già in libreria con quel Carry On che regalava chicche e magie, la scrittrice americana torna ancora ma in versione adulta. Senza protagonisti in pubertà. Senza gli mp3 e gli incantesimi messi in musica. Purtroppo, senza entusiasmo.

Ho un telefono magico nascosto nell'armadio. E credo sia collegato al passato. Credo anche di dover rimediare a qualcosa. Di dover sistemare qualche faccenda.

Georgie e Neil stanno insieme da quasi vent'anni. Hanno due bambine, alti e bassi, i biglietti prenotati per passare le vacanze dai genitori di lui. Lei, sceneggiatrice TV con un sudato pilot in rampa di lancio, è costretta a rinunciare al Natale in famiglia per una scadenza dell'ultimo minuto. Un saluto alle figlie con gli occhi già pieni di lacrime e il broncio di Neil, fantasioso vignettista trasformatosi in mammo per amore. L'aereo decolla, la protagonista resta a casa da sola, suo marito suona sfuggente alla cornetta. Il suo matrimonio è davvero finito? Ha premesso una volta di troppo la carriera agli affetti? Smaltire le feste e la nostalgia fra l'ufficio – dove c'è Seth, suo storico braccio destro nonché mancata fiamma – e la casa in cui è cresciuta. Con una mamma che cambia continuamente compagno (e lo pretende più giovane), una sorellastra innamorata del fattorino della pizza (ancora incerta su cosa e chi le piaccia), un carlino con le doglie e un telefono giallo, a disco, forse sbucato dai confini della realtà. Se l'iPhone fa cilecca, chiamare Neil dal fisso – e a sorpresa chiamare il passato. A rispondere, infatti, è il ragazzo di cui si innamorò nei tardi anni Novanta. Prima che due piccioncini come loro diventassero un noioso copia-incolla delle coppie alto-borghesi. Prima che la routine li travolgesse. Quanto, adesso, una parola di Georgie detta al Neil del passato potrebbe cambiare il presente?

Non poteva essere una porta temporale. Non era magico. La magia non esisteva (Io non credo alle fate. Mi dispiace, Peter Pan). E comunque non aveva nessuna intenzione di correre un rischio del genere. Georgie non era un Signore del Tempo e non voleva fare nessun viaggio nel passato. Si sentiva a disagio perfino quando pregava per ottenere qualcosa, perché non le sembrava il caso di chiedere a Dio cose che non fossero già previste. E se con quelle telefonate avesse cancellato per sbaglio il suo matrimonio? Se avesse cancellato le sue figlie? Se avesse già combinato qualche pastiggio... se ne sarebbe accorta, almeno?

Una coppia in crisi, un apparecchio come varco spazio-temporale, personaggi adulti ma fermamente nerd nel cuore. Gli ingredienti: quelli sempre cari, e con la variante assai gradita dei viaggi nel tempo. A metà fra Canto di Natale e La vita è meravigliosa, Ti chiamo sul fisso è un miracolo a tema che bene non ha fatto al mio arido animo da Grinch. Commedia poco fantastica che manca di originalità e spigliatezza, ha la fissità di alcune sit-com (purtroppo non la verve) e l'ingombro del filo. Una Rainbow Rowell che sin dall'inizio ho faticato a riconoscere, con pagine prolisse, protagonisti antipatici (fa eccezione il paffuto e contraddittorio Neil, soprannominato "Hobbit" in gioventù) e uno spunto che fa da furbissimo specchietto per le allodole. Il telefono, la penna: scarichi. Se di paradossi temporali vuol parlare, che allora l'autrice torni ragazzina come l'abbiamo conosciuta. Rainbow, carissima, questo genere ti invecchia e ci annoia. Farò finta di non aver sentito cosa (non) hai detto, con la scusa delle interferenze. Caduta presto la linea.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – Time After Time

giovedì 12 ottobre 2017

Recensione: Romanzo rosa, di Stefania Bertola

| Romanzo rosa, di Stefania Bertola. Einaudi, € 13, pp. 208 |

Tutti ne abbiamo qualcuno in casa, nascosto strategicamente in seconda fila. Eredità di mamme o zie che li hanno letti e riletti, ispirate dalle pose plastiche in copertina, dalle ambientazioni esotiche e dai toni pruriginosi ma non troppo. Ma sì, lo ammetto: non soltanto in libreria ne tengo ben camuffati un paio anch'io ma, peggio, nelle frequenti crisi di astinenza pre-blog (che brutta bestia, i periodi di magra) ne ho perfino letti due o tre in mancanza di meglio. Si parla di romanzi sentimentali. Quelli con i pediatri scapoli e le infermiere sexy. Quelli con i vampiri e i lupi che convolano a nozze, scortati da una solenne parata di fate madrine. Quelli con protagonisti che non hanno ancora l'età, ma le basse voglie sì. Quelli storici (i preferiti di mia madre, ai tempi) con rosse accusate di stregoneria e inquisitori in tentazione. Gli Harmony sono ribattezzati Melody nel primo romanzo che leggo di Stefania Bertola, autrice che i più mi consigliano da innumerevoli sessioni d'esame a questa parte. Olimpia, mite bibliotecaria sui sessanta, decide di scriverne uno in una settimana, seguendo le indicazioni di un corso di scrittura creativa a cui, intraprendente per una volta nella vita, ha preso parte. Non gliene vorranno le nipoti. Non miagoleranno troppo i suoi coinquilini, due gatti viziatissimi.

Per scrivere un romanzo rosa in una settimana ci vogliono otto giorni.

La protagonista ignora le telefonate, rifornisce il congelatore di Tupperware e, come un'eroina dalla doppia vita, al mattino pende dalle labbra dell'acidissima Leonora (la Stephen King degli amori da edicola, insomma) e di sera batte al computer, intabarrata nel conforto del plaid. E la noia della sua routine, del suo guardaroba monocolore, del suo compassato modo di porsi, la seppelliscono d'un tratto sotto la neve scozzese i personaggi dello stimolante esperimento letterario. La zitella di San Mauro Torinese si nutre di liquirizie e fantasia, infatti, prendendo alle lettera le istruzioni: il sesso deve esserci, purché reso con fior di metafore; le protagoniste sono volitive e orgogliose, ma non abbastanza da non cedere al conto in banca di un uomo più facoltoso; i protagonisti, di solito perseguitati da un tragico passato, hanno sepolto il cuore ma niente è perduto. Meglio abbondare, poi, con marche di abbigliamento, auto sportive, nomi ridicolmente complicati, avverbi di modo e perifrasi barocche quanto basta.

Per la prima volta in vita mia mi addormento sul 61, e scendo al capolinea. Torno indietro a piedi, e mi chiedo se allora non sia soltanto il sonno a generare i sogni, ma anche i sogni a generare il sonno.

Romanzo rosa è una storia nella storia nella storia. Diciamolo meglio. Si articola su tre livelli: il quieto vivere di Olimpia, con attorno i flirt e le liti degli altri aspiranti romanzieri; il vademecum dell'affermata Leonora; i garbugli amorosi fra i fittizi Turquoise (come il colore) e Angus (come la bistecca), lei inventrice di marmellate e lui imprenditore rampante, in una strampalata Scozia di frutti succosi e colpi di fulmine. Come Jane The Virgin, la comedy che da quattro stagioni parodia con intelligenza le telenovelas argentine senza mai diventarne una, così Romanzo rosa si fa apprezzare per la leggerezza studiata e i gustosissimi incastri metaletterari. Si ride, ma con decoro e misura. Si ammirano la destrezza e l'autoironia di una scrittrice che interpreta e canzona le tendenze editoriali, tesse merletti per vecchi canovacci e non rinnega mai se stessa. Rivelando con umorismo e perizia il peso di questa musica leggera. Le sfumature nell'uniformità impenetrabile del rosa confetto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levant feat. Max Gazzé – Pezzo di me 

lunedì 29 maggio 2017

Recensione: Non ditelo allo scrittore, di Alice Basso

La prego, prof, inizi a fare lezione. Ci porti con sé nel mondo della letteratura, perché per oggi della realtà ne ho veramente piene le palle.

Titolo: Non ditelo allo scrittore
Autrice: Alice Basso
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 16,90
Sinossi: A Vani basta notare un tic, una lieve flessione della voce, uno strano modo di camminare per sapere cosa c’è nella testa delle persone. Una empatia innata che Vani mal sopporta, visto il suo odio per qualunque essere vivente le stia intorno. Una capacità speciale che però è fondamentale nel suo mestiere. Perché Vani è una ghostwriter. Presta le sue parole ad autori che in realtà non hanno scritto i loro libri. Si mette nei loro panni. Un lavoro complicato di cui non può parlare con nessuno. Solo il suo capo sa bene qual è ruolo di Vani nella casa editrice. E sa bene che il compito che le ha affidato è più di una sfida: deve scovare un suo simile, un altro ghostwriter che si cela dietro uno dei più importanti romanzi della letteratura italiana. Solo Vani può trovarlo, seguendo il suo intuito che non l’abbandona mai. Solo lei può farlo uscire dall’ombra. Ma per renderlo un comunicatore perfetto, lei che ama solo la compagnia dei suoi libri e veste sempre di nero, ha bisogno del fascino ammaliatore di Riccardo. Lo stesso scrittore che le ha spezzato il cuore, che ora è pronto a tutto per riconquistarla. Vani deve stare attenta a non lasciarsi incantare dai suoi gesti. Eppure ha ben altro a cui pensare. Il commissario Berganza, con cui collabora, è sicuro che lei sia l’unica a poter scoprire come un boss della malavita agli arresti domiciliari riesca comunque a guidare i suoi traffici. Come è sicuro che sia arrivato il momento di mettere tutte le carte in tavola con Vani. Con nessun’altra donna riuscirà mai a parlare di Chandler, Agatha Christie e Simenon come con lei. E quando la vita del commissario è in pericolo, Vani rischia tutto per salvarlo. Senza sapere come mai l’abbia fatto. Forse perché, come ha imparato leggendo La lettera scarlatta e Cyrano de Bergerac, ogni uomo aspira a qualcosa di più grande, che rompa ogni schema della razionalità e della logica.
                                        La recensione
Scoperta due anni fa di questi tempi, Alice Basso è diventata un'abitudine irrinunciabile – rimedio perfetto contro la sessione estiva, la bella stagione e altri mali. Strano, potreste dire, data la presenza di una protagonista che non è propriamente uno zuccherino. A una cena tra amici, però, io sarei quello che frena come può gli istinti omicidi verso l'immancabile simpaticone del gruppo. La gente che vuole spacciarsi per cordiale a tutti i costi no, non mi piace. Vani Sarca, giacché scostante e sarcastica, è invece il tipo di persona che entra subito nelle mie grazie. Sarà che a piacere non ci prova neanche un po', quindi conquistare la sua fiducia, farla sorridere, è una sfida personale. Pendo dalle sue labbra da un paio di romanzi a questa parte, e quanto ho aspettato che arrivasse questo maggio. Avevo bisogno che qualcuno con il mio pessimo senso dell'umorismo e la mia pigrizia, in un mese che è sinonimo di sbadigli tra i manuali, mi desse man forte. La ghostwriter investigatrice è tornata a colpire. Ha fatto il cambio di stagione, ma il suo armadio resta total black. 
Si tiene stretta il solito caratteraccio, qualche amico in più, nuove rogne. Fanno affidamento su di lei il commissario Berganza ("socio", o forse qualcosa di più) e le Edizioni L'Erica. Da un lato, un vecchio criminale ai domiciliari gestisce non si sa come preoccupanti traffici di droga. Dall'altro, il mondo dell'editoria è scosso da una colpo di scena: un romanzo italiano, letto e amato alla stregua di un classico, è in realtà un falso d'autore. Com'è possibile continuare a delinquere, se in un appartamento sorvegliatissimo? Chi meglio di una ghostwriter può riconoscere un altro ghostwriter e, una volta intercettatolo, tentarlo con promesse di gloria eterna? In Non ditelo allo scrittore la nostra eroina preferita ha due missioni parallele: aiutare le forze dell'ordine e trasformare un topo di biblioteca (scortese e offensivo, per di più: peggio di Insinna a telecamere spente) in un oratore provetto. Preceduto da rose rosse a profusione e regali esagerati, spunta però anche Riccardo. E, per quanto uno speri che Cupido faccia breccia nella corazza del rigido Berganza, tocca ammettere che quel ruffiano di un ex gli ruba spesso e volentieri la scena flirtando ad arte. 
A capitoli alterni, i flashback accendono i riflettori sui dolori della giovane Vani: un'adolescente curiosa e irrequieta nei tardi anni Novanta, che ha presto rinunciato a cercare il proprio posto nel mondo fingendo non fosse poi così importante. Per fortuna ci sono i libri che ti mettono sulla buona strada e che portano consiglio: l'ultima pagina, chissà, potrebbe svelarti la soluzione di un caso che sfugge o di un triangolo sentimentale dalle ore contate. Per fortuna ci sono i professori che amano quello che fanno, e la dedica alla loro professione in prima pagina è sacrosanta. E la musica, e la misantropia, e la scoperta del romanticismo. A rischio il giallo: eccessivamente sacrificato. L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome era la rivelazione; Scrivere è un mestiere pericoloso l'attesa conferma; quest'ultimo, invece, non stupisce troppo. Il terzo capitolo mi è piaciuto meno dei precedenti, sì, ma comunque quanto basta. Destino, forse, dei romanzi in serie? Colpa di piste che non si incrociano mai, di salti avanti e indietro che coinvolgono a metà, di una struttura più macchinosa del solito? Impercettibili cavilli, i miei, lo so. Scuse da poco per tentare di spiegare il parziale coinvolgimento più a me che a lei. Alice Basso, infatti, mi avrà sempre in pugno. Ma non ditelo alla scrittrice: potrebbe adagiarsi sugli allori, sapendosi pressoché indispensabile.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Vampire Weekend - Oxford Comma

martedì 4 aprile 2017

Recensione [doppia]: Big Little Lies - Piccole Grandi Bugie, di Liane Moriarty

Si dice che smettere di serbare rancore sia un bene, ma non lo so, a me il rancore piace parecchio. Mi prendo cura di lui come di un cucciolo.

Titolo: Piccole Grandi Bugie
Autrice: Liane Moriarty
Editore: Mondadori
Prezzo: € 19,50
Numero di pagine: 428
Sinossi: Un luogo in cui è spontaneo conversare con i vicini e trovarsi per una grigliata dietro casa nei pomeriggi estivi. È facile per Madeline, Celeste e Jane diventare amiche. Anche se non potrebbero essere più diverse, e non possono dire di conoscersi davvero. Madeline è divertente e caustica, si ricorda tutto e non perdona nessuno. Il suo ex marito si è appena trasferito con la giovane moglie e la figlioletta nelle vicinanze e, quel che è peggio, la sua primogenita adolescente è già totalmente conquistata dalla nuova matrigna. Com'è possibile? si tormenta Madeline. Celeste è quel genere di bellezza che tutti si voltano a guardare quando cammina per la strada, ha due gemelli e un marito adorabile e bello quanto lei, sono ammirati da tutti, specialmente dai genitori della scuola dei figli. Tanta fortuna non potrebbe avere un prezzo? E quanto sarebbe disposta a pagare? si domanda Celeste. E poi c'è Jane, che si è appena trasferita in città. Una mamma single provata da un passato di tristezze, piena di dubbi e segreti che riguardano suo figlio. Madeline e Celeste prendono subito Jane sotto la propria ala protettrice, senza capire quanto il suo arrivo, e quello del suo imperscrutabile bambino, stia per cambiare per sempre le loro vite. Senza rendersi conto che a volte sono le bugie più piccole, quelle che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, che possono rivelarsi le più pericolose...
                                                 La recensione
No, mi ero detto. Per una volta non posso tradire il telefilm. Suonavo, almeno nelle intenzioni, categorico. Avevo visto ben cinque dei sette episodi della serie HBO – un gioiello di tecnica e recitazione, presto acclamato come evento dell'anno – quando, complice un Libraccio in vena di promozioni, mi sono lasciato tentare dal fortunato romanzo di Liane Moriarty. Ne parlavano tutti, e con un entusiasmo invariato. La curiosità di conoscere in anticipo i retroscena, la rivelazione finale, mi tormentava. E così ho letto Piccole Grandi Bugie conoscendo tutto o quasi dell'intreccio, epilogo a parte, e adorandone l'acidità per partito preso. La trasposizione a opera dell'infallibile Jean-Marc Vallée, non nuovo ai cast da Oscar, mi aveva già fatto affezionare ai caratteracci delle protagoniste. Un'allegra brigata di donne sull'orlo di una crisi di nervi, sempre con le mani in pasta, la scusa pronta del mal di testa, la famigerata irritabilità della sindrome premestruale. Le mean girls sono cresciute, hanno messo su famiglia. Non rinunciano al tacco dodici, ai ricatti spietati, alle sanguinose guerriglie tra i banchi. Qui, non alunne ma mamme di cherubini iscritti alla prima elementare, è per i loro figli che battagliano. Nel romanzo siamo in Australia, nella miniserie in California: restano gli scenari paradisiaci e le case assurde, l'oceano a perdita d'occhio e scuole pubbliche che fanno invidia a quelle private. Alla porta i bulli, così come, ça va sans dire, l'imperfezione e l'indigenza. Jane (Shailene Woodley), ultima arrivata in città, ha un figlio concepito nella violenza e accusato di tormentare la primogenita della facoltosa Renata (Laura Dern). La logorroica e irresistibile Madeline (Reese Whiterspoon, la mia preferita), annoiata dagli scarsi impegni presso il club del libro erotico e il teatro cittadino, prende la ragazza sotto la propria ala. La porta in un bar famoso per gli ottimi muffin, la dolcezza del personale e la vista mozzafiato, e la presenta alla terza parte del trio. Celeste (una Nicole Kidman tornata alla bravura clamorosa di un paio di ritocchini fa) è una Barbie silenziosa, intrappolata in un sottile rapporto sadomastochistico: le invidiano i gemelli angelici e il compagno affascinante, il sesso sfrenato in cucina e il fascino incorruttibile. Peccato porti i maglioni a collo alto e le maniche lunghe per nascondere i segni delle percosse. Tutto parte con un semplice qui pro quo all'uscita di scuola. Le mamme si schierano in due fronti opposti, pronte ad additare il presunto bullo. Tormentate dalla noia, dai tacchi alti, da matrimoni infelici, si danno battaglia – pagina dopo pagina, puntata dopo puntata -, con i bambini che intanto hanno già fatto pace. 
Quanti segreti si nascondono in quel concitato ciarlare? Da cosa dipende l'adesione a una fazione o all'altra? Qualcuno, lo sappiamo sin da premesse, ci lascerà le penne. La polizia ficca il naso, interroga i sospettettati e i genitori più pettegoli: tutto pur di scoprire cosa sia andato per il verso sbagliato in una fantasiosa festa a tema – gli uomini vestiti da Elvis, le donne col tubino dalla Hepburn – ospitata a scuola nella proverbiale notte buia e tempestosa. C'è un morto ammazzato e un colpevole a piede libero. Tutti ne parlano e ne sparlano, ma senza farsi scappare il nome. Chi si è andato a schiantare un paio di piani più sotto? Procedendo a ritroso, Liane Mortiarty costruisce una bestia stranissima. Piccole Grandi Bugie non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa e un mistero che perdura. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di sangue, eppure qui e lì risulta a dir poco esilarante. Intricato e politicamente scorretto, è una commedia nera con amiche da chick lit che si affacciano sul lato oscuro della mezza età e della vita di provincia. La miniserie – cupa, introspettiva, montata e musicata alla perfezione – è uguale ma diversa. Meno frizzante, a tratti più realistica e convincente. 
Le protagoniste sono esattamente come le immaginavi leggendo, e le aggiunte danno pepe ai drammi borghesi di ogni dove. Gli scontri a voce alta diventano gare di bravura fra pari; le ombre si addensano intorno al passato della tribolata Jane; l'erotismo si sveste (se hai il buon Skarsgard a bordo, recita una regola non scritta, stai pur certo che si spoglia per contratto). Qualcosa, in un caso e nell'altro, scricchiola un po' in una chiusa frettolosa e non particolarmente brillante. Il bello, però, è come Piccole Grandi Bugie non si limiti a vivere in funzione del suo mistero. Come non si riduca a una classica questione di vittime e carnefici, in cui domandi che sia un colpo di scena ben assestato a lasciarti a bocca aperta. Nel mezzo c'è un tanto che, stando in equilibrio, non diventa troppo. Scorrono fiumi di alcol. I genitori si danno al karaoke, o si fiondano su cocktail gassati, color confetto, sconsigliabili a stomaco vuoto. Danno alla testa, e a poco possono qualche pacco di patatine sbocconcellato a metà serata, un mediatore neutrale, i diritti e i doveri del vivere civile. I bambini ti voltano le spalle per la matrigna vegana, tacciono dettagli compromettenti, mordono. Gli uomini vanno e vengono, le danno e le prendono, portano leccornie a tavola ma peccato che i migliori siano gay. Le donne, invece, regine della casa e del cortile, è meglio non farle arrabbiare. Sono l'incubo delle maestre e dei traditori. Solidali nel portarsi il broncio o nello spalleggiarsi a tempo debito. Rivali una vita e, in un attimo spruzzato di sangue pazzo, improvvisamente complici. 
Il romanzo: ★★★★  La serie: 8
Il mio consiglio musicale: Michael Kiwanuka – Cold Little Heart

martedì 27 settembre 2016

Recensione: Un po' di follia in primavera, di Alessia Gazzola

“Povero D'Armento. Che ne poteva sapere, lui, che chi ti conosce muore l'indomani.”

Titolo: Un po' di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 26 settembre 2016
Sinossi: Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante… Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta… Ma sarà quella giusta?

                                                        La recensione
“Quando smettiamo di provare qualcosa, non per questo dimentichiamo cosa significa sentirla. Capita che, alla fine, la vita conduca altrove. Dove, non è dato saperlo.”
Anno difficile, questo. Coi vuoti, gli scatoloni in corridoio, i cambiamenti che spaventano. Senza un romanzo di Alessia Gazzola sul comò, presenza fissa da qualche gennaio a questa parte, difficilo lo è sembrato, a tratti, anche di più. A cosa lavorava l'autrice, che in un primo momento parlava di questo quinto capitolo come del conclusivo? Dov'era finita, in quel mio inverno solitario e freddissimo? C'era bisogno di un viso familiare, delle parole di conforto dei romanzi belli e leggerissimi. Di qualcuno come Alice, la voce amica che ti dice le cose giuste nei momenti sbagliati. Le sono serviti anni di esperienza, un lungo apprendistato, cinque romanzi. Alla fine, ha imparato qualcosa su sé stessa e sugli altri – il necessario per prestarsi come sportello psicologico part-time, ma non per evitare scene mute al cospetto della famigerata Wally –, nonostante la silenziosa compagnia dei defunti. Lei, spontanea e chiacchierona, parla abbastanza per tutti. Lei, frizzante e positiva, anche se più flemmatica di romanzo in romanzo, trova nella morte imprevedibili spunti per ragionare sulla vita. All'inizio, smarriva i cadaveri in obitorio e gettava cicche sfrigolanti nei boschi. Si barcameneva, con un filo di vanità tutta femminile, tra Claudio Conforti e Arthur Malcomess: uno sardonico e allergico alle storie importanti, l'altro romantico ma affetto dalla sindrome di Ulisse. Alice, con i trenta che si avvicinano, giunta davanti all'ennesimo bivio, può forse continuare a posticipare le speranze a proposito della serietà del primo, l'impenitente CC, e aspettare con gli occhi fissi sull'orologio da polso i porci comodi del secondo, errabondo per natura e mestiere? Per saperlo, ho dovuto attendere che l'autunno mi portasse un libro con la primavera nel titolo. Il ritardo, giustificato dalla pubblicazione di Non è la fine del mondo: primo romanzo senza Alice nei dintorni, che era stato poco più che un piacevole riempitivo; mi aveva fatto sorridere, lasciandomi sostanzialmente insoddisfatto. Mancava il quid, in una commedia romantica come tante; mancavano, diciamolo pure, l'Allieva e i suoi annosi grattacapi. Quella Emma lì aveva il solo difetto di non essere lei. Sessione d'esame che vai, però, Alessia Gazzola che trovi. Un po' di follia in primavera, così, ha scelto la fine di settembre per sbocciare. A meno un esame dalla laurea, se Dio (e la relatrice) vuole, e con un mese scarso per prepararlo, il famoso ultimo esame; all'alba di un altro periodo intenso, a metà del solito anno difficile, che si riannoda su se stesso, imbroglia e non finisce più. Mali estremi richiedono estreme Alice Allevi. 
E, con il debutto su Rai Uno previsto per questa sera, la nostra eroina arriva in doppia versione: sul piccolo schermo sarà la bella Alessandra Mastronardi, alle prese coi casi e i colpi di cuore dei romanzi introduttivi; in libreria, invece, puoi immaginarla come più ti piace, scoprirla cresciuta a vista d'occhio. Nella mezza stagione che stando al luogo comune non esiste più, si assistono a tripudi naturali, sanguinosi omicidi e a sviluppi significativi nella sensibilità di una giovane donna il cui nome, da un po', è sinonimo di indecisione cronica e assicurato buonumore. Alice matura e cambia, elabora elogi alla tristezza e scrive capitoli sull'importanta dell'autosufficienza. Collabora con il solito Calligaris per la risoluzione di un caso di cronaca nera e si prepara a una scelta decisiva, professionale e sentimentale. Ruggero D'Armento, psichiatra di grido, viene ritrovato in una pozza di sangue nel proprio studio: si occupava di pazienti al limite, aveva scontentato parecchie persone in tribunale. 
Le sue continue assenze di lavoro, la sua distanza, giustificano la relazione extraconiugale della moglie – infatuata di un giovane violinista, insegnante di musica della loro unica figlia – e la freddezza dei conoscenti. Chi lo voleva morto, chi lo voleva vivo? Quanto era nera l'anima che nascondeva con cura, dietro il tono accondiscendente e l'espressione bonaria? L'indagine è un'autentica distrazione da incombenze più grandi, questa volta: tutto pur di non pensare. A un brillante al dito, tanto sognato, tanto invocato, che adesso sta stretto: l'anello di fidanzamento regalatole da non vi dico chi, infatti, è appariscente, pesante, blocca la circolazione e le buone intenzioni. Pur di non pensare, ancora, alla malinconia che la attanaglia al pensiero di dover dire addio alle pareti color guscio d'uovo dell'Istituto: una bolgia infermale che, con tenacia, aveva arredato su misura di un sogno, pensando fosse una condanna per sempre. Invece tutto finisce, anche la specializzazione, e realizzarlo intristisce. Che farà l'Allieva quando discuterà la tesi, infine, e smetterà di essere l'Allieva? Chi le indicherà la retta via, con una nonna che purtroppo invecchia, un Claudio abbattuto e un Arthur che fermo proprio non sa stare? Capitolo meno sospiroso nel sentimento, con il rosa annacquato, il giallo ingarbugliato, inattaccabili ragioni per non chiuderla qui e novità, titubanze, che facevano provvidenzialmente pendant con le mie, il nuovo romanzo mostra che è un anno difficile anche nella vita di carta di Alice – c'è qualche piega che somiglia a una ruga d'espressione anticipata, le orecchie ostinate a mo' di segnalibro –, ma si reagisce alle avversità, agli umori cupi, con la solita ironia e una freschezza fortunatamente preservata. L'allergia al polline fa starnutire, i gatti in amore miagolano sotto i portici, qualche bocciolo si apre – nato dal letame, come canta De André, o nel freddo di una sala autoptica - e qualcun altro viene calpestato da un passo pesante, strappato prima del tempo pattuito. 
In Un po' di follia in primavera, lieve ma con profondità, il mistero ha fatto fiore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Keira Knightley – Like a Fool (da "Begin Again")

venerdì 10 giugno 2016

Recensione: Non è la fine del mondo, di Alessia Gazzola

“Vorrei essere una persona da cui essere felici di tornare.”

Titolo: Non è la fine del mondo
Autrice: Alessia Gazzola
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Emma De Tessent. Eterna stagista, trentenne, carina, di buona famiglia, brillante negli studi, salda nei valori (quasi sempre). Residenza: Roma. Per il momento - ma solo per il momento - insieme alla madre. Sogni proibiti: il villino con il glicine dove si rifugia quando si sente giù. Un uomo che probabilmente esiste solo nei romanzi regency di cui va matta. Un contratto a tempo indeterminato. A salvarla dallo stereotipo dell'odierna zitella, solo l'allergia ai gatti. Il giorno in cui la società di produzione cinematografica per cui lavora non le rinnova il contratto, Emma si sente davvero come una delle eroine romantiche dei suoi romanzi: sola, a lottare contro la sorte avversa e la fine del mondo. Avvilita e depressa, dopo una serie di colloqui di lavoro fallimentari trova rifugio in un negozio di vestiti per bambini, dove viene presa come assistente. E così tutto cambia. Ma proprio quando si convince che la tempesta si sia finalmente allontanata, il passato torna a bussare alla sua porta: il mondo del cinema rivuole lei, la tenace stagista. Deve tornare a inseguire il suo sogno oppure restare dov'è? E perché il famoso scrittore che Emma aveva a lungo cercato di convincere a cederle i diritti di trasposizione cinematografica del suo romanzo si è infine deciso a farlo? E cosa vuole da lei quell'affascinante produttore che continua a ronzare intorno al negozio dove lavora?

                                          La recensione
Sessione Invernale che vai, Alessia Gazzola che trovi. 
Questo, da un paio d'anni a questa parte. 
E invece, nel gennaio più catastrofico della mia vita, l'Allieva non era lì accanto a me. Alessia, Alice, dove siete andate? E mi ha risposto l'eco, insieme all'ufficio stampa Longanesi: tornano in autunno, mi assicurano. 
Nel mentre, la pubblicazione targata Feltrinelli di Non è la fine del mondo: una nuova protagonista, una nuova realtà editoriale, nuove abitudini a cui come mio solito faccio una certa fatica ad abituarmi. Storia, intuiamo dalla copertina, di una giovane donna ben vestita, che sogna le villette con i glicini e i rampicanti, ha la frangia e pensa al cinema. Il sottitolo svela di più. Emma è la tenace stagista e la sua, commedia romantica, è una favola moderna. Emma non è Alice, e Alice non è Alessia. Ad assicurarcelo, nelle interviste e nei post, la simpatica scrittrice siciliana che da un po' seguo e consiglio spassionatamente. La Gazzola mi fa bene, con i suoi piccoli misteri, i poligoni sentimentali e le eroine sbatate. Emma De Tessent ha un cognome pretenzioso, una famiglia aristocratica in declino da svariate generazioni, la passione segreta per ciò che è naturalmente inarrivabile: il posto fisso, al giorno d'oggi, e quegli uomini usciti dai romanzi rosa un po' porneggianti che legge mangiando biscotti. I soggetti in questione, ha scoperto bruciandosi, o sono sposati, o non esistono. Amara verità, insieme a quella che le dice che non le rinnoveranno il contratto e che lei, impiegata in una casa di produzione cinematografica che si occupa dell'acquisizione dei diritti di noti best-seller, è di troppo. Questo mondo è per i raccomandati e i cinici, non per le eterne stagiste che sognano case poi trasformate in ristoranti scadenti e sottratte alla galanteria della Londra ottocentesca per cadere, come la principessa Amy Adams in Enchanted, nella bocca del leone; in una giungla urbana. Lungo la via, Emma, pecorella smarrita e sottopagata, si imbatterà in una sartoria che con il tulle e i merletti fa prodigi di delicatezza e, infine, in Pietro Scalzi: il Produttore. 
Quarantenne diversamente bello ma fascinoso, che le dà imperterrito del lei, si strugge in cuor suo per una vecchia fiamma, la vorrebbe un giorno sì e l'altro no a bordo della sua casa di produzione radical chic e di sani ideali. Il tutto, mentre le sorelle maggiori vanno in crisi coniugale, le madri hanno sassolini nelle scarpe e uno scrittore italonipponico, noto per la sua misantropia e per una lunga amicizia con un misterioso benefattore, non si decide a cederle i diritti del suo ultimo capolavoro letterario. Non è la fine del mondo è di un genere non nelle mie corde – chick lit e dintorni li preferisco infatti sul sofà, a mente spenta – che ho letto bendato, fidandomi della prosa di Alessia. Anche qui, pimpante e tutto: si diverte con aggettivi inusitati, avverbi di modo, perle di saggezza sparse. Aspettavo l'acquisto del cartaceo, io che all'Allieva ho regalato un ripiano della mia libreria, ma alla fine ho ceduto alla versione digitale, e senza tanti rimpianti. Non è un titolo che riterrò indispensabile tenere con me, né una lettura che – senza il nome della Gazzola in copertina – avrei intrapreso. Lei, che con tanto estro avvicina le signore timorose al poliziesco e gli amanti del noir alle sfumatura di rosa, non mi ha fatto andare a genio un genere su cui nutro riserve. Il suo primo romanzo lontano da Alice Allevi, perciò, di miracoli non sa farne, ma è piacevole, aiuta a combattere la noia degli esami, si legge bene. 
Dolce scusa appena, per stare di nuovo in sua compagnia. Perché questa Gazzola viene, saluta, ma non resta. Vagamente, Emma e la sua sorella di carta si somigliano, sì. Si riconoscerebbero a vicenda, senz'altro. Hanno, d'altronde, la stessa fata madrina e si nota, nell'umorismo e nei buoni sentimenti. Però lavora nel mondo del cinema e, nel romanzo, di cinema, se ne respira pochissimo: penso, nel dirlo, a Una sera a Parigi, che eppure ho mollato dopo cinquanta pagine – quanto miele, gesù – ma sprizzava passione e titoli di film da appuntarsi seduta stante. Falla lavorare, non so, in una casa editrice: anche se è verità universalmente nota che noi, colleghi di Lettere, dopo la laurea dobbiamo arrangiarci con quello che viene. Da' alle sue riflessioni sulla bellezza e sull'arte (la settima, magari) più fondamento. L'intreccio ha pochi nodi, prevedibilissimo: ben venga il fatto che sia una commedia rosa, ma è la commedia rosa di un'autrice che inscena omicidi e architetta indagini che prendo sul serissimo, io. Un sottobosco di comprimari non memorabili, tutt'attorno; un finale semiaperto dinanzi alla possibilità del lieto fine; poche pagine e pochi ricordi su cui spendere poche parole di sorta. 
Lì per lì, però, se fine del mondo non è stata, comunque suona carino. 
Se non molto, abbastanza.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa – Love me forever

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Unrivaled - La sfida, di Alyson Noel

"Era rimasta chiusa in camera a meditare sulla linea sottile che separava la fama dall'infamia. Per un colpo di sfortuna, la sorte aveva voluto che per lei fossero inestricabili."

Titolo: Unrivaled – La sfida
Autrice: Alyston Noel
Editore: Harper Collins
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Tutti desiderano diventare qualcuno nella vita. Layla Harrison vuole fare la giornalista; Aster Amirpour sogna di essere un'attrice di successo; Tommy Phillips ha intenzione di diventare una rockstar. Madison Brooks ci è riuscita: ha afferrato il destino e lo ha piegato al proprio volere molto tempo fa. Ora è la più acclamata stella di Hollywood, e ciò che ha fatto per diventare il personaggio di cui tutti parlano è solo una macchia sull'asfalto, polvere sotto i tacchi delle sue Louboutin. Finché Layla, Aster e Tommy non ricevono un invito speciale per entrare nel mondo esclusivo della vita notturna di Los Angeles e partecipare a una spietata competizione di cui Madison Brooks è l'obiettivo. Ma proprio quando le loro speranze si accendono come stelle che bucano lo smog della California, Madison Brooks scompare... e le aspettative dei quattro ragazzi si spengono, oscurate da una nebbia di bugie.

                                              La recensione
La visione di Blake Lively a Cannes – stupenda in azzurro, in rosa, in oro e, con la gravidanza a fare capolino e ad arrotondarle le forme, forse, ancora di più – mi ha ricordato perché al ginnasio fossi perdutamente cotto della sua inarrivabile Serena van der Woodsen e seguissi, fedelissimo, un mondo di intrecci, tradimenti e surreali colpi di scena descritti da colei che, nell'anonimato, cantava e condannava i rampolli e le meteore delle scandalose élite di Manhattan. Tra il teen e la soap, trash solo verso la conclusione, Gossip Girl era – è – il mio guilty pleasure con la lettera maiuscuola. Da allora, cercasi rimpiazzo. A consolare gli orfani e i nostalgici, chi a New York non ci ha mai messo piede e alcuni party di certo non può permetterseli, ci hanno pensato le amiche di Pretty Little Liars e, lo scorso anno, i nobili britannici secondo The Royals: serial che, senza cerimonie, ho abbandonato strada facendo. Il primo, infatti, non mi aveva anticipato che oltre che carine e giovani le quattro protagoniste fossero stupide da non credere; con il secondo, nonostante il piacere degli episodi introduttivi, era venuta meno la curiosità e non restava, allora, che il trash. Quello, in dosi abbondanti: ingenerose. Finché, tra i guilty-pleasure-ma-non-troppo, non è spuntato dal nulla Unreal. Quali meccanismi nascondeva un programma in cui ragazze bellissime si sfidavano per il cuore di un lui assai ambito, se le sporche manovre della produzione facevano vittime innocenti e la commedia nera prendeva d'un tratto il sopravvento? Unreal e Unrivaled: un titolo in assonanza, un'altra sfida annunciata, la contaminazione a fantasia tra il mistery e lo chick lit. Come nel caso del telefilm Lifetime, anche con Alyson Noel c'era la sorpresa, dietro l'angolo? Primo di una serie, tradotto in tempi record e coccolato dalla nascente HarperCollins Italia, Unrivaled è ambientato in una Los Angeles festaiola e rumorosa, ha protagonisti che indossano le migliori griffe e coltivano i peggiori propositi, fa una satira non troppo caustica ma che si legge, e lì sta la sorpresa, con un ghigno di sottile apprezzamento. Il titolo si riferisce alla missione di tre diciottenni senza grilli per la testa, determinati sin dall'inizio, che rispondono all'invito del potente e misterioso Ira, proprietario dei locali notturni più in. 
La fragola in copertina, intinta nell'oro, è il frutto proibito a cui Tommy, Layla e Aster tendono la mano, ignari degli effetti collaterali della loro cupidigia. Vogliono sfondare. Il primo, ragazzo di periferia con la chitarra in spalla, sogna la carriera delle rock star e il cenno del capo di un padre gelido, ignaro della sua stessa esistenza; la seconda, hipster fino al midollo e con un fidanzato storico che sprizza gioia di vivere, scrive cattiverie e news su un blog di pettegolezzi; l'ultima, che per ribellarsi a due genitori aristocratici e normativi gioca a fare la cattiva ragazza, sa che la sua pelle caffellatte e il fare da gatta morta le apriranno in fretta e furia le porte dello showbusiness. Intanto, fanno i promoter per l'uomo che, in pugno, custodisce le chiavi di Los Angeles. Ci sono tre locali da riempire e loro sono i leader di tre diverse squadre. Chi la avrà vinta? Chi potrà vantarsi di avere, come fiore all'occhiello, l'attrice Madison Brooks e la sua dolce metà? La ragazza che s'inchina davanti alle stelle, però, scompare nel nulla. Cosa hanno a che fare i protagonisti con il sequesto dell'ospite più ambita?
Il romanzo della Noel è una lettura disimpegnata ma coinvolgente, che lascia più domande che risposte. Una “toccata e fuga” dal senso d'irrisolto, di incompiuto, che nel pugno stringe un pugno di mosche; generi che si combinano sì e no; polvere di stelle cadenti. Pensato per un pubblico di giovanissimi, nonostante le premesse, non risulta di certo più cinico o provocante del young adult medio; e il riferimento principale, ahinoi, è quello delle “liars”, tanto benvolute altrove. Con un mistero che, nel prossimo romanzo, ci darà i debiti grattacapi e un finale che suona tanto come un arrivederci, alla prossima puntata.
Ci sono romanzi dallo stile chirurgico e nitido, che non puoi fare a meno di definire cinematografici. Unrivaled è invece modesto, nel bene e nel male, e ammiccante: televisivo, con il bollino giallo. Tra lo standard e l'irriverente, segue un compromesso che, questa volta, non mi è dispiaciuto, benché non ami le vie di mezzo, le pietanze senza pepe, la satira senza coraggio. Ma La sfida mi ha divertito, intrigato il necessario, e un'altra puntata di prova, un altro romanzo, me lo concederei ben volentieri. Al momento, sospendo il giudizio. Non cambio canale, senza sapere che fine ha fatto Madison Brooks e com'è, nel dettaglio, un mondo che qui ho occhieggiato tra i flash dei paparazzi e in mezzo ai punti di vista di un trio all'oscuro dei fatti. Freno un po' l'istinto di darmi allo zapping sfrenato. Il guilty pleasure, però, resta più appetibile sul divano, in pigiama e alla luce dello streaming, che tra le pagine. 
Su questo no, non cambierò idea. 
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Vogue – Madonna 

giovedì 12 maggio 2016

Mr. Ciak: Ave,Cesare!, La corrispondenza, Single ma non troppo, The Invitation, Kill your friends

Mai andati molto a genio i Coen. Fintamente leggeri, sofisticati, freddi nel loro buon gusto e in una perfezione formale che, ancora una volta, è innegabile. Semplicemente, mi ripeto, avrò visto i più sbagliati tra i loro film. Dopo A proposito di Davis, di cui avevo molto apprezzato gli sciarponi sgualciti, i gatti rossi e la voce di uno splendido Isaac, è questo Ave, Cesare! che guardo. E lì per lì rido, lo trovo spassoso e consapevole, ma c'è un ma non trascurabile. Ambientato negli anni Cinquanta, mi ha ricordato un capolavoro di nome Cantando sotto la pioggia e la mia recente visita, lo scorso dicembre, a Cinecittà. Quel film storico, che all'inizio definivo vecchio e basta, che all'universita mi aveva incantato; quel casermone dalle linee severe che, all'interno, nascondeva un'autentica fabbrica dei sogni. La loro ultima commedia, in ordine casuale, è di questo che racconta: attori che interpretano altri attori, magie. Un gioco di metacinema per soli appassionati, che ha colori sgargianti, una parata di star e una direzione da maestro. Ma, film ad episodi non dichiarato e con un debolissima cornice ad unirli tutti, presenta situazioni slegate – sequenze brillanti, omaggi nostalgici – che mancano di un filo conduttore; di nerbo. Una squadra di fuori classe e tanta eleganza, sì, ma i Coen si divertono più dello spettatore. E mollano le redini. La loro commedia, che avrà pure tutti i pregi del mondo ma i pezzi di scotch a vista d'occhio, diverte perché allo sbaraglio, essenzialmente: mentre si girano musical, western e peplum, ecco il rapimento dell'attore principale e gli sceneggiatori comunisti che reclamano sottomarini sovietici e attenzioni. La critica ufficiale, forse, lo etichetterebbe come divertissement o pastiche; uno di quegli eufemismi leziosi e ambigui, per dire che non lo ricorderai il giorno successivo ma, per carità, è d'autore, fa sorridere, e quindi i suoi meriti li ha. Meriti del comparto tecnico, grosso modo, e di una Scarlett sirena, di un Tatum marinaio e ballerino, di un Alden Ehrenreich pistolero e giullare, all'ombra dei ben più gigioni – troppo – Brolin e Clooney. (6)

Tornatore è un regista a cui voglio bene. Fino a qualche anno fa, prima che il cinema italiano, almeno, si desse a una rinnovata giovinezza, era l'unico autore di cui andavo fiero. Se ci si trova ad accogliere a braccia aperte giovani registi e si dà il benvenuto a generi che un tempo non ci appartenevano, mi addolora il passo falso di un conterraneo che ha sempre avuto cura dell'emozione. Cosa dire sulla sua ultima fatica – anche se, nel seguirlo, la fatica più grande è la nostra – che non sia già stato detto? L'insuccesso di La corrispondenza non lo comprendevo, prima di vederlo. E, ancora, non mi capacito del risultato. Un melodramma stucchevole con due protagonisti male assortiti, un'idea gettata alle ortiche e un regista che ha dato forfait. Senza mezzi giri di parole, bruttissimo. Di chi è la colpa? Una caccia al tesoro che si fa ripetitiva in fretta, un doppiaggio pessimo, una storia d'amore che risulta insana? Indipendentemente da tutto ciò, La corrispondenza parte male sin dall'incipit. Due amanti lontani per età, lui professore e lei studentessa, che si baciano come in Via col vento e si sussurrano parole gonfie di enfasi. E le parole, dopo la morte improvvisa di lui e il dolore di lei, non cessano: retoriche, zuccherose, irrazionali. Un Jeremy Irons irritantissimo, all'indomani del suo trapasso, lascia a una Olga Kurylenko in stato catatonico sms, lettere, email e case sul lago.  Il danno vero, oltre a un Morricone letargico, lo fa una scrittura che si scopre surreale, pur di non incappare nei passi del ben più godibile P.S. I Love you. Si ride dell'impiego di stuntman di lei – a cui, in una sequenza ridicola, taglia la strada un'anziana in carrozzella – e i comprimari, burattini senza fili, sono inanimati smista-posta mandati lì dal caso. Troppe le coincidenze, infinite le falle narrative: le loro età distanti, tra l'altro, rendono irreale, carico e gelido cotanto struggersi.Tornatore, ti sei perso? Tornatore, però torna. (4)

Alice, impiegata in uno studio legale, si è presa una pausa di riflessione dal suo fidanzato: vuole sperimentare. Sua sorella, Meg, ha 40 anni, nessuna relazione stabile e il desiderio improvviso di avere un bambino, da sola. Robin, strabordante e sboccata, un fidanzato non lo cerca; Alice, invece, ha creato un algoritmo per trovare quello perfetto. Il fidanzato di Alice la molla per un'altra; Meg, in attesa del fiocco rosa, conosce una tipo bizzarro ma dolce; Robin è Robin e Alice, che scrocca il wi-fi al bar sotto casa, fa mettere la testa a posto al barman dongiovanni di turno. Single ma non troppo – imbarazzante trasposizione dell'inglese How to be single – mi ha fatto compagnia in una seria infrasettimanale e, a sorpresa, si è rivelato meglio del previsto; gradevolissimo. Io, che immaginavo un Sex & The City con un rinnovo generazionale, mi sono trovato davanti, invece, una commedia corale ben recitata e piuttosto ben pensata, lunga e popolosa, ma a cui la regia del fresco Christian Ditter e la penna di Marc Silvestein, già sceneggiatore di La verità è che non gli piaci abbastanza, danno ironia, ritmo e, qui e lì, un romanticismo che non intacca il proposito iniziale: mostrare un gruppo di amiche che bastano a loro stesse. New York è bella, e più belle ancora sono Dakota Johnson e Leslie Mann, sorelle indipendenti; poi c'è la classica Rebel, volgarissima, e una superflua Alison Brie, che invece, dalla sua, non ha neanche la simpatia esagerata della Wilson. Qualche personaggio – la Brie, appunto, il vedovo facoltoso e il barista per trombamico – apparentemente non ha una collocazione precisa. Aveva senso inserirli, se una protagonista ci mette la freschezza, l'altra la maturità e la terza i doppi sensi a gogò? Direi di no, ma Alice, abbarbicata su un monte e con una copia di Wild sul comò, in un elogio ponderato alla solitudine, ci dice che qualche donna resiste ai vuoti e qualcuna si accasa, che qualche uomo cambia e qualcuno viene a patti con l'abbandono. (6,5)

Will e Eden si sono separati. Si rivedono a cena, due anni dopo la tragedia, con i rispettivi compagni e gli amici di sempre. I faccia a faccia, inevitabili; l'ingresso di nuove figure, in una compagnia altrimenti affiatata; meccanismi che scattano e di rado si inceppano, tra fascinazione, gelosie e eros. Chi è più strano fra loro, tutti gaudenti e amichevoli, e Will, al contrario, sospettoso e inaffidabile? The Invitation, invito a casa con mistero, è un thriller indipendente che in rete ha subito fatto parlare di sé. Per alcuni, addirittura, siamo al cospetto del thriller dell'anno; per chi non porta pazienta, invece, altro non è che una lunga noia. Io mi colloco tra un eccesso e l'altro. Incrocio ideale tra il nostro Perfetti sconosciuti e The Path, serie Hulu attualmente in onda, ha tutta l'aria di un dramma da camera a tinte fosche, sull'elaborazione e il perdono. L'ultima mezz'ora si rivelerà, infine, un'escalation di violenza e tensione non così prevedibile. Il giusto compromesso tra l'introspezione degli inizi e la fretta dell'epilogo. The Invitation spicca per una scrittura profonda – più nel dramma dei due genitori che nei risvolti da brivido – e una recitazione, nonostante un cast di bellocci del piccolo schermo, sopra la media. Ma come un incensato Honeymoon, curato nel romanticismo e sbrigativo se alle prese con l'omaggio allo sci-fi d'altri tempi, il thriller psicologico funziona più parlando dell'elaborazione che dei coltelli nascosti dietro la schiena. Del dolore, e di tutti i mezzi a nostra disposizione per sfuggirvi. Al lutto, e ai ricordi scomodi. Allora, c'è la rabbia silenziosa di Logan Marshall-Green, che non dimentica. Sorrisi falsi, per la seducente Tammy Blanchard, e la complicità del sempre corteggiatissimo Michiel Huisman, che in una comunità religiosa – e in un amore non del tutto disinteressato – han trovato illusoria consolazione. (7)

Steven, giovane ai vertici di una casa discografica, in anni in cui la musica vendeva, e di musica si viveva o si moriva, ha tanti potenziali nemici, troppe grane e più di qualche grattacapo. Per fortuna, Steven non ha peli sulla lingua e nessuno scrupolo. Accattivante e spietato, perennemente su di giri, avrà forse paura di sporcarsi un po' le mani per ottenere ciò che desidera? Tratto da un romanzo di John Niven e diretto con agilità dal semi-esordiente Owen Harris, Kill Your Friends è una commedia nera e a tinte splatter, con una colonna sonora preziosa, il panorama musicale anni Novanta a fare da suggestivo sfondo e, infine, un protagonista cinico e divertentissimo che regala al film le sue trovate migliori. Maestro nelle macchinazioni, shakesperiano negli umori, ha il volto di un bravissimo Nicholas Hoult, che con una prova piacevolmente sopra le righe fa dimenticare gli errori di ingenuità: un epilogo crudissimo contrapposto a un incipit canonico, ad esempio; meno eccessi di quanti ne avrei graditi; risvolti intuibili. Il prodigioso bambino di About a boy e Skins è cresciuto, ed è diventato un perticone di un metro e novanta, bello come il sole e sfacciato in modo assurdo: arrivista come pochi. Perché questo Steven, che sembra un Patrick Bateman rivisto e corretto o, ancora, il "lupo" Jordan Belfor passato dai titoli in borsa ai pentagrammi, si rivolge a tu per tu alla macchina da presa, manda giù sciacquabudella a fantasia, conosce a fondo la cocaina e le sue infinite derivazioni e, come se avesse importanza, la musica che produce nemmeno gli piace. (6,5)