Piazzalo
non troppo strategicamente sotto Natale, in mezzo a commedie tra le
quali è difficile distinguerlo. Metti sul poster due attori di
richiamo – i soliti, i migliori, che con il loro essere
onnipresenti eppure a te non chiamano, no – e aspetta senza
curiosità. Per vedere i successi al botteghino, a fine anno, e di lì
a poco qualche candidatura a sorpresa. Come un gatto in
tangenziale, allora, non era così stupido come sembrava? I
protagonisti, agli antipodi per stile di vita e professione, sono i
genitori di due tredicenni pazzamente innamorati. Lui pagato per
pensare, con la ex Sonia Bergamasco che inventa profumi in Provenza.
Lei inserviente in un ospizio, con l'ex Claudio Amendola appena
uscito di galera. Vogliono le stesse cose, hanno gli stessi difetti,
ma da una parte e dall'altra manca il desiderio di deporre l'ascia da
guerra. Per il signorile Albanese, il quartiere della consuocera è
un covo di criminalità e spaccio. Per la coatta Cortellesi, invece,
la borghesia è tutta una magna-magna. Ci si crogiola nel cliché,
perché dà sicurezza, ma la verità siede nel mezzo. La periferia,
caotica e multiculturale, ha il mare sporco, i modi rozzi, ma un
cuore immenso. E la stessa cosa, in parte, succede con l'ultima
commedia di Riccardo Milani: un Fortunata da ridere
ma mica troppo, con una regia imperdonabilmente televisiva che
inquadra, eppure, una moderna storia di orgoglio e pregiudizio che fa
riflettere ed emozionare. Merito di una scrittura ponderata e
intelligente, di personaggi vincenti – menzione d'onore alle
sorellastre gemelle e cleptomani della protagonista, esilaranti – e
di una retorica di quelle a fin di bene. In tangenziale, a Roma, si
rischia grosso. Ma i gatti, i preconcetti e qualche commedia
nostrana, per fortuna, hanno le proverbiali sette vite. (7)

Una
famiglia di ristoratori si dà appuntamento al porto. Prendere il
largo a bordo di un traghetto per raggiungere Sandrelli e Marescotti,
capostipiti pronti alle nozze d'oro, su un'isola del Mar Tirreno.
Prepararsi a pranzi e cene senza fine e agli immancabili schiamazzi,
se s'incrociano ex, cugini arrivisti, amanti mancati. Insomma, tutte
cose che apprezzo: i meccanismi del dramma da camera, i conflitti fra
attori impeccabili, la regie energiche per sfuggire alla piattezza
del teatro fotografato. Dirige Muccino nel ruolo di Muccino. Tornato
in Italia, alle crisi di mezza età, ai suoi cari film a voce alta, a
un genere consolidato ai cui cliché mancherebbero giusto le nevrosi
della Buy. E senz'altro sa emulare sé stesso, ripetersi, con un
piglio che fa la differenza. Una commedia all'italiana di vecchio
stampo, così, acquisisce personalità, stizza, grazie a una macchina
da presa che non sta mai ferma, al montaggio fluidissimo e ai membri
di un cast strapieno, da cui saltare qui e lì a tracolli coniugali
alterni. Le bellezze di Ischia e la colonna sonora di Piovani
incantano, appaiono sottotono Accorsi e Favino e, accanto a
un'urticante Crescentini, risultano bravissimi Ghini e la Gerini,
intensa coppia minata dall'Alzheimer galoppante di lui, e quella
Sabrina Impacciatore tragicomica. Il difetto sta nella sceneggiatura:
tradimenti, ripicche, segreti scomodi, su uno sfondo azzurro mare che
è la gioia dei turisti, all'indomani di una tempesta che costringe
il cast a una convivenza arrangiata. Le nuvole nere invadono anche la
villa con piscina in cui vigono i sorrisi di facciata, l'ipocrisia,
le mezze parole. Inevitabilmente, per quanto piacevoli, le vicende
risultano troppe, e troppo abbozzate. Le situazioni già viste, con
guizzi di autorialità che non contemplano stavolta la novità, di un
cinema che intrattiene al solito, ma forse non sta bene come il
titolo annuncia. Eppure si accontenta, eppure ci accontenta. (6,5)

De
Luigi stana frodi e truffatori. Un po' per gioco, un po' per ripicca,
i colleghi preoccupati lo spingono fra le braccia di Miriam Leone,
sfortunata artista con un curriculum da miss. Restauratrice in una
Italia che si vanta della sua arte ma non le dà valore, la giovane
va avanti con la pensione di nonna Bouchet: un giorno morta nel suo
letto, però, e con il rischio di lasciara in mezzo a una strada. La
soluzione, spregevole: non denunciarne la scomparsa pur di avere
l'assegno assicurato. De Luigi, alle sue calcagna per questione di
cuore in primis, è disposto a scoprirsi corruttibile per amore? La
vita del malaffare è dura, ma remunerativa e piuttosto divertente,
all'interno di una storia non così originale, con sketch comici che
vengono praticamente da sé. Non troppo nera, in verità, ma coerente
nello scherzare con lo status di giovani spiantati e vecchi da
tenersi stretti; con il fuoco – anzi, il ghiaccio – di una
dipartita su cui lucrare. Metti la nonna in freezer, che
intreccia a lunga andare la sua strada con una caccia al latitante (e
al malinteso) e un arzillo amante tornato a reclamare una lontana
passione, piace al pubblico e alla critica per il cast convincente e
la vivacità dello stile; per la regia e il montaggio che fanno la
corte alla frenesia da action movie del
sopravvalutato Smetto quando voglio. Per una volta più
lodevole per lo stile pop che per la sostanza, strano ma vero,
allieta con la sua freschezza artificiale una serata in cui i primi
caldi fanno togliere i calzini, a letto, e scegliere i pigiami corti.
Tra provviste di tortelline, lasagne surgelate, e cadaveri sotto
ghiaccio. (6)
Mascino
e Trabacchi, cinquantenni bellissimi, si innamorano con l'intensità
degli adolescenti. Ma come si sopravvivere alla fine di un sentimento
così forte? Si sono amati moltissimo senza mai piacersi, gli
inconciliabi protagonisti dell'ultimo film di Francesca Comencini.
Prende spunto da un suo stesso romanzo, qui, e Amori che non
sanno stare al mondo – titolo lungo e bellissimo, di
quelli che piacciono a me – diventa la commedia dal piglio
femminista e dalla struttura letteraria, quasi, di una Gamberale
arrivata già alla mezza età. Eccole lì, le voci off che
raccontano tutta la verità. Le fotografie incantevoli a un passo dal Tevere e
le sequenze di nudo che mostrano la peluria dei corpi e la
scompostezza dello struggimento. Eccola, ancora, una protagonista
logorroica e sull'orlo di una crisi – la Mascino, splendida
–, che s'illude fino a rendersi ridicola e si affida alle
prescrizioni dello Xanax. Per superare la rottura o, nel bel mezzo
dei giorni d'oro della relazione, per viverla senza idiosincrasie.
Per accettare che Trabacchi, scapolo storico, ha detto sì a una
ragazza con la metà dei loro anni. Per non darti pace notte e
giorno, ma infine trovarla, la felicità: accanto a chi meno
t'aspetti. Vagamente morettiana, la Comencini sorprende per
l'insolito target a cui parlare di prime volte e seconde possibilità.
Quegli amori incapaci di tante cose, così, sanno amareggiare e
divertire per la franchezza e la verve della loro voce. Sanno
insegnare a stare al mondo te, che sei ancora giovane e, purtroppo o
per fortuna, poco ne sai: di com'è o come non è. (7)
I
supereroi italiani esistevano, e non si chiamavano solo Jeeg.
Qualcuno, un regista premio Oscar, aveva aperto le acque e a un
bambino dalla doppia infanzia dato il mio stesso nome. Michele è
cresciuto. Adolescente, orfano all'improvviso di mamma Golino, scopre
il liceo, una sorella gemella e i piani di una sempre brava
Rappoport, genitrice in cerca di eroi da reclutare. Il primo, fantasy
tanto candido da infondere un po' di meraviglia anche negli adulti,
era delicato e naïf: un'avventura intessuta di citazioni alte e
basse che non si prendeva sul serio e nel suo piccolo, a sorpresa,
intratteneva e divertiva prima che Mainetti ci mostrasse meglio la
retta via. Nella Seconda generazione i protagonisti
crescono, e si cimentano con i drammi dell'età: devono staccarsi,
devono prendere decisioni di vita o di morte, devono crescere. Il
sangue ribolle, la famiglia chiama. Con più effetti speciali che
cuore, scritto con sufficienza e un'estetica che non troppo convince,
l'ultimo Salvatore si avvicina al gusto degli USA, ma sbaglia mira e
la fa fuori dal vaso. Questo capitolo, senza superpoteri, ha una
recitazione piatta; una regia sempre padrona del gioco (vedasi la
festa da ballo o il cameo da incubo della defunta Golino), a cui
tocca fare i conti con i pasticci del montaggio e di una
sceneggiatura tagliata con l'accetta; il solito villain, il solito
pozzo da fare esplodere, il solito colpo di scena finale che poco
coglie impreparati. Un autore e un attore affatto a proprio agio,
l'approccio degli studenti svogliati allultimo banco: i difetti
imperdonabili di quei sequel, più che brutti, proprio invisibili.
(5)