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giovedì 13 febbraio 2025

And the Oscar goes to: Emilia Pérez | Conclave | Maria | Nosferatu

Il fu Manitas Del Monte. È l'epitaffio che Emilia potrebbe leggere sulla tomba della sua vita passata. Prima narcotrafficante, poi benefattrice. Prima uomo, poi donna, in un film — travolto, francamente, dalle più sterili polemiche — con una tesi reazionaria: cambiare il corpo, e l'anima, per cambiare il mondo. Proprio come la sua eroina tragica, il film è un mutaforma; un anfibio splendido e kitsch come il primo Luhrmann. Senza pretese di verosimiglianza, Jacques Audiard — francese che filma il Messico con un cast americano — sceglie un cinema di innesti, dove la dimensione del musical sottolinea la natura farsesca del tutto, ma le performance del cast garantiscono grande trasporto emotivo. Se le candidature di Gascón segnano già un primato, gli occhi sono puntati su Gomez e Saldana: la prima, benché goffa con lo spagnolo, abbandona l'etichetta di icona Disney con un ruolo conturbante; l'altra, favorita agli Oscar, è un'avvocata con un numero iconico in cui, ballando, sbugiarda la classe politica. Fiaba di colpa e sorellanza, sempre in bilico tra il musical e il thriller, Emilia Pérez trascina in una spirale ipnotica in cui la musica, per fortuna, è più prepotente della violenza. Può un film su una persona a metà farci completamente suoi? Bingo. Tutto può succedere, nell'opera pop in cui i ritornelli cantano di vaginoplastica, i mitra emettono sonorità tribali e i boss, in pectore, sono regine. (8)

Un famoso proverbio dice: morto un papa, se ne fa un altro. Chi, se potesse, non vorrebbe spiare i retroscena blindatissimi delle elezioni del nostro pontefice? Le macchinazioni, i segreti, le ambizioni covate dai numerosi cardinali in lizza per il soglio più ambito al mondo? Il regista Edward Berger ci apre eccezionalmente le porte del conclave, ispirandosi al best-seller di Robert Harris. L'impianto è quello di un giallo alla Agatha Christie. Ci sono gruppo di uomini con tutto da nascondere, la claustrofobia di un ambiente precluso, un sospetto strisciante. L'ultimo papa, rinvenuto misteriosamente morto nel suo letto, è stato forse assassinato? Indaga un Ralph Fiennes in crisi mistica, mentre battagliano il favorito Tucci, il machiavellico Lithgow, il cinico Castellitto; un piccolo ruolo spetta finanche a suor Isabella Rossellini, unica donna in un ambiente maschilista. Elegante, scenografico, serrato, Conclave – plurinominato ai premi – è ben più blando e semplicistico del previsto. Doveva farmi ragionare un'uscita in sala senza polemiche. Meno caustico di quanto si legga, con rivelazioni che indignano ma non troppo, ha un unico colpo di testa: il twist conclusivo. Peccato che, benché significativo, appaia una concessione al politicamente corretto retorica e un po' forzata in un film che, per il resto, è più classico che non si può. Nonostante sbancherà, non è fumata bianca. (6)

Dopo Jackie e Spencer, Larraìn chiude la sua trilogia con un altro ritratto di signora. Maria: la donna prima della Callas. Ma anche quella che, fragile e volitiva, voleva disperatamente tornare a incarnare quel mito indimenticato. Benché il corpo, ormai prosciugato dai lassativi, protestasse. Benché la sua voce, prima venduta al miglior offerente e poi messa a tacere, l'avesse tradita quanto Onassis. Il cileno realizza un flusso di coscienza vorticoso e febbrile, narrativamente frammentario ma formalmente impeccabile. Strutturato in lunghi colloqui come il film sulla First Lady, onirico come quello su Lady Diana, si posiziona a metà. Elegante e asimmetrico, racconta la vita pubblica, quella privata e, soprattutto, quella immaginata. Messi in scena in una Parigi autunnale di rara malinconia – un'unica nomination, Miglior fotografia –, gli ultimi giorni del soprano ne fanno un'eroina tragica degna delle arie che intonava. Nella sua testa si agitava un teatro inarrestabile, popolato di pulsioni irrazionali e vecchi fantasmi. Si può chiudere la porta al passato, se implica escludere anche la musica? Soltanto una diva poteva interpretare una diva. Jolie, scandalosamente snobbata ma in stato di grazia, ne adotta gli accessori e i costumi, il desiderio di adulazione e i vezzi. Per l'autista Favino c'è sempre un pianoforte da spostare; per la cuoca Rohrwacher, invece, una prova a cui assistere. Visse d'arte, Maria; visse d'amore. Morì in solitudine, forse. Ma a modo suo. (7,5)

Da grandi film derivano grandi responsabilità. Avrebbe dovuto saperlo bene Robert Eggers, presto salutato come nuovo paladino dell'horror d'autore. Troppo presto, mi domando con il senno di poi? Verrebbe da chiederselo, infatti, davanti a Nosferatu: la sua opera più ambiziosa, ma, per forza di cose, la più derivativa. Quella che maggiormente avrebbe avuto bisogno di uno sguardo personale, di un immaginario nuovo, di una rinfrescata nella forma e nel contenuto. La trama è la solita: un agente immobiliare viaggia fino al Transilvania, assoldato da un conte misterioso; peccato che quest'ultimo sia un vampiro centenario ossessionato dalla fidanzata del protagonista, una fragile sposina tacciata d'isteria. Oscuro ed elegante come il genere comanda, impeccabile nelle scenografie e nei costumi – meritatissimi gli eventuali premi tecnici –, è un sogno gotico che non diventa mai un incubo. Più fedele del previsto al materiale di partenza, rilegge la storia in una vaga chiave psico-sessuale e regala al conte Bill Skarsgård un paio di baffoni subito da ridere. Lily Rose Depp, insopportabile e sgraziata, si agita, sbava e si dimena in un perenne overacting; convincente soltanto Nicholas Hoult, in missione di salvataggio insieme agli abbozzati Willem Dafoe e Aaron Taylor-Johnson. L'ultimo Nosferatu è antiquato, non retrò. Tedioso, esangue, senza linfa da succhiare. Eggers, questa volta sei stato solo la copia di mille riassunti di un plagio di Stoker. (5)

sabato 15 gennaio 2022

Biografie da Oscar: Spencer | Belfast | King Richard | Being the Ricardos

A che serve l'ennesimo biopic, per di più con The Crown in corso d'opera, sull'icona più famosa al mondo? Ultimo ritratto di signora per Pablo Larraín, Spencer racconta i tre giorni di agonia di un matrimonio lungo dieci anni; la donna in pezzi prima del mito inscalfibile. Diana festeggia il Natale in un castello stregato in cui i riscaldamenti sono sempre spenti, le ceneri dei vecchi regnanti ricoprono ogni cosa e i servitori, invitati al silenzio, sono schierati come un esercito. Ma, aggrappata alla tazza in ghingheri come una sposa, Diana vomita, disobbedisce e semina dissensi: il suo tormento si manifesta con l'autolesionismo. In una scena già cult, si strappa la collana e ingoia le perle insieme a una zuppa immangiabile. Favola nera o forse horror dell'anima, il film è una psichedelia di danze, spettri e fagiani dove tutto, fatta eccezione per l'epilogo, è gelo. In questo inferno di ghiaccio, Kristen Stewart si rivela una scelta tanto azzardata quanto vincente: sorprendente con accento british, presta gli occhi malinconici e il temperamento nervoso a una figura in tensione perenne, in grado di sciogliersi soltanto al cospetto dei figli e di Sally Hawkins; i costumi da Oscar fanno il resto. Si può fuggire a un destino segnato? C'è spazio per i miracoli, in un mondo in cui perfino i bambini sono educati alla violenza della caccia? Per fortuna il buon cinema tutto può. Il qui e ora non esistono, sussurra Diana: passato, presente e futuro sono la stessa cosa. Il tempo si fonde come in Dalì, allora, e attraverso questo magma Diana Spencer può andare incontro alla vita (e alla morte) nei luoghi in cui è stata bambina spensierata. È possibile la stessa felicità? Basta lasciare in pegno il vestito buono agli spaventapasseri e, fanculo il mondo, inseguire «gli amori, lo shock e le risate». (8)

Dopo Cuarón, Almodóvar e Sorrentino (anche Spielberg è atteso al varco con un'operazione simile), è il turno di Kenneth Branagh: riacciuffare una carriera ondivaga al suono di ricordi agrodolci. Il tutto rigorosamente in bianco e nero, con una fotografia talmente incantevole da essere degna del cinema Pawlikowski. Siamo nell'Irlanda degli anni Sessanta. Il piccolo alter-ego del regista si difende con uno scudo di latta dai draghi, dai drammi familiari, dagli sconvolgimenti politici. Benché molto preso dalle scorribande e da una coetanea, è impensierito da una serie tematiche: i genitori, sommersi dai debiti, meditano di andare altrove; i nonni, anziani, seminano perle di saggezza e preoccupazioni; le strade, un tempo familiari, ospitano barricate durante gli scontri tra protestanti e cattolici. Ogni elemento è al posto giusto, selezionato per non scontentare: mamma e papà sono di un'avvenenza fuori dal comune anche quando discutono (Caitríona Balfe è, a onor del vero, intensissima), gli anziani brontolano da Oscar (inspiegabile il casting di Ciaràn Hinds, di vent'anni più giovane della Dench e invecchiato malamente a colpi di trucco), le visite al cinematografo offrono significativi squarci di colore al biancore generale. Ma in Belfast, purtroppo, è tutto talmente attrattivo da risultare furbetto, patinato, piatto. Ogni anno c'è un film che sembra accontentare tutti tranne me: questo sarà l'anno di Branagh, con la pellicola più sopravvalutata e, forse, premiata della stagione. Un pugno di cartoline provenienti da un'infanzia così artefatta da sembrare di nessuno. (5,5)

L'ascesa di Venus e Serena Williams dal punto di vista dell'uomo che le ha messe prima al mondo, poi sui campi da tennis (solitamente appannaggio dei ricchi bianchi privilegiati): Richard, il loro papà. Ambientato nei primi anni Novanta, con le campionesse poco più che bambine, questo biopic tanto classico quanto appassionante mette in scena i sacrifici, l'orgoglio e lo spirito di abnegazione di una famiglia vincente. Padre di cinque figlie femmine, il protagonista ha un piano per ognuna di loro: cambieranno il mondo e si salveranno dal ghetto. Ma la perdizione esiste soltanto nel loro quartiere, o anche nelle competizioni del circuito professionistico? Solido nella prima parte, in cui prevale la grazia della dimensione corale, il film perde qualche colpo nella seconda: più concentrata sugli esordi di Venus, fa porre qualche domanda sulla condotta del genitore. La loro è una famiglia o un team? È giusto predisporre il futuro dei figli ancora prima che nascano? Quelli di Richard erano sogni o ossessioni? Disinteressata ad approfondire le controversie sul papà-manager, Hollywood sceglie per la vicenda un taglio fiabesco e toni bonari. Non stupisce, allora, la scelta di Will Smith come protagonista: idolo di generazioni vicine e lontane, qui spiegazzato come non mai, rispolverara i discorsi motivazionali del set di Muccino e punta facilmente agli Oscar. Pregi e difetti di un dramma sportivo senza ombre e con una morale sul valore dell'umiltà (non secondaria, però, al divertimento), che piace anche ai profani. (6,5)

Agli spettatori italiani Lucille Ball e Desi Arnaz diranno pochissimo. Star di una sitcom degli anni Cinquanta, erano i nostri Sandra e Raimondo. L'ultimo film del sempre bravissimo Sorkin è un biopic che ce li mostra a un crocevia: accusata di simpatizzare per il comunismo, Lucille fa i conti con i tradimenti del marito e una seconda gravidanza. Come mandare avanti comunque lo show? Nonostante Javier Bardem sia una spalla esemplare, Being the Ricardos è una masterclass tutta al femminile. Già anima della sitcom originale, Lucy diventa ancora il fulcro del tutto: Sorkin la mostra dagli esordi fino alla retrocessione in radio, in preda al fervore delle riprese e durante le tensioni del quotidiano. Buffa sul set, tutta smorfie e gridolini, nel privato era una padrona di casa perfezionista, polemica e sbloccata. Contestatissima da alcuni spettatori, una Nicole Kidman fresca di Golden Globe incarna entrambe le anime del personaggio alla perfezione e strega con un mimetismo che le arrochisce la voce e stravolge il viso (più del chirurgo, sì). La vicenda ha scarso appeal, soprattutto per il pubblico straniero? La struttura a tasselli non appare sempre funzionale? Se amate le grandi performance e i grandi autori, sedetevi ugualmente in poltrona e applaudite Sorkin. La sua è una commedia elegante, pulita, all'apparenza semplicissima. Ma, proprio come I Love Lucy, di quella semplicità che soltanto i set collaudati sanno rendere nascondendo gli sforzi del cast sotto il tappeto. (7)

martedì 29 dicembre 2020

[2020] Top 10: Il mio cinema, nell'anno che il cinema ce l'ha tolto

10. His House: Presentato in anteprima al Sundance, un horror indipendente che racconta con i toni della ghost story la tragedia dell'immigrazione clandestina. Per riflettere, nello stile del cinema di Ken Loach, ma con qualche brivido in più.

9. Shirley: Un po' biopic, un po' thriller, purtroppo inedito in Italia, è un faro acceso sulla vita oscura di un'autrice famosissima – anzi famigerata – interpretata qui dalla camaleontica Elisabeth Moss. Per chi è affascinato dai meccanismi del parto creativo, soprattutto quando genera mostri.

8. Ema: L'ultima fatica del cileno Pablo Larraìn, all'indomani di innumerevoli film politici, si dedica anima e corpo a una storia controversa e passionale su una ballerina pansessuale e sul suo desiderio di maternità nonostante tutto. Contro natura, oltre natura. 

7. Il buco: Poetico, politico, claustrofobico, è uscito nel clou del primo lockdown. Qualcuno lo ha amato, qualcuno lo ha odiato, qualcun altro ha amato odiarlo. Ma questa distopia spagnola a tinte forti – ambientata in un carcere verticale dove vige la legge del più forte – è forse il film più rappresentativo dell'anno.

6. Favolacce: Sono giovani, sono belli, sono volenterosi. Soprattutto, sono il futuro che il cinema italiano non sapeva di meritare. Fabio e Damiano D'Innocenzo, premiati in pompa magna per la miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino, sono infine giunti a seminare turbamento anche su Amazon Prime Video.


5. Swallow: Si chiama picacisco, ed è una compulsione che spinge a inghiottire oggetti di varia forma e natura per dar voce a un disagio interiore. È questo il tema di un esordio shock – un horror originale, elegante, femminista –, con una Bennett in fuga dalla sua gabbia dorata.

4. Soul: Lo abbiamo visto un po' tutti sotto Natale ed è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci. È l'ultimo capolavoro Disney-Pixar. Per me il film più maturo, adulto e profondo del filone.

3. Jojo Rabbit: Ai tempi non mi era piaciuto in realtà. Lo avevo definito innocuo, una favoletta più graziosa che bella. Però ci ripenso spesso e con emozione, e vorrei che il 2020 finisse proprio come finisce il film del premiato Waititi: ballando, con David Bowie in sottofondo.

2. Sto pensando di finirla qui: In pole position non poteva mancare lui, Charlie Kaufman, con un viaggio al termine della notte e della ragione folle, destabilizzante, logorante. Riempie prima di orrore, poi di nostalgia.

1. Sound of Metal: Negli anni Venti c'era il cinema muto. È possibile, oggi, un cinema sordo? Da quest'idea difficoltosa ma coraggiosissima parte un piccolo dramma disposto a farsi valere alla prossima stagione dei premi. Un'odissea lunga due ore interpretata da un incredibile Riz Ahmed, nel ruolo di un batterista che perde l'udito e sperimenta, così, un nuovo mondo. Quel mondo diventa anche il nostro. In un cinema che è esperienza umana, e condivisione.

mercoledì 23 dicembre 2020

Le visioni indie di dicembre: Sound of Metal | Ema | Matthias e Maxime | Waves | Under the Silver Lake

Lo cantavano Simon e Garfunkel: anche il silenzio ha un suono. Lo scopre d’un tratto Ruben, un batterista rock, all’improvviso costretto a rinunciare a un tour insieme alla compagna cantante. Perde l’udito. Ex tossicodipendente, fidanzato da quattro anni con la dolcissima Olivia Cooke e da quattro anni pulito, minaccia il suicidio; nega; si aggrava; nega ancora; distrugge. Al centro di un doloroso processo di accettazione, il protagonista si trasferisce in una comunità per non udenti dalle regole ferree. Quando gli ospiti – guidati da un Paul Raci in odore di nomination – comunicano fittamente fra loro nel linguaggio dei segni, sullo schermo non compaiono sottotitoli: lo smarrimento di Ruben, che non conosce la LIS, è pari al nostro. Questa è la grande sfida dell’esordio alla regia di Darius Marden: renderci vicinissimi all’esperienza del batterista. Complice un uso del sonoro mai sperimentato prima, Sound of Metal diventa allora una visione sperimentale, intima e immersiva: tagliati fuori, ma per questo perfettamente calati nel disagio di Ruben, ascoltiamo suoni ovattati, fischi, fruscii, tonfi, voci che sembrano rimbombare dalle profondità oceaniche. Gli anni Trenta erano il trionfo del cinema muto. Questo, invece, è un cinema sordo: capace di sfruttare le commoventi potenzialità della settimana arte per garantire totale empatia. Chiusi per due ore nella bolla della sordità, facciamo compagnia a un incredibile Riz Ahmed: l’attore di origini pachistane picchia i piatti della batteria con furia selvaggia e comunica resa a ogni sguardo. Artefice di una delle migliori performance su piazza, scrive pensieri farneticanti; impara pian piano a padroneggiare i movimenti delle mani, i vuoti, le parole non dette. Questo ex batterista fatica a riprendere il ritmo, ad abituarsi: insegue perciò l’utopia di un costosissimo impianto cocleare. Che rumore fa la disperazione? Cosa resta quando la musica finisce? A sorpresa, il silenzio – e l’oscurità, vecchia amica – garantiscono un’acustica perfetta. Marden li indaga sin nelle vibrazioni più infinitesimali. Il risultato, paradossalmente, è un’orchestra di emozioni. (8,5)

Sensuale e folle, mette a disagio soltanto aprendo bocca. Flirta spudoratamente e in ogni occasione. Ema ha i capelli ossigenati, una crew di amiche ballerine per branco e una lunga relazione con un coreografo di dodici anni più grande. Passando da un assistente sociale all’altro, vive sensi di colpa per un bambino voluto, cercato, infine ceduto nuovamente indietro. L’orfano che ha adottato con Gaston – già grandicello, con un’ombra di baffi sul labbro e l’hobby dei fiammiferi – ha rivelato agli altri l’inadeguatezza della coppia. Come può un bambino violento essere allevato da due genitori sui generis? O forse non ci potrebbero essere persone migliori di due ribelli poliamorosi per far sentire benaccetta una mina vagante? Dopo la biografia di un’algida first lady americana, Pablo Larraìn torna in Cile per un nuovo ritratto femminile. Per la prima volta, seminando sconcerto tra i suoi estimatori, lascia da parte l’impegno politico da parte. Non per questo meno ambizioso, il film presentato a Venezia è un puzzle sentimentale stranissimo mosso dalle forme d’amore più disparate. Benché sofisticato, si muove a ritmo di raggaeton. Pur rendendoci partecipe del dramma di una famiglia disfunzionale, ha le fattezze di un thriller erotico. Ammaliante ma respingente, malsano eppure armonioso, di una bellezza conturbante, è una festa di leggerezza e devasto con i rossi saturi di Noè e le passioni dell’Almodovar più scandaloso. Il bel Bernal fa un passo indietro davanti al magnetismo della rivelazione Mariana di Girolamo. Quintessenza della libertà, Ema e i suoi mille amanti – importanti un pompiere e un’avvocatessa – cercano il raggiungimento di un nuovo equilibrio nella maniera più controversa. Madre, moglie, ballerina, piromane, trasforma ogni mossa in un passo di danza; ogni incontro in un’ammucchiata. Tra fascino e inquietudine, è il soggetto di un ritratto più che moderno: futuristico. Contro natura, oltre natura. (8)

Dopo un viaggio in America che aveva dato vita al suo film più bistrattato – per me ingiustamente – Dolan torna alle origini per leccarsi le ferite. La provincia canadese è quella dei suoi primi successi, e sempre da lì vengono i miscugli particolarissimi tra inglese e francese, i rapporti di amore-odio con mamme troppo ingombranti, gli amori impossibili a tinte arcobaleno. Storia di un’amicizia messa all’improvviso in discussione, Matthias e Maxime parte con un bacio che i due protagonisti si scambiano per prendere parte a un corto cinematografico. Gli altri, intorno, non sembrano dar peso all’evento. Ma nei diretti interessati qualcosa cambia: contriti e confusi, prendono a evitarsi. Cosa nasconde il loro imbarazzo? Raccontati in presa diretta, sembrano muoversi senza seguire una sceneggiatura. Tra primissimi piani, dialoghi che si accavallano, brindisi e feste piene di armonia, permettono che l’incomunicabilità generi momenti di tensione. Riusciranno a confessarsi l’inconfessabile? Concitato, caotico e festoso, l’ultimo film dell’ex ragazzo prodigio mantiene un basso profilo. Tende a non strafare. Intimo, è al servizio di una storia semplice e priva di manierismi, che ovviamente non rinuncia ai classici riferimenti pop: la scena del bacio, la più memorabile, omaggia Titanic. Più sentito che riuscito, il film – fatto di esterni gelidi e d’interni calorosi, di un’allegria sguaiata intrisa di disperazione – è una festa di addio per salutare per sempre l’ultimo scampolo della giovinezza di Xavier. Ma è comunque una festa. (6,5)

Lo hanno abituato a eccellere. Afroamericano in un Paese intollerante, checché se ne dica, deve fare sforzi sovraumani per essere all’altezza delle aspettative altrui. Studente brillante e stella del wrestling, è spinto oltre i suoi limiti – o fino ai suoi limiti? – dalle pressioni di un padre troppo normativo. Come venire a patti prima con un infortunio, poi con l’arrivo di un bambino indesiderato, se nel suo futuro non sembravano esserci spazio per gli errori? Chi ha tutto, purtroppo, a tutto da perdere. E durante un ballo scolastico sotto antidolorici, la tensione crescerà fino a sfociare nella tragedia immancabile. Allora il film cambia aspect ratio e volto, cambia protagonista. Si lascia spazio al punto di vista della sorella minore, aspirante veterinaria alle prese con il primo amore per un tenerissimo Lucas Hedges. Waves – arrivato in homevideo con il sottotitolo Le onde della vita – è un dramma familiare con un bagaglio emotivo pesantissimo e una generosità fuori dall’ordinario. Potente, emozionante, vero, segue un andamento imprevedibile e tumultuoso. Sembra scosso dalle forze crudeli di una moderna tragedia. Parabola sull’ira e sul perdono, sulla disperazione e sulla libertà, scioglie i nodi intricati della prima parte con l’espiazione della seconda. Tra danze liberatorie sotto la luna, sbronze e faccia a faccia urlatissimi, riflette sulla mutevolezza delle sorti e dei sentimenti. Diretto da Trey Edward Shults – già notato con un interessante horror indipendente –, qui e lì è stato accusato di essere troppo pretenzioso. Con i suoi folgoranti primi piani, con le luci al neon e i colori fluo, con scene madri su scene madri, probabilmente lo è. Il montaggio da videoclip, inoltre, è una montagna russa. Ma il regista trentaduenne si è fatto le ossa come assistente di Terrence Malick, e si nota nella perfezione della messa in scena che ricorda anche le sperimentazioni visive di Dolan, le giovinezze allo stato brado di Guadagnino, i drammi all black di Jenkins. Strizzando l’occhio ai migliori, Shults cura maniacalmente la forma, però non scorda il cuore. Rinfrancato nello sguardo e nell’anima, mi sono goduto moltissimo questo doppio romanzo di formazione dove l’incomunicabilità prolifera per lasciare spazio al senso di colpa. Sui cocci della perfezione infranta, Waves regala picchi e creste. Travolge. Nelle sue onde, che ti circondano come un bozzolo, puoi o annegare o salvarti. (7,5)

Un impunito serial killer di cani. Una sensuale vicina di casa scomparsa nel nulla. Il cadavere di un milionario morto in un incendio doloso. Un fumettista occhialuto fissato con leggende e simbolismi. Un nuovo gruppo rock, Gesù e le spose di Dracula, i cui brani sono scritti da un misterioso paroliere che sembra custodire le sorti del mondo. Sto bene, sì? Cosa diamine sto guardando? Sta bene il regista, David Robert Mitchell, o ha scritto e diretto il suo ultimo film in pieno trip allucinogeno? Nel dubbio, per oltre due ore, ho sguazzato allegramente nelle stramberie di Under the Silver Lake. A metà tra un noir, una commedia grottesca e un horror esoterico, segue le indagini di un subito iconico Andrew Garfield: con jeans a sigaretta, converse e occhiali da sole, corre di qua e di là; spulcia; fa inseguimenti in macchina; bacia ragazze bellissimi e fatali. Messe da parte le sue grandi ambizioni, il giovane nullafacente affetto da manie persecutorie comincia a credere in messaggi subliminali, cospirazioni e schemi ricorrenti. Perfino il libero pensiero e le idee di rivoluzione sono una bugia instillata dai piani alti? Passato in sordina a Cannes e bistrattato dalla successiva distribuzione, il ritorno del regista dell’indigesto It Follows è il flop a cui soltanto i cultori di Lynch e Hitchcock, sul web, hanno dato nuova linfa vitale. È audace, sperimentale, pasticciato: troppo. È un inno al pop, alla cultura del consumo, alla solitudine delle stelle: spiazza. Benché irrisolto, però, offre una delle visioni più originali dell’anno. Una caccia al tesoro mossa da curiosità e inquietudine, dove non importa capire cosa ci sia bene in ballo. Un rebus divertente e confusionario, da portare a termine soprattutto per il piacere giocoso della sfida in sé. (7,5)

mercoledì 22 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Moonlight, Fences, Jackie

8 Nominations. Che parola stana, gay. Significa allegro, gioioso. C'è poco di leggero, di colorato, se crescendo ti scopri tale nella famiglia sbagliata di una città sbagliata. Chiron vive nella periferia di Miami, con una genitrice instabile e i prepotenti che lo inseguono all'uscita di scuola. Lo canzonano, vantandosi di avere capito quello che lui non si è ancora mai domandato. Quegli insulti dicono la verità su di lui? Chiron lo domanda al suo angelo custode, uno spacciatore dal cuore gentile, che gli spiega che potrà forse essere gay, ma “non una checca”. E Chiron continua a rimuginarci sopra, ad arrovellarsi, prima al liceo e poi per le strade di Atlanta. L'acclamato Moonlight – apprezzato in patria, meno in Italia – è un romanzo di formazione a tre voci. Come se si parlasse di persone diverse, quasi, non di tre fasi della stessa esistenza. A impersonare il protagonista, tre interpreti bravissimi, legati dal nodo di un'identica tristezza. L'esordiente Barry Jenkins punta in alto con una storia che non lascia indifferenti. Ci sono il bullismo, le sostanze stupefacenti, l'omosessualità più tormentata, e ho trovato tutto così misurato, così sentito, da non scivolare mai in una scrittura stereotipata o in passaggi di insostenibile pesantezza. Chiron cresce, si irrobustisce, ma non perde lo sguardo. Il bambino braccato, l'adolescente schernito, il re dei trafficanti che tergiversa in un caffè – sequenza di grande intimità, quella, come solo il cinema indie sa fare – hanno gli occhi di chi guarda gli altri uomini, le cose, come se non potessero mai averli. Girano attorno all'argomento con studiata vaghezza, cercano una pace interiore che nel ghetto sembra impossibile. Il guizzo a un dramma che ho trovato bello, tutt'altro che pretenzioso, ma misteriosamente non riuscito fino in fondo, lo danno la colonna sonora. La nobiltà degli archi, che zittisce il parlato sguaiato, il rap duro delle macchine in corsa, e se ne va così in cerca di un originalità a sorpresa. Moonlight, storia dal contesto troppo distante da noi ma dal respiro universale, è delicatissimo. Ma la limpidezza, i toni intimisti, sono un'arma a doppio taglio. E' una ricerca che dura una vita e, finalmente, si estingue in un abbraccio. Una riflessione sull'identità – non soltanto sessuale -, che brilla per la gentilezza di uno spacciatore (il pluripremiato Mahershala Ali, personaggio chiave che il minutaggio mi ha reso purtroppo anonimo). La ferocia di certe madri (una Harris stravolta, che mette in un angolo l'accento british e una bellezza venuta prima del talento). L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la pelle di blu. Nell'amore, che è casa. (7,5)

4 Nominations. Troy ha tutto quello che un afroamericano di cinquant'anni potrebbe desiderare. Costruisce, intorno al suo sogno, una recinzione: ad aiutarlo, un figlio adolescente da mettere alla prova. Accanto a Rose, moglie fedele, è diventato un uomo migliore. Ma il protagonista ha l'indole del traditore e i geni di un padre che si sciacquava i denti con un sorso di gin. Cosa rappresenta per lui e per Rose quel recinto che taglia fuori il mondo e li vincola in un tinello su cui si aprono crepe preoccupanti? Le barriere sono fisiche e metaforiche in Fences. Ispirato all'opera di August Wilson, il ritorno alla regia di Washington è una tragedia in medias res. Non ci si sposta da quelle quattro mura: microcosmo di pochi metri che contiene i giganti. E, fedele alla propria natura, il film conserva dialoghi forti e monologhi intensi. Dalla porta mai chiusa a chiave entrano i figuranti – un collega di buon cuore, un fratello matto – e ognuno ha i suoi exploit. Teatrale nella struttura, il cast di Fences duella a colpi di battute e segreti amari come se la macchina da presa non ci fosse. Poco da cogliere, se non l'esistenza in presa diretta: con le sue chiacchiere, i suoi rancori e quei dolori tutt'altro che sconosciuti a chiunque sia stato parte di un nido. Fences è una storia a stelle e strisce – parla di segregazione, generazioni contro, sport – ma, poco alla volta, è diventata anche la mia. Che in Letteratura teatrale mi ci sono laureato, e con una tesi che parla in filigrana della crisi della famiglia patriarcale. Che in passato ho amato così tanto le modalità di questi drammi borghesi, inconsapevole che di lì a poco ne sarei diventato parte. Scritto ad arte, il film risulterà vittima di dilungamenti di troppo. Purtroppo, mi è impossibile convincervi del contrario. Però il verbosissimo Denzel e la strepitosa Viola Davis (non ce n'è per nessuna) gridano intensità in ogni scena. Protagonisti di un matrimonio che è tutto un compromesso, un doloroso accontentarsi. Di un lungometraggio che, più che un film, ha il difetto di apparire teatro fotografato. E' un adattamento, e si vede. Dura due ore e diciotto, e si sentono. Fences è una grande pièce che non diventa grande cinema, secondo il principio della proprietà commutativa. Ma, nel bene e nel male, grande mi è parso. (7,5)

3 Nominations. Ho visto il video dell'omicidio Kennedy all'ora di inglese. Un colpo di fucile contro il presidente. Sua moglie, di rosa vestita, cerca di fermare il sangue. Di recuperare, in un gesto insensato, i pezzi di cervello dalla carrozzeria. Jackie, atipico biopic del cileno Larraìn, racconta le ore successive all'attentato. Ritratto psicologico originale, non lineare nella sua scrittura. Emozionale, non emotivo. A mio dire, non emozionante. Si sofferma su un lutto intriso di rigore. Su spazi vitali stipati di persone. La protagonista appare di rado sola. Si tiene addosso quel tailleur chiazzato di sangue più del dovuto. Deve predisporre una solenne parata, così come tempo prima aveva badato ai tappeti della Sala Ovale. Fuma, ma vieta che il dettaglio trapeli. Si mostra capricciosa, frivola e antipatica, risoluta. Natalie Portman, assente dalle scene dopo i fasti del Cigno Nero, è somigliante in maniera maniacale. Fin troppo? Ti fa pesare, infatti, la sua splendida prova. Ostenta la perfezione raggiunta, una fatica che c'è ma che non vuole si veda. Così tanto brava – dall'accento sospiroso al portamento impeccabile – da risultare petulante. Jackie, d'altronde, non doveva brillare per simpatia. Così presa dal suo ruolo, tanto calata nella parte di first lady, da confondere lato pubblico e lato privato. Razionalmente ho capito le ragioni dei bronci e la grande rabbia per l'idillio che si incrina. Dal punto di vista stilistico, poi, mi allineo a chi l'ha trovato impeccabile. Emotivamente, però, mi ha lasciato infastidito. E puoi essere il più curato dei film, ma se mi parli di una donna addolorata nel profondo e quel dolore io non lo vivo, non lo percepisco, allora puoi dirti riuscito solo a metà. Sono tutti bravissimi, tutto è bellissimo. Ma l'ho ammirato con freddezza, stando al di qua dell'uscio. La futura signora Onassis non si svela. L'icona è diventata inscindibile dalla donna. Doveva credere talmente tanto in Camelot – un sogno impossibile, condiviso insieme all'America – da diventare un personaggio fittizio. Incapace di abbandonare quella parte. Quelle stanze in cui beve vino costoso e sfila, anche quando nessuno la guarda più. (6,5)