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mercoledì 23 settembre 2015

Mr. Ciak: Inside Out, Boulevard, Second Chance, Un disastro di ragazza, Elephant Song, Z for Zachariah

Non so come mai. Potrei giurare che la mia chiusura dinanzi al cinema animato derivi dallo spirito di ribellione contro genitori che, da bambino, mi dicevano cosa vedere – sì ai cartoni e alle storie edificanti, ad esempio – e cosa non vedere – un no categorio, allora, ai film di paura e al brivido – ma mentirei. Ho sempre guardato tutto quello che volevo, e perdere il sonno per un horror visto con l'inganno mi ha fatto compagnia mentre diventavo grande: crescere significa avere la libertà di sbagliare. Davvero non mi spiego, dunque, quand'è che abbia smesso di credere alle fate e alla magia dei cartoni, ripromettendomi di guardare – una volta cresciuto – solo cose da grandi. Quando, invece, il miracolo dell'animazione ormai commuove in sala più i papà che i figli. Mi sono avvicinato a Inside Out con la paura di non amarlo quanto gli altri, e così un po' è stato. Il perché – sarà colpa della parte centrale con le avventure di Tristezza e Gioia, meno interessante delle ripercussioni che la loro ricerca aveva, invece, sulla frenetica giornata di Riley? - è vago. Bello ma non bellissimo, e più per il mistero delle mie convinzioni che per evidenti difetti di fabbrica, è un trionfo che non mi ha fatto gioire del tutto. Anche se è orchestrato magnificamente, l'emozione dipinge un vasto spettro di colore, l'idea di partenza è splendida. Inside Out è un'originale esplorazione del nostro profondo. Il trasferimento di Riley in un'altra città – e una casa inospitale, e amici di cui conquistare da zero la fiducia, e i genitori presissimi dalle fatiche del trasloco – genera in lei un terremoto emotivo delicatamente indagato: Paura, Rabbia e Disgusto hanno preso il comando, mentre Gioia e Tristezza – con l'aiuto di un tenero amico immaginario – tentano, altrove, di ammortizzare il crollo di certezze e valori. Se il linguaggio del genere si scontra contro la mia scorza dura, e arriva e non arriva, impossibile ignorare – anche se non mi è piaciuto, in definitiva, quanto mi si assicurava – la magia di una storia essenziale, il coraggio di non rinnegare quelle parti del nostro animo che certi giorni ci rendono naturalmente inclini alla malinconia, la coerenza di non calcare la mano con la stucchevolezza. Dai creatori di Up (dieci minuti d'apertura che mi hanno fatto piangere il mare, ma del resto non ricordo altro), un Girlhood che con la grazia di Linklater, quasi, e la fantasia unica della Pixar mostra la fatica del crescere e ciò che resta e ciò che ci abbandona mentre, in vista del'adolescenza, lasciamo la via dell'infanzia. Ma mai del tutto. Il quartiere generale delle vostre emozioni, però, funzionerà assai meglio del mio. (7)

Facce dipinte, parrucche, abiti succinti e tacchi alti ai lati di una strada di città. In sottofondo, le sirene della polizia e il brusio dei guidatori, fermi a un semaforo accanto a un mercato di corpi umani. Una macchina si ferma e carica a bordo una di quelle anime in vendita. A fare inversione di marcia, a dire salta su, un uomo che ha una moglie che ama, un lavoro in banca, un segreto che ha promesso di portarsi nella tomba. Boulevard, ambientato lungo i viali malfamati e negli albergerghi a ore, parla di un sessantenne che per una volta osa essere sé stesso. Ma vive un'età in cui, purtroppo, l'amore vero pensa di non meritarselo ed è tardi, ormai, per uscire allo scoperto. Nolan si è fermato, sì: ha rimesso la prima ed è partito: a bordo, un ragazzo che si prostituisce per campare e che, quella notte, ha incrociato un uomo più grande che si è messo in testa la pazza idea di cambiargli la vita. Il dramma indie di Dito Montiel è dalla strada che parte, ma l'immagine di quel nonno dissoluto che paga la compagnia di un ventenne disperato non ha nulla di degradante. Merito di una scrittura delicatissima, che racconta uno strano amore mai consumato, e degli occhi buoni, compassionevoli, di un protagonista che comunica umanità a ogni sguardo. Se la sceneggiatura affronta con grande tatto un tema spinoso, è in Robin Williams – che va oltre i dettami dei copioni, con l'espressione affranta che nessuno può descriverti e un ultimo sorriso rubato alla vita – che questo Boulevard trova la sua luce e la sua pace. Straordinario, dopo una serie di prove minori che avevano disegnato nèi nella sua carriera costellata di successi, nel personaggio di Nolan – omosessuale alla riscoperta del coraggio – trova modi nuovi per dare voce alla sua gentilezza naturale e a alla potenza di un'espressività di cui ogni ruga diventa emozione aggiunta. Seduto al suo fianco, un bravissimo – e sconosciuto - Roberto Aguire: un terzo dei suoi anni; il volto del ragazzino che a diciassette anni magari si negò; la scusa di una seconda gioventù. Si indaga quello che loro dicono e sentono, non quello che fanno o non fanno, e il risultato – lieve e significativo – confluisce verso un epilogo meno amaro di quel che sembrerebbe. Boulevard è l'ultimo film prima di andare via. Una performance così bella, di una tenerezza così disarmante, che rende vivo il ricordo del buon Robin e commovente il suo congedo. (7)

Alexander ha sette settimane ed è il figlio di una coppia che si ama molto. Crescendo, nei temi parlerebbe di un papà poliziotto e di una mamma bellissima. Sofus ha sette settimane anche lui, ma è nato in un covo di tossici: giace sul pavimento di un bagno, sporco dalla testa ai piedi, con nessuno che si cura di lui. Il primo muore tragicamente, quando il secondo – abbandonato a sé stesso – è vivo ma nella casa sbagliata. Per curare il dolore di una moglie inconsolabile, per dare un nuovo destino a quel figlio di nessuno, Andreas scambia i due neonati: porta l'estraneo sotto il suo tetto, mentre lascia che il corpicino che ha il suo stesso DNA venga trovato, al mattino, dai due eroinomani. Troppo intontiti per accorgersi dello scambio, troppo spaventati per chiedere aiuto. Second Chance, grande ritorno di una Bier che si era persa all'inseguimento vano di Hollywood e che si ritrova, adesso, nelle atmosfere cupe della Danimarca da cui era stato male mortale allontanarsi, è tra i film più duri e strazianti visti quest'anno. Perché la vicenda di uno scambio di culla può essere stata affrontata altrove, ma nessuno – con questa onestà senza fronzoli, coi ritmi da noir e le svolte da tragedia greca – vi ha mostrato, e forse per fortuna, gli stessi corpi minuscoli sballottati da forze grandissime, la paternità all'estremo. Susanne Bier, questa volta, non fa flop. A immagini sconvolgenti, perché ai bambini non andrebbe torto neanche un capello, aggiungete un colpo di scena particolarmente crudele e un protagonista magistrale. I dubbi etici e i nervi a fior di pelle perciò, tutt'uno con gli occhi arrossati e la coscienza a terra. Il risultato è un dramma che pesa sull'anima e sullo stomaco, ma che andrà affrontato nei giorni in cui sarete padroni di voi, e che per le unghie nella carne e la bile che sale e scende – cose brutte, soprattutto, ma andatelo a dire ai ricordi intensi che lasciano – non si cancella con un sospiro di sollievo. Ma il male perpetrato e il bene mancato, le bugie impossibili e il marcio, alla fine saranno niente se, nella corsia di un supermercato, il candore di un bambino combatterà lo sporco. I pugni in pancia e poi una specie di carezza, in un thriller su morti bianche che più nere non si può. (7,5)

C'era tanta curiosità per Un disastro di ragazza e da parte mia anche un po' di pregiudizio. E' l'ultimo film, infatti, di Judd Apatow che di bello, grossomodo, ha fatto solo 40 anni vergine: per il resto, i suoi quarantenni in crisi e i genitori improvvisati, non so voi, mi hanno sempre messo addosso tristezza infinita. Si rideva con loro o si rideva di loro? Patetico è divertente? Il suo nuovo lavoro – campione di incassi in America – è un film dei suoi, lunghissimo e misteriosamente approvato dalla critica ufficiale, che comunque mi sono goduto più del solito, pur trovandolo classico e mai controcorrente. La storia di Amy, trentenne trasandata e paffuta, è quella di una giovane donna che, seguendo l'esempio paterno, si è detta allergica alle relazioni serie. Fa sesso, beve, fuma, spezza cuori: irriverente, il suo comportamento, perché priorità degli uomini, in una visione bigotta di amore e comicità che pensavo sinceramente passata di moda? L'audacia non è di casa ma, in due ore che volano, un paio di risate, molti nonsense e grandi partecipazioni che valgono, per me, il prezzo del biglietto. Abituati ai disamori di You're the worst, la condotta selvaggia della protagonista, brava anche in sequenze semiserie, non sorprende: la televisione e questo nuovo femminismo vanno d'accordo da anni. Più che in Un disastro di ragazza, addirittura, che pur seguendosi senza noie e entusiasmi, procede verso un epilogo – e un cambiamento di rotta – assai tradizionale. La Bridget Jones di oggi osa, sì, ma nella seconda parte troverà il suo Darcy: premuroso medico sportivo che le chiede una relazione esclusiva. Come sarà il suo lieto fine? Con promesse di originalità e uno svolgimento, al contrario, da manuale, Apatow dirige una commedia romantica in cui la Schumer si mostra attrice esplosiva anche se non autrice memorabile. (6,5)

Un dottore scompare nel nulla, mentre fuori arriva il Natale. Un collega indaga tra le mura di quell'ospedale psichiatrico e voci di corridoio lo indirizzano verso Michael, giovane paziente per cui il mistero è un gioco e la verità un'invenzione. In un lungo faccia a faccia, parlerà di abusi, scandali e elefanti. Elephant Song è un raffinato thriller, un dramma psicologico, uno di quei film che quando li finisci spegni tutto e dici boh. Ritmi giusti, teatrali, possibili solo se, come in questo caso, la regia non si limita a fotografare ciò che ha davanti e il cast riesce a reggere l'intensità di estenuanti scontri e repentini cambi di registro. Tra richiami vaghi a uno Shutter Island da camera e alla serie Hannibal, con il transfert freudiano e un omoerotismo sottintenso, intriga continuamente ma ti lascia, in quel finale tragico e meditato, con un pugno di mosche in mano: c'era il fumo, ma non l'arrosto. Del giallo le accattivanti premesse ma non i colpi di scena ad effetto, e se funziona è per la scrittura minuziosa – dai dialoghi indagatori, ma poco originali – e per il suo protagonista. Motivo, essenzialmente, per cui l'ho recuperato. Il prodigioso Xavier Dolan – autore di Mommy, il film più bello visto quest'anno – in un ruolo arduo. Passato questa volta davanti alla macchina da presa, recita in un film non suo: lui che, quando è interprete dei suoi lungometraggi, autoreferenziale e presuntuoso, non mi piace, sapete? Qui, bravissimo e esagerato, con le smorfie e le provocazioni, monopolizza prevedibilmente le attenzioni. L'enfant prodige che fa la parte enfant terrible, dunque, eccede e diverte, ma purtroppo Elephant Song vive solo in virtù delle sue improvvisate da mattatore. E così invade con il suo far cinema, potentissimo, il film di un altro, debole di per sé. (6)

Ragazza scampata all'apocalisse scopre di non essere sola. Z for Zachariah – ultimo esemplare dello sci-fi intimista che mi piace, con i ritmi lenti e l'aria indipendente – sulla carta era promettente. Metteteci tre bravi attori, poi, in grado di riempire un'ora e trenta con le loro sole facce e tanta credibilità. Il cast è bene assemblato e non ci si annoia, nonostante una specie di distopia non indagata e la staticità. Ma il film commette lo stesso errore di Maze Runner, e in quello – lungometraggio per ragazzi – la totale mancanza di tensione sessuale poteva starci. Qui, in un mondo arido ma popolato – e che fortuna – da persone che sono letteralmente la fine del mondo, i personaggi – in particolare quello di John, il più oscuro dei tre – appaiono asessuati. Rilassati, spesso, all'interno di un triangolo che se si complica non è per via di pulsioni primitive. Ejiofor non ha presubibilmente un solo pensiero impuro nei riguardi della sua coinquilina: una Robbie di certo più dimessa che nell'ultimo Scorsese, ma comunque splendida. Nella realtà, in casi così estremi, cosa sarebbe accaduto? Brutto dirlo, ma brutto è l'uomo, che la necessità rende bestia. Per dire: anche Chris Pine, bello com'è, con una botta in testa, si sarebbe beccato una botta. Qual è il punto, insomma: mostrare che nell'uomo c'è civiltà, che è giusto avere fiducia nel prossimo? O forse, come si intuisce dalla sinossi del romanzo, la Robbie doveva essere poco più che una bambina, il suo collega invece un uomo fatto e finito, e dunque la differenza d'età – il mostro della pedofilia – quietava ogni possibile pulsione? Margot è una sexy venticinquenne, non un'adolescente acerba; Chris, invece, un adone con cui si entrerebbe subito in contrasto; Chiwetel – il più capace, ma con un personaggio pieno di ma – appare perciò mosso da atteggiamenti irrealistici. Quando il realismo, nella rappresentazione essenziale, doveva invece essere di casa. Un film che va a finire come già sai, ma di cui non convince il modo di arrivare all'inevitabile epilogo. Il The Last Man On Earth in versione Sundance non serve: allora, meglio riderci su. (5)

sabato 23 agosto 2014

Mr Ciak - Edizione speciale: Robin Williams (Mrs Doubtfire, L'attimo fuggente, Al di là dei sogni, One Hour Photo)


Ci sono i film per l'infanzia, e poi c'è Mrs Doubtfire. Il film per l'infanzia. Con Robin Williams che, quando i miei non erano in casa, mi faceva da baby-sitter. Guai se i miei dicevano che io e mio fratello avevamo bisogno di una tata, come i figli piagnucolosi dei nostri vicini. Ma guai ad ammettere che io avevo un po' di preoccupazione a stare da solo. Mamma ho perso l'aereo – altra commedia, altro Columbus – insegnava ai genitori a non scordare i figli in città e a non lasciare entrare estranei in casa. Chi non conosci ha brutte intenzioni, e i ladri rubavano gioielli, soldi e bimbi piccoli per chiedere poi un riscatto. Ma quali gioielli, ma quali soldi...? In casa, al massimo, c'erano solo due carinissimi esponenti dell'ultima categoria: bambini. Circondandomi di giocattoli e altri strumenti di tortura, mettevo su una videocassetta che ormai conoscevo a memoria, così da poter seguire con un occhio il film e con l'altro mirare alla porta d'ingresso. Iniziava il film, invece, e io mi dimenticavo di tutto. Il fatto di conoscerlo da cima a fondo era scusa perfetta per anticipare le battute dei protagonisti, infastidire con anticipazioni spietate l'altro attento spettatore, fare vocioni grosse e vocine acute, per imitare il più camaleontico e buffo dei personaggi. Mrs Doubtfire, uscito nei cinema un anno prima che io nascessi, mi ha cresciuto, fino a quando il nastro non si è consumato e io, costernato, sono dovuto passare al dvd. Conservo ricordi vivi di questo film, anche se – con la scusa di averlo dimenticato – lo rivedrei volentieri oggi e pure domani. Con la consapevolezza del poi, riesco a vedere la mia infanzia così: comune, spensierata, quieta. In realtà, il Michele che guardava Mrs Doubtfire era già un bambino troppo incline alla malinconia: con poca esperienza del mondo, pensavo che tutte le famiglie dovessero vivere in pace come in un bel film e che solo nella mia, sballottata spesso e volentieri da una parte all'altra d'Italia, ci fossero litigi, malintesi, traslochi. E se, al posto della vecchia casa, un anno, avessi dovuto rinunciare alla mia mamma o al mio papà, per un nuovo genitore che non volevo? Capita, crescendo, di sbucciarsi un ginocchio e di cadere dalla bici. I miei genitori – a anche quelli nelle case degli altri – alzavano la voce perché starnazzare era il loro modo di farsi male e curarsi; di crescere insieme. In un universo di felici case del Mulino Bianco, la famiglia Hillard mi ha insegnato che a volte le coppie scoppiano, che il lieto fine non puoi catturarlo, ma che l'amore non passa. Non quello per un figlio, con cui vedresti anche i più brutti dei cartoni animati mai pensati. Robin Williams, qui, fa di più: si intrufola nelle vite dei suoi figli come un agente segreto sotto copertura. Un angelo custode in missione per la famiglia che ha la parrucca bianca, le calze contenitive, le tette di gomma che vanno a fuoco. Quella volta ho scoperto che c'è chi cambia sesso davvero, non per finta: si chiama “transessualità” (che strana parola!) e, anche se non si torna più indietro, è una cosa di cui non ridere. Quella volta, invece, ho riso come un matto per i chili di trucco, le trasformazioni impressionati, i donnoni che facevano la pipì all'impiedi come me, che al water ci arrivavo a stento. Una volta ho anche pianto, perché non era giusto quel finale dal gusto amaro... ma una volta sola. Tutte le altre, ho lodato il magico realismo che quel Tootsie per bambini aveva il coraggio di mantenere. Tra tutti, questo è quello che ho visto più volte – quando avevo la febbre, quando ero solo, quando mi andava. Ho accolto la notizia della morte del suo protagonista con un sorriso triste. Al mare, quel giorno, ho guardato la mia vicina d'ombrellone: una signora di una certa età, alta e massiccia, con un impeccabile cocco biondo e la passione per gli sport, i libri, gli hobby dei giovani. E' da quando la conosciamo che, tra noi, la chiamiamo segretamente Iphigenia. Il cognome, non detto: Doubtfire. (9)

Ancora prima di iniziare il liceo, a me Orazio l'aveva insegnato L'attimo fuggente. Per me, per anni e anni, l'invito a non sprecare un'ora, un secondo, un'eternità è appartenuto non a un'antichità difficile da immaginare, ma a un omino paffuto, affabile e sognatore che esortava, dalla cima della sua cattedra e del suo metro e settanta, i suoi alunni al carpe diem. Ho scoperto che la citazione era di gran lunga precedente al 1989, e di parecchio, anche se a me – nato qualche anno più tardi – anche il finire degli anni '80 appariva cosa indefinita e astratta. Questione di prospettive, suppongo. Apparteneva ad altri ingegni e ad altre epoche. Ma niente da fare: mai come adesso non c'è voce diversa da cui voglia sentirla pronunciare. Robin Williams per la vita. Qui, nelle vesti comuni del professor John Keating, l'insegnante che tutti sognavano, ma che nessuno ha mai avuto. Io ci ho riempito i miei temi delle elementari e delle medie coi suoi piccoli e memorabili inni. Io, su di lui, ho disegnato la scuola che vorrei. Capivo che c'era un po' di Keating quando alla prof di greco, umana come tutti, scappava una parolaccia bella e buona, perché la campanella non si decideva a suonare o lei non si decideva a smettere di fumare; quando, a lezione di chimica, spiegando il trasporto attivo, io ero stato una molecola e il mio compagno di banco un'altra per mostrare alla classe i sottili e teatrali meccanismi della scienza secondo noi; quando, anche se le possibilità di lavoro sono magre, lo scorso annno ho scelto Lettere senza pensarci. Non avrei potuto scegliere qualcosa che non fosse mio, mi dicevo e me lo diceva anche Robin: se c'è la passione, ma purché sia grande grande, il resto segue a ruota. E gli imprevisti succedono, e gli accidenti capitano, ma tutto disegna giorno per giorno i contorni della nostra esistenza. Lo fa L'attimo fuggente, almeno: una commedia poetica, emozionante e iconica che parla di gente morta che ci insegna com'è che va la vita. Possibile? A vent'anni, dopo un gesto che ha reso il prof di Robin Williams drammaticamente vicino al più fragile, emotivo e artistoide dei personaggi del film di Peter Weir, l'ho visto con occhi annebbiati e spirito stravolto. Più commosso ancora, nel sentire il professore dire che non siamo altro che cibo per vermi, ma che dalla nascita al fetore della putrefazione ne passa di meraviglioso, irripetibile tempo. Il tuo, Robin, non è andato sprecato, non preoccuparti. Di diritto, adesso, lui entra nelle fila della Dead Poet Society. Purtroppo, è morto; ma è stato un poeta e un oratore eccellente, unico anche col più stiracchiato dei copioni; ha creato una società di fan di tutte le età che lo piangono come un parente e riempiono i muri invisibili dei social di idee pazzesche – appartenute a lui, appartenute ai suoi personaggi: ché poi è lo stesso. Lui era i suoi personaggi. Il suo corpo, su una barchetta di legno costruita su misura, va alla deriva, nel mare della storia del cinema, come fosse un condottiero vichingo. E chiedi a un giovanissimo Ethan Hawke, al superbo Robert Sean Leonard e a tutti quelli cresciuti sotto le insegne di Onore, Disciplina e Tradizione di farti largo per dire, una volta nella vita, “O capitano, mio capitano”. Anche se non sai leggere a voce alta. Anche se ti senti incompreso. Anche se vivi di nascosto. L'attimo, tanto, arriva. Salite sul banco e andate a raccoglierlo dall'altra parte di ciò che l'occhio, limitato, vede. (8)

Invece, a quattro o cinque anni, la Divina Commedia l'avevo scoperta con Al di là dei sogni. Non avevo dovuto aspettare neppure la prima elementare. Mi ci ero avvicinato come fosse una favola. E, a lungo, mi è piaciuto pensare questo: che Dante, in realtà, avesse firmato una delle più belle storie d'amore mai raccontate. Quando, quella mattina, avete saputo la notizia, voi che avete fatto, a cosa avete pensato? Il mio primo ricordo di lui era legato a questo film, particolarmente significativo, eppure visto qualche volta appena. L'avevo immaginato, mentre, come nella canzone di Modugno, si dipingeva le mani e la faccia di blu, in un Paradiso disegnato dal nulla con gli effetti speciali e gli acquerelli. Un uomo coraggioso, con un sorriso e un pianto che contagiano, che camminava in un aldilà liquido, scomposto, ancora fresco di vernice. C'era scritto non toccare. Ma i fiori sembravano così veri, il mare così azzurro, i gabbiani così vivi: il tocco di quella natura irreale lasciava i segni dell'arte sulle mani. Ispirato all'omonimo romanzo del compianto Richard Matheson, Al di là dei sogni è una malinconica gita in compagnia della morte, in cui il Regno dei cieli, costruito su teorie new age e filosofie orientali, ha le forme di un capolavoro di quadro impressionista. Onde di colore, merletti di ombre, bagni di luce. Correre tra i papaveri di Monet, volare nei cieli di Van Gogh, trascorrere le domeniche pomeriggio al Grand-Jatte di Seurat. Il destino di un dottore come Patch Adams; un uomo dolce e buono che aveva sofferto quello che nessun padre dovrebbe soffrire. La perdita dei suoi figli. Aveva provato a raccontare loro, alla morte del loro vecchio dalmata, cosa fosse il Paradiso: un'idea lontana, per due bambini che scoppiavano di vita. Invece, prima di lui, vanno via. E lui, quattro anni dopo, li segue, lasciando sola una moglie di cui nessuno può più raccogliere i pezzi: una famiglia distrutta dal traffico, dalla strada e, infine, dal dolore più forte. Chris ha incontrato la sua Annie ai piedi di un lago: lei era in barca, aveva i capelli nerissimi e uno scialle rosso. Sognavano di andare lì, quando sarebbero stati vecchi, pensionati, innamoratissimi. I pensieri positivi di Robin Williams hanno aiutato una potente, distrutta e splendida Annabella Sciorra a non tagliarsi più. Gli squarci alle vene si sono chiusi e, della depressione, resta un caschetto corto, una cicatrice, il soggiorno nel verde di una clinica psichiatrica. Quando il marito muore, cosa resta? Raggiungerlo. Mentre Chris sguazza nel suo angolo di cielo, che ha lo stile e le strutture di un quadro della moglie, Annie si ritrova altrove, senza memoria. Al di là dei sogni, così, si trasforma in un folle volo, un'impresa impossibile: esplorare l'altro lato del cielo, varcare le porte dell'inferno, per poi rinascere, con la speranza che l'amore della nostra vita – nonostante l'oblio – possa riconoscerci. Non siamo nessuno per mettere bocca nel dolore di un'altra persona. Per capire cosa significa l'amore quando c'è e quando invece non c'è. Il fantasioso melodramma di Vincent Ward, con i suoi effetti speciali all'avanguardia e la più macabra e tenera delle storie, canta amori e morti violente, suicidio, gioie ultraterrene e amarezze terrestri. E' un colore che non va via. Cuba Gooding Jr. è Virgilio, Max Von Sydow è Caronte, Robin Williams è sia Dante che Beatrice. Narratore della sua storia, attore del suo dramma, salvatore. Orfeo, ma con una Euridice da salvare da se stessa e da demoni che chi ha la fortuna di non conoscere non può vedere e basta. (7)

Non esistono. I ritratti di famiglie infelici. Le famiglie felici. I matrimoni inattaccabili, i figli perfetti. Invenzioni da giornali, soggetti per primi piani da rivista. Cose che invece esistono: gli interpreti forbidabili. Ma non quelli semplicemente passabili. Io parlo di quelli così bravi da cambiare le sorti di un film. Questo è il caso del Robin Williams che possiamo ammirare in One Our Photo. Un thriller che, ragionandoci sopra, è da brividi per un solo motivo: il lavoro eccelso nella costruzione di un protagonista cattivo, eppure raro. Ho recuperato il film solo adesso, tardi. L'idea che mi stessi per perdere una prova di simile pregio mi fa piangere il cuore. Questo è uno dei Robin Williams migliori di cui avrò memoria. L'ennesimo Oscar mancato nella sua carriera, un ruolo inedito. Indelebile, il ricordo di lui che, coi capelli ossigenati, la stempiatura evidente, gli occhi più blu del blu, si aggira tra i corridoi spogli di questo film bianco ospedale e verde acido. La prima prova da regista del futuro autore del fortissimo Non lasciarmi, tralasciando qualche cruda e intrigante trovata formale, ha intoppi che potrebbero far crollare il tutto nel territorio del tv movie. Momenti diluiti, tòpoi abusati. L'idea classica, ad esempio, di un ossessione che ti porta a cancellare il volto del rivale in foto. Il fatto che ad impugnare il coltellino e a cancellare la faccia di suola di Michael Vartan, però, sia un Williams in forma smagliante dà senso al tutto e, da nulla, riscrive una storia tipica. Un film da poco diventa perciò un gran film grazie a Seymour Parrish e alle sue smanie. Un uomo mite, gentile, solo, affetto da una malinconia che fa danni. Ispira simpatia, mette addosso una tristezza gelida. Cerca attenzioni come un bambino, elemosina la tua compagnia con scuse patetiche come chi è dimenticato dai propri simili. Sviluppa foto. Spia le vite degli altri, mette a posto cose. Colleziona frammenti di vita degli Yorkin su una parete che testimonia i loro cambiamenti: la nascita di un bambino, gli ultimi tagli di capelli, la casa nuova in un quartiere alla moda... Il film è una foto della foto. Un muro, contro cui rimbalza il suono, con i primi piani sulle espressioni mutevoli - ora placide, ora furenti – di un attore benevolo che, eppure, sa far paura. La foto segnaletica di un mancato assassino. Il ritratto di un addetto alle stampe che ha vinto il titolo di miglior impiegato del mese, e di peggior incubo diurno. Le macchinette che sono diventate digitali, i rullini in via d'estinzione. Un personaggio che, arrendendosi al progresso della tecnologia, non esiste più. Catturato dal flash, per sbaglio, prima della cassa integrazione, di una mensa dei poveri, di un passo falso di troppo. (6,5)