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giovedì 9 aprile 2026

Recensione: La vita sempre, di Elena Varvello

| La vita sempre, di Elena Varvello. Guanda,€ 20, pp. 336 |

Da quando i miei nonni non ci sono più, le telefonate tra me e mia madre si sono riempite di storie – a volte inedite, altre note – sulla loro vite. Com'erano prima che la malattia ne ammorbidisse i corpi, indurendo il carattere? Chi erano prima di diventare i suoi genitori? Alla cornetta, mi promette che prima o poi mi regalerà i loro vinili, le foto del matrimonio. E mi strappa, in cambio, un giuramento solenne: un giorno, dovrò scrivere di loro. Parla di ricordi, e di sangue, e di eredità, anche l'ultimo romanzo di Elena Varvello: una «questione privatissima». Apprezzata in precedenza per le tinte fosche di La vita felice e Solo un ragazzo, torna in libreria con un intreccio più classico, il cui valore storico e affettivo si rivela realmente nel capitolo conclusivo.

Essere vivi – a me non toccherà mai il contrario, solo la vita, sempre.

Siamo ad Alba, a ridosso della Seconda guerra mondiale. Un po' come il rione di Elena Ferrante, la cittadina di Fenoglio e Ferrero è un microcosmo in cui i cinegiornali fanno da sottofondo agli amori, agli scandali, ai piccoli crimini degli abitanti. L'Europa brucia. Ma i protagonisti hanno vent'anni e nessuna intenzione di rinunciare ai loro desideri. Lei, Teresa, è un'aspirante maestra: dev'essere perfetta per il padre, tornato disabile dal fronte, e per l'amica Clelia, che in lei vede la quintessenza della grazia. Lui, Francesco, è un universitario fuori corso bello come Rodolfo Valentino: cresciuto senz'amore, lo ha cercato dappertutto, flirtando con le vita come si fa con una bella ragazza. Tra case di ringhiera e bagni al fiume, feste patronali e cinema, i due sono i soggetti di istantanee rubate poco prima dell'inevitabile: le leggi razziali, la diserzione, i rastrellamenti, la resistenza partigiana, i lager.

Ciò che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero: si somma a tutto il resto.

Qual è l'eco che la Storia ha sulla vita delle persone normali? Epico e ordinario insieme, illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, La vita sempre è una lotta alla sopravvivenza in cui, alla costante ricerca di una libertà senza bandiere, Teresa e Francesco tentano di sgusciare tra le maglie del destino: anche a costo di scavare una via di fuga con un cucchiaio. Hanno il passo svelto, l'argento vivo addosso, un'intramontabile voglia di cantare d'amore. Varvello onora le loro vicende e, a tratti, le reinventa, in una narrazione che via via si fa più frammentaria: come i sogni, le poesie, le canzoni. Perché dove la vita dà e la Storia toglie, l'immaginazione risarcisce. Forse, è così che si tiene insieme ciò che la morte divide. Allora, al telefono, a mia madre ho detto di sì: un giorno scriverò dei miei nonni. Non tanto per la promessa che le ho fatto, ma per non lasciare che si perdano di nuovo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – Generale

venerdì 31 maggio 2024

Recensione: Trilogia della città di K., di Agota Kristof

|Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Einaudi, € 14, pp. 384 |

Quando ho chiuso Trilogia della città di K, ho sentito il bisogno di sfogliarlo a ritroso. Ho recuperato un foglio volante e ci ho appuntato sopra nomi propri, cronologie, dettagli di un intreccio narrativo che cambia a piacimento e sconvolge. La scrittura è ordine e chiarezza, pensavo a torto. Ho condiviso le mie annotazioni con altri lettori: come me, a fine lettura, dichiaravano confusione. Ma le nostre opinioni sui misteri di Agota Kristof non collimavano. Le interpretazioni sul romanzo, anzi, si moltiplicano; il gioco di specchi si complicava. A chi appartenevano le parole lette? C'era una verità univoca, o la trilogia era una lunga bugia? Quanti erano i narratori inaffidabili: uno o due? Ambientato in un conflitto senza nome, in una città dell'est dall'identità violata dagli invasori stranieri, due gemelli temprano corpo e spirito a un passo dalla frontiera. Disabituati all'amore, alimentano una perversa fascinazione e nutrono uno strano senso della giustizia. In prima persona plurale, documentano le loro giornate sul Grande quaderno nascosto in soffitta. Man mano si passa a una narrazione in terza persona. Nella progressiva messa a fuoco, il periodare si fa articolato, i capitoli si allungano e i gemelli, finalmente distinguibili e collocati su uno sfondo meno favolistico, sperimentano lo struggimento della separazione: in La prova, Lucas resta privo della sua metà e trova consolazione in una famiglia improvvisata, ma capace di tenerezza. Che fine ha fatto l'altro? Il suo nome, anagrammatico, è Claus o Klaus? Intervengono personaggi dal linguaggio sibillino, allegoria di qualcosa di ben più sfuggente. Le identità si sovrappongono e mescolano. La trama si fa più oscura. Quarant'anni dopo, le frontiere si assottigliano e le vicende trovano risoluzione in un racconto a punti di vista alterni. Le ultime pagine rivelano la natura dello strappo, l'origine del trauma. Possiamo fidarci, però, se il titolo recita: La terza menzogna?

Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.

Capace di suscitare parimenti curiosità e frustrazione, Kristof è l'attentissima Minosse di un labirinto in cui le nostre tre storie finiscono per sovrapporsi disordinatamente e in cui il gusto della narrazione, qui parente stretta della bugia, prende il sopravvento. Il filo rosso è proprio la scrittura: inseguendone il bandolo, arriveremo in una casa dalle imposte verdi, all'ombra di un noce abbandonato. I protagonisti, al contempo candidi e crudeli, fanno provviste dei prodotti di cancelleria; prendono cartolibrerie in gestione, seducono bibliotecarie con il pallino dei libri proibiti, rievocano un'infanzia scandita dal ticchettio della macchina da scrivere. Uno diventerà prosatore, uno poeta: lo faranno per legittima difesa. La Trilogia è un groviglio che infesta mente e cuore. Non ha una spiegazione né un senso: ne ha molteplici. Se me lo chiedeste oggi, per me teorizza il valore salvifico della finzione contro la brutalità dell'autofiction. È soltanto così che delle pedine inermi, in balia della violenza della Storia e delle istituzioni familiari, possono trasformarsi in soggetti attivi. Eroi della loro personale epopea tragica, vivono disavventure zeppe di morti, amplessi, ardori e mostruosità. Ma la spettacolarità futurista della guerra – macabra ma irresistibile – arde i noiosi salotti borghesi: è soprattutto lì, infatti, che si annidano mine mortali. Se me lo chiedeste domani, invece, chissà. È una storia che cambia pelle. E, nel frattempo, cambia la tua.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Max Richter – On the Nature of Daylight

lunedì 27 maggio 2024

Recensione: I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna


 I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 20, pp. 448 |

Per rievocare una guerra maledetta che «ha ammazzato tutti, anche i vivi», Nicoletta Verna diventa medium pur di intercedere con gli spettri di un mondo in fiamme. Dopo un esordio di chirurgica bellezza, è tornata finalmente in libreria con un romanzo d'altre epoche, che si snoda implacabile dal delitto Matteotti alla Liberazione. Nemmeno l'arrivo degli alleati rimarginerà, in conclusione, le voragini. Siamo in una Romagna di balere, concorsi di bellezza e fuoco. Lì, presso il Grand Hotel di Castrocaro, nascerà la Repubblica di Salò. Ma sulle montagne, intanto, un gruppo di fuorilegge è armato fino ai denti per l'idea della libertà. L'autrice, questa volta, intinge la penna nel sangue vivo. Macchia e straborda, e il rosso densissimo non sbiadisce. È una Storia di fantasmi, la sua. La protagonista, dunque, non poteva che essere una creatura liminare come Redenta: sopravvissuta alla polio, accompagnata dalle apparizioni dei fratelli defunti e perseguitata dalla scarogna, si muove sul confine smarginato che separa i vivi dai morti.

La vita vale più di un'idea”. “Dipende da quale vita. E da quale idea”.

Il padre le ha attribuito un nome breve: sarà più semplice inciderlo sulla lapide, quando creperà. Redenta non crepa: si innamora di un futuro partigiano, il sognatore Bruno, ma va in moglie a un gerarca fascista pluridecorato in Abissinia, Vetro. Redenta parla tardi e poco, ma sente forte: e, dentro di sé, in segreto, alimenta una voce assordante. Redenta ha una gamba matta: procede piano, ma arriva dappertutto. Vittima di un marito-orco capace di gesti di raccapricciante sadismo, la giovane donna è prigioniera della fiaba di Barbablù. Rischia la morte anche Iris, la seconda voce narrante del romanzo, ma per perseguire un ideale: dotta e bellissima, ha abbandonato l'insegnamento per amore del leggendario Diaz, il leader partigiano ricercato dal battaglione M. Mentre Redenta subisce la violenza, vivendo ora attese struggenti e ora i morsi della miseria, Iris è in prima linea: leggiamo di lei come se fosse l'eroina di un romanzo di spionaggio, in cui l'energia futurista del conflitto genera un'eccitazione mista a orrore. Sì è mai realmente soggetti attivi, tuttavia, sotto lo schiaffo della storia? È proprio nelle disgrazie che il cuore degli uomini è solito mostrarsi nella sua più nuda verità.

No che non ti ammazza”, avrei voluto dirle. “Purtroppo resti viva. E domani ti ricorderai di questa pena e ti sembrerà che non sia mai finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre”.

Tra nefandezze e amori impossibili, rivalità e confidenze, le protagoniste si scopriranno più vicine del previsto sotto lo sguardo imperscrutabile di uno degli antagonisti più spregevoli della mia memoria di lettore. Indimenticabili per umanità e ferocia, questi Giorni di Vetro in cui «non c'è niente di vero, eppure non c'è niente di falso» sono fusi insieme da un'autrice abile come gli artigiani di Murano. Tra le qualità di Verna, eppure, non c'è la delicatezza. Ha mani pazienti ma pesanti; una lingua di tritolo. Seduta in bilico su una pila di macerie fumanti, sporca di cenere, l'autrice conta i caduti e fa una stima dei danni. Ma nelle sue pagine, benché tragiche, per fortuna non tutto è perduto; non tutte le cause si rivelano perse. Salvare qualcuno significa salvare sé stessi. E le bastarde senza gloria di Castrocaro resisteranno – ed esisteranno – per darci una lezione quanto mai attuale: perfino sotto le bombe, è vietato morire per mano di un amante violento.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Barbara Pravi – Voilà 

venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria

lunedì 24 febbraio 2020

Recensione: I cariolanti, di Sacha Naspini

| I cariolanti, di Sacha Naspini. Edizioni E/O, € 16, pp. 170 |

Sangue freddo, pelo sullo stomaco, nervi d’acciaio. Pensavo di averne in quantità. Cresciuto a pane e Stephen King, infatti, ho scoperto sin da ragazzino il fascino dei personaggi borderline e delle storie disturbanti. La follia mi intriga. In un’altra vita studierei Psichiatria per comprendere meglio i meccanismi mentali, le relazioni di causa-effetto, le origini del disagio. A sorpresa, I cariolanti ha messo a dura prova le mie resistenze: inizialmente pubblicato da Elliot Edizioni, è tornato in libreria grazie al successo che si è meritato nel frattempo Sacha Naspini – autore che desideravo leggere da un po’. Non indorerò la pillola. In questa storia essenziale e feroce, che conta poco più di cento pagine complessive, in ordine sparso vengono inclusi: cannibalismo, incesto, infanticidio, necrofilia. Ma nel bel mezzo di una carestia, cos’è lecito e cosa no? Perfino la moralità non ci vede più dalla fame.

Io non lo so se ho mai provato la fame quella brutta, quella che neanche ti fa dormire e se per caso ci riesci non fai che sognare quello: di mangiare. La fame quella che ti fa impazzire, tanto che cominci a guardare il secchio dei bisogni, o scavi con un dito per terra, in mezzo a una fessura delle tavole, alle volte ti capitasse un baco tra le mani. Giuro che ti metteresti in bocca di tutto, se piangi non fai che leccarti le mani per sentire il salato. […] Io non lo so se ho mai provato quella fame lì. Quella che a un certo punto, una volta, ha fatto dire al mio babbo: «Ora mi levo dal mondo e mangiate me».
Come in Stanza, letto, armadio, specchio i protagonisti vivono estraniati, in un buco nel bosco. È il quarto Natale che il narratore, il piccolo Bastiano, passa sottoterra insieme al resto della famiglia. Dal soffitto malsicuro grondano pioggia, fango, urina, scoppi  e grida. Fuori si sta combattendo la Prima guerra mondiale e il padre, disertore, si nasconde. Con una lancia affilata, abbandonando di rado la sua postazione caccia animali e all’occorrenza anche uomini: la carne, gommosa, viene arrostita alla bell’e meglio stendendo una coperta contro l’imboccatura del bunker affinché il fumo non li smascheri. Segnato dai fatti dell’infanzia, Bastiano capisce che certi conflitti non finiscono mai per davvero: in palio c’è la sopravvivenza. Inquadrato tra i nove e i cinquantadue anni, somiglia a un Forrest Gump rosso di rabbia che ripercorre di corsa i peggiori anni della storia italiana. Dopo aver sperimentato una sepoltura in vita, questo selvaggio dagli ipnotici occhi verdi – incuriosito dall’altro sesso, migliore amico di cani randagi e cinghiali – racconta le sue rocambolesche disavventure ora a una scrofa da macellare, ora ai parenti defunti.  Emerge il ritratto di un Paese messo alla prova dalle difficoltà della ripresa economica, fatto di casupole di fortuna, prostitute senza scelta, streghe presunte. Dappertutto, lì, vige la legge del più forte. Cane mangia cane, cane mangia uomo, uomo mangia cane, uomo mangia uomo: in tutte le combinazioni possibili e immaginabili della sofferenza, del disgusto, della verità. Soldato in Grecia, a un certo punto, Bastiano sperimenterà anche forme di violenza istituzionalizzate e in compagnia di qualche donna si scoprirà “sincero, anomalo, immune alle calamità che affliggono la gente”; dunque degno d’amore.

Sai, c’è il punto oltre il quale non si può andare. Forse, dopo aver pianto tante lacrime, un po’ ci stanchiamo del dolore. È come un’ombra che ormai ti ha gelato l’anima, ti accadono le cose e tu ne resti sempre un po’ fuori, le guardi da lontano, non sono più tue.
I cariolanti è la parabola di un uomo in cerca di vendetta e di magre forme di consolazione: a caccia di privilegiati, belle bambine e recriminatorie paurose. Ma è, ancora, la descrizione di colline trasformate realmente in un cimitero a cielo aperto. Un microcosmo popolato da creature da incubo, con lo sporco sin sotto le unghie; feccia di verghiana memoria che non abbaia, ma morde per ammazzare. Sconvolgente e destabilizzante, il romanzo di Naspini è una lezione di sopravvivenza – sull’imprevedibilità degli appetiti umani e delle traiettorie dei loro coltellacci – sconsigliata ai deboli di cuore. Al contrario, verrà amata da lettori a digiuno da un po’ di emozioni indelebili. Gli ho trovato un unico difetto: troppa carne al fuoco, poche pagine. All’horror puro della parte centrale, un calderone di brutture bruttissime, avrei preferito un andamento più verista; la lucidità del romanzo storico. D’altra parte, però, come non applaudire una scrittura fantasiosa, varia, straordinaria? Ogni capitolo racconta un’età di Bastiano, e ha uno scenario, un destinatario e spesso un punto di vista totalmente diverso dal precedente. Si susseguono monologhi ininterrotti, lettere mai imbucate, pagine di un diario adolescenziale. Espedienti narrativi incastonati con saggezza in una struttura ad ampio respiro, eppure singhiozzante, frammentaria e spigolosa al contempo: dove tutto torna, poi, in vista di un epilogo pieno di poesia e squallore che si rivela essere la chiusura simmetrica di un cerchio perfetto. Un cerchio nella terra, sì. Che sembra il canale attraverso il quale veniamo al mondo, o la bocca socchiusa dell’inferno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Argentovivo – Daniele Silvestri feat. Rancore

mercoledì 6 novembre 2019

Recensione: Un altro candore, di Giacomo Verri

Un altro candore, di Giacomo Verri. Nutrimenti, € 18, pp. 255 |

Lo scorso aprile mi sono laureato con una tesi su Beppe Fenoglio, scrittore dalla vita breve riscoperto dai filologi italiani del secondo Novecento. Di un autore famoso soprattutto per il successo tardivo di Una questione privata e per un carattere ai limiti della misantropia ho scelto di indagare aspetti meno conosciuti: l’educazione scolastica e sentimentale,  per mostrarlo eccezionalmente irrequieto alle prese con lo sport, le prime cotte non corrisposte, l’imprinting verso la letteratura anglosassone; la sparuta produzione drammaturgica – punto d’arrivo e d’approdo della sua sfortunata carriera –, inscindibile dai capolavori della prosa. Storie d’amore e Resistenza struggenti, inscenate sullo sfondo nebbioso delle Langhe, le opere di Fenoglio mostravano il conflitto armato da una doppia prospettiva: quella dei partigiani e quella dei civili, concentrandosi sugli strascichi della violenza e sull’intimità della dimensione quotidiana.
Un altro candore ha fatto sua la lezione dell’autore partigiano, nonché il desiderio condiviso di mediare tra narrativa italiana e americana nel solco della short story. Giacomo Verri, classe 1978, conosce a menadito la tematica – il suo romanzo d’esordio s’intitola proprio Partigiano inverno – e in esergo cita un passaggio di Tom Drury, di cui ho letto La fine dei vandalismi senza la spinta necessaria per recuperare, però, i restanti capitoli della trilogia.

Non sapeva parlarmi d’amore se non dicendomi cose grandi e infelici. Così avevo paura che innamorarsi significasse diventare tristi.
Ambientato in un paese del Nord, sotto un monte che ricorda un panettone, Un altro candore è uno spaccato sommesso della provincia italiana. Persone perbene, occupazioni umili, episodi giustapposti di rapporti di lavoro e matrimoni, famiglie felici e famiglie infelici. Generazioni lontane. Come sono cambiati gli abitanti di Giava in cinquant’anni? Alla ricerca di gradi di parentela e legami, il lettore ha tre personaggi per orientarsi: Claudio, Franco e Cristina. Inseparabili ai tempi della guerra, costituivano un triangolo destinato a sfaldarsi. I due uomini si amavano in segreto, infatti, e la ragazza era a sua volta innamorata di uno dei due: l’impossibilità dei loro sentimenti amareggia e commuove, soprattutto all’indomani della Liberazione. Il venticinque aprile segna la dispersione dei tre, che coltivano a distanza i loro rimpianti. In amore si stava meglio quando si stava peggio? 
Il romanzo prende avvio negli anni Novanta e si dirama in lunghi flashback, per me non sempre necessari. L’anziano Claudio ha represso la sua sessualità, ha sposato Dora, e i coniugi si fanno reciproca compagnia guardando I segreti di Twin Peaks sul divano. E c’è un segreto anche tra di loro – l’ombra dell'amato Franco, tornato in mente in periodo di bilanci – con cui venire finalmente a patti dopo quarant’anni di matrimonio. 
Mentre Cristina sceglieva invece la via della prostituzione, dopo il sogno infranto di una carriera al cinema, qualcun altro ne seguiva per tutto il tempo le mosse da lontano: Sebastiano – appena un bambino all’epoca dei fatti, con le mani tuttavia già macchiate del sangue dei fascisti – è cresciuto nell’adorazione della sfrontata partigiana, al punto da mandare a monte ogni relazione in nome del colpo di fulmine.

Non ti annoierai, signor Benetti, disse lei scherzando. Io ci sono ancora e tu non scapperai.  Mi vuoi bene. E lui, chissà, sarà sposato o vedovo o solo. Parlerete, racconterete delle cose. Tutto qui. Sarà come rinfrescarsi la memoria, riabbracciare un vecchio amico. Alla nostra età l’amore assomiglia troppo all’affetto. Se tu ne hai provato e ne provi ancora per lui, o per il ricordo che hai di lui, dimostraglielo. Non farai del male a nessuno.
Presentato a torto come la storia di un amore omosessuale, Un altro candore trova un’inattesa dimensione corale mentre si passa dal color seppia della guerra mondiale ai colori degli anni Novanta, con il rischio che in una struttura accorata ma un po’ confusionaria si perdano di vista i personaggi che, da sinossi, stavano più a cuore. 
Perfino la Resistenza – i ripari di fortuna, il freddo, le fughe, le liti con il comandante Vladimir – appare una breve parentesi in mezzo a pagine in cui si mescolano discorsi diretti liberi, descrizioni paesaggistiche, nomi all’inizio difficili da identificare. 
Partito sotto i migliori auspici, con uno spunto toccante e una scrittura ricercata, il bravo Verri finisce a volte per perdere di vista il punto della situazione, confondendo le acque con sottotrame poco fondamentali ai fini del romanzo – quella del giovane Marco, ad esempio, manovale di Claudio innamorato della figlia di Cristina – e un epilogo che potrebbe lasciare delusi gli amanti dei finali netti. Abbondano i figuranti, i gradi di parentela, le cose non dette; i frammenti sparsi di un puzzle che, soprattutto a una lettura distratta, potrebbero fare fatica a incastrarsi. Ma i toni sono per fortuna di quelli bellissimi, da ballata country, e non tutte le letture diverse dal previsto vengono per nuocere.
Sospeso nei «forse» e nei «se», Un altro candore lascia in dubbio le sorti degli abitanti di Giava: nel bene e nel male, esseri umani così palpabili, così veri, che andranno avanti anche senza di noi. A libro terminato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale:  Motta – Verranno a chiederti del nostro amore

lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao


mercoledì 19 dicembre 2018

Recensione: L'ultima volta che siamo stati bambini, di Fabio Bartolomei

| L'ultima volta che siamo stati bambini, di Fabio Bartolomei. Edizioni e/o, € 16, pp. 205 |

Sono quattro e inseparabili. Hanno dieci anni e non conoscono ancora il pregiudizio, la paura, la differenza tra i sessi. È per questo che nelle loro fila contano un'orfana e un ebreo, in un periodo storico – quello fascista – in cui donne e minoranze non erano ben viste. I protagonisti se ne infischiano. Per loro è tutto un gioco e il mondo, in quegli anni in ginocchio per l'ennesimo conflitto armato, non supera i confini del cortile in cui è bello riunirsi. Fino a quando una cosa peggiore dei bombardamenti, delle restrizioni delle famiglie in allerta, non costringe il quartetto – all'improvviso diventato trio – a crescere in fretta. Riccardo è scomparso. Aveva una merceria nel ghetto e, generoso e cordiale, si era meritato il singolare soprannome di Maremmano: come il cane pastore, infatti, era una guida indispensabile. Quello che si arrampicava sugli alberi soltanto per bussare alla tua finestra chiusa, che ti passava un po' di salsiccia secca quando per punizione il nonno ti segregava in cantina, che ti consolava quando una bambina di città sfoggiava un vestito migliore del tuo. Cosa farebbe lui, complice e collante per eccellenza, a ruoli inversi? Dove lo hanno portato i tedeschi, rastrellando il suo quartiere a tappeto? Gli indizi sono pochi: un treno strapieno diretto chissà in quale direzione; il disegno di un cupo casermone che riconosceremo subito come Auschwitz. I protagonisti non immaginano che il campo di lavoro sia lontanissimo da Roma, né che Riccardo e gli altri deportati non faranno mai ritorno.

Aveva detto domani alla solita ora, ma la solita ora è passata da un pezzo. Non si fa così. A dieci anni le promesse sono cose serie, roba da croce sul cuore e “se non mantengo la promessa che io possa morire”.

L'ultima volta che siamo stati bambini, atteso ritorno in libreria di Fabio Bartolomei, lascia da parte i toni da commedia all'italiana dell'apprezzatissimo Giulia 1300 e altri miracoli e a un mese dal Giorno della Memoria sceglie di sussurrare alle nostre coscienze, alla nostra fantasia, una tragedia di cui si è parlato ora con la falsa leggerezza di Benigni, ora con la visione struggente dei pigiami a righe di Boyne, ora con la gravità del cinema di Spielberg. Questa volta siamo dalle parti del nostro regista premio Oscar, anche se le avventure degli eroi di Fabio sanno portare a tratti più lontano ancora: direttamente ai buoni sentimenti e ai gesti straordinari dei classici per l'infanzia, a Cuore o ai Ragazzi della via Pal
Ci sono Cosimo (che teme il pugno di ferro del nonno), Italo (con l'ottusa convinzione di non essere all'altezza del fratello reduce) e Vanda (non abbastanza graziosa per sperare ancora nell'adozione), e tra loro e un impossibile lieto fine una ferrovia di cui seguire le curve e i pericoli come nell'intramontabile Stand By Me. Portano con sé una torcia, pochi viveri, mutande e calzini di ricambio, e due segugi che non si aspettano: sempre un passo indietro, preoccupati per i rischi della folle impresa dei ragazzini, ecco una suora e un militare in congedo: lei sarcastica timorata di Dio, lui fascista vanaglorioso, a sorpresa collaborano in nome delle giuste intuizioni e si studiano con terrena curiosità. 
Cosimo e gli altri sognano di fare dietrofront sanguinanti ma gloriosi, di prendere schiaffi in faccia e altrettante medaglie al valore. Incontreranno una natura dal volto di matrigna – pioggia, freddo, febbri alte –, soldati allo sbaraglio, rovine e presagi funesti. Fra galline trattate come animali domestici, sfottò in amicizia e immancabili sacrifici di sangue, non c'è davvero nulla che sia al posto sbagliato: che male c'è a scrivere un romanzo per grandi e piccini, infatti, con tutte la carte in regola per far facilmente breccia?

Fa paura lasciare la propria casa, eppure passo dopo passo Cosimo si distacca da quel turbamento, forte di una consapevolezza nuova. Non trova le parole giuste come farebbe Riccardo, però sente che è come se non fossero necessari muri, porte e finestre. Anche tre amici insieme sono una casa.

Le mille accortezze del delicato Bartolomei funzionano meno del previsto. Se il collega Marco Balzano, a cui eppure rimproveravo la stessa furbizia a fin di bene, vinceva facile con una storia al femminile che sempre di guerra da nuove prospettive trattava, in Bartolomei non tutto incanta, non tutto conquista come ci si aspetterebbe. Mentre l'emozionante flashforward conclusivo ribadisce come l'essenziale non sia la meta, bensì il viaggio, si fa invece fatica a perdonare situazioni affrettate e comprimari in definitiva poco indispensabili (Vittorio e Agnese, a un certo punto proprio abbandonati a loro stessi); a lasciarsi andare a una sincera commozione, in un romanzo dove l'olocausto è un affare per piccoli esploratori a cui tuttavia manca il tocco personale dei grandi autori. Resta la voglia di smettere di crescere seduta stante e, soprattutto, di cominciare a correre: non per le bombe, non per la minaccia delle punizioni corporali, non per gli spari. All'orizzonte si staglia un prato sterminato come non se ne incontrano in città, una storia sull'infanzia come non se ne incontrano in libreria, e quanta voglia di mangiarsi chilometri a perdifiato fino a sentire male alla milza. Di buttarsi a terra, nell'erba alta, alzando lo sguardo verso un cielo senza aerei. Ma con i contro, sì, di qualche nuvola di troppo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tricarico – Io sono Francesco

lunedì 17 dicembre 2018

Recensione: S., di Gipi

| S., Gipi. Coconino Press, € 10, pp. 110 |

Dopo La terra dei figli si comincia con le immagini di un'altra guerra. Questa volta non di fantasia. Su Pisa piovevano le bombe degli americani e i feriti, con i morti che si aggiravano attorno ai cinquemila, brancolavano fra le macerie come i mostri deformi di una distopia post-apocalittica. Ci sono ancora uno scenario desolante, ancora un figlio maschio con un'eredità di sofferenze e memorie per le mani. Questa volta non è invenzione, non completamente. Il mio secondo Gipi, sempre in edicola, sempre con un graffio da poeta contemporaneo, racconta infatti se stesso e i ricordi del padre scomparso.

La fidanzata di S. è coperta di polvere. Non è ferita. Non ha niente. Solo la punta di un gomito sbucciata ed un principio di odio verso il mondo che potrebbe non guarire mai.

Il fumettista toscano si disegna, si svela, con nel titolo un'iniziale puntata che si addice alla figura di un genitore al tempo stesso assente e presente fra le pagine: Sergio, che nei tamponamenti in autostrada evitava saggiamente conflitti con gli automobilisti battaglieri; che faceva ridere tutti citando i versi più pruriginosi della Divina Commedia – si teneva invece per sé quelli romantici, sull'amore di Paolo e Francesca – e usando culo come imprecazione; che amava rivangare il passato anche a costo di aprire vecchie ferite, anche a costo di ripetersi come un disco rotto. È morto quando l'autore era già adulto, ma non si è mai abbastanza grandi per scoprirsi orfani. Non è accaduto all'improvviso: una diminuzione progressiva della vista e la stanchezza di chi è stanco di combattere i mulini a vento della terza età. La notizia raggiunge Gipi mentre giocava a uno sparatutto online. E si sente in colpa, e si sente dalla parte del torto: un padre con una vita consacrata alla sensibilizzione – epocale la lite per quegli anfibi tedeschi acquistati da un robivecchi con simpatie naziste, con tanto di fuga lontano da casa –, ed ecco il figlio che ammazzava. Anche se per finta. La consapevolezza comporta un'elaborazione particolarissima: l'autore porta il lutto nel cuore, e sulle sue tavole racconta la Seconda guerra mondiale, un'inquietante avventura su un'isoletta chiusa al pubblico, un funerale all'insegna dell'ultima volontà del morto. Il pretesto: una gita a quattro in barca – con Gipi anche lo zio Piero e il cugino Luca –, in cui un aneddoto tira l'altro e un piccolo pericolo è in agguato.

In mare, con le lenzuola e il materasso, cominciamo a ridere tanto da rischiare di affogare. E continueremo a ridere per anni, tutte le volte che questa scena ci tornerà alla mente. Rideremo come gli scemi che siamo. Rischiando di affogare più volte, pure sulla terraferma.

Manca un filo conduttore. Manca un senso. Manca un ordine prestabilito. Si salta di palo in frasca, si passa da abbozzati schizzi a matita alla bellezza degli acquerelli degli impressionisti francesi, si seguono le sequenze di un flusso di coscienza che porta alla deriva. Lasciarsi andare per fortuna ha del poetico, ha del liberatorio. In una lettura che insegna a pescare, a diffidare da chi ti dice che commuovere è far bene, a perdonare gli sbagli delle famiglie imperfette. La sapevi quella volta in cui Sergio e Piero trattennero il fiato sotto le assi del pavimento per sfuggire ai soldati, o quella in cui fu proprio un crucco a salvare la madre dell'autore dal crollo della conigliera in cui si era riparata? Le pernacchie ad Andreotti in tivù, un matrimonio salvifico forse difficile da capire, il desiderio di tornare morendo polvere alla polvere? Ricordi la storia dei due disertori tedeschi, che volevano guadare un corso d'acqua nonostante non sapessero nuotare?

Dovevano apparirgli come puntini nell'acqua. Puntini biondi che cercavano di attraversare il fiume. E tanto bastava. C'era la guerra.

Resta il fatto che Sergio si facesse pestare dagli americani, suo figlio dagli spacciatori del quartiere. Resta, ancora, un'urna da trafugare come in un film per liberarne i resti in mare: le ceneri sono brace viva, emanano calore. I bravi padri scaldano sempre, come quanto ti sfregavano i piedi intirizziti in settimana bianca. Ce ne accorgiamo in un volume scritto in brutta grafia, con tanto di cancellature a penna, che commuove per onestà e asciuttezza: S. non vive semplicemente in memoria di. È la confessione piuttosto di uomo colto in contropiede da una perdita da cui non c'è scampo. E nello spoglio di questo testamento morale – in presenza del notaio di fiducia, e di lettori sempre più affezionati – scopre che in eredità gli son toccate la stempiatura e l'abilità di raccontare ad arte, a volte calcando la mano e a volte preferendo l'insostenibile leggerezza dell'essere (affranti), storie e bugie.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash feat. Fiona Apple - Father And Son

giovedì 26 aprile 2018

Recensione: Notte inquieta, di Albrecht Goes

|Notte inquieta, di Albrecht Goes. Marcos y Marcos, € 15, pp. 110 |

Ucraina, ottobre 1942. Dopo un mattino insolitamente clemente, di quelli che ti infondono nelle scarpe il desiderio di passeggiare all'aria aperta, l'avvicinarsi della sera porta la tempesta sul fronte di guerra. Fulmini, saette, e la consapevolezza che la disfatta è ormai vicina. Si è eccezionalmente nelle fila dell'antagonista, del nemico crucco. Dalla parte di chi, di lì a qualche tempo, sarà vinto. Nevicano cristalli e svastiche sulla bellissima copertina illustrata da Laura Fanelli. In una locanda di Proskurov, in una fragile bomboniera di vetro, un comò allestito a tavolino – sopra: cioccolato, tè, vino rosso, caffè forte – e due letti, due questioni private costrette a una convivenza forzata. La luce della lampada a petrolio brilla sui segreti militari e gli incartamenti, sull'amarezza del salutarsi per sempre: più forte ancora, la scrittura di Albrecht Goes, scomparso diciotto anni fa. Prima pastore protestante, poi scrittore, presta sensibilità e vocazione all'occupante di uno dei letti: il narratore è infatti un cappellano militare. Il suo compito, raccogliere l'ultima confessione di uno sfortunato destinato al patibolo: il soldato Baranowski ha rinunciato alla divisa, ha disertato per amore di una donna con un viso «per cui vale la pena di rischiare qualcosa». Non c'è un paravanento a separarlo dall'altro ospite, il capitano Brentano: l'indomani volerà a Stalingrado e, probabilmente, il suo è un viaggio senza ritorno. Sarebbe sconveniente imporre a quello sconosciuto – un uomo di chiesa, tra l'altro: con i suoi tabù, con il suo decoro – la presenza in camera dell'infermiera Melanie, la fidanzata a cui prepararsi a dire addio?

Non c'era bisogno di parlare. In cima ai monti e nell'abisso tacciono le conversazioni; e quanto sia grande la distanza fra quelle e questi, solo Iddio lo sa. Iddio e coloro che si amano. Dunque è così, pensa Brentano. E Melanie: dunque avrebbe potuto essere così, per tutta la vita. E tutti e due: ma una volta lo è stato. Qualche volta. E l'ultima volta è ora, a Proskurov, nella notte. E poi: è ancora.

Ore turbolente, le loro. Ore in cui ricercare l'incanto delle piccole cose, le gioie del condividire. Ore in cui dispensare illusioni e farsi compagnia in una zona franca, nell'attesa di un destino triste rimandato finché è stato possibile rimandare. Ore brevi, dense, come breve e denso è questo romanzo. Gli antichi spiriti dei guerrieri caduti battagliano nel cielo. L'alba, nell'immaginario collettivo un forziere di promesse, è invece uno squallido miraggio da scongiurare. Ci si prende a cuore a vicenda, casi umani dalle ore contate. E inevitabilmente li si prende a cuore a nostra volta. Ci sono sconsiderati che nelle armi hanno ricercato lo sfavillìo delle medaglie e del successo facile, comandanti improvvisati, rari veterani degni di gloria. Se la guerra è un mercato di corpi e speranze infrante, se il disonore ti mette in una posizione scomoda precludendoti scelte alternative, come fare la differenza? Nelle linee nemiche, dalla parte del torto, si può restare in coscienza brave persone?

Bisogna sconsacrare la guerra. Toglierle ogni incanto. Bisogna inculcare nella coscienza umana la certezza di come sia banale e laido questo mestiere di soldato. Che l'Iliade rimanga l'Iliade e il Canto dei Nibelunghi quel che è; ma noi dobbiamo sapere che lavorare con una pala e una zappa è più onorevole che andare a caccia di decorazioni. Dobbiamo dire che la guerra è sudore, pus, orina. Dopodomani lo sopranno tutti e lo sapranno per qualche anno. Ma lasci che passi un decennio e vedremo di nuovo crescere i miti, come gramigna. E allora ciascuno di noi dovrà essere al suo posto, con una buona falce.

Dove i sogni e i giovani hanno vita breve, quando gli altri non fanno che intimarti di mantenere la calma morendo da soldato, regali graditi possono essere allora parole in grado di confortare davvero, bugie comprese, o un colpo di proiettile bene assestato. A Goes, «capace di contenere tutto un uomo come lo sono le braccia di coloro che si amano», non trema la mano. Non fallisce. Il suo sparo centra il cuore, ed è così che intanto ti grazia. 
In una notte di carta che porta consiglio, e la commozione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – Il cielo in una stanza

giovedì 16 novembre 2017

Recensione: Una questione privata, di Beppe Fenoglio

| Una questione privata, di Beppe Fenoglio. Einaudi, € 12, pp. 192 |

Al liceo, di malavoglia, imparavo a memoria i versi dell'Orlando Furioso. Le donne, i cavalieri, l'arme e gli amori, le audaci imprese. Di Ariosto, anni dopo, ricordo l'avventura di Astolfo sulla luna ben più delle passioni della contesissima Angelica. In sella all'ippogrifo del mito, il cavaliere volava in cerca dell'ingegno che l'amico Orlando aveva smarrito: racchiuso in un'ampolla e della stessa consistenza di un liquido sottile e scivoloso. Facile lasciarselo sfuggire dalle mani, dalla testa, se pazzi d'amore e di gelosia. All'università, anche se per vie traverse, sono arrivato a leggere il romanzo postumo di Beppe Fenoglio – in questi giorni, potreste incrociare il titolo su un poster del vostro multisala di fiducia: è diventato un film dei Fratelli Taviani, con Luca Marinelli per protagonista. Come il paladino di Carlo Magno, anche Milton ha perso la testa. Vive una doppia guerra, combattuta dentro e fuori se stesso. Vaga senza meta da una parte all'altra di quelle Langhe cupe, sotto assedio, di una storia breve e appassionata mossa da violente forze centripete. Galeotti, ora come allora, una ragazza impossibile e un rivale inatteso.

E cose allegre non ne traduci mai?” “Mai”. “E perchè?” “Nemmeno mi vengono sott'occhio. Credo che scappino da me, le cose allegre.”

Probabilmente però, figlio di un macellaio di paese e accanito lettore di letteratura americana, Fenoglio – come il suo protagonista, partigiano nel 1943 – ai sospiri e alle rime del ciclo carolingio non dovette pensare mai. Una questione privata, incompiuto e parzialmente autobiografico, è il racconto di un'ossessione che fa infangare le suole degli stivali e impazzire l'ago della bussola. Si inizia e si finisce con i piedi in moto, un ritmo marziale, e la nebbia. Quella che si posa come un drappo pesante e confonde i percorsi, le intenzioni, i contorni. La guerra, vissuta in prima persona, non è soltanto fuoco e rumore, ma disorientamento. La violenza – dei sentimenti, dei gesti – ti fa brancolare. Ti travia. C'è la nebbia, sì, quando Milton indugia all'ingresso della villa di Fulvia. Lui di una bellezza spiacevole, malinconica, con un talento per la scrittura e le lingue straniere, due occhi assolutamente spiazzanti e troppo in comune con me. Lei, irresistibile civetta con i vestiti leggeri, una sigaretta tra le labbra e infiniti balli sulle note della Garland. Tra loro c'era Giorgio, aitante figlio di papà contro cui Milton nulla ha mai potuto: perché suo unico e migliore amico, perché sconfitto in partenza.

Io non sopporto più di non ballare mai con te.

Il conflitto interrompe il loro triangolo. La resistenza e una domestica con la lingua lunga portano poi dubbi su dubbi. Dov'è adesso Fulvia? Lei e Giorgio, soprattutto, si sono amati per tutto il tempo alle sue spalle? Ha inizio, così, una ricerca che minaccia di interrompersi con la notizia che l'amico dal pigiama di seta – ora, ufficialmente rivale – è caduto in mano ai fascisti. Milton non si arrende, invece, e parte da qui. I suoi compagni non sanno che non è questione di eroismo, bensì di cuore. Sempre in allerta, tra calorosi gesti d'ospitalità e il cameratismo con commilitoni con cui scambiarsi soprannomi e aneddoti, Fenoglio e il suo Milton abbandonano il lirismo dei primi due capitoli per un prosieguo meno godibile, secco e quasi spionistico, con il bellissimo contrappunto della gelosia di lui tra le righe. Gli altri personaggi, mai presenti in scena se non attraverso il ricordo, accompagnano l'affannarsi solitario e disperato del partigiano.

Sono sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto... Sono scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come non mai e mi son visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso.

In Una questione privata, per fortuna, si parla più del cuore che del fucile, nonostante la frenesia e la crudeltà prendano il sopravvento in un finale misterioso che finale non è. Per me, eppure, è perfetto così. L'anti-eroe dello scrittore piemontese cerca un ostaggio per fare a cambio con Giorgio. Un senso all'amore suo e alla guerra degli altri. Cerca in lungo e in largo, bagnandosi nella pioggia e rotolando sui fianchi delle colline, per il gusto di continuare a correre e cercare ancora. Per la paura di morire fermandosi. Di scomparire al levarsi di una foschia densa, imperitura, costante, in cui si trattiene il respiro peggio che sotto il fuoco incrociato della trincea. E forse trova tutto, Giorgio e Fulvia, un senso e il ristoro, il coraggio di frenare finalmente la sua corsa, da qualche parte oltre la nebbia. Da qualche parte, oltre l'arcobaleno.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Fabrizio De Andrè - La canzone dell'amore perduto

lunedì 25 gennaio 2016

Recensione: Wolf, di Lavie Tidhar

Ci sono tanti tipi di verità, quasi tutti scomodi.

Titolo: Wolf
Autore: Lavie Tidhar
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 20,00
Sinossi: Herr Wolf è un investigatore privato, tedesco. Viene assoldato per ritrovare una ragazza scomparsa. La ragazza è ebrea. Wolf accetta il caso perché ha un disperato bisogno di soldi, ma Wolf odia gli ebrei. È colpa degli ebrei, infatti, se nel 1933 ha dovuto lasciare la Germania; è colpa degli ebrei se i comunisti hanno preso il potere a Berlino e da qui in quasi tutta l’Europa; è colpa degli ebrei se il partito nazista, che avrebbe portato ordine e disciplina, è stato sconfitto e distrutto; è colpa degli ebrei se Wolf e molti dei suoi vecchi camerati sono finiti così, dispersi e braccati. L’indagine porterà Wolf a ripercorrere il suo passato e precipitare nelle sue nevrosi, e condurrà invece il lettore in un gioco di continui spiazzamenti. Niente è come sembra, in questo romanzo, che è a un tempo una grande prova di narrativa ucronica, un noir, un libro perversamente erotico, e un avvincente spaccato della psicologia «nera» e malata del Novecento.
                                              La recensione
Da qualche parte in lontananza una radio suonava Over The Rainbow. Wolf aveva visto il film. Ma se fosse stato lui a essere trasportato nella magica terra di Oz, avrebbe riunito un esercito di scimmie volanti, rinchiuso le streghe in un campo di concentramento, raso al suo la città di smeraldo e giustiziato il mago, con l'accusa di essere un simpatizzante comunista, un ebreo, un omosessuale, un ritardato mentale o tutte queste cose insieme. Tuttavia la canzone gli piaceva.
In una Londra labirinto e in anni che hanno appena smesso di ruggire, tanto grande era la stanchezza, un omino anonimo, infagottato in un trench in stile Sherlock Holmes, si specchia nelle vetrine delle librerie prima di imboccare la porta del suo ufficio. Un quartiere in periferia, landa sudicia di malaffare e trasgressione, per un reietto come lui: ospite in terra straniera. Ama la lettura – si perde nei romanzi, nei volti dei suoi clienti in cerca di giustizia – e la compagnia dei cani. E, con tutto il suo essere, odia gli ebrei. La vetrina ci restituisce quindi il riflesso di un uomo di mezza età, austriaco, con i capelli scuri, gli occhi glaciali e il viso rasato di fresco. A lungo, ha portato i baffi. Dopo la Caduta, invece, non li sopporta più: la peluria leggera sul labbro ha fatto la stessa fine delle svastiche, dell'idea di un nuovo memoir, di un progetto futuro di gloria e caos. Auf Wiedersehen. Adesso, l'asilo politico in Inghilterra – è scappato, infatti, dalle catene di un campo di lavoro – e l'eco di un verso struggente, pieno di malinconia. L'ululato di un lupo in trappola, nascosto in un una città di pecore. Herr Wolf fa un cenno alle prostitute assiepate in un vicolo, sue vicine di casa, e si mette all'opera. Lavora in proprio, come detective privato. Nelle confessioni al suo caro diario leggiamo così delle difficoltà di un secondo libro che non riesce a terminare – senza tenere conto, poi, degli editori britannici che rifiutano ostinatamente il seguito del Mein Kampf – e di un caso che gli dà filo da torcere. Il pensiero della figlia scomparsa di un facoltoso banchiere ebreo gli toglie il sonno e le belle gambe di Isabella Rubinstein, sorella della vittima, lo tengono desto ed eccitato. Ha voglia un po' dell'amore incondizionato della fedele Eva Braun e un po' delle cinghiate di papà. Fuori, si incrociano ombre che vengono e ombre che vanno; ed è tutto un gioco di sguardi indagatori e piani enigmatici. Londra, nel novembre del 1939, è deformata e pericolosa. Il buio è affollato, pieno zeppo di occhi e sussurri: parlano, in coro, di un dittatore che non c'è mai stato. Ci sono gli uomini in doppiopetto dei servizi segreti americani e un assassino di donne che traccia sui cadaveri un simbolo il cui senso sfugge. Qual è il significato di una svastica per cicatrice? Cos'è stato dell'uomo che ammaliava i tedeschi, folle ma lucido a modo suo, che la fantasia indomita di Lavie Tidhar fa tramontare prima delle leggi razziali e del Patto d'Acciao? Wolf, sfrontato pamphlet e sopraffine noir, è un mirabolante esempio di narrativa ucronica, in cui un autore istraeliano che i grandi paragonano già a Dick e Vonnegut riscrive, con accuratezza, sangue freddo e un punta necessaria di pazzia, le pagine più cupe e tristi della storia del primo Novecento. Le librerie, in occasione della Giornata della Memoria, ci ricordano in questo periodo i bambini con i pigiama a righe, gli inganni delle docce, i comignoli che sputano ceneri umane. I toni a cui siamo abituati, di solito, sono dei più elegiaci e leziosi, e sapeste quanto mi danno fastidio i libri a tema, la speculazione senza sosta e senza cuore, i progetti costruiti a tavolino.
Quando ero più piccolo, ho letto Il diario di Anna Frank e Primo Levi, per una recita scolastica. Lo stesso Tidhar, in un'opera immaginifica ma piena di storie reali, mi ha suggerito tra le righe di rimediare La casa delle bambole: l'orrore privato di un harem di donne ebree, schiave sessuali delle SS. La shoah, quest'anno, ho voluto rievocarla con un giovane autore che ha qualcosa da dire, e sa alla perfezione quali parole sia meglio usare: come puoi non vedere, se è appena giunto il momento di ricordare, l'originalità e il coraggioso affronto di un esperimento come Wolf? Lavie Tidhar, i cui nonni furono vittime dei campi di concentramento e della caccia di una belva selvaggia, ci parla di un altro Fuhrer, in un'altra realtà. In un mondo parallelo, dove le cose sono andate diversamente, Adolf Hitler era un giovane di belle speranze e dal discreto talento artistico, con un astio naturale verso il diverso e l'idea abbozzata di una razza perfetta – e fin qui, purtroppo, tutto vero. Ma nella storia secondo Tidhar, dopo una cecità passeggera e un impressionante ascesa politica, il suo astro si sarebbe eclissato in fretta: non gli resta che impacchettare le sue cose – il mito della stirpe ariana, la pulizia etnica, gusti sessuali morbosi – e trasferirsi lontano, in Inghilterra. L'uomo più spregevole che abbia calpestato questa Terra ha fallito. Sulla Germania brilla una stella rossa, il Comunismo; al 10 di Downing Street ci sono le camicie nere. 
Dietro l'angolo, comunque una guerra mondiale. La seconda, sebbene sia diversissima da quella che conosciamo. Ironia del caso: proprio il doppelganger del famigerato Hitler potrebbe evitare che il conflitto scoppi e faccia innumerevoli danni. Contemporaneamente, “in un altro tempo e luogo”, il prigioniero Shomer sanguina e scrive ad Auschwitz; scava tombe, costruisce maniglie, sogna la Palestina. Sperimenta, tema fondamentale in Wolf, l'infinito viaggiare e i monti impossibili della scrittura. Difficile parlarne con vaghezza. Da una parte, è un noir di rara raffinatezza: le vendette che van servite fredde, le ombre lunghe, i detective che non resistono alle belle donne, il fumo di mille sigarette. Dall'altra, è un fumettone profondamente pulp: rocambolesco, barbaro, futurista. Vietato ai minori. Per lettori con il pallino del politicamente scorretto e con il pelo sullo stomaco. In treno non ho trattenuto i sorrisi – amo l'umorismo, quando è sconveniente – e, qui e lì, le smorfie di puro dolore. E' delirante ma mirato, violento ma poetico. Cita Fritz Lang, il suo Metropolis, e il Tarantino retrò sulle tracce dei nazisti. Un romanzo di fluidi corporei, questo, e sangue copioso, e pulsioni basse, e metaletteratura. Il doppio di Hitler, segugio mondano e popolare, brinda alla salute – e alle disgrazie – dei suoi avversari politici in salotti signorili, in cui si possono incrociare Tolkien, Fleming, estimatori di Fitzgerald e vecchie glorie del muto. Tutt'intorno, sfilano le donne della sua vita e, negli spazi bianchi di un romanzo di spionaggio sui generis, scene di una vita sessuale su cui tanto e spesso si è detto: gatti a nove code, la pratica estrema del pissing, il dolore che porta all'orgasmo. E lui si sbraccia e ringhia, protagonista teatrale, isterico e solidissimo, come nella sequenza clou di La caduta – video che impazza su Facebook, nelle versioni più disparate, e che la Frassinelli ha usato a mo' di innovativo booktrailer. L'iracondo Herr Wolf alza la voce, spruzza fiotti di saliva e fa piazza pulita delle carte che ha sulla scrivania: la sua malvagità è inespressa, solo teorica, e la frustrazione gli gonfia le vene del collo. Nella sua lingua aspra e colorita ti ordina di leggere il primo romanzo pulp sugli orrori dell'Olocausto. Ti riporta le chiacchiere – la madre del Fuhrer avrebbe accarezzato l'idea dell'aborto e, ancora, un passante avrebbe casualmente salvato il piccolo Adolf dall'annegamento – e ti suggerisce di mettere da parte gli “e se?”. In Wolf, tra fatalismo ed eterni ritorni nietzschiani, meditiamo, e realizziamo che la politica si scrive con sangue e inchiostro e che, anche se per vie diverse, quello che deve succedere alla fine succede. Serve l'input, un politicante qualsiasi. Cambiando un singolo tassello, riscriveresti forse da zero la cronaca di un secolo breve?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Falco – Der Kommissar