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giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis EyesThe Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, WaitSuburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm

venerdì 23 gennaio 2015

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Whiplash, Into the woods, Big Eyes

Buongiorno, amici, ed eccoci qui, ad augurarci buon weekend con un nuovo appuntamento dedicato ai film sulla bocca di tutti per la stagione dei premi. Giovedì scorso, infatti, sono stati svelati i titoli in lizza per l'Oscar. Whiplash, pellicola indipendente giunta direttamente dal mio amato Sundance, è stato ripescato a sorpresa e a sorpresa mi ha conquistato. Ancora inedito in Italia, proprio come quell'Into the woods così atteso, che eppure mi ha deluso troppo: il primo uscirà da noi a febbraio, l'altro ad aprile. Ultimo ma non ultimo, Big Eyes di Tim Burton. Presentissimo ai Golden, ma escluso dalla competizione maggiore - e non a torto – non convince troppo, ma resta una bella commedia, con due buoni attori e un regista che c'è e non c'è. Vi saluto, tornando a un De Bello Gallico che proprio non si vuole fare tradurre. Un abbraccio.
 
Caratteristi, li chiamano. Quegli attori che vedi un po' ovunque, in ruoli minori, ma di cui non sai neanche il nome. Riconosci la faccia, sì, ma non ti sei mai preso la briga di cercare come si chiamano. J.K Simmons per me è il J.J Jameson di Spiderman, il papà di Juno, il nonno o il marito o lo zio di altri in film che neanche si contano e in cui, spesso, non ti accorgi che c'è. Un professionista discreto, onnipresente, per cui la telecamera non ha sempre gli occhi, anche se la sua presenza, sotto sotto, è importante. Sessantenne, ma con un vigore da fare invidia a un pischello, ha preso un premio per questo Whiplash. Il Golden Globe al migliore attore non protagonista. Il trionfo di qualcuno che stava in disparte, quando era un fuoriclasse in ogni minimo ruolo. Gli auguro l'Oscar; una rivincita. Auguro a Whiplash di essere visto, doppiato, distribuito, perché è una forza della natura. Uno dei film che parlano di musica – e fatica, e crescita, e rivalsa - più esaltanti, divertenti, appassionati visti in anni e anni. Ha conquistato il Sundance, ha conquistato me, si è imposto zitto zitto tra i titoli in lizza agli Academy: conquisterà anche voi. Il pensiero, davanti alle lacrime e al sudore, è uno: ma che siamo, in una scuola militare? Lo si dice per scherzo, ma non ci si allontana troppo dal vero. Whiplash combatte, strepita, cade e si rialza pieno di lividi. E' l'equivalente in musica di quando Rocky, in tuta grigia, corre sotto la neve; del Sergente Hartman che, indice puntato, ti striglia fino a che non piangi come una femminuccia; delle strisce nere sotto gli occhi prima dell'assalto di Rambo. Una scazzottata, una risposta sferzante a un'umiliazione, un gioco tutto al maschile. La storia è semplice, ma non importa. Può non andare da nessuna parte, e sicuramente non segue i binari che uno si aspetta. C'è la ragazza dolce a cui chiedi di uscire, l'amico competitivo, il saggio finale, ma tutto è scombinato, capovolto, rovinato. La vita è un grosso, grasso macello e la musica, a volte, la mette in ordine. Altre volte, mette in ordine una cosa e smonta te. Quello capita al protagonista, un batterista di vent'anni che diventa il pupillo – o la vittima? - di uno spietato, offensivo e brutale direttore d'orchestra. Che sai sin dalle premesse crede segretamente in lui, ma ha un modo davvero suo di dimostrarlo. E poi, davanti a quello che succede o che non succede, non sai più neppure quello: che sarà di loro... Quando la risposta, da copione, ti appariva eppure così confortante. Punge, solletica, avvince. Io ero come il protagonista, stessa misantropia, stessi rapporti con i grandi, stessi parenti, e mi sentivo le mani tremare. Tremano ancora un po' - contagiate dal talento, dal fuoco, da un sogno che fa paura ma che invidi, nel profondo di te. La regia è ipnotica, vertiginosa, senza freni: Damien Chazelle, ti sentiremo nominare ancora. Il cast è un cerchio che si chiude intorno ai due protagonisti, mentre sondano i loro limiti e picchiano i piatti della batteria fino a sanguinare. Teppismo di strada, in un conservatorio elitario. Il giovane Miles Teller - che ho visto in Divergent, Quel momento imbarazzante, Footloose - era un altro apparentemente destinato al ruolo di reggimoccolo, ma qui sfoggia una grinta e un'audacia che non solo te lo fanno prendere sul serio, ma ti fanno riconoscere che è bravissimo. Simmons, una carogna che non conosce redenzione ma compensa con una serie di insulti a fantasia, è irresistibile, arcigno, odioso. Il maestro che ha inflitto bacchettate ai grandi uomini, prima che neanche loro sapevano di essere grandi. Un guru saggio e lungimirante che se ne sbatte altamente delle filosofie indiane e che non devi mai guardare negli occhi. La severità di coloro che, come ribadisce uno stupido detto, non sanno fare quindi insegnano e un pugno di ottimi interpreti alle prese con la rivincita della vita. L'adrenalico e divertente Whiplash è un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz. (8)

I desideri muovono il mondo. Ti portano nelle profondità del bosco. Per procurarti gli incredienti segreti di un incantesimo; per fuggire via dall'amore; per raggiungere la casa della nonna malata; per condurti tra le nuvole, dove vivono i giganti. Metafora della vita, elemento fisso e ricorrente, il bosco – oscuro, fitto, misterioso – è dove si intrecciano le vite di protagonisti che, in realtà, già conosciamo. Abbiamo letto di loro in storie intramontabili, che finivano sempre come dovevano finire. Gli eroi delle favole, questa volta, sono un po' diversi. Il Principe Azzurro è un cascamorto che non crede nelle relazioni, il Lupo Cattivo farebbe meglio a non fidarsi di Cappuccetto Rosso, Cenerentola è una femminista convinta, le mogli perfette ogni tanto tradiscono, i padri perfetti non nascono tali. Originale e coraggiosa la riscrittura dei personaggi che ci viene proposta: la loro umanità difettosa messa in primo piano, i loro bisogni terreni sottolineati a dovere, le loro fragili vite che finiscono così, in un battito di ciglia. Uno dei film che più attendevo l'anno vecchio si rivela, tuttavia, una delle prime delusioni dell'anno nuovo – rimarrà la maggiore? La Disney a produrre, il Rob Marshall di Chicago a dirigere: uno che sa il fatto suo. Un regista che, perfino nel bastonato Nine, ci aveva regalato, tra canzoni trascinanti e coreografie spettacolari, spunti notevoli. Chi meglio di lui per portare in sala un musical storico, allora? La vicenda, purtroppo, perde tutta la magia iniziale per arrendersi a un realismo non voluto. Ho trovato non andasse d'accordo con il resto e che il risultato finale, dispersivo e un po' grottesco, non avesse il potere di convincere del tutto né gli adulti, né i bambini. L'inizio, convenzionale ma incalzante, porta tutte quelle vite a un bivio: arriva la magia, evocata nei modi più disparati, a stravolgere le carte. La parte centrale, di una stranezza che non dispiace, rispolvera i dettagli più bizzarri che la Disney ci ha taciuto, glissando sulle scene risapute – il ballo, Jack che visita il paese dei giganti, la storia d'amore di Raperenzolo. La parte finale, di una cupezza e una mestizia non contemplate, lascia un po' così, per effetti visivi non proprio ineccepibili, le frettolose ellissi e un senso di amaro dentro. Non saprei dire, allora, per quale spettatore Into the woods sia stato realmente pensato. L'amante del genere non troverà i consueti balletti ammiccanti, i ritornelli che restano impressi, le scene memorabili, una resa colorata e brillante: il film è dark, orecchiabile ma non troppo. L'amante del film ben scritto, invece, non potrà sorvolare sui tanti comprimari abbandonati a sé stessi, ma risconoscerà che, al contrario di quanto avveniva in Les Miserables, non si è al cospetto di teatro fotografato. Restano, allora, gli amanti di quei film corali in cui non c'è un attore stonato o fuori parte: sotto quel punto di vista, funziona. Il cast sorprende per duttilità e doti canore, e mentre Anna Kendrick e Johnny Depp danno solo conferma di un'agilità vocale già mostrata, bravi sono Corden, Pine e una luminosa Emily Blunt a cui avrebbe fatto bene il Golden Globe. Il fulcro, però, è solo e soltanto uno: si chiama Meryl Streep. I colleghi sono qui, e con qui indico il pavimento; lei è lì, indico il soffitto. Loro sono la brunetta dei Ricchi e Poveri, lei è una rock star. Vola, strega, ci regala entrate ed uscite di scena memorabili, insieme a una toccante versione di Stay with me: grande e indiscussa mattatrice, si è merita a ragione la sua diciannovesima candidatura. Meriterebbe un premio, lei, anche per il ruolo della mamma (“Mamma Meryl, ho un fastidioso prurito intimo...”) in una pubblicità sull'igiene personale. Verrebbe da dire, meno male che c'è lei. Padre di Once upon a time e simili, solo di facciata questo è l'ennesimo retelling. Positivo, questo; meno quel senso di indigestione che sembra prevalere sul resto. Non conoscevo la trama. Mi aspettavo qualcosa di emozionante, buono... buonista. E invece Into the woods è un film per gli amanti del musical più tradizionale, purchè questi ultimi siano anche segretamente allergici al lieto fine. Semmai il mondo, da qualche parte, ospiti personalità simili. (5)

C'è sempre attesa da queste parti, quando si tratta di Tim Burton. Uno che incanta, lui, anche quando dovrebbe fare paura. Dopo Frankenweenie, uno dei film animati più intelligenti visti negli ultimi anni, ritorna al cinema rinnovato e privo degli orpelli, dei merletti, delle atmosfere gotiche che noi, inguaribili fan, eppure amiamo. Ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, che qualcosa non va. Impossibile dire se abbia imboccato o meno la poco barocca strada del non ritorno, ma non penso. Magari era giusto stanco di essere il solito se stesso, come quando noi, con la voglia matta di una cosa diversa, andiamo dal parrucchere e diamo un taglio netto alla chioma. Perché così, questa volta, gli andava di fare. E uno con una carriera tanto lunga, fortunata, ricca, ogni tanto può permettersi una pellicola diversa. Né più brutta, né più bella: semplicemente, priva di un marchio di fabbrica che non ha mai avuto bisogno di nuovo smalto e mai, penso, ne avrà. Eppure sapete cosa? Per me, non è un male. Poteva essere meglio, ma poteva anche essere – con una trama che parla di donne sottomesse dai mariti, ingiustizia, inganno, tribunali – un melò malinconico, lacrimoso, mesto. Come se ogni biopic dovesse farci piangere con storie di vite tragiche. Margaret è viva e vegeta, ha avuto il suo lieto fine e i suoi bambini dagli occhi grandi sono stati raccontati come in una commedia retrò. Toni pastello, colori abbaglianti, costumi vintage e acconciature vaporose, scorrevolezza e una punta di brio che non guasta. Il matrimonio da incubo con Walter Keane, uomo subdolo e avido, genera situazioni ora piacevoli, ora violente, anche se manca qualcosa. Big Eyes è un quadro grazioso ma senza firma, in cui si procede con ordine, come in un consueto biopic, ma in modo impersonale, se non fosse per il fidato Elfman e per un paio di simboliche scene oniriche. Ma, da The Imitation Game a La teoria del tutto, sembra che l'impersonalità stia al biopic, quest'anno, come le storie di vita vissuta agli Oscar. Si parla di un'artista, e allora potevano esserci le discutibile stranezze di un Fur, la bellissima bizzarria di un Frida. Ci sono dialoghi effervescenti, invece; una Lana Del Rey – nella colonna sonora – che canta e ti ipnotizza; due professionisti che convincono senza impegnarsi troppo. Amy Adams, brava al suo solito, è misurata e dimessa: non indimenticabile, ma spontanea. Non del tutto meritato il Golden Globe. Cristoph Waltz, attore un tantino sopravvalutato, sempre alle prese con ruoli che sono la caricatura di quelli che l'hanno reso celebre, è un lupo cattivo esagerato, istrionico e divertente, che non prendi davvero sul serio, anche se il suo siparietto finale – assente il regista, che allora governino gli attori - merita parecchio. Big Eyes ha la stessa grandezza di Big Fish nel titolo, ma non nei fatti. Il primo rimarrà a tempo indeterminato nel mio cuore e sul mio header, l'altro – degno di una visione, ma non proprio di Burton – si farà guardare con la testa leggera e occhi poco meravigliati. (6)