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venerdì 25 luglio 2025

I mai recensiti di metà 2025: Queer | Sinners | La città proibita | L'amore che non muore | Io sono ancora qui

Guadagnino torna a filmare l'infilmabile. Non mancano certamente i corpi, in quest'odissea tra le bettole di Città del Messico. Corpi in vetrina, che entrano ed escono nella routine di Lee: ebreo di mezza età che, dietro il fare predatorio, nasconde una sessualità mai metabolizzata. Sappiamo poco del suo passato — plasmato sulla vita di William Burroughs —, che lo perseguita in incubi e visioni. Non si accontenta più del sesso, non con Eugene: il suo ultimo amante è un'ossessione. Può un allucinogeno svelarci i pensieri più inaccessibili del partner? Dietro la patina untuosa e impolverata, al di là dei simbolismi e delle stranezze, Queer è un film di un romanticismo decadente e disperatissimo che racconta — anzi: mostra — la frustrante, compulsiva, struggente tensione verso l'altro. Craig vorrebbe soltanto fondersi con Starkey, formando uno splendido mostro a due teste. Ma non gli resta, invece, che tendere una mano verso la sua schiena nuda e immaginare di carezzargli le costole, di intrecciare le gambe alle sue. Per fortuna, Guadagnino si conferma un maestro indiscusso in materia di desiderio, e perfino quello di questo povero diavolo, inappagato, prende corpo in un cinema dove l'impossibile diventa visibile. Nella solitudine siderale dei dipinti di Hopper, così, puoi affondarci le mani come nel marmo del Bernini. (8)

Sul delta del Mississipi, negli anni Trenta, si mescolano razzismo, superstizione e musica. Influenzato dal cinema di Peele, Ryan Coogler fa dell'horror lo strumento per uno spaccato sociale vivo e palpitante. E ci regala il piano sequenza più memorabile dell'anno, dove passato, presente e futuro si mescolano sulle note di un blues. Ambientato nell'arco di una notte come Dal tramonto all'alba, mostra un gruppo di afroamericani sotto assedio — tra di loro un doppio Michael B. Jordan e un giovane diviso tra fede e chitarra. Fuori: i vampiri capeggiati da Jack O'Connell. Spietati, ma meno del Ku Klux Klan, promettono che la morte sarà il termine di ogni persecuzione. Una festa senza fine. Dolente e scatenato, Coogler commette qualche passo falso. Ma perfino quando inciampa, il suo bel mappazzone — futuro protagonista ai prossimi Oscar — si rialza e balla. La musica è un ponte con l'aldilà e l'invidia dei non-morti, che vorrebbero attardarsi per assistere allo spettacolo dell'alba. Il cinema ha lo stesso potere. E allora ben vengano diavoli e vampiri: che si accomodino in platea, assetati di vite e storie — Sinners ne offre a fiotti. (7,5)

Mainetti fa centro. Di nuovo a Roma, sempre in equilibrio tra comicità e violenza, confeziona uno spettacolo che ha il respiro del cinema internazionale e il sapore della favola. Lungo e ambizioso, mette troppa carne al fuoco. Più che presunzione, però, dietro sembra esserci la stessa generosità che animava Lo chiamavano Jeeg Robot. Quali traffici si nascondono dietro il ristorante cinese del titolo? Cos'hanno in comune un cuoco e un'immigrata che domanda vendetta? A metà tra Kill Bill e Borotalco, tra la Cina del figlio unico e l'Italia multietnica dove i ristoranti stranieri scalzano le trattorie, Mainetti racconta una tenera storia d'amore e l'eterno scontro genitori-figli. Qui, però, ogni conflitto è una coreografia esaltante in cui Yaxi Liu picchia come Jackie Chan. Accanto a lei il dolce Borello, schiavo dell'attività di famiglia, e la coppia Ferilli-Giallini, alle prese con un microcosmo da salvaguardare con mezzi leciti e non. Strabordante e delizioso, La città proibita è un mix che fa tesoro delle differenze culturali e faville con gli ingredienti del suo cast. Chi immaginava che gli spaghetti all'amatriciana potessero mangiarsi anche con le bacchette? Noi, fan della prima ora, sì. (7,5)

Come molte parole della nostra lingua, anche “cinema” ha un'etimologia greca: significa “movimento”. E il secondo film di Lellouche — incompreso a Cannes, ma protagonista di uno straordinario successo in Francia — non arresta mai la sua corsa. Convulso, sanguinoso, romanticissimo, segue il rincorrersi di due protagonisti belli e maledetti. Si conoscono al liceo, ma il loro amore viene interrotto da dieci anni di carcere. Al pari di The Brutalist, L'amore che non muore non soltanto ci ricorda in ogni fotogramma l'energia dell'arte, ma è soprattutto l'ennesimo grande romanzo popolare. Di una generosità strabordante, parte come commedia romantica, sfocia nell'heist movie e sconfina nel musical: merito di una trascinante colonna sonora anni Ottanta e di movimenti di macchina così coreografici da trasformare l'euforia di Exarchopoulos e Civil — questa volta, meno memorabili delle loro controparti giovanili — in danza. A sorpresa, Lellouche trova armonia tra gli opposti e, come il suo protagonista taciturno, si impegna a combinare le parole più belle del dizionario per dichiarare il suo amore a un cinema di nostalgie e pallottole. (8)

Cinque figli, un cane, una domestica, una casa vista mare. I Paiva sono fortunati, e lo sanno. Colti, affiatati, un po' chiassosi, vivono in una Rio de Janeiro dall'aria cosmopolita in cui i cinema danno i capolavori del nostro Antonioni e i giradischi cantano i Beatles. L'idillio, duraturo nonostante la dittatura, finisce quando il capofamiglia viene arrestato: l'ex deputato diventa l'ennesimo desaparecido. Per ottenere il certificato di morte ci vorranno quarant'anni. Nominato a tre Oscar, Io sono ancora qui avrebbe dovuto vincerne il più possibile. Perché quello di Walter Salles è un atto d'accusa dal valore universale. Ma è soprattutto il dramma classico, accorato, magnifico, di una famiglia in cerca di un nuovo ménage domestico mentre l'età dell'innocenza giunge al capolinea. Peggio dei blitz armati, peggio degli interrogatori, c'è soltanto l'attesa di notizie — perfino brutte. Magico il ruolo della matriarca. Fernanda Torres ha la forza di tutte le madri del mondo e, a differenza dello spettatore, non versa mai una lacrima. Aggiusta le bambole delle figlie, cucina perfino per gli aguzzini di suo marito, bandisce la tristezza dalle foto. Mamma-coraggio, fino all'ultimo conserverà la ricetta del perfetto soufflé, i denti da latte dell'ultimogenita e i segreti fondanti dell'esistenza, della resistenza e della gioia. Le famiglie felici si somigliano: chi lo dice? (9)

domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)