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martedì 9 settembre 2025

Recensione: L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong

| L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong. Guanda, € 20, pp. 432 |

È considerato una delle voci più significative della sua generazione. Classe 1988, origini vietnamite, si muove con successo tra prosa e poesia. Tutti scrivono di lui — da Oprah a Bjork. Il suo secondo romanzo, però, è molto diverso da come ce lo raccontano oltreoceano. Presentato come un'avventura alla Mark Twain, potrebbe deludere chi confidava in un'epopea densa e rocambolesca. La trama, essenziale, racconta le gioie e i dolori del giovane Hai: alter-ego dell'autore, ha sviluppato una dipendenza dai farmaci e dalle bugie. Mentre pensa di togliersi la vita, lo salva Grazina: ottant'anni, ha bisogno di un infermiere per fronteggiare la demenza e i flashback di una Lituania sotto assedio, divisa tra Hiltler e Lenin.

Il superpotere dell'essere giovani consiste nel fatto che sei più vicino al non essere nulla – e quando sei molto vecchio è la stessa cosa.

Vuong descrive la loro improbabile convivenza, ma anche la routine tragicomica del ristorante in cui Hai lavora part-time. L'HomeMarket potrebbe essere il set di una sit-com. Popolato da personaggi ai margini — prostitute, reduci, eroinomani —, offre cornbread di una bontà leggendaria e un cast di comprimari adorabili. BJ (la manager wrestler), Maureen (rettiliana convinta) e Sony (cugino Asperger con il pallino per la guerra civile) sono gli ingranaggi di un microcosmo umile e dignitoso che diventa emblema del sogno americano. Troppo lirico e frammentario per i miei gusti, ma ispiratissimo, Vuong ha lo sguardo empatico del cinema di Sean Baker.

Le parole sono incantesimi. In quanto scrittore, dovresti saperlo. È per questo, Labas, che si dice “fare lo spelling”, da spell, incantesimo.

Scrive così una fiaba su un battaglione di diseredati — i personaggi sono tutti immigrati, fragili, abbandonati —, che nell'America di Obama porta avanti le speranze delle generazione precedente. Era il 2009, e tutto sembrava possibile: soprattutto reclamare appartenenza. Benché politico e saldamente ancorato al reale, L'imperatore della gioia ha la grazie necessaria per conferire una dimensione favolistica al dramma dell'emarginazione. East Gladness, Connecticut, è un luogo ai confini della realtà in cui l'inverno è lungo sette mesi, la brina ricopre ogni superficie e il fiume gorgoglia inquinamento. Lì, in una baracca sull'argine, è possibile imparare dal nuovo la gentilezza, la collaborazione, la fiducia nel progresso umano. Il segreto, direbbe Grazina, è abbuffarsi di carote: ci vogliono vitamine — e piccoli eroi di questi — per prevenire la tristezza.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Stonemilker - Bjork

sabato 30 novembre 2024

Sulla bocca di tutti: Wicked | The Substance | Anora | Parthenope

Smisurato, opulento, coloratissimo, resterà lo spettacolo spettacolare di queste feste. Messo in scena a Broadway da oltre vent'anni, Wicked è un classico del musical che aspettava di arrivare al cinema da un po'. L'ha spuntata, infine, Jon M. Chu: dopo in In the Heights, il regista torna con agilità al genere e raduna un cast impareggiabile. Se il film elettrizza non è soltanto per le scenografie degne delle magie di Hogwarts, né per le coreografie trascinanti (il numero migliore è affidato a Bailey: irresistibile principe-ballerino in fuga dai cliché), ma per l'affinità alchemica tra Erivo e Grande. Se la prima impersona con fierezza un'emarginata dalla pelle verde e dagli acuti struggenti, è la popstar la vera rivelazione: frivola e appariscente, stupisce per gli eccezionali tempi comici e per l'adesione al personaggio. Molto più di un semplice prequel, Wicked punta il dito contro le macchinazioni dei potenti: il potere è un'illusione ottica e la diversità può diventare strumento di propaganda. Divisa tra orgoglio e repressione, Elphaba cerca il suo posto nel mondo in una fiaba che parlava di inclusione, disabilità e specismo ben prima dell'algoritmo di Netflix. Onesto e mai didascalico, il film giunge forse in ritardo a ribadire il messaggio, ma conserva la purezza disarmante di chi fa le cose per la prima volta. Se vi siete sentiti incompresi, qui troverete un senso di appartenenza che vi farà sentire parte di una grandiosa coreografia a prova di gravità. Non abbiate paura di apparire scoordinati: la vita, a tempo debito, vi ha già insegnato tutti i passi. (8)

Non c'è amante più ingrato dello show business. Cinquant'anni sono troppi, decreta, e a poco servono le sedute di ginnastica sfiancanti o i bisturi dei chirurghi. Hollywood si è trasformata in un tritacarne anche per Demi Moore. A lungo lontana dagli schermi, l'ex sex symbol degli anni Novanta si mette a nudo con un ruolo a tratti autobiografico. Non è un canto del cigno, questo, ma un ritorno di fiamma. Fargeat, bravissima in materia di vendette, le cuce addosso un “revenge dress” impossibile da ignorare, con un profondo scollo sulla schiena: è da lì, dalla carne viva, che sbuca Margaret Qualley — la versione più giovane, bella, soda di Demi. Chi vorrebbe tornarsene in un anonimato fatto di comfort food e appuntamenti mancati quando il proprio alter-ego giganteggia, intanto, sui manifesti pubblicitari? Glamour e ributtante, puntuale tanto nei rimandi filmici — Kubrick, Cronenberg, Zemeckis — quanto nelle scudisciate al patriarcato, l'horror premiato a Cannes si confronta con il tema del doppio per riflettere di standard irraggiungibili, competizione femminile, fallocentrismo. La regista escogita un brillante contrappasso di aghi e tagli, escrescenze e secrezioni, dove i mostri del gotico inglese (Frankenstein, Gray, Jekyll e Hyde) trascinano in un amplesso insanguinato tutte le dive tristi raccattate lungo il viale del tramonto (Swanson, Davis, Crawford). Irreversibilmente intrecciati, i morti di fama formeranno una creatura plasmata dai desideri più meschini degli uomini. Per non chiamarci mostri, la chiameremo mostro. (9)

Qualche anno fa, per un addio al celibato, sono stato in uno strip club. Ricordo il vago imbarazzo e la fascinazione verso le spogliarelliste: maestose, ti sussurravano all'orecchio proposte di privé e storie personali. L'ultima protagonista di Sean Baker avrebbe potuto essere una di loro. Giovane e piena di dignità, fa del palo un mezzo di ascesa sociale. Quale sarebbe il risultato se i Coen o Tarantino dirigessero una commedia romantica? Fresco di Palma d'oro, Baker firma un tour de force spassoso e tentacolare, destinato a una deriva rocambolesca in cui questa novella Pretty Woman rischia, a tratti, di scomparire. In cerca del viziato neomarito in fuga, una Mikey Madison da Oscar dà anima e corpo a una sex worker candida e sboccata, divisa tra romanticismo e rivalsa. A proprio agio con il sesso, ma terrorizzata dall'intimità, ci regala la scena più esilarante dell'anno (il tentativo dei tirapiedi russi di rabbonirla) e quella più struggente (l'epilogo in macchina). Il volume delle conversazioni resta troppo alto per i miei gusti. La dimensione corale sposta frequentemente il focus sui lazzi comici dei comprimari. Ma Anora, per fortuna, riconquista le attenzioni dello spettatore proprio in chiusura, spalleggiata da uno scagnozzo dal cuore d'oro. Quando la volontà di potenza, ormai annientata, ti lascia con l'amaro in bocca e il risveglio dal famoso sogno americano ti strappa dagli occhi, infine, il pianto di un bambino deluso. (7,5)

Sedotta e abbandonata da Ulisse, Parthenope si tolse la vita schiantandosi sugli scogli. Napoli è sorta lì: sulla scena del crimine di un amore infelice. La protagonista dell'ultimo Sorrentino e la sirena di Omero hanno in comune ben più del nome. Ma mentre il personaggio leggendario muore tragicamente, la Parthenope di Paolo Sorrentino scoppia di vita in un film che ha la grazia, l'incanto e la presuntuosità della gioventù. Interpretata da Celeste Dalla Porta, abbagliante come lo fu soltanto Bellucci in Malena, cerca dappertutto sé stessa: mai negli occhi degli uomini, anche se tutti (dallo scrittore omosessuale interpretato da Gary Oldman al fratello incestuoso) ne sono invaghiti. La tenteranno le chimere del cinema e i rituali dei clan malavitosi, la corruzione del clero e il mondo accademico. Per il resto, c'è Sorrentino che fa Sorrentino: immagini e colonna sonora si sposano in fantasmagorie barocche; gli inserirti onirici, parodici e grotteschi abbondano; le sequenze memorabili — il ballo a tre sulle note di Cocciante — sono giustapposte a sequenze troppo slegate. Cosa pensa Parthenope? Cosa pensare, soprattutto, di Parthenope? Il film e la sua protagonista hanno la risposta sempre pronta, ma si trincerano dietro snervanti aforismi. Si schermano dietro veli, vetri, maschere per nascondere e amplificare i loro misteri. Sono un miracolo o una truffa? Il dubbio resta, anche se uno sguardo di Dalla Porta — un'altra disunita, un'altra grande bellezza — scioglierebbe finanche il sangue di San Gennaro. (7)

sabato 9 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Florida Project, They, Daphne, Favola

Un conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino, dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato, truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli – lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile, con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi, ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura, alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e non c'è pericolo alcuno. The Florida Project, con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste – Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria, in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento. L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi hanno ricordato la magia di quella di Boyhood e un po' la mia. I piccoli di The Florida Project, che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)

Si fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista di They rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori, altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore, chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre? Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte, la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo, la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J., più vicina alle origini della regista che alle necessità di una storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They è sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival. Come certe sessualità. (6,5)

Vive a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna, allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio – mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante, in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale, più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo. Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)

Gli anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo, lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady: una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me. Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti, che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7,5)