
Una scuola femminile nei boschi. Un frusciare di gonne e chiome. E
l'isolamento che, ben presto, viene minacciato dal ritrovamento di un
uomo ferito: un mercenario bello come Colin Farrell, finito nella
novella più licenziosa di Boccaccio. Il caporale rifiuta Nicole Kidman: come in
Stoker, ape regina
tiratissima, algida e repressa. Fa innamorare la Dunst, romantica e
ingenua maestrina di francese. Si lascia tentare da Elle Fanning, un
tornado irresistibile di sguardi in camera e ammiccamenti. A metà
tra le passioni dei feuilleton e gli orrori del romanzo gotico –
mai distante dai territori della fiaba nera, con personaggi volutamente bidimensionali, senza passato, e castelli nella nebbia – L'inganno
accoglie alla porta rovesci di
fortuna e inversioni di ruolo. Un gioco di colpe, in cui uomini e
donne escono parimenti sconfitti – lo esemplificano le sbarre della
straordinaria inquadratura finale. Esempio di cinema d'autore che
richiama il pubblico in sala e, a sorpresa, diverte per la scrittura
dei dialoghi (molto arguti, a dispetto di una trama esile), l'ultima
Coppola è un concentrato di civetteria e tensione erotica che si
lascia ammirare con l'acquolina in bocca. Esercizio stilistico pieno
di accortezza e ironia, in cui tutto scorre splendido ma banale,
incanta con accortezze da bozzetto impressionista (vedasi le attività
quotidiane delle allieve, in cui la monotonia è opera d'arte;
l'attenzione per le mani e le acconciature, dalla crocchia severa
della Kidman alla criniera indomabile della Fanning) e soggioga.
Peccato manchi il guizzo. Per nulla distante da ciò che mostrano i
trailer, L'inganno è
una bomboniera piccola e cesellata in ogni sua componente, ma
imperfetta. Se la regista brilla dietro la macchina da presa, resta
però imbrigliata nelle maglie delle sceneggiatura – troppo
romanzesca, troppo lineare, nonostante la presenza delle tematiche a
lei più care (un verdeggiante giardino di vergini omicide, la tipica leziosità
di fondo che questa volta non mi ha fatto grande antipatia). E da questo
covo di donne e desideri taciuti, che un po' somiglia al paradiso e
un po' all'inferno, si esce sì uguali a prima, al contrario del
caporale McBurney, ma con lo sguardo pieno di bellezza. Anche
l'occhio vuole la sua parte: qui, tutta. (6,5)

Un
fine settimana romantico nella casa sul lago, una camicia da notte
con ancora il cartellino dell'acquisto, un paio di manette per
innocenti fantasie di stupro. Cosa non si fa per salvare un
matrimonio che, dopo dieci anni, è già in crisi di identità? A
cosa non ci si piega per solleticare l'ego e i boxer di un marito
annoiato, che ricorre alla pillola blu e ai giochi di ruolo? E' da uno
di questi che prende avvio l'incubo di Jessie: una Carla Gugino
straordinaria, che piange, strepita e si sdoppia, con il cadavere del prestante Bruce Greenwood tra le gambe. Un infarto, e la fantasia erotica di
una bella coppia di mezza età diventa il delirio di uno degli
Stephen King più ardui e intraducibili – purtroppo, una decina di
anni fa, del romanzo non ho mai conosciuto la fine, restituito al
legittimo proprietario prima del tempo. Una stanza, due personaggi,
un flusso di coscienza ininterrotto sul deperire delle relazioni amorose, la
fierezza delle donne, i traumi sepolti. Rischioso che si facesse cinema senza scivolare, a tratti, nella noia o nel ridicolo. Per
fortuna muove le fila il miglior Mike Flanagan. La sua
regia, studiata e mai statica, al sesto film può contare su un cast di
tutto rispetto; una sceneggiatura raffinata, quasi di impianto teatrale;
qualche trovata particolarmente brillante, ispirata alle
allucinazioni di lei, che fa sì che si affastellino ai piedi
del letto cani famelici, mostri veri o inventati, presente e passato.
Lo spettro di Greenwood, sollevatosi dal tappeto, sobilla così al
chiaro di luna e dialoga con la proiezione di un'altra Gugino: quella
libera, fresca e pettinata, che non sente né la fame né la sete
(ripenso a Buried, a 127 ore) e affronta
a occhi aperti i flashback di un lontano giorno di eclissi. Qualcosa si
incrina in un epilogo feroce, diluito con lo splatter, la CGI e le
spiegazioni di troppo, ma Il gioco di Gerald – trasposizione
difficoltosa e sorprendente, in attesa di assistere ai fasti annunciati dell'acclamato It – è un claustrofobico teatrino della
mente, tra elaborazione e metafora. Solido quanto la testiera che
frena i polsi e la deriva della sua sfortunata protagonista. Profondo
come un taglio, nel suo vagare senza pace pur restando fermo immobile. (7)
Essere
soli da tanto tempo, con la notte che, a una certa età, mette paura.
Perché non passarla insieme, anche a costo che nella minuscola Holt
la gente parli e sparli? Suona così, all'incirca, la proposta
indecente che Addie fa a Louis nel romanzo postumo di Kent Haruf.
Erano vedovi, dirimpettai, e prendevano sonno chiacchierando. Senza
pensare al sesso, ma all'amore chissà. Al cinema – si fa per dire,
perché Le nostre anime di notte, presentato fuori concorso a
Venezia, è una produzione originale Netflix – gli anziani
innamorati diventano Jane Fonda e Robert Redford. Lei (che ha sepolto
una figlia) senza peli sulla lingua, lui (che ha messo in pericolo i
suoi affetti per una relazione extraconiugale) vagamente intimidito
all'inizio. Come nel romanzo, si fingono una famiglia attorno al
nipotino di Addie, con papà Shoenaerts che alza il gomito e
rispolvera di tanto in tanto vecchie recriminatorie. La loro
vicinanza, eppure miracolosa, rivela problematiche difficili da
ignorare: non sono abbastanza, ottant'anni, per concedersi un po' di
sano egoismo? Più fedele del previsto alle pagine rade e laconiche
dell'autore scomparso, eccezion fatta per qualche aggiunta che
ammorbidisce i toni e amplia un finale altrimenti troppo stringato,
il film dell'indiano Ritesh Batra delude a malincuore. Di
ingiustificabile foggia televisiva piuttosto che indie, scarico,
privo di intimità. Se c'è l'emozione, somiglia più alla leggerezza
di un Tutto può succedere che
all'inevitabile malinconia delle occasioni perse e ritrovate. Il più
grande pregio e il più grande difetto insieme: i protagonisti.
Bellissimi, bravissimi: anche troppo. Così tanto da stringersi per
l'ultima volta in un compitino troppo piccolo per loro, e da reggerlo
interamente; così tanto da tradirla e illuminarla a giorno, questa
notte di grilli e confessioni, con la luce di riflettori puntata
più sul glamour che sui sentimenti. (5,5)
Fabrizio
e Massimo, romani a Napoli, fuggono dall'onta di
una mamma truffatrice e crescono una sorella tredicenne.
Il primo aspirante avvocato, l'altro manovale in nero. Hanno una
Panda scalcagnata, fanno spesa ai minimarket e, se il citofono suona,
sono o gli assistenti sociali, o il padrone di casa. Come elevarsi dalla mediocrità, se la Campania nasconde le sue
contraddizioni dietro un dito? Come arricchirsi, se alla criminalità
spettano le porzioni migliori? Le risposte e le colpe sono da
rintracciare nei fumetti. Una maschera (di Maradona), un account
cifrato, un'armatura messa su alla bell'e meglio e, con un pene
scarabbochiato come simbolo, i protagonisti si improvvisano novelli
Robin Hood. Vigilanti che rubano ai ricchi per dare ai poveri, ma
sotto compenso. La città e la regia, moderna e fresca, ricordano il
cinema dei Manetti Bros. L'idea – eroi di periferia, armati di
disperazione e belle speranze – ha il difetto di scontrarsi con il
ricordo freschissimo e bellissimo di Lo chiamavano Jeeg Robot.
Scapestrata commedia d'azione con i conti in rosso degli italiani e
le suggestioni degli americani, da Kick-Ass a Birdman
(occhio alla pioggia di luci all'ingresso di un negozietto
cinese), I peggiori è meglio di quanto il titolo suggerisce. Merito, soprattutto, di due protagonisti convincenti tanto nei momenti comici quanto nel conflitto (il Lino Guanciale più
amato dalle casalinghe italiane e la rivelazione Vincenzo Alfieri,
che recita, abbozza e dirige). Si ride spesso e, tocca ammetterlo,
più per la scontata verve del dialetto che per la brillantezza della
scrittura. Si loda il tentativo, buono soprattutto nella prima metà,
di allontanarsi da un cinema piccolo e provinciale. A non decollare, però, è l'indagine,
dove un inedito Izzo tenta di incastrare Antonella Attili.
Come se si trattasse di una puntata scritta alla buona, eppure decisamente perdonabile, di un serial che potrebbe altrimenti contare sui ritmi e i volti giusti. Un'emozione da poco, per dirla allo
Zingaro, a cui chiedevamo tanto così di più. (6)