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mercoledì 27 marzo 2019

(Non solo) David | Euforia, Troppa grazia, Ride, Una storia senza nome, La prima pietra, Cosa fai a Capodanno?

Per Lisa era un Dolan all'italiana, ma a malincuore lo avevo perso in sala. Le mie aspettative, alle stelle sapendolo nominatissimo, sono state disattese solo in parte. Vero: sui cieli di Roma si aggirano stormi coreografici, sui corpi nudi vengono proiettati ipnotici giochi di luce e i balli in corsia conciliano la commozione. A lungo, però, la seconda prova della consapevole Valeria Golino ha i pregi e i difetti delle nostre produzioni: Euforia sarà quindi un dramma fatto di personaggi sfaccettati, dei soliti attori bravissimi, con uno spunto talmente classico che poco di nuovo ha da sviscerare in due ore. I contro appartengono a un cinema d'autore che a volte gira a vuoto, strizzando furbescamente l'occhio all'indigesto Sorrentino, ma sa scoprirsi altresì capace di smorzare la malinconia e di sublimare, così, le peggiori difficoltà. La regista napoletana ama lasciare l'amaro in bocca, le scene sospese e, checché se ne dica, Riccardo Scamarcio: allo storico ex, infatti, la Golino regala un personaggio centrale nonché uno dei suoi ruoli migliori. Omosessuale gaudente e spendaccione, ospita in casa il fratello maggiore: un Mastandrea in fin di vita da proteggere dalla verità. Generoso ma prevaricatore, Scamarcio sbandiera le carte di credito e nasconde lo sporco sotto il tappeto. Allo stesso modo, con una studiata forma di egoismo, maschera la preoccupazione verso quel fratello burbero e dolente. Gli indora la pillola con i capricci e gli sperperi, con la fede, con l'amore ritrovato dell'amante Trinca. È tutto sotto controllo, o così si illude. Quanto è giusto pretendere una vita al massimo e togliere all'altro il diritto alla paura, al dolore? Euforia, filtrato dall'amato-odiato personaggio principale, si fa apprezzare più con la testa che con il cuore. Come accade a Scamarcio con Mastradrea, si dimostra onesto soltanto alla fine. Al malato, intanto, sfuggono l'equilibrio e le parole. Verbosissimo ma misurato, al contrario, il film sa come non rimanerne a corto. (7)

L'Italia, terra di miracoli e appalti truffaldini. A fare i conti con gli uni e con gli altri è una geometra fresca di separazione, con ingaggi ormai rarissimi e uno spiccato senso della giustizia. Se lei è la radiosa Rohrwacher, talento impareggiabile a cui si addicono l'ironia e la fisicità di un ruolo più solare dei soliti, non è una sorpresa scoprirla in contatto nientemeno che con la Madonna: a proprio agio con le questioni di fede, dopo Il miracolo e Lazzaro felice, l'attrice fa i conti con un'entità dai modi bruschi, disposta a strapparle i capelli e a prenderla a schiaffi pur di sbatterle in faccia l'evidenza. Commedia in odore di santità, troppo metaforica per risultare perfetta, Troppa grazia ha un ottimo incipit e un prosieguo vittima dell'astrattismo post-new age. Senza tralasciare gli alti e bassi della vita coniugale accanto a Germano e gli atti coraggiosi per sovvertire la corruzione dello status quo, il folle Gianni Zanasi mescola riflessioni sparse sulla salvaguardia del territorio, l'immigrazione e il femminismo. Troppi elementi, con il rischio che lo spettatore non sappia fino in fondo su quale concentrarsi in vista di una chiusa significativa e un po' irrisolta sulle note da lacrime dei Radiohead. Il titolo lo suggeriva: troppo in ballo, ma poco importa. Una scrittura brillante fatta di contraddizioni e paradossi e una Rohwacher da David bastano a credere nei miracoli di un certo cinema italiano; alle preghiere di una creatura bizzarra e amabile contro questo nostro mondo allo sbaraglio. (7)

Mastrandrea fa di nuovo i conti con la morte: questa volta, dietro la macchina da presa. Accolto tiepidamente, nonostante l'autorevolezza di un interprete capace anche di scrivere e dirigere, Ride è una dramedy nostrana che piace per struttura e piglio. Organizzato in lunghi quadri, il film studia le reazioni dei superstiti – si parla di un incidente sul lavoro finito in tragedia – e i loro meccanismi di difesa all'alba delle esequie. Mentre l'orfano pianifica un'intervista per conquistare la bella della classe e il padre del defunto si scontra con il secondogenito ripudiato, la vedova – la scommessa Chiara Martegiani, compagna del regista – lotta con quelle lacrime che non vogliono scendere. Perché non si strugge ma continua ad avere fame e sonno, a cantare a squarciagola la loro canzone d'amore anziché piangerci su? Non mancheranno i gesti di ribellione e i riavvicinamenti, i faccia a faccia e le abbuffate consolatorie. Non mancheranno la poesia del cinema indie: ricorderò a lungo un bambino che apre l'ombrello in casa per riparare la mamma da una pioggia torrenziale. Tutti hanno lacrime, storie, ricordi. Ma nella Marchegiani, gli occhi screziati di mascara e l'accento veneto, il giorno del funerale genera una strana ansia da prestazione. Grezzo ma già interessantissimo, Ride ha la colonna sonora giusta, dialoghi disarmanti e un espediente non da poco: conoscere la persona scomparsa non in fotografa, non nei flashback, ma attraverso chi le è stata accanto. Quali sono state le sue ultime parole? Cosa direbbe se sapesse che la moglie ha bisogno di imitare la fidanzatina del liceo per capire cosa sia il lutto? Proprio Mastandrea, parlava in Euforia del diritto a stare male. Qui, invece, di quello a star bene. Non c'è un unico modo per reagire. Non c'è un unico modo per trattarlo. Valerio, con la fortuna del principiante, individua quello vincente. (7+)

I lettori ricorderanno Vani, l'eroina dei romanzi di Alice Basso: ghost writer alle prese con i grattacapi del giallo. Di una simile disavventura si rende protagonista la goffa Ramazzotti: segretaria, di nascosto firma le migliori sceneggiature di Gassman, dongiovanni bugiardo che a piacimento le fa gli occhi dolci. Non era sua intenzione metterlo nei guai. L'amante giace in coma, adesso, perché la nuova sceneggiatura della protagonista ha fatto andare su tutte le furie le persone sbagliate: peccato non l'abbia scritta lei. Si è fidata della soffiata dell'enigmatico Carpentieri, e la storia della sua vita si è trasformata all'improvviso in un intrigo spionistico di arte, donne e mafia. Sullo sfondo della settima arte, Una storia senza nome è una commedia di grande maniera. Autoironica, densa, fatta di storie dentro storie e slittamenti frequenti. Ha tanto di buono, anche se non tutto funziona. La sceneggiatura, al contrario di quella scritta dalla Ramazzotti, ha qualche intoppo, passaggi frettolosi, e pur divertendo lascia amareggiati al ricordo della buona prima parte. Non si rivela, infatti, all'altezza dell'intelligenza dell'incipit, ma lo spettatore finisce per congedare Roberto Andò senza rimproveri. Intrattenuto da un caso di cronaca che l'immaginazione trasforma in un mystery. Stretto in un cast variegato, in cui spesso rubano la scena mamma Morante e un Gassman furfante anche in un letto d'ospedale. (6,5)

Prendete una scuola pubblica, il personale oberato e un atto di vandalismo che ha portato a convocare d'urgenza la famiglia del bambino. C'è una finestra infranta da sostituire, ci sono due bidelli che non si accontentano delle scuse. Aggiungete, poi, che il bambino incriminato è pure straniero e che Kasia Smutniak e Serra Yalmaz sono pronte a difenderlo con le unghie e con i denti scomodando razzismo e pregiudizio. I ruoli della recita di Natale, tuttavia, riflettono quelli sociali: come si difenderanno gli scoppiettanti Guzzanti e Mascino dall'accusa di avere assegnato agli alunni extracomunitari le parti degli animali? Gli esiti, dati da un coro di personaggi agli antipodi, sono di quelli conflittuali. A due giorni dalla festa che dovrebbe renderci tutti più buoni, volano botte da orbi, veleni e frustrazioni. Dotato di una struttura teatrale ormai meno pericolosa che in passato, cattivo fino all'ultimo, La prima pietra è scritto abbastanza bene da reggersi senza irritare ma non tanto da risultare memorabile. Inferiore ai suoi referenti, da Polanski a Genovese, resta comunque un gustoso anti-cinepanettone in giorni che ci vorrebbero tutti più buonisti, tutti più ipocriti. Gli stranieri ci rubano il lavoro? Il crocifisso in aula, sì o no? A farne le spese, mentre imperversa l'egoismo degli adulti, saranno i bambini. (6,5)

Prendete uno chalet, un manipolo di scambisti, fraintendimenti in quantità. Ci sono due ladri che si spacciano per i padroni di casa. Ci sono ospiti vogliosissimi, che non si accontentano però del benservito. Aggiungete poi che in radio si parla di una probabile fine del mondo. Come ingannare l'attesa se non con l'ammucchiata? Un'altra battaglia dei sessi. Un altro conflitto generazionale. Un'altra commedia satirica che gioca con gli ambienti circoscritti, le apostrofi satiriche, pur mancando di personaggi che non risultino sempre macchiette. Le assurdità degne del primo Ammaniti spiazzano e divertono: funghetti allucinogeni, dita mozzate, aragoste in fuga e cani assassini. Quelle inspiegabili, purtroppo, altrettanto: quale utilità trovare ai personaggi della coppia Scamarcio-Lodovini, agli addetti del catering bloccati nella tormenta? I riferimenti sono ambiziosi, da Tarantino ai Cohen, e qualcuno potrebbe perfino dirsi sorpreso del risultato: un sofisticato film d'interni, volutamente sopra le righe, in cui trionfano l'umorismo nero e i preliminari. C'è lo spunto, c'è la gente giusta e a colpo d'occhio non dispiacciono neppure le atmosfere asfissianti: peccato che, a proposito di sesso, non si arrivi mai al sodo. Sebbene il fascino delle interpreti femminili regali qualche nota piccante – la sexy gallerista Ferrari, la Lisbeth Salander di una Puccini fuori parte, la cafona di buoni sentimenti della solita Pasotrelli –, il risultato è maldestro. Non aspettatevi i fuochi d'artificio. (5,5)

sabato 16 giugno 2018

Mr. Ciak: Come un gatto in tangenziale, A casa tutti bene, Metti la nonna in freezer, Amori che non sanno stare al mondo, Il ragazzo invisibile II

Piazzalo non troppo strategicamente sotto Natale, in mezzo a commedie tra le quali è difficile distinguerlo. Metti sul poster due attori di richiamo – i soliti, i migliori, che con il loro essere onnipresenti eppure a te non chiamano, no – e aspetta senza curiosità. Per vedere i successi al botteghino, a fine anno, e di lì a poco qualche candidatura a sorpresa. Come un gatto in tangenziale, allora, non era così stupido come sembrava? I protagonisti, agli antipodi per stile di vita e professione, sono i genitori di due tredicenni pazzamente innamorati. Lui pagato per pensare, con la ex Sonia Bergamasco che inventa profumi in Provenza. Lei inserviente in un ospizio, con l'ex Claudio Amendola appena uscito di galera. Vogliono le stesse cose, hanno gli stessi difetti, ma da una parte e dall'altra manca il desiderio di deporre l'ascia da guerra. Per il signorile Albanese, il quartiere della consuocera è un covo di criminalità e spaccio. Per la coatta Cortellesi, invece, la borghesia è tutta una magna-magna. Ci si crogiola nel cliché, perché dà sicurezza, ma la verità siede nel mezzo. La periferia, caotica e multiculturale, ha il mare sporco, i modi rozzi, ma un cuore immenso. E la stessa cosa, in parte, succede con l'ultima commedia di Riccardo Milani: un Fortunata da ridere ma mica troppo, con una regia imperdonabilmente televisiva che inquadra, eppure, una moderna storia di orgoglio e pregiudizio che fa riflettere ed emozionare. Merito di una scrittura ponderata e intelligente, di personaggi vincenti – menzione d'onore alle sorellastre gemelle e cleptomani della protagonista, esilaranti – e di una retorica di quelle a fin di bene. In tangenziale, a Roma, si rischia grosso. Ma i gatti, i preconcetti e qualche commedia nostrana, per fortuna, hanno le proverbiali sette vite. (7)

Una famiglia di ristoratori si dà appuntamento al porto. Prendere il largo a bordo di un traghetto per raggiungere Sandrelli e Marescotti, capostipiti pronti alle nozze d'oro, su un'isola del Mar Tirreno. Prepararsi a pranzi e cene senza fine e agli immancabili schiamazzi, se s'incrociano ex, cugini arrivisti, amanti mancati. Insomma, tutte cose che apprezzo: i meccanismi del dramma da camera, i conflitti fra attori impeccabili, la regie energiche per sfuggire alla piattezza del teatro fotografato. Dirige Muccino nel ruolo di Muccino. Tornato in Italia, alle crisi di mezza età, ai suoi cari film a voce alta, a un genere consolidato ai cui cliché mancherebbero giusto le nevrosi della Buy. E senz'altro sa emulare sé stesso, ripetersi, con un piglio che fa la differenza. Una commedia all'italiana di vecchio stampo, così, acquisisce personalità, stizza, grazie a una macchina da presa che non sta mai ferma, al montaggio fluidissimo e ai membri di un cast strapieno, da cui saltare qui e lì a tracolli coniugali alterni. Le bellezze di Ischia e la colonna sonora di Piovani incantano, appaiono sottotono Accorsi e Favino e, accanto a un'urticante Crescentini, risultano bravissimi Ghini e la Gerini, intensa coppia minata dall'Alzheimer galoppante di lui, e quella Sabrina Impacciatore tragicomica. Il difetto sta nella sceneggiatura: tradimenti, ripicche, segreti scomodi, su uno sfondo azzurro mare che è la gioia dei turisti, all'indomani di una tempesta che costringe il cast a una convivenza arrangiata. Le nuvole nere invadono anche la villa con piscina in cui vigono i sorrisi di facciata, l'ipocrisia, le mezze parole. Inevitabilmente, per quanto piacevoli, le vicende risultano troppe, e troppo abbozzate. Le situazioni già viste, con guizzi di autorialità che non contemplano stavolta la novità, di un cinema che intrattiene al solito, ma forse non sta bene come il titolo annuncia. Eppure si accontenta, eppure ci accontenta. (6,5)

De Luigi stana frodi e truffatori. Un po' per gioco, un po' per ripicca, i colleghi preoccupati lo spingono fra le braccia di Miriam Leone, sfortunata artista con un curriculum da miss. Restauratrice in una Italia che si vanta della sua arte ma non le dà valore, la giovane va avanti con la pensione di nonna Bouchet: un giorno morta nel suo letto, però, e con il rischio di lasciara in mezzo a una strada. La soluzione, spregevole: non denunciarne la scomparsa pur di avere l'assegno assicurato. De Luigi, alle sue calcagna per questione di cuore in primis, è disposto a scoprirsi corruttibile per amore? La vita del malaffare è dura, ma remunerativa e piuttosto divertente, all'interno di una storia non così originale, con sketch comici che vengono praticamente da sé. Non troppo nera, in verità, ma coerente nello scherzare con lo status di giovani spiantati e vecchi da tenersi stretti; con il fuoco – anzi, il ghiaccio – di una dipartita su cui lucrare. Metti la nonna in freezer, che intreccia a lunga andare la sua strada con una caccia al latitante (e al malinteso) e un arzillo amante tornato a reclamare una lontana passione, piace al pubblico e alla critica per il cast convincente e la vivacità dello stile; per la regia e il montaggio che fanno la corte alla frenesia da action movie del sopravvalutato Smetto quando voglio. Per una volta più lodevole per lo stile pop che per la sostanza, strano ma vero, allieta con la sua freschezza artificiale una serata in cui i primi caldi fanno togliere i calzini, a letto, e scegliere i pigiami corti. Tra provviste di tortelline, lasagne surgelate, e cadaveri sotto ghiaccio. (6)

Mascino e Trabacchi, cinquantenni bellissimi, si innamorano con l'intensità degli adolescenti. Ma come si sopravvivere alla fine di un sentimento così forte? Si sono amati moltissimo senza mai piacersi, gli inconciliabi protagonisti dell'ultimo film di Francesca Comencini. Prende spunto da un suo stesso romanzo, qui, e Amori che non sanno stare al mondo – titolo lungo e bellissimo, di quelli che piacciono a me – diventa la commedia dal piglio femminista e dalla struttura letteraria, quasi, di una Gamberale arrivata già alla mezza età. Eccole lì, le voci off che raccontano tutta la verità. Le fotografie incantevoli a un passo dal Tevere e le sequenze di nudo che mostrano la peluria dei corpi e la scompostezza dello struggimento. Eccola, ancora, una protagonista logorroica e sull'orlo di una crisi  – la Mascino, splendida –, che s'illude fino a rendersi ridicola e si affida alle prescrizioni dello Xanax. Per superare la rottura o, nel bel mezzo dei giorni d'oro della relazione, per viverla senza idiosincrasie. Per accettare che Trabacchi, scapolo storico, ha detto sì a una ragazza con la metà dei loro anni. Per non darti pace notte e giorno, ma infine trovarla, la felicità: accanto a chi meno t'aspetti. Vagamente morettiana, la Comencini sorprende per l'insolito target a cui parlare di prime volte e seconde possibilità. Quegli amori incapaci di tante cose, così, sanno amareggiare e divertire per la franchezza e la verve della loro voce. Sanno insegnare a stare al mondo te, che sei ancora giovane e, purtroppo o per fortuna, poco ne sai: di com'è o come non è. (7)

I supereroi italiani esistevano, e non si chiamavano solo Jeeg. Qualcuno, un regista premio Oscar, aveva aperto le acque e a un bambino dalla doppia infanzia dato il mio stesso nome. Michele è cresciuto. Adolescente, orfano all'improvviso di mamma Golino, scopre il liceo, una sorella gemella e i piani di una sempre brava Rappoport, genitrice in cerca di eroi da reclutare. Il primo, fantasy tanto candido da infondere un po' di meraviglia anche negli adulti, era delicato e naïf: un'avventura intessuta di citazioni alte e basse che non si prendeva sul serio e nel suo piccolo, a sorpresa, intratteneva e divertiva prima che Mainetti ci mostrasse meglio la retta via. Nella Seconda generazione i protagonisti crescono, e si cimentano con i drammi dell'età: devono staccarsi, devono prendere decisioni di vita o di morte, devono crescere. Il sangue ribolle, la famiglia chiama. Con più effetti speciali che cuore, scritto con sufficienza e un'estetica che non troppo convince, l'ultimo Salvatore si avvicina al gusto degli USA, ma sbaglia mira e la fa fuori dal vaso. Questo capitolo, senza superpoteri, ha una recitazione piatta; una regia sempre padrona del gioco (vedasi la festa da ballo o il cameo da incubo della defunta Golino), a cui tocca fare i conti con i pasticci del montaggio e di una sceneggiatura tagliata con l'accetta; il solito villain, il solito pozzo da fare esplodere, il solito colpo di scena finale che poco coglie impreparati. Un autore e un attore affatto a proprio agio, l'approccio degli studenti svogliati allultimo banco: i difetti imperdonabili di quei sequel, più che brutti, proprio invisibili. (5)

sabato 7 aprile 2018

Mr. Ciak - (Non solo) David di Donatello: La ragazza nella nebbia, The Place, Una questione privata, Puoi baciare lo sposo

Aspettavo Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello, quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –, richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena: caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le soggettive e le mani che stringono coltelli. Via il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)

Siede al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto, elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti – di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi, Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli: cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del remake. Dopo i fasti di Perfetti sconosciuti – singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi un Genovese forse già a corto di idee si affida alla brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu. Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale, tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri, si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)

Milton, Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi. E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere. Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime, originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità. Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)

Cristiano Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e al nuovo. Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio, se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore, facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili. Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi baciare lo sposo è nel suo complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla poesia di Mine Vaganti e, con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di Io che amo solo te, il film a tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di Gomorra che scopre l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa. Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda. (5,5)