Visualizzazione post con etichetta Mike Mills. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mike Mills. Mostra tutti i post

giovedì 17 agosto 2017

Dear Old Mr. Ciak: Che fine ha fatto Baby Jane, J'ai tué ma mère, Beginners, Frantz

[1962] Papà Hudson ha reso Jane una stella del palcoscenico. I boccoli biondi della sua bambina prodigio hanno ispirato perfino una bambola. Molti esemplari resisteranno alll'eclissarsi della notorietà di lei: scalzata dalla sorella rivale, Blanche, che crescendo ha voluto pareggiare i conti. Un incidente, all'apice della gloria, le ha tarpato le ali e spezzato le gambe. Bloccata in sedie a rotella, vive di rendita e delle cure della sola Jane. In un cupo castello dedicato al dio passato, dove non sono ammessi visitatori e in cui, a lungo andare, l'insofferenza miete vittime. Chiudete in una stanza due sorelle che si accusano a vicenda di essersi rovinate la vita. Mettete sullo stesso set due dive sul viale del tramonto, professioniste che fanno di qualsiasi capriccio una questione personale, e buttate via la chiave. Allo scontro tra titani a colpi di battute taglienti sopravviverà la più posata Joan Crawford o l'insuperata Bette Davis? Se la prima è la vittima messa a tacere, vessata e schernita con una crudeltà così esemplare da divertire, l'altra pianifica un impossibile ritorno al passato. L'indimenticabile Jane nasconde topi e passerotti ammazzati sotto la cloche; strega con gli occhi spiritati, lo straordinario sprezzo del ridicolo e il trucco sbavato. Qual è la sorte dei ragazzini bollati anzitempo come promettenti, poi incapaci di mostrarsi all'altezza della situazione? Cos'è stato dei ritornelli di Nikka Costa, del biglietto aereo per Macaulay Culkin, del sesto senso dello struggente Haley Joel Osment? Che fine ha fatto Baby Jane? La domanda te la pone il titolo di un thriller psicologico passato alla storia. Uno di quelli che suscitano reverenza, che recuperi con sessant'anni di ritardo. La scusa perfetta: Feud, la serie antologica che accende i riflettori su una faida che seguì le protagoniste anche fuori dal set. Nonostante il bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? non è invecchiato di un giorno. Genitore degenere di qualsiasi Misery non deve morire; figlio tiranno del capolavoro Viale del tramonto; stella fissa. (8)

[2009] Il giovane Hubert condivide un appartamentino kitsch con l'irritante Chantale. A volte sono cane e gatto, altre metà complementari. A detta del giovane, la donna è la persona che più odia sulla faccia della terra. Affermazione forte, ma tutto nella norma: lui è un adolescente scalpitante, lei è una madre che lo ostacola con la scusa di ciò che è meglio per lui. Siamo nella provincia canadese, illuminata a sprazzi dai ninnoli e dai centrini colorati di una casa di bambole; siamo in un film del talentuoso Dolan. Per la precisione, il primo. Lui – attore, autore, regista – aveva vent'anni. L'invidia dovrebbere rendermelo antipatico. Quella, e la consapevolezza di non avere apprezzato pienamente i film che hanno preceduto il suo effettivo capolavoro – il ciarliero Les Amours Imaginaires, il nebuloso Tom à la ferme. Lì c'erano, accanto a un lato visivo comunque potentissimo, un lezioso compiacimento di fondo e molto autobiografismo: tra arte, omosessualità e pop-art, in un duplice ruolo, troppo Dolan per una conoscenza preliminare. Qui, alle radici dell'enfant prodige, è presente di tutto un po'. Ma, benché molto acerbo, ho trovato J'ai tué ma mère un'opera prima fresca e sincera. I rapporti interpersonali al limite, la dolcezza e le urla, i piatti infranti e gli aforismi da incorniciare. Anche agli inizi, una genitrice che somiglia proprio a Anne Dorval: tenuta a distanza, contestata, tanto da nascondergli l'esistenza di un fidanzato non per timore di non essere accettati, ma per puro dispetto; una madre nevrotica, ispiratrice di continue invettive e instancabili recriminazioni. Accanto a lei, un capriccioso e imberbe Dolan: all'occorrenza ottimo attore e pessimo figlio unico. Uccide la madre nei temi in classe, dicendosi orfano. Nei suoi sogni segreti, si inseguono all'ombra di un bosco: lei, nel clou di un curioso ma delicato complesso di Edipo, indossa l'abito da sposa. Hubert è un adolescente con il mondo contro e in cerca di se stesso, Chantale è una mamma chioccia che non si accorge di soffocarlo per paura di un ulteriore abbandono. Come loro, tutti i figli imperfetti e tutte le mamme single. Come Dolan, già in tempi non sospetti, nessuno. Dietro l'ingannevole confessione di un presunto matricida, J'ai tué ma mère è una storia vera. Lo schizzo in potenza che precede il disegno di Mommy, indimenticabile atto. (7,5)

[2010] Oliver ha tempo a sufficienza per fare un bilancio. Vive solo, il suo lavoro da illustratore lo tiene impegnato ma non troppo. Gli fa compagnia un Jack Russel e il pensiero di un'affascinante attrice francese, che alle feste mascherate ha l'aria di essere infelice tanto quanto lui. Il protagonista ha scelto di travestirsi da Freud. Per uno scherzo del subconscio o per precisa volontà, chissà, la maschera dello psicanalista la dice lunga sui problemi personali di Oliver. Su una famiglia strana e sfortunata, perfino più delle nostre, che si è decimata nel giro di pochi anni: prima è morta la madre, portata via da un tumore; poi l'ha seguita a ruota il padre, con lo stesso male e un clamoroso outing prima di andarsene. L'arzillo genitore ha approfittato della vedovanza, del poco tempo a disposizione, per uscire allo scoperto: si è avvicinato alla storia della comunità LGBT e ai siti di appuntamento; ha incontrato un personal trainer infedele ma presente, che è stato con lui fino alla fine dei suoi giorni. In Beginners, autobiografia agrodolce sotto forma di commedia indipendente, c'è un Ewan McGregor – bravissimo, al solito – in fase di elaborazione. Medita, ricorda, si innamora dello spirito girovago della Laurent. Fa respiri profondi e passeggiate al parco e nei corridoi degli hotel. Per essere sempre in fuga, d'un tratto si fossilizza a riavvolgere il passato. Mette radici in una camera d'albergo con la moquette a terra, accanto a una sconosciuta. Pensa alla scoperta della tenerezza e della sessualità di Cristopher Plummer, ma senza rancore: lo compiange, un po' imbarazzato all'idea di gestirne il disordine postumo e il compagno in lutto. Confronta il passato e il presente, e c'è spazio per gli schizzi, le fotoricordo e gli sprazzi di genialità molto cari al cinema del già promettente Mike Mills (quest'anno apprezzatissimo con 20th Century Women, gioiello in sordina). Ci sarà spazio anche per l'amore, dopo aver preso atto che quello tra i suoi genitori è stato una sciarada ma non proprio tutto, eppure, è perduto? Vedasi la leggerezza di Plummer: pienamente se stesso a settantacinque anni. Vedasi gli adorabili difetti della nostra lei: amante dei libri usati e delle case vuote. Come il titolo rivela, i protagonisti sono tre individui alle prime armi. Impreparati a voltare pagina – a convivere in pace, a morire in silenzio –, ma non del tutto inadatti. Plummer deve avere fatto sua la lezione alla scuola serale. Assente ma presente, dà ripetizioni sentimentali a principianti in attesa di ravvedersi e di rivedersi. Se l'amore è questione di famiglia, meglio condividerne i segreti. (7,5)

[2016] A proposito di registi francofoni che adoro: posto anche a Ozon. Il parigino che viene dal mondo della moda e spazia con nonchalance dal thriller alla commedia musicale, è stato a Venezia con l'applaudito Frantz. Un melodramma postbellico che rinuncia coraggiosamente al colore e si rifà a una pellicola di Lubitsch. In un paesello tedesco del primo Novecento, una vedova di guerra piange il promesso sposo. Sulla sua tomba, un giorno, trova un fiore. A depositarlo, un soldato francese. Adrien parla di Frantz, ma non come farebbe un semplice amico. Fa breccia nei cuori dei genitori del defunto, seduce l'anticonformista Anna. Poi sparisce, nel clou di una rivelazione, e le lettere inviate a lui ritornano al mittente. Chi era quel forestiero per il soldato caduto? Cosa si nasconde nei suoi modi gentili, nelle sue risposte vaghe, nello sguardo altrove? Come l'ultimo Dolan, anche Ozon sceglie di allontanarsi dalle piste consuete. Restano integri il mistero, il fascino, la splendida cura della regia. A malincuore, dopo una bellissima parte introduttiva, si fanno presto i conti con ciò che manca. Frantz è sobrio, lento, raffinatissimo. Il regista cede al richiamo di un film diverso dal solito. A un omaggio classico, languido, che riflette sulla verità e il perdono. Alla trama si rimprovera una certa piattezza, purtroppo, e sono le bugie e il ricordo a colorare magicamente i concerti privati del sempre bravissimo Niney (brutto ma bello, come solo i francesi possono) e i sorrisi della raggiante Beer. La pacatezza del bianco e nero ammorbidisce le passioni proibite, l'impostazione rigorosa abbraccia un'estetica splendida e trascura il coinvolgimento. Le cose belle, però, piacciono. E la classe rètro dell'etereo Frantz – un Ozon a metà, sprovvisto del suo eros e della sua ambiguità – incanta. Lo si apprezza, se non altro, per la Grande guerra raccontata dal punto di vista dei sopravvissuti a una generazione perduta, rievocata attraverso le inimicizie tra tedeschi e francesi: vicini di casa, eppure rivali. Finito il conflitto, finirà l'odio? E la vedovanza di una ventenne che, un po' come noi, si aspettava dall'elusivo amico di Frantz l'enigma, la svolta, l'amore ? (6)

venerdì 31 marzo 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: 20th Century Women, La mia vita da Zucchina, A man called Ove

Miglior sceneggiatura originale. Avere quindici anni a Santa Barbara, California, con gli anni '70 agli sgoccioli. La rivoluzione sessuale in atto, fumo di sigaretta ovunque e, a tavola, conversazioni spudorate a proposito di orgasmi impossibili, prime volte e mestruazioni. Il technicolor, la musica punk, gli amabili resti del conflitto generazionale. Jamie vive quell'anno di transizione in una casa trasformata in una allegra comune. Dalla sua finestra entra ed esce la ribelle e bellissima Elle Fanning; in una camera data in affitto balla una scatenata e fragile Greta Gerwig, consigliera dai capelli rosso fuoco; in un'altra, invece, c'è il sempre affascinante Billy Crudup, factotum che dispensa attenzioni e tenerezze. Padrona di casa, una strepitosa Annette Bening a digiuno di nomination: mamma single allevata durante la Grande Depressione, ex aviatrice, si preoccupa dell'educazione sentimentale del figlio e della ritrovata felicità di quegli ospiti (abusivi). In un anno sospeso, in cui ogni cosa sembrava vicina e possibile, far sì che il protagonista si faccia trovare preparato grazie all'influenza costruttiva di quei parenti improvvisati e di quelle ninfette magnetiche. Plasmarlo, facendone un galantuomo che crede nelle pari opportunità, nel punto G e nell'indiscreta poesia dei sentimenti a senso unico. Nel titolo ci sono le donne, ma Mike Mills - già autore di quel gioiellino che fu Beginners - realizza una commedia ad altezza adolescente in cui gli uomini, pochi ma buoni, pendono dalle labbra delle loro coinquiline e prendono appunti. Inutile descrive cosa succeda e cosa non succeda. Superfluo cercare di suggerire quella leggerezza, quel brio, quella semplicità intelligente che solo il cinema indie sa. L'ho adorato così, senza un preciso perché. Resta lo sgomento, quello sì, per la clamorosa esclusione nelle categorie principali. Nel cast, in equilibrio perfetto, non c'è un viso fuori posto. Sprizzano tutti confidenza, armonia, intesa. Sono i compagni che tu, solitario cronico, avresti voluto con te in un'età sottile. Non ti risparmiano l'imbarazzo, vero. Il terzo grado. Ma che bella musica, che bella compagnia, che bel film. Lo sottolineano i narratori onniscienti nel momento di tirare le redini: anticipandoti le morti, le strade che si dividono, la vaga amarezza che proverai. Non senza una certa fretta, ma con la malinconia che rende gli insegnamenti preziosi e il bicchiere sempre mezzo pieno. (7,5)

Miglior Film d'animazione. Icaro, detto Zucchina, ha appena nove anni ma conosce la sofferenza. L'ha sperimentata con sua madre: una donna abbandonata dal marito, che si è trasformata nell'ombra di se stessa. Presto, però, fa i conti con una sofferenza di altro tipo. Orfano all'improvviso, viene accompagnato in casa famiglia. Lì non riesce a dormire. A tormentarlo, i compagni che prendono di mira i nuovi arrivati e il pensiero di averla uccisa lui, una mamma disattenta eppure presente. Finché non arriva la bella Camille, che preferisce la compagnia del gruppo a quella di una zia opportunista. E le cose, con lei attorno e la neve che cade, cambiano. La mia vita da Zucchina racconta con onestà le difficoltà di un'infanzia spesa in orfanotrofio. Tra bambini abusati, figli di tossicodipendenti, orfani bianchi che non si danno pace e, quando una macchina parcheggia nel vialetto, scappano fuori chiamando i loro genitori con la speranza nella voce. Può esserci un attimo di respiro, il pensiero del domani, dove tutto è un grigio e provvisorio piano alternativo? Prima il romanzo per bambini di Gilles Paris, poi le animazioni dell'esordiente Claude Barras, ci dicono che sì, si può. Per lo straordinario spirito di adattamento dei più piccoli, che vanno avanti ma senza dimenticare. Per via di quella sensibilità tipicamente europea, che non tace i traumi e le ingiustizie pur inseguendo un doverosissimo lieto fine. Applaudito a Cannes, arrivato zitto zitto agli Oscar, La mia vita da Zucchina ha uno stop-motion che non mi piace. Lo popolano pupazzi grotteschi, tozzi e dalle braccia lunghe, che però hanno una luce triste negli occhi. Inespressivi, tutti bizzarri e tutti uguali, oggettivamente brutti, in realtà gli abitanti della casa famiglia di Barras hanno quello che non troverai né in un altro pupazzo di plastilina, né in un altro cartone a tema. Un vissuto che non fa sconti a nessuno, nello stile dello splendido dramma indie Short Term 12. Un epilogo non scontato, felice solo a metà, che vìola la regola non detta dei cartoni animati di ogni dove. Se si parla di bambini ai bambini, al bando la tristezza. (8)

Miglior Film Straniero. La visione del Miglior Film Straniero, solitamente sinonimo di pesantezza, preferisco rimandarla all'indomani della premiazione: guardo per dovere solo il film vincente, così, e glisso sugli altri quattro. L'eccezione: l'anno in cui c'erano Il sospetto e Alabama Monroe, ma la spuntò il nostro Sorrentino. Quest'anno, A man called Ove. La commedia svedese, ispirata al bestseller L'uomo che metteva in ordine il mondo, parla di vecchietti burberi e gatti a pelo lungo. Se mi conoscete, sapete che potrei fermarmi qui. A furia di leggere romanzi troppo simili di anziani in viaggio e seconde opportunità, storie agrodolci che rischiavano di risultare tutte uguali, nei mesi scorsi mi sono però detto annoiato. Toccava disintossicarsi. La compagnia di questo Ove, però, è davvero irrinunciabile. Che proprio vecchietto, con i suoi cinquantanove anni portati con eleganza, non è. Che tiene tutto sotto controllo – la vita del quartiere, i vicini, le spese mensili – finché non gli sfugge di mano il senso stesso della vita. Vedovo licenziato all'improvviso, vorrebbe farla finita. A disturbarlo dall'intento suicida, ora una corda difettosa e ora una dirimpettaia che scoppia di gioia. E le giornate si riempiono a dismisura. E la vita, anche in solitudine, tanto male in fondo non è. Qual è il segreto del film di Hannes Holm, che con la sua semplicità sembrerebbe stare agli Oscar come il cavolo a marenda? Una scrittura delicatissima, uno straordinario Rolf Lassgard e un cuore smisurato – come ci insegna il protagonista, qualità che è un pregio e un difetto insieme. A man called Ove vive di risposte sardoniche, piccoli sorrisi e flashback nei quali si ricercano le ragioni dei bronci, delle cucine in miniatura, delle culle impolverate in soffitta. Quanta fatica ci vuole per farsi venire i capelli bianchi e le rughe d'espressione? Mi direte che la storia del vedovo, classica ma generosa com'è, non doveva arrivare dov'è arrivata. Ancora commosso, rispondo che non è così. Il film è bellissimo nel suo non essere esattamente niente di che. Come un Up in cui Carl e Ellie sono diventati veri e lo struggimento di quei dieci minuti iniziali si protrae per due ore. (7,5)