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venerdì 4 gennaio 2019

Mr. Ciak: Suspiria | Bird Box | Un piccolo favore

Come riproporre un cult se non stravolgendone i connotati? Come bissare il successo di Chiamami col tuo nome se non cambiando pelle? Luca Guadagnino, atteso con ansia e po' di scetticismo al varco, sceglie di spiazzare appassionati e detrattori. Dopo le estati assolate in quel di Crema, si passa al rigore dell'autunno tedesco: luci fioche, piogge incessanti e, se nel pieno degli anni Settanta, sconvolgimenti che riguardano la rivoluzione sessuale, il terrorismo e i conti in sospeso con il Reich. Lo sbalzo di temperatura si avverte. Tocca indossare una sciarpa di lana e condividere con Dakota Johnson, americana in fuga dalla famiglia mennonita, i brividi di freddo e lo smarrimento. Non eravamo abbastanza preparati alle escursioni termiche di un microcosmo diverso da ciò che avevamo immaginato decifrando carte o recensioni. Non eravamo abbastanza preparati a questa operazioneche porta un titolo importante e il pregiudizio del remake, e al suo essere altro da sé. Dimenticate i colori pastello, le mezzepunte e le protagoniste sprovvedute: questa Susie, spavalda e desiderosa di primeggiare, rimpiazza presto le colleghe scomparse e pende dalle labbra della Swinton, magnetica Pina Bausch ai vertici di un'arcana congrega. A spadroneggiare è il pallore claustrofobico del grigio e, mentre nell'altra stanza i movimenti della nuova arrivata hanno effetti magici sulla fanciulla sventrata di cui tutti parleranno all'uscita dalla sala, riconosceremo come protagonista morale lo struggente psichiatra tanto tranchant nel diagnosticare l'isteria della paziente Moretz quanto incapace di elaborare la sparizione della moglie Jessica Harper, deportata in un campo di sterminio nel clou del Nazismo (paradossalmente a interpretare l'unico personaggio maschile è sempre la Swinton, trasformista da Oscar la cui espressività fa per tre). Nel grembo dell'accademia Markos riecheggiano i suoni bellissimi di Thom Yorke, sussurro fra i sussurri, e si sperimenta tutta la complessità dell'essere donne: ora complici, ora rivali, le usurpatrici bugiarde e le aspiranti stelle di Guadagnino si danno a un'insana competizione e a sacrifici disumani. Lì vigono una dieta ferrea, sonni brevi e tormentati, e le esistenze delle allieve ci appaiono fragili e incantevoli come quelle delle farfalle. Conturbante dall'inizio alla fine, discutibili punte kitsch a parte, Suspiria somiglia alle coreografie tribali e irrequiete che mostra; a quella danza contemporanea non per tutti, fatta di torsione dei polsi, piedi battuti, sospiri parlanti. Destinato a farsi amare o odiare, come le recenti fatiche di RefnAronofsky Aster insegnano, è un trip lungo e densissimo per coloro che sanno che l'intreccio non è tutto, che i guanti di sfida vanno raccolti, che credono nella fascinazione a scoppio ritardato. Poco sangue, nessun sobbalzo in poltrona e i temi su temi di chi troppo vuole e nulla stringe. O forse no? Le serpi della Markos ti ipnotizzano, ti avviluppano nelle loro spire e ti ingoiano. Hanno tradito lo spirito comunitario degli inizi, dedicandosi a corruzione, sadismo e balletto. Ma una buona madre non è soltanto severità, ma anche misericordia. Non è soltanto sangue a fiumi, ma anche fettine di pere dolcissime a colazione. Alzate le luci, per favore, questo cielo uggioso mi opprime. Alzate la voce, questi sussurri nel cuore della notte – riflessioni concitate sulla sete di potere e gli effetti deleteri degli “ismi”: sì, femminismo compreso – assillano. Il regista palermitano mi scontenta e va oltre. Anche a rischio che il passo sia più lungo della gamba. Per fortuna intervengono l'agilità felina delle danzatrici e il tocco dei migliori della classe con la signorilità per marchio di fabbrica. E questo passo, per quanto affrettato, per quanto folle sia, non troppo a sorpresa gli riesce: passaggio chiave in una coreografia di corpi, di morti, in cui bellezza e repulsione ballano gomito a gomito il loro sabba della fertilità. (7,5) 

Ho ripensato al romanzo La morte avrà i tuoi occhi lo scorso marzo, quando nel descrivere il mondo post-apocalittico del tesissimo A Quiet Place mi ero dato ai confronti con l'odissea di Josn Malerman. Se nell'esordio alla regia di John Krasinski si viveva infatti in un religioso silenzio, fra le pagine dell'autore americano vigeva la mortificazione di un senso alternativo: la vista. Una storia ben più originale su carta che trasposta – altro modello di riferimento, E venne il giorno – doveva farsi inevitabilmente film cavalcando le mode. Un intrattenimento funzionale e senza grandi pretese, già record sulla piattaforma streaming, di cui nessuno piangerà il mancato passaggio in sala. Fiori all'occhiello: Susan Bier, regista premio Oscar ben prima del buonismo successivo al #metoo, affatto ispirata lontana dalla sua impegnata Danimarca; un'ottima Sandra Bullock, insolita eroina colta in contropiede e in tarda età da una gravidanza indesiderata. La collaborazione, perdonate il gioco di parole, non regala niente di mai visto. Se la regia sprovvista di guizzi e la lunghezza ingiustificata denunciano un'attitudine spiccatamente telefilmica – vedasi la prima ora, soggiorno in una casa stipata di sopravvissuti all star al pari di episodio di The Walking Dead –, la seconda compensa con una palpabile tensione. Un viaggio della speranza lungo due giorni, sfidando le rapide e la cecità, in cui una mamma per caso – il machete in una mano, due bambini da proteggere nell'altra – sfida creature per fortuna mai svelate, pazzi all'ultimo stadio e la propria inadeguatezza. Bird Box non mostra niente, come nelle volontà iniziali del suo autore, e non procede alla cieca: fedele alla consolidata tradizione dei survival horror e alle energie di un'attrice che accetta il terrore, e la genitorialità, con consapevolezza crescente. In un giorno infrasettimanale seguite pure a occhi chiusi il canto degli uccelli, il moto delle onde, i suggerimenti di Netflix. (6,5)

Introdotte da una compilation di vezzose canzoni francesi, elegantissime con le loro gonne a campana o quegli smoking sorprendentemente sexy, Anna Kendrick e Blake Lively sono un'improbabile coppia al centro di un'amicizia tutt'altro che disinteressata: tanto imbranata e social la prima, quanto seducente e introversa la seconda, si conoscono a scuola accompagnando i figli piccoli e proseguono la conoscenza nella casa di Blake, dotata di una cucina da catalogo e dell'aitante Henry Golding per marito. Il piccolo favore del titolo si trasforma in un ingarbugliato mistero all'indomani della scomparsa della donna con tutto (da nascondere). Seguirne le tracce significa imparare a conoscerla, somigliarle nei modi e nel vestire: rimpiazzarla. La Kendrick, tra un'investigazione e l'altra, ruba candidamente alla collega villa e compagno, mentre l'assenza dell'altra comincia a farsi inquietante. Di cosa si tratterà: spiritismo, disturbo post-traumatico, oppure una congiura? Liberamente tratto dal romanzo di Darcey Bell e campione di incassi in patria, complice il traino di due splendide e autoironiche padrone di casa, la commedia nera dell'incostante Paul Feig cita espressamente il noir Les diaboliques, ma vorrebbe seguire piuttosto la scia di Big Little Lies: nomi risonanti, scenari lussuosi, sporchi segreti. Come da programma innumerevoli sono i cambi d'abito per la gioia delle spettatrici più glamour – e di cambi di punti di vista tanto repentini da risultare purtroppo inverosimili –, le infornate industriali di brownies e i morti ammazzati, nell'ennesima declinazione dell'ormai famosa complicità femminile. Il risultato, meno soddisfacente del previsto, è un film giocoso e intelligente i cui piani criminali sono sabotati tuttavia dal brutto finale. Poteva venire fuori l'ibrido innovativo lodato dalla critica americana, ma non lo permette una scrittura che va facendosi approssimativa né un'aria patinata con cui stentano a fare pendant le tinte fosche. Poco male. Resta infatti un cocktail rinfrescante, sorseggiato da due mattatrici affiatate e sempre in ghingheri. Un dissetante guilty pleasure che senza troppi rimpianti tale rimane, lì dove avrebbe potuto trasformarsi nello chick lit fra il rosa e il noir che ancora mancava all'appello. (6)

mercoledì 23 settembre 2015

Mr. Ciak: Inside Out, Boulevard, Second Chance, Un disastro di ragazza, Elephant Song, Z for Zachariah

Non so come mai. Potrei giurare che la mia chiusura dinanzi al cinema animato derivi dallo spirito di ribellione contro genitori che, da bambino, mi dicevano cosa vedere – sì ai cartoni e alle storie edificanti, ad esempio – e cosa non vedere – un no categorio, allora, ai film di paura e al brivido – ma mentirei. Ho sempre guardato tutto quello che volevo, e perdere il sonno per un horror visto con l'inganno mi ha fatto compagnia mentre diventavo grande: crescere significa avere la libertà di sbagliare. Davvero non mi spiego, dunque, quand'è che abbia smesso di credere alle fate e alla magia dei cartoni, ripromettendomi di guardare – una volta cresciuto – solo cose da grandi. Quando, invece, il miracolo dell'animazione ormai commuove in sala più i papà che i figli. Mi sono avvicinato a Inside Out con la paura di non amarlo quanto gli altri, e così un po' è stato. Il perché – sarà colpa della parte centrale con le avventure di Tristezza e Gioia, meno interessante delle ripercussioni che la loro ricerca aveva, invece, sulla frenetica giornata di Riley? - è vago. Bello ma non bellissimo, e più per il mistero delle mie convinzioni che per evidenti difetti di fabbrica, è un trionfo che non mi ha fatto gioire del tutto. Anche se è orchestrato magnificamente, l'emozione dipinge un vasto spettro di colore, l'idea di partenza è splendida. Inside Out è un'originale esplorazione del nostro profondo. Il trasferimento di Riley in un'altra città – e una casa inospitale, e amici di cui conquistare da zero la fiducia, e i genitori presissimi dalle fatiche del trasloco – genera in lei un terremoto emotivo delicatamente indagato: Paura, Rabbia e Disgusto hanno preso il comando, mentre Gioia e Tristezza – con l'aiuto di un tenero amico immaginario – tentano, altrove, di ammortizzare il crollo di certezze e valori. Se il linguaggio del genere si scontra contro la mia scorza dura, e arriva e non arriva, impossibile ignorare – anche se non mi è piaciuto, in definitiva, quanto mi si assicurava – la magia di una storia essenziale, il coraggio di non rinnegare quelle parti del nostro animo che certi giorni ci rendono naturalmente inclini alla malinconia, la coerenza di non calcare la mano con la stucchevolezza. Dai creatori di Up (dieci minuti d'apertura che mi hanno fatto piangere il mare, ma del resto non ricordo altro), un Girlhood che con la grazia di Linklater, quasi, e la fantasia unica della Pixar mostra la fatica del crescere e ciò che resta e ciò che ci abbandona mentre, in vista del'adolescenza, lasciamo la via dell'infanzia. Ma mai del tutto. Il quartiere generale delle vostre emozioni, però, funzionerà assai meglio del mio. (7)

Facce dipinte, parrucche, abiti succinti e tacchi alti ai lati di una strada di città. In sottofondo, le sirene della polizia e il brusio dei guidatori, fermi a un semaforo accanto a un mercato di corpi umani. Una macchina si ferma e carica a bordo una di quelle anime in vendita. A fare inversione di marcia, a dire salta su, un uomo che ha una moglie che ama, un lavoro in banca, un segreto che ha promesso di portarsi nella tomba. Boulevard, ambientato lungo i viali malfamati e negli albergerghi a ore, parla di un sessantenne che per una volta osa essere sé stesso. Ma vive un'età in cui, purtroppo, l'amore vero pensa di non meritarselo ed è tardi, ormai, per uscire allo scoperto. Nolan si è fermato, sì: ha rimesso la prima ed è partito: a bordo, un ragazzo che si prostituisce per campare e che, quella notte, ha incrociato un uomo più grande che si è messo in testa la pazza idea di cambiargli la vita. Il dramma indie di Dito Montiel è dalla strada che parte, ma l'immagine di quel nonno dissoluto che paga la compagnia di un ventenne disperato non ha nulla di degradante. Merito di una scrittura delicatissima, che racconta uno strano amore mai consumato, e degli occhi buoni, compassionevoli, di un protagonista che comunica umanità a ogni sguardo. Se la sceneggiatura affronta con grande tatto un tema spinoso, è in Robin Williams – che va oltre i dettami dei copioni, con l'espressione affranta che nessuno può descriverti e un ultimo sorriso rubato alla vita – che questo Boulevard trova la sua luce e la sua pace. Straordinario, dopo una serie di prove minori che avevano disegnato nèi nella sua carriera costellata di successi, nel personaggio di Nolan – omosessuale alla riscoperta del coraggio – trova modi nuovi per dare voce alla sua gentilezza naturale e a alla potenza di un'espressività di cui ogni ruga diventa emozione aggiunta. Seduto al suo fianco, un bravissimo – e sconosciuto - Roberto Aguire: un terzo dei suoi anni; il volto del ragazzino che a diciassette anni magari si negò; la scusa di una seconda gioventù. Si indaga quello che loro dicono e sentono, non quello che fanno o non fanno, e il risultato – lieve e significativo – confluisce verso un epilogo meno amaro di quel che sembrerebbe. Boulevard è l'ultimo film prima di andare via. Una performance così bella, di una tenerezza così disarmante, che rende vivo il ricordo del buon Robin e commovente il suo congedo. (7)

Alexander ha sette settimane ed è il figlio di una coppia che si ama molto. Crescendo, nei temi parlerebbe di un papà poliziotto e di una mamma bellissima. Sofus ha sette settimane anche lui, ma è nato in un covo di tossici: giace sul pavimento di un bagno, sporco dalla testa ai piedi, con nessuno che si cura di lui. Il primo muore tragicamente, quando il secondo – abbandonato a sé stesso – è vivo ma nella casa sbagliata. Per curare il dolore di una moglie inconsolabile, per dare un nuovo destino a quel figlio di nessuno, Andreas scambia i due neonati: porta l'estraneo sotto il suo tetto, mentre lascia che il corpicino che ha il suo stesso DNA venga trovato, al mattino, dai due eroinomani. Troppo intontiti per accorgersi dello scambio, troppo spaventati per chiedere aiuto. Second Chance, grande ritorno di una Bier che si era persa all'inseguimento vano di Hollywood e che si ritrova, adesso, nelle atmosfere cupe della Danimarca da cui era stato male mortale allontanarsi, è tra i film più duri e strazianti visti quest'anno. Perché la vicenda di uno scambio di culla può essere stata affrontata altrove, ma nessuno – con questa onestà senza fronzoli, coi ritmi da noir e le svolte da tragedia greca – vi ha mostrato, e forse per fortuna, gli stessi corpi minuscoli sballottati da forze grandissime, la paternità all'estremo. Susanne Bier, questa volta, non fa flop. A immagini sconvolgenti, perché ai bambini non andrebbe torto neanche un capello, aggiungete un colpo di scena particolarmente crudele e un protagonista magistrale. I dubbi etici e i nervi a fior di pelle perciò, tutt'uno con gli occhi arrossati e la coscienza a terra. Il risultato è un dramma che pesa sull'anima e sullo stomaco, ma che andrà affrontato nei giorni in cui sarete padroni di voi, e che per le unghie nella carne e la bile che sale e scende – cose brutte, soprattutto, ma andatelo a dire ai ricordi intensi che lasciano – non si cancella con un sospiro di sollievo. Ma il male perpetrato e il bene mancato, le bugie impossibili e il marcio, alla fine saranno niente se, nella corsia di un supermercato, il candore di un bambino combatterà lo sporco. I pugni in pancia e poi una specie di carezza, in un thriller su morti bianche che più nere non si può. (7,5)

C'era tanta curiosità per Un disastro di ragazza e da parte mia anche un po' di pregiudizio. E' l'ultimo film, infatti, di Judd Apatow che di bello, grossomodo, ha fatto solo 40 anni vergine: per il resto, i suoi quarantenni in crisi e i genitori improvvisati, non so voi, mi hanno sempre messo addosso tristezza infinita. Si rideva con loro o si rideva di loro? Patetico è divertente? Il suo nuovo lavoro – campione di incassi in America – è un film dei suoi, lunghissimo e misteriosamente approvato dalla critica ufficiale, che comunque mi sono goduto più del solito, pur trovandolo classico e mai controcorrente. La storia di Amy, trentenne trasandata e paffuta, è quella di una giovane donna che, seguendo l'esempio paterno, si è detta allergica alle relazioni serie. Fa sesso, beve, fuma, spezza cuori: irriverente, il suo comportamento, perché priorità degli uomini, in una visione bigotta di amore e comicità che pensavo sinceramente passata di moda? L'audacia non è di casa ma, in due ore che volano, un paio di risate, molti nonsense e grandi partecipazioni che valgono, per me, il prezzo del biglietto. Abituati ai disamori di You're the worst, la condotta selvaggia della protagonista, brava anche in sequenze semiserie, non sorprende: la televisione e questo nuovo femminismo vanno d'accordo da anni. Più che in Un disastro di ragazza, addirittura, che pur seguendosi senza noie e entusiasmi, procede verso un epilogo – e un cambiamento di rotta – assai tradizionale. La Bridget Jones di oggi osa, sì, ma nella seconda parte troverà il suo Darcy: premuroso medico sportivo che le chiede una relazione esclusiva. Come sarà il suo lieto fine? Con promesse di originalità e uno svolgimento, al contrario, da manuale, Apatow dirige una commedia romantica in cui la Schumer si mostra attrice esplosiva anche se non autrice memorabile. (6,5)

Un dottore scompare nel nulla, mentre fuori arriva il Natale. Un collega indaga tra le mura di quell'ospedale psichiatrico e voci di corridoio lo indirizzano verso Michael, giovane paziente per cui il mistero è un gioco e la verità un'invenzione. In un lungo faccia a faccia, parlerà di abusi, scandali e elefanti. Elephant Song è un raffinato thriller, un dramma psicologico, uno di quei film che quando li finisci spegni tutto e dici boh. Ritmi giusti, teatrali, possibili solo se, come in questo caso, la regia non si limita a fotografare ciò che ha davanti e il cast riesce a reggere l'intensità di estenuanti scontri e repentini cambi di registro. Tra richiami vaghi a uno Shutter Island da camera e alla serie Hannibal, con il transfert freudiano e un omoerotismo sottintenso, intriga continuamente ma ti lascia, in quel finale tragico e meditato, con un pugno di mosche in mano: c'era il fumo, ma non l'arrosto. Del giallo le accattivanti premesse ma non i colpi di scena ad effetto, e se funziona è per la scrittura minuziosa – dai dialoghi indagatori, ma poco originali – e per il suo protagonista. Motivo, essenzialmente, per cui l'ho recuperato. Il prodigioso Xavier Dolan – autore di Mommy, il film più bello visto quest'anno – in un ruolo arduo. Passato questa volta davanti alla macchina da presa, recita in un film non suo: lui che, quando è interprete dei suoi lungometraggi, autoreferenziale e presuntuoso, non mi piace, sapete? Qui, bravissimo e esagerato, con le smorfie e le provocazioni, monopolizza prevedibilmente le attenzioni. L'enfant prodige che fa la parte enfant terrible, dunque, eccede e diverte, ma purtroppo Elephant Song vive solo in virtù delle sue improvvisate da mattatore. E così invade con il suo far cinema, potentissimo, il film di un altro, debole di per sé. (6)

Ragazza scampata all'apocalisse scopre di non essere sola. Z for Zachariah – ultimo esemplare dello sci-fi intimista che mi piace, con i ritmi lenti e l'aria indipendente – sulla carta era promettente. Metteteci tre bravi attori, poi, in grado di riempire un'ora e trenta con le loro sole facce e tanta credibilità. Il cast è bene assemblato e non ci si annoia, nonostante una specie di distopia non indagata e la staticità. Ma il film commette lo stesso errore di Maze Runner, e in quello – lungometraggio per ragazzi – la totale mancanza di tensione sessuale poteva starci. Qui, in un mondo arido ma popolato – e che fortuna – da persone che sono letteralmente la fine del mondo, i personaggi – in particolare quello di John, il più oscuro dei tre – appaiono asessuati. Rilassati, spesso, all'interno di un triangolo che se si complica non è per via di pulsioni primitive. Ejiofor non ha presubibilmente un solo pensiero impuro nei riguardi della sua coinquilina: una Robbie di certo più dimessa che nell'ultimo Scorsese, ma comunque splendida. Nella realtà, in casi così estremi, cosa sarebbe accaduto? Brutto dirlo, ma brutto è l'uomo, che la necessità rende bestia. Per dire: anche Chris Pine, bello com'è, con una botta in testa, si sarebbe beccato una botta. Qual è il punto, insomma: mostrare che nell'uomo c'è civiltà, che è giusto avere fiducia nel prossimo? O forse, come si intuisce dalla sinossi del romanzo, la Robbie doveva essere poco più che una bambina, il suo collega invece un uomo fatto e finito, e dunque la differenza d'età – il mostro della pedofilia – quietava ogni possibile pulsione? Margot è una sexy venticinquenne, non un'adolescente acerba; Chris, invece, un adone con cui si entrerebbe subito in contrasto; Chiwetel – il più capace, ma con un personaggio pieno di ma – appare perciò mosso da atteggiamenti irrealistici. Quando il realismo, nella rappresentazione essenziale, doveva invece essere di casa. Un film che va a finire come già sai, ma di cui non convince il modo di arrivare all'inevitabile epilogo. Il The Last Man On Earth in versione Sundance non serve: allora, meglio riderci su. (5)