Un
conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino,
dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli
stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In
una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall
e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la
mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma
non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo
Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla
vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato,
truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto
nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a
scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non
sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle
nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano
puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli –
lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme
single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in
fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di
cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile,
con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi,
ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa
più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto
e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura,
alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e
non c'è pericolo alcuno. The
Florida Project,
con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le
giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste –
Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria,
in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento.
L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non
vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente
guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a
quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe
farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado
tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli
assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di
infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi
hanno ricordato la magia di quella di Boyhood
e
un po' la mia. I piccoli di The
Florida Project,
che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non
dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si
prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere
allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano
all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in
una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A
riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)
Si
fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista
di They
rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori,
altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e
indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno
in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare
di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche
giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se
mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la
memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne
rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore,
chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre?
Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita
Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia
difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce
con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa
come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho
sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane
Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte,
la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini
alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo,
la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J.,
più vicina alle origini della regista che alle necessità di una
storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They
è
sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival.
Come certe sessualità. (6,5)
Vive
a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare
ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi
un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a
correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di
felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna,
allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come
una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una
mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica
protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio –
mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della
sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di
inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle
spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange
non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma
non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado
a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui
raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne
non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta
spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me
l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante,
in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale,
più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra
l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di
Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi
tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo.
Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che
passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)
Gli
anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con
grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti
elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura
del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si
scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e
l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo,
lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte
violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare
insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che
vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim
Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La
padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta
non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana
e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato
Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e
bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente
sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al
domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che
naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady:
una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per
imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a
turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia
imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha
scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori
attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di
casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima
queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel
suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a
imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di
danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si
accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in
sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha
inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me.
Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il
teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una
spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti,
che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7,5)
[2011]
Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto,
basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi.
Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui
che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto,
infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che
seduce, abbandona e non chiede mai scusa e
vuoi restare?.
E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di
anoressia e una motivata sfiducia verso il generale
maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili
via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche,
può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo
fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta
perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con
improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in
un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male
e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che
resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che
rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il
cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il
sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco
quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione,
proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia
all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect
Sense,
mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile
da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato,
interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo
sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire
guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per
non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico
sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le
mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come
in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di
ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non
vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un
universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni
elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso
non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di
Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità
del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i
sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative
solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi
assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia
di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se
verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect
Sense.
Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi
film, e nessuno ancora lo sa. (8)
[2012]
Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando,
dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico
che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e
poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità,
grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si
chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a
porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e
scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre
troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni
nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è
la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in
metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per
una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica
persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna
che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame,
da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un
niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e
tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra
appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal
sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina
imbarazzata. Steve McQueen guida due
grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una
volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da
bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma
quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma
intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso),
svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il
fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza
della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine
del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento.
Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte
di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile
colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo
apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia
all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel
tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa,
terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che
non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le
lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa
brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna,
in Shame. Manierato e
fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi
emotivi, come la New York, New York intonata
dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo
della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)
[2009]
Il film storico –
perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che,
se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa
della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo
guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin
dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei
volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la
storia”, questo Vincere di
Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il
giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione
domestica in tranquillità.
Ho ripensato a Vincere,
un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a
quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle
sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è
stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che –
per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano
domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La
macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi
che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda
tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in
ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio –
alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film
storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe
avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di
Vincere.
Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che –
a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction
supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più
grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe
meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non
balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un
fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne.
Perché Vincere –
più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento –
è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si
ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco
commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si
bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione
fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema
muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e
punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in
prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere
ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a
volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi –
e intontisce dal dolore. (7)
[2014]
Quando mi piacciono gli intrugli, le pozioni, gli abbinamenti strani? Quanto i generi ibridi? Quando la comicità sposa l'inquietudine, ad
esempio, e nasce una cosa bizzarra che si chiama commedia
nera.
Risate cattive e violenza, il quotidiano che – arrotondando per
eccesso i vizi e la prepotenza – si fa grottesco. Come nelle
trame di Storie
Pazzesche:
il film argentino a episodi che quest'anno era nell'ambita
cinquina dei film stranieri. Senz'altro di troppo, lì, tra
pellicole più impegnate come Ida e il latitante Mommy.
Nel suo essere fuori luogo, tuttavia, c'è forse il segreto di un inspiegato
successo, come in una fluidità naturale che rende leggerissimi i
suoi centoventi minuti. L'ho visto in tarda serata: gli occhi bene aperti, l'interesse costante,
un'ironia assurda che si sposa ogni tanto con il mio risaputo
cinismo. Eppure non amo i film con una simile struttura, né tutto
ciò che è amorale e senza utilità. Ma se qualche vicenda lascia a desiderare, altre sono dei
gioiellini di scrittura e resa. Szifròn,
in queste novelle senza cornice, alterna ora toni briosi, altri scabrosi,
passando dal noir classico al quotidiano orrore con destrezza e umorismo. Tra gli episodi maggiormente a fuoco, quello iniziale,
rapidissimo, con un nutrito gruppo di vecchi conoscenti che si incontrano su un aereo dirottato; il
tragicomico The
Hitcher con
la faida tra un automobilista in difficoltà e il suo aguzzino; la festa di nozze di una giovane sposa che scopre in diretta il tradimento del marito bastardo. Mi ha divertito, ho riso di gusto, mi ha intrettenuto. A modo suo mi è piaciuto, un po' a causa di recensioni negative
che avevano reso basse le mie aspettative e un po'
perché è un prodotto alternativo nel classico contesto patinato. Però. Ci
sono strategie in ballo, votazioni imperscrutabili, ma – anche dopo avere
recuperato queste due ore ben dirette di sorrisi e sconcerto – mi
domando come sia possibile che Damiàn Szifròn, bravo ma
sopravvaluto, non abbia fatto posto sul podio al magnifico Dolan. Quel che è fatto è fatto. Rosicherò ancora tra me e
me, ma parlandovi della commedia sudamericana uscita sotto l'ala
protettiva di Almodòvar, non avrò mai più parole negative; giuro. Perché Storie
Pazzesche,
nel suo non rispettare i gusti convenzionali dell'Academy, è una parziale
sorpresa – una maleducata canaglia sul Red Carpet – e ha lo
smalto che il buon Pedro ha perso e
chissà se ritroverà. (6,5)
Io
e te siamo attaccati a un filo. E tutti lo vogliono
spezzare. Ma nessuno ci riuscirà. Io sarò sempre con te e tu sarai
sempre con me. E io aiuterò te e tu aiuterai me. Con il cervelletto
che ti ritrovi non capisci che non bisogna mai mostrare la gola?
Pensa alle tartarughe, alle loro corazze. Pensa che devi essere
così forte che nessuno ti può fare male.
Titolo:
Come Dio comanda
Autore:
Niccolò Ammaniti
Editore:
Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Numero
di pagine: 478
Prezzo:
€ 10,00
Sinossi: Premio Strega 2007. Rino
e Cristiano Zena sono padre e figlio. Rino ha trentasei anni ma ne
dimostra cinquanta, è ostinato, violento e xenofobo, ma adora suo
figlio. Cristiano ha tredici anni, è timido, alto e sottile, e sa
che quel padre ubriacone e "buono a nulla" è la sola
persona su cui può contare. Vivono in una periferia del nord-est,
tra desolazione e centri commerciali. Soli contro il mondo, hanno per
amici due tipi strani, Quattro Formaggi e Danilo. È con questi che
Rino organizza la rapina che dovrà riscattare le loro vite. La notte
del colpo, però, si scatena un furioso temporale, e una ragazzina
bionda apparsa dalle tenebre e dal fango fa deviare i destini di
tutti.
La recensione
La
neve che si farà fango sotto la suola delle scarpe, chilometri e
chilometri di strade deserte e, in lontananza, oltre il cancello di
una fabbrica chiusa per la notte, un cane che non smette un po' di
abbaiare. Presto sarà giorno e forse, domani, che poi è già oggi,
niente scuola, se il gelo dura. Ma Cristiano si alza dal letto e,
mettendo in pratica l'ultima lezione di suo padre, taglia per la
statale vuota – col pigiama a scacchi ormai fradicio – e spara.
Bang: onomatopea di una detonazione secca nel cuore del buio. Il
proiettile fa centro e il cane smette di uggiolare, attaccato alla
sua catena: padre e figlio si sono esercitati a far fuoco alle
lattine di birra, qualche tempo prima, ma la mano non trema e, anche
con un bersaglio vivente, il colpo di Cristiano è perfetto. Ha avuto
un grande maestro. Insegnamenti paterni e eredità familiari. Ci si
applica con solerzia, in casa Zena e dintorni, al culto della
violenza. Così, tra rabbia e stupore, ha inizio Come Dio comanda:
storia di affetto simbiotico e prevaricazione, su uomini senza donne
e rari momenti che ti segnano, nonché secondo romanzo di
Ammaniti che leggo – dopo Io e te, racconto di cento pagine
scarse che aveva lasciato, a sorpresa, più strascichi emotivi del
previsto -; si vocifera, inoltre, sia uno dei migliori della sua carriera di autore amato e a volte
incompreso, puntualmente corteggiato da chi fa il cinema coraggioso.
Acquistato una vita fa a metà prezzo, quando i giorni precedenti al Ferragosto hanno portato il cattivo tempo e la gente qualunque si
crucciava per la minaccia atmosferica incombente e i picnic nei prati
in pericolo mortale (avete visto, poi, quanto brillava alto il sole,
il quindici?), mi sono seduto al coperto – con un orizzonte di nubi
temporalesche e catasfrofi dalla mia parte – e ho iniziato il
romanzo che, sulla copertina originale, aveva cieli a lutto, fulmini
e saette. La mia edizione, l'ennesima ristampa, era di un angoscioso
giallo evidenziatore e aveva denti digrignati, gente con la rabbia,
inquietanti disegni tribali. Tutto comunque a tema; soprattutto i
tuoni grevi che, ora lontano, ora vicino, facevano da accompagnamento
musicale live. E la pioggia non è voluta cadere, per me che
sono amico stretto dell'inverno, ma illusioni di acquazzoni furibondi
e falsi allarmi sono risultati abbastanza. Nella bella stagione, mi
sono trovato una brutta parentesi – o forse quella perfetta? - per
dedicarmi a una lettura forte e crudele che ha richiesto la presenza
di un cielo che spirasse contro e l'aiuto di litri di sangue freddo.
E io, a dirla tutta, lo sapevo sotto sotto che questo Ammaniti –
scoperto una volta e mai approfondito, conosciuto più come
sceneggiatore che per altro – fosse nelle mie corde scordate, coi
suoi suoni stridenti, lo stile scarno, le immagini forti; inutile
spiegarsi, però, i misteriosi perché dei miei continui rimandi.
Questione di momenti propizi e provvidenza divina. Una periferia desolante spazzata dalla
burrasca, il pensiero di un tesoro in un Bancomat al di là
dell'arcobaleno, Cappuccetto Rosso in Vespa che s'incamminano nel
folto del bosco, notte di balordi – e lupi famelici. Quando Noè
costruisce la sua arca, durante il Diluvio Universale, lasciando
fuori cinque disgraziati: un padre naziskin e quel figlio verso cui
nutre tutto l'amore del mondo; lo scemo del villaggio, che tiene su
il presepe anche ad agosto e ha il nome del gusto di pizza che più
preferisce; un divorziato che, con il colpo del secolo nella tempesta
del secolo, spera di riconquistare la fiducia della sua famiglia; un
assistente sociale traditore, beccato a letto – dalla folgore –
con la moglie del migliore amico. L'acqua cheta roderà i ponti e
ognuno di loro, dopo un crimine che li renderà protagonisti di una
storia crudele, dovrà fare i conti con il proprio passato; quanto
costa caro il perdono? E la felicità, che appare impossibile? Nel trasformarsi
in film – frutto dell'ennesima collaborazione tra Ammaniti e
Salvatores, coppia collaudata quasi quanto quella dei coniugi felici
Castellitto e Mazzantini -, Come Dio comanda perde
parte della sua folgorante dimensione corale – tra tagli, ellissi e
personaggi, come quel Danilo la cui vita è una strada senza uscita,
che mancano proprio – ma finisce per essere uno dei più originali
e interessanti esempi di cinema italiano degli ultimi anni.
Le pagine
più surreali e oscure, infatti, coi dialoghi esigui, il buio
impenetrabile e innocue canzoni d'amore che diventano un viscido
leitmotiv, grazie a una fotografia pesta e a un ottimo montaggio
sonoro, vanno a costruire una parte centrale dettagliata e calzante,
saltata direttamente fuori dai passaggi più crudi del romanzo per
azzannarti al collo. Mostrando un Salvatores mai uguale a
sé stesso, a proprio agio coi toni horror così come con i tentativi
primigeni di cinecomic all'italiana, e direttore di un cast tra cui
figurano un paio di grandi nomi del nostro sottovalutato cinema.
Ridimensionare la portata del racconto, rinunciare a qualche
comprimario per questione di spazio, non appare una scelta poi troppo
imprudente, se hai a disposizione due che – per selezione naturale
– sono destinati a essere sempre protagonisti. Filippo Timi,
massiccio e con la voce altisonante, capace di percosse e tenerezza,
ha un personaggio tutto contraddizioni – e forti emozioni - che
sembra scritto pensando a Taxi Driver.
Elio Germano, con il ruolo di Quattro Formaggi, dinoccolato e
imprevedibile clochard che gli permette di essere più sopra le righe
del normale, esagera con tic e balbuzie con la tipica naturalezza di
cui ormai lo sappiamo capace. Con loro, un Fabio De Luigi dal ruolo
fortemente ridimensionato – e forse per fortuna, perché il comico
nostrano e il drammatico non sembrano in particolare intimità – e
l'esordiente Alvaro Caleca, bambino che sa reggere, spesso tutto
solo, la scena. Una storia di figli di un Dio minore – abbandonati,
diseredati, miserabili – diventa, per esigenze di copione, un caso
di cronaca nera e un'agrodolce vicenda domestica, in cui manca
qualcosa – soprattutto qualcuno – ma non un lato tecnico
all'avanguardia e interpretazioni credibili; non lo spirito indocile
del fulmine. Ammaniti alla sceneggiatura, per forze di cose, rinuncia
al dono dell'onniscienza: come il Padre eterno o gli angeli custodi,
lui sa. Ti ha creato. Ti sta fisso alle costole. Sfiora le sue
creature – anche quelle di passaggio, semplici comparse nel mucchio
– e ne fa una scansione del profondo. Così, in cinquecento pagine
pulp e scattanti, di quelle che se fossi in pubblico avresti bisogno
di tornare a casa - sennò mi metto a piangere, dici; sennò vomito
-, pioggia d'antico testamento, piaghe bibliche, tunnel senza luce e
pozzi senza fondo. Mentre nel mondo, contorta foresta di simboli, ci
si interroga sul senso di Dio – è Lui che ci ordina di tentare
ancora, di essere migliori, di tornare a respire, di smettere di
farlo? – e ci si prepara a cuore aperto agli squilli di tromba
conclusivi, per essere giudicati innocenti o colpevoli un'ultima
volta.
Pronti alla giustizia cieca dei giudizi universali.
Come
Dio comanda,
terroso noir sullo sfondo delle industrie pesanti del nord est, col
cuore caldo e le mani fredde, con una mole che pesa e una scrittura
che si beve, è l'esperienza più intensa e difficile di
quest'estate. Potente, tanto da meritarsi un bolletino meteo avverso
tutto per sé.
Il
mio voto: ★★★★½Il
film: 7+
Il
mio consiglio musicale: R.E.M - Losing My Religion