Visualizzazione post con etichetta Elio Germano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elio Germano. Mostra tutti i post

giovedì 17 dicembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: Mank, Elegia americana, L'incredibile storia dell'isola delle Rose, Uncle Frank, Il processo ai Chicago 7

Acclamato dalla critica come il film dell’anno, lo si attendeva con ansia. Mank, l’ultima fatica di David Fincher, sbancherà ai prossimi Oscar soprattutto nelle categorie secondarie. Prodigio di tecnica, con il suo bianco e nero pastoso e un audio leggermente gracchiante, sembra sbucato dagli anni Quaranta. Ci si poteva aspettare forse qualcosa di meno da un biopic che racconta la genesi dell’intramontabile Quarto potere? Seppur meno funambolico e barocco del capolavoro originale, Mank è una visione perfino più godibile del previsto grazie ai dialoghi scoppiettanti e a un personaggio sopra le righe. Il cuore, però, dov’è? Il sempre impeccabile Oldman interpreta l’eponimo sceneggiatore: erano anni di crisi. Con ancora i postumi della Grande Depressione, il cinema faceva il passo dal muto al sonoro e assoldava drammaturghi per attirare nuovo pubblico. C’erano l’avanzata di Hitler, inoltre, e le elezioni del 1934 da sabotare al suon di falsi cinegiornali. Chiamato a scrivere un film su commissione per Welles, il protagonista sceglierà un soggetto inusuale: la vita di un ricco magnate perso dietro gli intrighi del subdolo Mayer. Accompagnato dall’incantevole Amanda Seyfried, moglie trofeo ingiustamente bollata come bella e stupida, Oldman si muove tra i labirinti, le fontane e gli animali esotici della reale Candalù. In un puzzle costruito su diversi piani temporali, Fincher – con una sceneggiatura del defunto padre Jack – lavora al ritratto di un malinconico giullare destinato a farsi sempre terra bruciata per via della lingua lunga. Sbronzo e caracollante, Oldman punta il dito contro i miti e i mostri della MGM; scandalizza i figuranti della fitta corte dei miracoli di Charles Dance; menziona attori, addetti ai lavori, politicanti sconosciuti. Pieno di rimandi com’è, Mank affascina per la foggia bellissima ma lascia spesso indifferenti per il contenuto: quando Hollywood parla di sé, infatti, dovrebbe farlo con un linguaggio alla portata di tutti. Ripiegato su sé stesso, invece, il film va incontro a un controsenso. La fabbrica dei sogni ci svela dall’interno il proprio funzionamento. E, come dopo lo svelamento di un trucco, perde parte della magia. (7)

Su carta aveva tutto per piacermi. Le atmosfere rurali dei romanzi di Haruf, un regista classico ma solidissimo, due protagoniste che sin dal trailer facevano a gara di bravura. Le recensioni avevano presto frenato le aspettative. Elegia americana, tratto dal romanzo biografico di J.D. Vance, era il disastro preannunciato? Storia di tre generazioni a confronto, il film racconta il sogno americano del solito self-made man: uno scrittore partito dal nulla e giunto con successo al prestigio, che tuttavia non ha dimenticato l'importanza delle radici. Diviso tra dovere e famiglia, deve fare i conti con il richiamo del proprio sangue e con i guai ereditati da una genitrice perennemente sull'orlo dell'abisso. Articolato in una serie di lunghi flashback, Elegia americana si concentra sui bracci di ferro tra la madre e la nonna di Vance: più che a lui, infatti, si lascia spazio agli strepiti di due donne al centro di un rapporto di amore-odio. Amy Adams, imbolsita e fuori parte, esagera con i pianti, le urla e le salopette sformate: così sopra le righe da risultare involontariamente comica, offre purtroppo la prova peggiore della sua carriera a causa di un personaggio che segue tutti i cliché delle donne autodistruttive. Molto meglio Glenn Close, nonna dolcissima nonostante i modi spicci, che sotto il suo mascherone posticcio e l'andatura caracollante riesce comunque a lasciar trapelare una grande commozione: sarà la volta buona per l'Oscar? Dopo gli eccessi melodrammatici della prima parte, le cose si aggiustano nella seconda, dedicata al riscatto personale del protagonista. Moralmente edificante, vittima dei luoghi comuni e di un'intensità variabile, il film  è sin troppo caricaturale per apparire veritiero e la sceneggiatura – scritta a tavolino per strizzare l'occhio all'Academy – viene presto a noia: il tocco di un Clint Eastwood, più schietto del patinatissimo Howard, avrebbe fatto la differenza. Ciò che resta è una puntata di This is us lunga e dimenticabile, che riesce nell'impossibile: deludere, nonostante la presenza delle sue stelle. (6)

Dopo aver raccontato dei ricercatori al verde di Smetto quando voglio, criminali per necessità, il talentuoso Sibilia confeziona un’altra ode spassionata alla follia e al coraggio dei sognatori; a coloro che inventano e si reinventano. Ispirato a una vicenda talmente assurda da essere realmente accaduta, L’incredibile storia dell’isola delle Rose segue le avventure picaresche di un sempre ottimo Elio Germano. Ingegnere di belle speranze, più volte segnalato alle autorità per le sue invenzioni strampalate, a un certo punto progetta un’isola a largo di Rimini. In acque internazionali, nel 1968, sorge una piattaforma sorretta de sei piloni d’acciaio: sembra un lido o poco più, una discoteca. Invece era un’utopia galleggiante con le pretese di diventare uno Stato indipendente dall’Italia. Come acquisire la giusta credibilità, se accusato di contribuire al malcostume del Paese con la sua concezione di dolce vita? Rifugio felice per naufraghi, apolidi, reduci e neomamme, l’esistenza dell’isola insospettirà i piani alti – Zingaretti e Bentivoglio, esilaranti – e sarà discussa a Strasburgo, nel consiglio d’Europa. Accompagnati da una romantica De Angelis, Sibilia e il suo Germano ci rendono partecipi di una pagina di cronaca dal forte valore emblematico. Perfetto nel cast, nella CGI e nei colori sfavillanti, il film Netflix non è esente dalle lungaggini della seconda metà ma si riscatta con un epilogo emozionantissimo, che propone una catena di mani intrecciate e una morale sempreverde: i sogni non li abbattono neanche le cannonate. Il regista convince anche a ritmo di twist e con accento bolognese: artefice di prodotti giovani, ambiziosi e rinvigorenti, fatti di intuizioni e soprattutto di idee. Può esistere un’isola che non c’è? E un cinema che non c’era? (7+)

Hanno tutti un parente che si distingue dagli altri. Quello colto e distinto, seduto in disparte a leggere Flaubert, che per un motivo imprecisato non piace a nessun membro della famiglia. Quello diverso, in una maniera di cui da bambini non si capisce bene il perché. Ma Frank non è poi così diverso da Betty: la sua nipote prediletta, che nonostante le origini campagnole ha puntato alla Grande Mela per studiare letteratura. Lì scopre che lo zio professore ha una doppia vita: omosessuale, nasconde un compagno amorevole e amici strampalati. Costretti a tornare a casa per un funerale, nipote e zio viaggiano in macchina da New York a Creekville sulle scene di un passato doloroso. Quale trattamento ha ricevuto Frank? Cosa lo ha reso disincantato e omertoso? Alan Ball, autore premio Oscar per American Beauty, torna su Amazon. E scrive e dirige una commedia drammatica vagamente autobiografica, con un immediato effetto benefico. Ora spensierato, ora malinconico, Uncle Frank risulta leggerissimo nonostante i temi luttuosi. Riuscito tanto nelle ambientazioni anni Sessanta quanto per la caratterizzazione interiore dei personaggi, si ricorderà soprattutto per la bravura insospettabile di Paul Bettany: dolente e spiegazzato, elegantissimo, emoziona per la piega amara della bocca e per il tremore impercettibile delle mani. Con lui la giovane Sophia Ellis, un volto su cui puntare. Tra confronti, funerali e coming out, Uncle Frank è la rimpatriata agrodolce sull'orgoglio di essere pecore nere. (7)

Non amo i film d’inchiesta, ma per Aaron Sorkin ho fatto un’eccezione. Lo sceneggiatore e drammaturgo americano, qui anche regista, ci porta nell’estate turbolenta del 1968. Alle porte dell’Hotel Hilton, dove in previsione di una convention di democratici si riuniscono a pretestare tre gruppi di sinistra: uguali ma diversi, hanno intenti pacifisti – correva l’epoca del Vietnam – ma lo scontro con la polizia è inevitabile. Chi ha colpito per primo? Il film, un puro dramma processuale, racconta del processo per stabilire se la colpa spetti ai dimostranti o alle forze dell’ordine. Concitatissimo, parte con i migliori auspici e un montaggio serrato, ma si perde in un prosieguo caotico man mano che il caso diventa più logorante. Profondamente americano, il dramma di Sorkin strizza l’occhio con incertezza all’attualità e pecca di una caratterizzazione molto semplicistica, indulgente verso gli indagati e impietosa contro la polizia. Per me non al suo meglio, lo sceneggiatore riesce a essere comunque sorprendentemente piacevole a tratti, ma per me la sua ricostruzione non centra il punto. Nel cast, popoloso ma dispersivo, inoltre non spicca nessuno in particolare fatta eccezione per Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong: due spassosi hippy, che rispondono a tono e con ironia. Peccato che nulla possano contro un epilogo alla Spielberg, altamente retorico, che vorrebbe stillare lacrime e miele in quantità, ma finisce soltanto per far sbuffare. Probabilmente non ne ho compreso l’urgenza. Non amo i film d’inchiesta, e Aaron Sorkin non è stato l’eccezione. (5,5)

sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

venerdì 8 aprile 2016

Mr. Ciak: Un momento di follia, Alaska, In fondo al bosco, Miss you already, By the sea

Laurent e Antoine, amici del cuore, sono cresciuti insieme e insieme – all'indomani dei reciproci divorzi – hanno cresciuto le loro figlie. Marie, la figlia di Laurent, ha diciotto anni tondi tondi e un genitore cool. Quella di Antoine, assai più normativo del compare, di anni ne ha diciassette, invece, e un corpo in boccio. Quanto è provocante, con tutte le curve al posto giusto e l'aria da Lolita? Quanto è pittoresca la Corsica, meta delle loro vacanze? Succede che non è tutto oro ciò che luccica e che la maliziosa Louna si prende una cotta mostruosa per il padre dell'amica, quel cinquantenne che ha sempre visto come uno zio: in una sera di luna piena, in spiaggia, con lei che emerge nuda dalle onde e lui che non sa resistere eccolo lì, l'inevitabile patatràc. Una notte di sesso, però, per Louna è sintomo di grande e spasimato amore: l'infatuazione per Laurent è una strada senza ritorno, ogni attimo è buono per stuzzicarlo – e minacciare di rivelare tutto ad amico e figlia, nel frattempo sospettosi. Un quartetto affiatato e naturale, paesaggi da sfondo per il desktop, loro bellissime e loro affascinantissimi. Tutto issimo, sì, ma ci si aspettava più mordente, più tragicommedia, da un epilogo che si mantiene aperto, vago, e da quei fucili imbracciati spesso, per cacciare via i cinghiali selvatici. Le sorprese però ci sono. Un Cassel che invecchia al meglio e che, lontano dai personaggi dannati e dai drammi d'autore, si scopre divertente, spensierato e animale da movida notturna; Lola Le Lann – maggiorenne per un soffio, nella realtà, e ben propensa al nudo integrale – che, ammiccante e perfetta, induce in tentazione deejay omosessali, piante grasse e padri di famiglia altrimenti assennati. Scollacciato ma senza scandalo, frizzante, il remake di una nota commedia degli anni Settanta ha, sulla pagina, le location, gli intrighi e le belle figliole dei cinepanettoni con Boldi e De Sica ma, senza troppe sorprese, si scopre per nulla volgare, di gusto, inguaribilmente francese. Sebbene, purtroppo, gli occhi sgranati per le grazie della dispettosa adolescente e i sorrisi generosi durino, in definitiva, giusto un momento – di follia. (6)

Nadine, aspirante modella, e Fausto, cameriere, si conoscono sul tetto di un albergo della Parigi di lusso. Fumano, brutto vizio, e insieme incappano in un altro brutto vizio: l'amore. Non vi dico perché, non vi spiego come, ma il loro amore nasce sotto una cattiva stella: cosa potrebbe dargli di buono? Ci si indebita per esserci più felici, si entra in giri loschi e, infine, ci si tradisce per allontanarsi: la vicinanza ferisce entrambi, la lontananza peggio ancora. Ci sono l'Alaska in cui investire i propri risparmi, chiesa sconsacrata pronta a diventare discoteca esclusiva, e mari di avversità in mezzo. Un sorprendente Claudio Cupiello dirige con maestria due interpreti perfettamente in parte e scioglie i nodi tesi di una vicenda che mette, suo difetto, troppa carne al fuoco. Alaska, dramma dal taglio internazionale e dalla resa all'avanguardia, nonostante le imprecisioni nella scrittura, è un prodotto atipico per un cinema italiano di cui con gioia, negli ultimi post, parlo meglio e volentieri. Pellicola sentimentale che non indugia nel sentimentalismo, noir e fisica, racconta una storia accidentata e maledetta dagli dei. Il melò di Cupellini ha però anche belle pensate: il lento colpo di fulmine durante il primo atto, la presenza di un prezioso comprimario come Valerio Binasco – imprenditore dal cuore di pasta frolla – e la natura confidenza tra i due personaggi, credibilissimi nell'odio e nell'amore. Elio Germano, che ci stupisce anche con un francese fluente, è tenero e manesco. Accanto a lui, Astrid Bergès-Frisbey: sirena in Pirati dei caraibi, futura Ginevraper per Guy Richie, è delicata, bellissima, e la sua paziente Nadine approda da altri pianeti. Il mondo è un buco sudicio: a ogni angolo ci sono criminali da poco, il malaffare, i tiri e molla. Gli incidenti di percorso son tanti, la notte è lunga, il minutaggio può pesare. Fino a quanto è consentito osare lamentarsi di una simile abbondanza, però, in un cinema che per anni ci ha dato troppo poco? (6,5)

Sulle Dolomiti c'è un paesello popolato da pochi abitanti, tradizioni antichissime, neve che per tutto l'inverno non si scioglie. In questo paesello c'è una festa in cui ci si maschera da diavoli brilli. E' il maligno il primo sospettato, quando il piccolo Tommy scompare nel nulla. Il maligno, e poi suo padre. Il bambino torna a casa cinque anni dopo, senza memoria. Per accoglierlo, si ricompone la famiglia e accorrono i reporter. Il bimbo ha occhi espressivi ed inquietanti e sulla sua identità il nonno, un ristoratore un po' suonato e perfino la madre, sotto shock, nutrono forti sospetti. I cani gli abbaiano contro e sono forti i suoi sbalzi d'umore. Cose strane succedono, sotto la neve. In fondo al bosco, thriller firmato dal promettente Stefano Lodovichi, arriva in poche sale l'inverno passato e qualche tempo dopo passa direttamente su Sky – che, già produttore di serie di qualità quali Gomorra e 1992, sposa con entusiasmo il progetto di un giovanissimo. Ci si ripete come radio scassate, dunque, ma fa piacere: il nostro cinema sorprende. E sorprende, nel suo piccolo, anche questa idea che nasce come esperimento – il cinema di genere, in Italia, sembra essersi fermato ad Argento – e, con la fotografia dark e le oneste intenzioni, ci fa scordare i difetti d'ingenuità. La recitazione approssimativa di molti figuranti, ad esempio, a cui si oppongono però un intenso Filippo Nigro e la fragile Camilla Filippi; qualche forzatura negli snodi ma, a onor del vero, in nome di colpi di scena che non mancano. Da amante dell'horror americano e europeo, mi sono divertito a individuare i rimandi sparsi – su tutti, Omen e The Orphanage – e una specie di soddisfazione c'è stata, nel vederli riletti a modo nostro. Come il borgo che fa da sfondo a In fondo al bosco, inoltre, avevo immaginato la Avechot dell'ultimo Carrisi: anche lì un mistero, cronaca e fiaba nera, un film in produzione. Imperfetto ma accattivante, pieno, il thriller di Lodovichi ha una gran bella confezione – da noi, non vedevo scene notturne così ben girate da Come Dio comanda, di Salvatores -, un valente protagonista maschile e un enigma che tiene in scacco. Tommy, che si chiama come il bambino degli Onofri e vive in una realtà simile alla Cogne del delitto Franzoni, è una vittima o un carnefice? Uno spettro che infesta una casa a modo o, al contrario, il bene che picchia alla porta di una famiglia al di sopra di ogni sospetto? (7)

Si conosco dalle elementari. Jess, americana, e Milly, londinese doc, diventano compagne di banco. Amiche strettissime, ci sono quando l'una dà il primo bacio e quando l'altra partorisce, quando l'una mette su famiglia e l'altra non riesce ad avere figli. C'è chi ha tanto e chi ha poco, ma si compensano. Non c'è invidia, non c'è dramma che minacci di separarle. E se dovesse irrompere d'un tratto la malattia – un tumore al seno che non fa sconti –, mentre per Jess arrivano un marito con il posto fisso e una gravidanza senza complicazioni? Come gioire, se la nostra metà trema? La fresca Drew Barrymore è la compagna di Paddy Considine: il sesso è diventato routine, si agisce più in nome della procreazione che in quello della passione. Toni Collette – strepitosa, ma non è una novità per chi la seguiva in United States of Tara – ha due figli belli e rumorosi e un marito altrettanto bello e rumoroso, Dominic Cooper. Una famiglia in espansione da un lato, una famiglia affiatata e disfunzionale dall'altro – spassose, a tal proposito, le comparse di nonna Jacqueline Bisset. Mentre la Barrymore prospera, ingrassa e si fa più bella, la Collette – colpita al centro della femminilità – si sottopone a sedute di chemio che la annientano. Resta il sogno adolescenziale di vedere la brughiera e la costanza di esserci a ogni passo: l'amica vera, d'altronde, è quella che ti tiene i capelli mentre vomiti. Colpa dell'alcol, degli effetti collaterali delle terapie o di entrambe le cose? Miss You Already, visto per caso, non a caso è una spassosa e agrodolce commedia british di quelle che ti fanno ridere, ma tanto, e che tra una grassa risata e l'altra ti strapazzano a tradimento cuore e umore. Il linguaggio è colorito, l'umorismo è fuori luogo, figli e vicini fanno domande impertinenti. La malattia lascia tempo per il sesso – e, magari, per un tradimento? Si può ridere di gusto più per la paura di morire che per l'ebbrezza del vivere? Lo spirito è lo stesso di un 50/50, l'intreccio quello di un One Day in rosa. La vita è un'altalena, e l'imprevedibilità delle sue oscillazioni – il tumore mostrato senza fronzoli, la folle ricerca dei luoghi di Cime tempestose, cantare brille un'emozionante Losing my religion – sono assecondate dall'energica macchina da presa di Catherine Hardwicke (ma sì, quella del primo Twilight) e dalle prove sul filo di una curiosa coppia di attrici che si trasforma, si acchiappa e si piglia, in una manciata di anni che stanno un bijoux in due ore scarse. (7,5)

Lei è una ex gloria della danza, lui è uno scrittore che sperimenta il famigerato blocco. Hanno una camera d'albergo grande quanto le nostre case, un terrazzo privato e, per dirsi e darsi, tutto il tempo del mondo. Indossano abiti griffati e i volti di una delle coppie più fotografate. I “Brangelina” si sono conosciuti dieci anni fa, sul set di una commedia a tinte action. Mr. e Mrs. Smith si sparavano addosso, scappavano, facevano all'amore ovunque, armati fino ai denti. Lo scorso anno hanno portato in scena una coppia minacciata dalla sterilità: loro, al contrario, che sono noti per la loro famiglia numerosissima. Interpretano due coniugi in crisi: loro, al contrario, che sui Red Carpet sembrano usciti da una favola. In By the sea, dramma da camera che trova paesaggi splendidi ma non passaggi memorabili, portano sullo schermo più loro stessi, glamour e invidiati, che personaggi tratteggiati con aria di sufficienza. Innumerevoli le sigarette, infiniti i drink. Lei, appollaiata in balcone come un corvo imperiale. Lui, spettinato e alticcio. In una località turistica, questo, in cui il proprietario di un bar e i vicini appassionati parlano loro d'amore. Dove collocare quello in forse di Roland e Vanessa? Si bisbigliano cose, piangono, urlano. By the sea, così, è un dramma dalla foggia sontuosa, infiocchettato con buon gusto, ma che non ha null'altro al di là dell'apparenza. In breve: è lo spot Dolce & Gabbana più lungo di sempre. Usando qualche parola in più: è come superficialmente l'americano medio si approccia al cinema europeo. Trovandolo elegante, colto, intimista. Noioso. Della filiforme Jolie, con i grandi cambi d'abito e quel corpo che non scoppia di salute, restano ormai i labbroni e i seni ricostruiti di fresco. E, nel film con la sua firma, spicca più il suo lui: un Brad Pitt che tolleriamo di più di questa danzatrice addolorata, fatta della stessa bellezza glaciale del suo ultimo film. Un film che mi ha ricordato una di quelle case disabitate, con i mobili coperti da drappi e lenzuola. Così non entra la polvere, ma neanche la luce. E così i due, sotto sale, sembrano spettri che infestano un magnifico castello della Costa Azzurra. Dove non c'è dialogo, ormai, non c'è più passione. E non c'è cinema. (5-)

lunedì 17 agosto 2015

Recensione a basso costo [libro e film]: Come Dio comanda, di Niccolò Ammaniti

Io e te siamo attaccati a un filo. E tutti lo vogliono spezzare. Ma nessuno ci riuscirà. Io sarò sempre con te e tu sarai sempre con me. E io aiuterò te e tu aiuterai me. Con il cervelletto che ti ritrovi non capisci che non bisogna mai mostrare la gola? Pensa alle tartarughe, alle loro corazze. Pensa che devi essere così forte che nessuno ti può fare male.

Titolo: Come Dio comanda
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Numero di pagine: 478
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Premio Strega 2007. Rino e Cristiano Zena sono padre e figlio. Rino ha trentasei anni ma ne dimostra cinquanta, è ostinato, violento e xenofobo, ma adora suo figlio. Cristiano ha tredici anni, è timido, alto e sottile, e sa che quel padre ubriacone e "buono a nulla" è la sola persona su cui può contare. Vivono in una periferia del nord-est, tra desolazione e centri commerciali. Soli contro il mondo, hanno per amici due tipi strani, Quattro Formaggi e Danilo. È con questi che Rino organizza la rapina che dovrà riscattare le loro vite. La notte del colpo, però, si scatena un furioso temporale, e una ragazzina bionda apparsa dalle tenebre e dal fango fa deviare i destini di tutti.

                          La recensione
La neve che si farà fango sotto la suola delle scarpe, chilometri e chilometri di strade deserte e, in lontananza, oltre il cancello di una fabbrica chiusa per la notte, un cane che non smette un po' di abbaiare. Presto sarà giorno e forse, domani, che poi è già oggi, niente scuola, se il gelo dura. Ma Cristiano si alza dal letto e, mettendo in pratica l'ultima lezione di suo padre, taglia per la statale vuota – col pigiama a scacchi ormai fradicio – e spara. Bang: onomatopea di una detonazione secca nel cuore del buio. Il proiettile fa centro e il cane smette di uggiolare, attaccato alla sua catena: padre e figlio si sono esercitati a far fuoco alle lattine di birra, qualche tempo prima, ma la mano non trema e, anche con un bersaglio vivente, il colpo di Cristiano è perfetto. Ha avuto un grande maestro. Insegnamenti paterni e eredità familiari. Ci si applica con solerzia, in casa Zena e dintorni, al culto della violenza. Così, tra rabbia e stupore, ha inizio Come Dio comanda: storia di affetto simbiotico e prevaricazione, su uomini senza donne e rari momenti che ti segnano, nonché secondo romanzo di Ammaniti che leggo – dopo Io e te, racconto di cento pagine scarse che aveva lasciato, a sorpresa, più strascichi emotivi del previsto -; si vocifera, inoltre, sia uno dei migliori della sua carriera di autore amato e a volte incompreso, puntualmente corteggiato da chi fa il cinema coraggioso. Acquistato una vita fa a metà prezzo, quando i giorni precedenti al Ferragosto hanno portato il cattivo tempo e la gente qualunque si crucciava per la minaccia atmosferica incombente e i picnic nei prati in pericolo mortale (avete visto, poi, quanto brillava alto il sole, il quindici?), mi sono seduto al coperto – con un orizzonte di nubi temporalesche e catasfrofi dalla mia parte – e ho iniziato il romanzo che, sulla copertina originale, aveva cieli a lutto, fulmini e saette. La mia edizione, l'ennesima ristampa, era di un angoscioso giallo evidenziatore e aveva denti digrignati, gente con la rabbia, inquietanti disegni tribali. Tutto comunque a tema; soprattutto i tuoni grevi che, ora lontano, ora vicino, facevano da accompagnamento musicale live. E la pioggia non è voluta cadere, per me che sono amico stretto dell'inverno, ma illusioni di acquazzoni furibondi e falsi allarmi sono risultati abbastanza. Nella bella stagione, mi sono trovato una brutta parentesi – o forse quella perfetta? - per dedicarmi a una lettura forte e crudele che ha richiesto la presenza di un cielo che spirasse contro e l'aiuto di litri di sangue freddo. 
E io, a dirla tutta, lo sapevo sotto sotto che questo Ammaniti – scoperto una volta e mai approfondito, conosciuto più come sceneggiatore che per altro – fosse nelle mie corde scordate, coi suoi suoni stridenti, lo stile scarno, le immagini forti; inutile spiegarsi, però, i misteriosi perché dei miei continui rimandi. Questione di momenti propizi e provvidenza divina. Una periferia desolante spazzata dalla burrasca, il pensiero di un tesoro in un Bancomat al di là dell'arcobaleno, Cappuccetto Rosso in Vespa che s'incamminano nel folto del bosco, notte di balordi – e lupi famelici. Quando Noè costruisce la sua arca, durante il Diluvio Universale, lasciando fuori cinque disgraziati: un padre naziskin e quel figlio verso cui nutre tutto l'amore del mondo; lo scemo del villaggio, che tiene su il presepe anche ad agosto e ha il nome del gusto di pizza che più preferisce; un divorziato che, con il colpo del secolo nella tempesta del secolo, spera di riconquistare la fiducia della sua famiglia; un assistente sociale traditore, beccato a letto – dalla folgore – con la moglie del migliore amico. L'acqua cheta roderà i ponti e ognuno di loro, dopo un crimine che li renderà protagonisti di una storia crudele, dovrà fare i conti con il proprio passato; quanto costa caro il perdono? E la felicità, che appare impossibile? Nel trasformarsi in film – frutto dell'ennesima collaborazione tra Ammaniti e Salvatores, coppia collaudata quasi quanto quella dei coniugi felici Castellitto e Mazzantini -, Come Dio comanda perde parte della sua folgorante dimensione corale – tra tagli, ellissi e personaggi, come quel Danilo la cui vita è una strada senza uscita, che mancano proprio – ma finisce per essere uno dei più originali e interessanti esempi di cinema italiano degli ultimi anni. 
Le pagine più surreali e oscure, infatti, coi dialoghi esigui, il buio impenetrabile e innocue canzoni d'amore che diventano un viscido leitmotiv, grazie a una fotografia pesta e a un ottimo montaggio sonoro, vanno a costruire una parte centrale dettagliata e calzante, saltata direttamente fuori dai passaggi più crudi del romanzo per azzannarti al collo. Mostrando un Salvatores mai uguale a sé stesso, a proprio agio coi toni horror così come con i tentativi primigeni di cinecomic all'italiana, e direttore di un cast tra cui figurano un paio di grandi nomi del nostro sottovalutato cinema. Ridimensionare la portata del racconto, rinunciare a qualche comprimario per questione di spazio, non appare una scelta poi troppo imprudente, se hai a disposizione due che – per selezione naturale – sono destinati a essere sempre protagonisti. Filippo Timi, massiccio e con la voce altisonante, capace di percosse e tenerezza, ha un personaggio tutto contraddizioni – e forti emozioni - che sembra scritto pensando a Taxi Driver. Elio Germano, con il ruolo di Quattro Formaggi, dinoccolato e imprevedibile clochard che gli permette di essere più sopra le righe del normale, esagera con tic e balbuzie con la tipica naturalezza di cui ormai lo sappiamo capace. Con loro, un Fabio De Luigi dal ruolo fortemente ridimensionato – e forse per fortuna, perché il comico nostrano e il drammatico non sembrano in particolare intimità – e l'esordiente Alvaro Caleca, bambino che sa reggere, spesso tutto solo, la scena. Una storia di figli di un Dio minore – abbandonati, diseredati, miserabili – diventa, per esigenze di copione, un caso di cronaca nera e un'agrodolce vicenda domestica, in cui manca qualcosa – soprattutto qualcuno – ma non un lato tecnico all'avanguardia e interpretazioni credibili; non lo spirito indocile del fulmine. Ammaniti alla sceneggiatura, per forze di cose, rinuncia al dono dell'onniscienza: come il Padre eterno o gli angeli custodi, lui sa. Ti ha creato. Ti sta fisso alle costole. Sfiora le sue creature – anche quelle di passaggio, semplici comparse nel mucchio – e ne fa una scansione del profondo. Così, in cinquecento pagine pulp e scattanti, di quelle che se fossi in pubblico avresti bisogno di tornare a casa - sennò mi metto a piangere, dici; sennò vomito -, pioggia d'antico testamento, piaghe bibliche, tunnel senza luce e pozzi senza fondo. Mentre nel mondo, contorta foresta di simboli, ci si interroga sul senso di Dio – è Lui che ci ordina di tentare ancora, di essere migliori, di tornare a respire, di smettere di farlo? – e ci si prepara a cuore aperto agli squilli di tromba conclusivi, per essere giudicati innocenti o colpevoli un'ultima volta. 
Pronti alla giustizia cieca dei giudizi universali. 
Come Dio comanda, terroso noir sullo sfondo delle industrie pesanti del nord est, col cuore caldo e le mani fredde, con una mole che pesa e una scrittura che si beve, è l'esperienza più intensa e difficile di quest'estate. Potente, tanto da meritarsi un bolletino meteo avverso tutto per sé. 
Il mio voto: ★★★★½    Il film: 7+
Il mio consiglio musicale: R.E.M - Losing My Religion

mercoledì 22 ottobre 2014

Mr Ciak #46: Il giovane favoloso, White bird in a blizzard, Little Children, La nostra vita


Buongiorno, amici lettori: perdonate la mia assenza. La verità è che sono giorni, questi, in cui sto leggendo molto poco, perciò non sapevo bene di cosa parlarvi. L'occasione giusta, oggi, con un post bello denso in cui vi parlo di quattro film d'autore – immagino si possano chiamare così: oh, sto diventando troppo intellettuale, fermatemi! - che vi consiglio. In pole position, Il giovane favoloso, visto ieri al cinema, e White Bird in a blizzard, che non mi ha del tutto convinto ma che so essere molto atteso. Poi c'è Eva Green nel cast... Eva, I love you. (So che è una mia lettrice accanita, sure.) In coda, invece, due recuperi settimanali: l'italiano La nostra vita, e si torna a parlare così di Elio Germano nello stesso giorno, e lo sfortunato e notevolissimo Little Children. Questo è tutto. Vi lascio col mio pensiero e vi abbraccio. A presto. M.

Un rischio grande, un'impresa necessaria e pericolosa Il giovane favoloso. L'ho capito l'altro giorno, seduto in sala, in mezzo a un pubblico misto, partecipe, tesissimo. C'erano anziani, vecchi professori che al liceo chissà quante volte avevano spiegato quelle poesie, e giovani, quegli studenti che a volte ascoltavano e più spesso no, ma che Leopardi – a loro tempo - lo avevano letto, interiorizzato, sentito. I posti erano quasi tutti occupati. Raro, quando al cinema danno un film italiano di simile spessore; raro se non si parla di vacanze a Rio e “miti” di Zelig e Colorado passati al grande schermo. In sala quattro davano la vita di Leopardi e tutti erano andati a vederlo spontaneamente, senza imposizione. La pellicola di Martone ha pregi e difetti. Non è all'altezza della perfezione formale dei versi che il protagonista, in appassionati soliloqui, pronuncia, in una natura bellissima che lui vede come feroce Matrigna. Dal punto di vista cinematografico e stilistico, Il giovane favoloso è un film di modeste dimensioni, quasi; Martone – regista di impianto teatrale che anche questa volta non mi ha colpito come invece avrei voluto – predilige lunghi piani sequenza, dialoghi che durano interi minuti, sale ampie e sfarzose in cui i protagonisti sono collocati giusto nel mezzo, come se noi li vedessimo dal nostro loggione privato. La staticità propria degli ambienti interni, poi si anima bruscamente, con un montaggio volutamente legnoso e una macchina da presa che trema, corre, sporca lo schermo. Come Les Miserables, questa è una produzione ricca, ma la cui opulenza – per scelte registiche oneste, ma scarne – si manifesta di rado. Prevale l'umidità, una calma che opprime, il grigio: manca quel sole che dovrebbe illuminarti l'anima, in quelle due ore lì. Unica nota di colore, in un pacchetto altrimenti vagamente scolastico nei modi, una colonna sonora per me molto originale, in cui si alternano brani di musica strumentale e brani cantati, moderni, in un inglese che tanti spettatori hanno trovato fuori luogo. Personalmente, ho trovato perfetto l'inserimento di quei pezzi: mi pietrificavano; erano inquieti e struggenti. Ti contagiavano con quell'emozione in più che le immagini non sapevano liberare. Il film, diviso in due parti simmetriche, è ambientato nella prima ora a Recanati: un luogo verdeggiante e nebbioso, filtrato dagli occhi di un bambino prodigio – poi ragazzo, poi uomo – che lo odiava profondamente, percependolo come un carcere. Un padre terrificante, una mamma dimessa e poco amorevole, due fratelli minori verso cui l'affetto – alla fine - aveva trionfato sullo spirito di emulazione voluto dai dispotici genitori. L'infanzia e la salute fisica sacrificata per lo studio; per libri che ti spezzano la schiena e ti accecano, facendoti scrutare il mondo da una finestrella. Dalle sbarre. Fuori ci sono gli altri che giocano, fuori – al di là del vetro – c'è Silvia che cuce e sorride e poi muore all'improvviso. La seconda metà si svolge, invece, dieci anni dopo, tra Firenze e Napoli: avvenimenti importanti che corrono più velocemente. L'amicizia con Ranieri, la scoperta di quanto costi cara la libertà e di quanto sia infelice l'amore, le delusioni e il pessimismo cosmico, per un film che si apre con L'infinito e si chiude, poeticamente, con La ginestra e il cielo tappezzato di stelle. Nonostante la complessità dei temi e una fluidità in parte mancata, il film – colto, ma mai saccente - non annoia: ho avuto, però, l'impressione che prevalessero i punti di vista di tutti e di nessuno. Come il mondo vedeva Leopardi e come Leopardi vedeva il mondo insieme. Avrei voluto essere nella sua testa, tra pensieri che viaggiavano con furia supersonica; avrei voluto sapere se conobbe mai il sesso – perché sì, conobbe l'amore, in tutte le sue platoniche forme – e se tra lui e l'amico Ranieri ci fosse di più. Le lettere private tra i due lo lasciano intuire e nel film c'è una certa tensione. Lui era geloso di Fanny o per Fanny? Lui, in una sequenza, si sofferma per un secondo di troppo sul corpo nudo dell'amico: amicizia incondizionata o amore non detto? A colpirmi, invece, l'immagine diversa che Martone dà: un Leopardi che si faceva volere bene. Un uomo di buona compagnia, goloso e con tante manie, ma che non fu mai solo. E noi che scambiamo la sua infelicità per solitudine. Amava gli altri, amava una gioventù sconosciuta che lui ammirava con gli occhi luccicanti, amava le passeggiate e l'aria aperta in angoli di Italia catturati da una fotografia che, a volte, si scopre magnifica. Un genio che non voleva essere un peso per gli altri; un intellettuale che non turbava l'ascoltatore con idee che straziavano solo e soltanto lui. I difetti sono in una regia che si anima solo davanti a una o due scene oniriche, per me molto suggestive: cinematografiche, finalmente, anche con impiego di accettabili effetti visivi. Ma il pregio, grandissimo, ha un nome e un cognome: Elio Germano. L'Attore, con la lettera maiuscola. Si supera, si trasforma, diventa Leopardi. Piegato in due. Sempre di più. Un angolo retto, un angolo acuto. Come per raccogliere qualcosa; e cosa? Quello scampolo di vita che gli restava? Quella gioventù che gli era mancata? Espressivo e duttile, camaleontico e professionale, ci mette cuore, cervello e sangue, in una prova da applaudire forte e da premiare: la cosa più bella che c'è. Una voce sicura e roca che ti legge quelle poesie come nessuno mai te le ha lette, un volto tormentato e segnato, due occhi schizzanti all'infuori che bucano come proiettili. "Favoloso". La bellezza e l'emozione del film: concentrata attorno a lui. Uomo gracile, minuto, potentissimo, che regge una colossale produzione su di sé. Ottimo anche il resto del cast. Michele Riondino, selvaggio, bello e tenebroso, si esprime con sicurezza estrema, come a sfidarti costantemente; la francese Anna Mouglalis, femme fatale, dà fascino, irragiungibilità e cattiva malizia a Fanny Targioni Tozzetti; Isabella Ragonese, nel piccolo ruolo di Paolina, è naturale e dolcissima. Gli altri, noti interpreti di antica formazione e di pregevole forgia, non sono da meno, anche se è l'Elio Germano show, com'è giusto che sia. Un dramma biografico con pecche oggettive; un'operazione complessa e ardua, troppo legata al teatro e poco al cinema, troppo razionale e poco vivace, ma con un protagonista assurdamente in parte – equilibrato e sorprendente - che ti instilla il pianto, la malinconia, il dubbio e l'idea che la sua prova sia abbastanza solida da spalmare stucco e cemento sulle lievi crepe del resto. (7)

Un uccellino bianco in una tempesta di neve. Così, tradotto, reciterebbe il titolo dell'ultimo film del regista di Kaboom. Per dire che c'è qualcuno che si è perso e che si è mimetizzato col resto. Per dire che, a volte, le persone non possono essere trovate: verità come aghi in un pagliaio. E chi è che si è perso? Chi è la vittima nel rigido inverno dei diciassette anni di Kat, quando sua madre scompare nel nulla, senza lasciare traccia? Colei che è scomparsa; oppure l'altra, la giovane donna che può voltare pagina e cominciare da zero? White bird in a blizzard è un dramma dal titolo straordinariamente evocativo, in cui la crescita e la perdita si fanno morboso mistero. Ironico, veloce, ma tutt'altro che impalpabile, è un ritratto di due generazioni a confronto: l'autopsia di un rapporto conflittuale e viscerale tra una madre e la sua unica figlia: l'altra lei, l'anti-lei. Sono gli anni ottanta e la famiglia Connors se la cava bene. Bella casa, bel quartiere e una ragazza che sta venendo su bene, abbandonata la “ciccia” dell'infanzia e alla ricerca, ormai, della sua identità permanente. I suoi genitori non si stimano più: non parliamo, dunque, neanche lontanamente d'amore. La mamma, casalinga perfetta e disperata, cerca i segreti dell'orgasmo nei libri. Il padre, lavoratore indefesso e uomo buono, non guarda più con quegli occhi una moglie ancora splendida e sbava sui giornali porno, in cantina. Finché la donna di casa sparisce. Non dice addio. Nei due anni successivi, quella Kat che aveva scoperto il sesso e l'amicizia, la trasgressione e lo stordimento, tenterà di fare i conti con il vuoto che le ha lasciato in eredità. Ogni tanto la sogna. Nuda e infreddolita, nella bufera. Quest'anno ho scoperto due grandi attrici e vederle nello stesso film, nelle vesti di mamma e figlia, mi ha fatto effetto. Uno di quelli positivi. Dopo Colpa delle stelle, Shailene Woodley si conferma la mia personale rivelazione – e io che, convinto, la odiavo. Convinto, io, che fosse anche una brutta ragazza. E invece no: qui, nei panni di una ribelle tutta strepiti e fantasmagorica musica anni '80 sparata nelle cuffie, è sexy e smaliziata. Collante della storia e fisico da urlo, in una o due scene senza veli. Accanto a lei, la Eva Green che amo e venero da The Dreamers in poi. Un ruolo da non protagonista che sfrutta, di lei, un inedito lato adulto: algida e inquieta, altera e ferita, interpreta una quarantenne bellissima che non si arrende all'evidenza dell'invecchiamento. Con voce dura e abiti demodè, inquieta quando fissa la figlia come se le avesse rubato qualcosa: il più bello dei suoi vestiti, la vita. Due ottime protagoniste, dunque, è un ventaglio di buone controparti maschili – Cristopher Meloni, lo Shiloh Fernandez di Evil Dead, Thomas Jane - per una versione imperfetta di Lontano dal paradiso e American Beauty, ma che nelle sue piccole sbavature e nei suoi brevi flashback trova il suo ricercato, spasimato, disperato senso d'essere. Un fascinoso romanzo di formazione giallo e rosa; una ricerca che continua e continua, anche a visione ultimata. (6,5)

Come può un film come Little Children rimanere ignoto ai più per poi meritarsi – dopo tre candidature agli Oscar – un pigro passaggio in televisione, in tarda serata? Non può, eppure in Italia così capita spesso. Con i film di nicchia, con le pellicole d'autore, con gli esperimenti. Strano, perché il film del lontano 2006 non rientra in simili categorie; non è bastato ciò, eppure, per salvarlo, nel nostro Paese, dal quasi totale anonimato. Tratto da un romanzo di Tom Perrotta, grande firma dell'acclamata serie tv The Leftovers, Little Children è un dramma umano, contemporaneo e bello, affacciato sui quartieri residenziali che più affascinano i grandi autori di narrativa straniera. Parchetti curati, ville a schiera, scivoli che non cigolano, una piscina attorno a cui riunirsi nei fine settimana. Una Revolutionary Road in cui c'è chi non si è ancora arreso al divenire: chi rifiuta di acquistare un cellulare, chi è membro di attempati club del libro, chi cerca una via di fuga in romanzi proibiti. Tutti conoscono tutti, e forse quello è il guaio. Gli abitanti di quel quartiere tutto sorrisi, chiacchiere e cortesie non hanno libertà: inchiodati, a casa, dalle loro famiglie e, fuori, dagli sguardi giudicanti degli altri. I papà vanno a lavorare, le mamme spingono i loro figli sulle altalene, ma le eccezioni – pian piano – iniziano a manifestarsi. C'è una mamma che vorrebbe fare la scrittrice e che sente il peso di una bambina che piange e chiede troppo. C'è un papà che non lavora e che, vecchia gloria del liceo, rimanda a data da destinarsi un importante colloquio, perché la moglie guadagna abbastanza per entrambi e il lavoro di “mammo” gli piace, anche se non lo gratifica. Infine, c'è un pedofilo che tenta di rifarsi una vita in un quartiere in cui nessuno lo vuole: vive con la madre anziana in una casa presa di mira dai vandali e da chi ha sete di giustizia; cerca – invano – di inserirsi in una società che non lo tollera. Le loro sono vite che si incontrano e si scontrano, in luoghi pubblici in cui cercano disperatamente di trovare un posticino per loro. Tutti alla ricerca di un senso – che sia un ritorno alla giovinezza, che sia una relazione, che sia l'espiazione alle loro colpe. Il ritorno sugli stessi luoghi, i paesaggi familiari come cornici, il sesto senso che ti dice che potrebbe succedere qualcosa di straziante. Pacato e vero, invece, accende una luce sui pregiudizi e le ipocrisie grandi e piccole. Riesce nell'impresa di vivere attraverso personaggi che non vivono. Le riflessioni, disincantate e amare, non risultano né didascaliche, né superflue: il tutto, con rispetto e garbo, non cade mai nell'eccesso. Lontano dal sentimentalismo, lontano dalla fredda satira, coinvolge, tocca, un po' diverte. Il cast, eccellente, ha un Patrick Wilson carnale e maturo, una Jennifer Connelly bellissima ma messa in un angolo, e le due punte di diamante che valsero al film due nomination su tre. Che dire della solita Kate Winslet: una Madame Bovary di provincia che si scopre seducente con un costume intero rosso e il diritto a una sfera privata da reclamare forte. Naturale, impeccabile, ti scordi perfino che stia recitando. Come sempre. Non protagonista, un pazzesco Jackie Earle Haley (l'ultimo Freddie Krueger nel trascurabile remake di Nightmare), con un ruolo meschino, arduo, sofferto. Un personaggio scomodo, ma di quelli che non scordi. Comune, morbido, sensuale e forte insieme, Little Children è un film che ho recuperato tardi e che meriterebbe di più. Ha un occhio acuto, una voce personale, personaggi infuocati come fossero fili dell'alta tensione, una fotografia luminosa. Per gente insaziabile che ha fame di tutto, e quel tutto lo vuole subito. (7,5)

Dopo una perdita che sconvolge, quello che va via e quello che rimane. Una lista infinita di rovine e di caparbi, preziosi resti. Restano un lavoro che strema, la famiglia, i figli. Resta la vita, anche se a metà. In una domenica pomeriggio con un caldo fuori dalla norma, mi sono dato a un doveroso e necessario recupero cinematografico. Ho visto il film che - quattro anni fa - aveva fatto guadagnare al nostro Elio Germano la Palma d'Oro al prestigioso festival di Cannes. Vittoria meritatissima. Vedere per credere. E com'è? E' un film doloroso, trattenuto, incredibilmente spontaneo. Annichilisce. Il ritratto di una Roma coatta, luminosa e di cuore, in cui tra cantieri infestati da operai in nero, malasanità, destini infelici che permettono a una solare trentenne di morire di parto, non si dimenticano i pranzi in balcone con la famiglia in gran completo. Le discussioni in dialetto, le risate e i prestiti, le confidenze e gli abbracci. Il protagonista si ritrova a essere papà di tre figli, quando della sua anima gemella non gli rimane che un cerchiotto d'oro al dito: una fede che, giura, non toglierà mai. Lei muore, e non c'è più quella fame d'amore, i pasti salutari, le gitarelle al centro commerciale coi bambini che mettevano nel carrello cose che non potevano manco permettersi. Lei muore, e lui piange una volta. Al funerale. Nel momento in cui, sulle note di una canzone di Vasco, la più bella, esplode, con le lacrime agli occhi, con la rabbia accumulata, con la voce stonata. Si getta a capofitto nel lavoro, si indebita fino al collo, affoga e sale a galla, Claudio. Prende sotto la sua ala il figlio di un custode rumeno che ha trovato sepoltura in un cantiere incompiuto; cerca una moglie per un fratello maggiore bello come Raoul Bova, ma timidissimo; lascia i suoi bambini a destra e a manca - dal vicino spacciatore, tipo, e dalla moglie prostituta - ma passa puntualmente a riprenderli. In quel quartiere tutti sono chiassosi e un po' razzisti, ma ci si vuole bene. La nostra vita è una doppia foto. Un flash per immortalare i rischi quotidiani di un capo cantiere, un altro per beccarlo nei suoi momenti di intimità, in una casa di soli uomini che vizia e coccola, come fanno i padri quando le mamme sono via. Ma quella mamma è via sempre, e non tornerà: come reagire? come essere genitore senza la sua guida, le sue dritte, i suoi suggerimenti sui danni dei cibi fritti e delle mille schifezze precotte? Le risposte, incomplete ma senza imbrogli, in un film piccolo e grande, dalla fotografia impura e con un cast naturale in ogni sua sfaccettatura. Un Bova autoironico e intimidito da un fratello più piccolo e evidentemente più in gamba; un Luca Zingaretti istrionico e con un improbabile riporto; una Isabella Ragonese - in un breve ruolo - che sprizza vita e gioia, per poi stringerti il cuore nel suo pugno di donna. Regge il tutto un Elio Germano clamorosamente, indescrivibilmente bravo. Un personaggio taciturno, rozzo e intraprendente, che ha vita propria e parla e agisce come se la macchina da presa non ci fosse. Elio Germano è bravo, perché con lui non c'è mai finzione. Lo guardo, magrolino e basso, e mi chiedo come possa in quel corpo minuto nascondersi il nostro attore più talentuoso. Qui, in un film nudo e crudo, ma con un sorriso nonostante gli occhi gonfi. (7+)