Non
inizierò nella solita maniera. Quando mi hanno proposto Homecoming
non ho protestato. Spider-Man, infatti, fa eccezione
in tutte le salse. Sentivo come mie le sfortune, la timidezza e le
porte in faccia di Peter Parker ancora prima di incrociare,
crescendo, avversità, musi lunghi e sonori no.
Certo, da buon nostalgico, il Peter che intendo io è quello della
trilogia di Raimi – checché se ne dica, però, ho sempre trovato
generosissima dal punto di vista emotivo la serie tronca con Andrew Garfield. Fa eccezione, a modo suo, anche l'adolescente
di Jon Watts: meno me, meno solitario, ma tre lustri e cinque film
dopo non chiedevamo altri copia-incolla. Il nostro eroe di quartiere, sprovveduto e pasticcione, si mette sulla strada di un
contrabbandiere di armi iper-tecnologiche. In ballo meno del solito,
in questo reboot umoristico e ben scritto, a confine con il teen
movie – da cui prende in prestito gli amori non corrisposti, i
buffi amici nerd e, purtroppo, quell'esagerazione tutta americana di
inserire minoranze etniche a sproposito in nome del politicamente
corretto (che passi Zendaya nei panni dell'amata, ma non un Flash
Thompson guatemalteco e sprovvisto del physique du role). La gara di
decathlon o acciuffare i cattivi? Il prom o sventare un piano criminale? Homecoming ti
precede, sa dove andrai a parare, e si difende con autoironia: i
commenti a proposito della bella zia Marisa Tomei non si contano; il
protagonista, per molti troppo giovane, è ribattezzato
“Bimbo ragno”; Keaton ritrova le ali dopo Birdman
ma coglie in contropiede, sul
finale, con un gustoso colpo di scena. Riuscito apprendistato per
entrare tra gli Avengers e
nelle grazie di spettatori scettici, l'ennesimo Spider-Man
sceglie la spensieratezza dell'adolescenza e tutto l'entusiasmo di
cui Tom Holland è capace. Da grandi poteri, questa volta, piccole responsabilità. Ma, a quindici anni, sarebbe un peccato bruciare le tappe. (7)
Samuele
crede nello skateboard e nell'amore. Quando conosce Alice, capisce
che è quella giusta. Ancora al liceo e con un futuro che spaventa, fa i conti con il diventare genitore. Questione di disattenzione. Questione di genetica:
i suoi, infatti, l'hanno avuto alla stessa età. Darsi alla fuga, come suggerisce
l'esilarante papà Marinelli? Provarci, come consiglia mamma Trinca? L'esordiente
Ludovico Tersigni, con una spontaneità che non si insegna, resiste: non vuole che anche quel
bambino, come lui, si senta un errore di gioventù. Ispirato
all'omonimo romanzo di Nick Hornby, Slam è una commedia
adolescenziale ma non troppo; un altro volto felice di un cinema che
desidera dedicarsi a progetti nuovi. Le gravidanze indesiderate, un
protagonista dubbioso, Roma: stessi temi del recente Piuma.
Cos'ha Slam che il teen movie di Johnson non aveva? Una
scrittura fresca e intelligente, che conserva la voce narrante di Tony Hawk e
si diverte un mondo a giocare con i salti temporali della struttura
(Sam si sveglia, a volte, e sono passati mesi o anni: deve rimettersi
al passo e scoprire, in fondo, che non ha nessun rimpianto); un cast
perfetto, di giovani leve e promesse mantenute; i toni semiseri, i
dilemmi realistici, che rendono gli esiti non così scontati. Dirige
con energia Andrea Molaioli, braccio destro di Moretti e autore del
celebrato La ragazza del lago, e si vede. Produce Netflix.
Certo: avremmo voluto più Marinelli e meno finali su finali; una
durata più contenuta. Certo: sorridenti e leggeri, spensierati
ancora per poco, ci si getta a colpo sicuro lungo una rampa. Si salta
in alto, magari si vola. E si atterra in piedi, in un rumore familiare di
ruote e risate. (6,5)

La
serie di Alien è cara a una generazione che non è la mia.
Negli anni mi sono dedicato al recupero di capitoli originali, sequel
e spin-off, senza però mai farne miei personali oggetti di culto. Covenant, a voler essere
precisi, è il sequel di Prometheus: un Ridley Scott non al
suo meglio, una mitologia confusa e poco accattivante ma, con il
senno di poi, non il disastro annunciato. Lo stesso, purtroppo, non
vale per la regata fantascientifica arrivata in sala la scorsa
primavera. Di Convenant dicevano il peggio e io non ci
credevo. La solita critica, poco convinta in partenza. I fan
dell'indimenticabile Ripley, difficili da rabbonire. Avevano ragione
loro: Covenant è brutto. Perché girarci attorno? In due ore
che si avvertono tutte nella loro pesantezza, i soliti astronauti
risvegliati prima del tempo cercano tracce di vita umana sul pianeta
in cui i personaggi del film passato, ovviamente già belli che rimossi, hanno
lasciato lo scalpo. Un team anonimo e senza leader carismatici rischia di portare a bordo la solita piaga
contagiosa. Alla piattezza della prima mezz'ora, rispondono qualche
sprazzo di violenza e un doppio Fassbender – e per
quanto sia bravo, per quanto faccia comunque piacere vederlo all'opera,
dispiace quest'anno la scelta di progetti inutili quanto o più
di questo. Covenant
annoia e irrita. In giro, ha trovato le cattive parole che
merita: il blockbuster che si atteggia a cinema d'autore e non riesce a essere né una cosa né l'altra, infatti, è un mostro della
peggior specie. Freddarlo al mio "via". (4)
Una.
Non come l'articolo indeterminativo, ma come il
nome di battesimo di una donna che, un giorno qualsiasi, guida fino a una fabbrica in cui si trema per i tagli al personale.
Deve incontrare un uomo, mostra una foto. Lui ha cambiato
identità, è sposato, ma il destino l'ha rintracciato ugualmente. I due
hanno una questione in sospeso. Un tempo sono stati al centro di un
amore sconveniente, di un'ossessione che perdura. Quando lei aveva tredici anni e lui, adulto, era il suo vicino di casa. Di
cosa parliamo quando parliamo di pedofilia? La bambina ingenua e
l'orco cattivo, con la cronologia del computer piena di brutture. Ci
figuriamo la manipolazione, lo stupro. E se quel vicino,
condannato a quattro anni di carcere, non avesse mai guardato un
altro innocente con malizia? E se la bambina, infatuata ma lucida,
avesse voluto seguirlo in una fuga volontaria oltre la Manica?
In Una, dramma fedelissimo alla propria natura teatrale, il presunto aguzzino
incontra la presunta vittima. L'aggettivo, per dire che sfugge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per dire che
agli occhi della giustizia c'è un colpevole ma non un cattivo, e che
il faccia a faccia tra questi strani amanti intriga e destabilizza.
Camminano come animali in gabbia, lungo un confine impercettibile.
Non si sa cosa vogliano. Soprattutto, non si sa con chi
schierarsi. Il tema, spinoso, è
discusso con ambiguità. Così tanta che si resta in
piedi, confusi, all'insegna di un finale sospeso di quelli che
piacciono a me. Parlano fuori dai denti di sesso, e arrivano a un
passo così dal farlo. Si rimproverano di essersi rovinati la vita.
Tentano di andare avanti, di confrontarsi, perché non si sono mai
mossi di un passo dal giorno del processo – lei sopraffatta da una mamma
chioccia, lui sempre sul chi va là. Chi dei due ha
avuto la peggio? Di cosa la
fragile e seducente Rooney Mara, per molti in odore di nomination,
accusa un contrito Ben Mendelson: mi hai rubato l'adolescenza, o
perché mi hai lasciato sola? (7)

New
York. Dove le luci dei grattacieli sono più numerose delle stelle.
Dylan crede di poterle leggere. Vede schemi ovunque. Portano a Grand
Central; a un balletto in cui conosce Sarah, gallerista nata il suo stesso
giorno. A cosa vogliono condurlo le simmetrie?
Cosa succede quando l'orologio fa il suo giro e, sulla città, una stella muore?
Thriller romantico dagli spunti suggestivi, 2:22 crea
una piacevole suspance che si rivela disattesa solo in parte. Più
modesto nell'architettura che nella resa, il film sembra poggiarsi su
quei paradossi temporali, su quella fantascienza discreta di viaggi
nel tempo e amori a scorrimento veloce, che da queste parti trovano
sempre un angolino tutto loro. Più Storia
d'inverno che Premonition,
più sospiri passeggeri che sceneggiature a orologeria, il boy meets
girl a incastro ha protagonisti belli in modo assurdo e un triangolo
sentimentale che non convince, per l'improponibile taglio di capelli
del terz'uomo e l'andare a puntare tanto, se non tutto, su un
melodramma in rewind. In 2:22,
il ticchettio e le scie chimiche portano su scene del crimine
passate, teorie di eterni ritorni, coincidenze che fan parlare di
reincarnazioni. Credi che il colpo di fumine sia una storia già
scritta? Credi che il destino abbia un piano alternativo per te e per
lei, o che il futuro sia tabula rasa? Poco accattivanti ma
sufficienti le risposte. Scontato, infatti, che due come Huisman e la
Palmer, ora e per sempre, si somiglino e si piglino. Senza additare i
déjà vu della sceneggiatura: semplicemente, è selezione naturale.
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