Dal
29 giugno al 6 luglio, con una cerimonia finale sullo sfondo di Piazza della Rinascita, si è tenuto a Pescara il
quarantacinquesimo Flaiano Film Festival. Il primo per cui ho
timbrato il biglietto. Diciotto film divisi in quattro categorie, Riccardo
Milani come direttore artistico e un red carpet aperto ad alcuni fra
i migliori volti di casa nostra: il tre volte Premio
Oscar Vittorio Storaro, Ferzan Ozpetek, Elena Sofia Ricci, Monica
Guerritore, Greta Scarano, Filippo Timi, Massimo Popolizio, Francesco
Montanari, Ennio Fantastichini, Rolando Rovello, il trio
Ward-Conticini-Muniz, lo sceneggiatore Nicola Guaglianone, Alessandro Cattelan.
La
Sardegna è quella brulla e ancestrale di Michela Murgia. Lì si
raccontano leggende e bugie. Ci si scambia i figli. Si vive di quel
che porta a riva la benevolenza del mare. Valeria Golino, con una
tinta scura che le fa più bella e i vestiti dei giorni di festa, ha affidato le sue preghiere prima alla Madonna, poi
ai lombi della Rohrwacher: tanto bene integrata la prima, quanto sciagurata la seconda, non avrebbero
in comune niente, se non un segreto con i capelli rossi; un patto da violare nel momento in cui la
derelitta Angelica, tutta abitini inguinali e lingua impastata, non avanza una pretesa prima di lasciare l'isola per sempre. Conoscere
un po' per capriccio, un po' per desiderio, la bambina che ha
partorito e subito ceduto a una genitrice migliore di lei.
La piccola Vittoria non conosce la verità sulla propria nascita, ma
è troppo selvatica, troppo curiosa in fatto di baci e imprese
impossibili, per appartenere a una famiglia dalle discrete
possibilità economiche che le impone gli abiti da signorina, il
costume intero in spiaggia, gli orecchini meno appariscenti e animali
domestici che non somiglino a scrofe, galline o cavalli. Il sangue
chiama. La bussola interiore porta sempre e comunque alla fattoria
fuori mano dell'irresponsabile madre biologica; mentre colei che l'ha
cresciuta, in paese, si strugge per diritti che non le spettano, la
torta di compleanno intonsa, un letto vuoto. Dopo Vergine
giurata, Laura Bispuri torna al cinema con un melodramma al
femminile con i colori accesi, la telecamera a mano impegnata a
seguire le protagoniste in piani sequenza impressionanti, una storia
di maternità salveggia. Figlia mia è
una carnale romanzo di formazione fra due fuochi, sotto il sole a
picco, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio.
Disarmante per immediatezza e generosità, è il rito iniziatico di
una bambina contesa, voluta allo stesso tempo da tutti e da nessuno.
Come succede alle anguille, stando ai racconti dei padri pescatori,
viene partorita al largo per poi raggiungere il punto di partenza.
Perché le bestie dalla natura acquatica e le figlie della Bispuri,
tagliato il cordone, trovano sempre la strada di
casa: a guidare le due litiganti, colei che dall'alto del suo
sfacciato metro e trenta se ne frega della buona educazione e delle
leggi degli uomini. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione,
le mamme, l'amore. (7,5)

Mirko
e Manolo frequentano la scuola alberghiera, ma non vogliono essere
camerieri. Proprio non se ne parla, di servire. Si desiderano padroni. All'inizio pensavano a un'attività in proprio, ma il
destino ha piani alternativi. Hanno avuto la
fortuna di investire l'uomo giusto:
ricercato da un clan del posto, il latitante è
stato freddato per caso da due ventenni su di giri, che fanno di
quell'omicidio preterintenzionale una merce di scambio; un modo per
svoltare. Il clan vuole sdebitarsi, li vuole a
bordo. Perché se uccidere viene loro sorprendentemente facile, il
malaffare è la via. Siamo nell'immancabile provincia romana di
Garrone, Sollima, Caligari: volgare, stagnante, miserabile. Le
femmine sognano i talent show alla TV; i maschi di continuare a
giocare alla guerra. Qualche mamma nel frattempo fa
i salti mortali per sbarcare il lunario e qualche padre – un
inedito Tortora – liquida la morte come fosse un hobby. Applaudito
all'unanimità al Festival di Berlino e vincitore della Migliore
opera prima ai Nastri
d'argento, l'esordio dei fratelli D'Innocenzo è una
tragedia urbana pesantissima e potente. A sangue freddo. Non lascia
scampo con i suoi schiaccianti primi piani e una scrittura in caduta
libera, che da candida si fa efferata. Nuovo capitolo da inserire con
successo nel filone dei drammi criminali, quelli che più ci riescono
ma che più annoiano, La terra dell'abbastanza racconta
sempre la stessa storia, sì; mostra sempre il solito sesso squallido
e i soldi sporchi; tutto già detto, tutto già visto. Eppure, guardandolo, ho avuto la sensazione di assistere alla nascita
di qualcosa di significativo: sentiremo parlare presto dei
D'Innocenzo, che hanno un taglio indie come marcia in più, e degli
scapestrati Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti, che
ricordano Marinelli e Borghi (amici-nemici al limite nello speculare
Non essere cattivo)
non solo per la fisicità o gli accenti. Anche se tra te e te credevi in fondo di averne avuto abbastanza, di spari a tradimento e
ragazzi interrotti. (7)

Dici Miniero, e pensi subito ai remake su misura
d'italiano. Dici Sono tornato, e ti
vengono in mente il best-seller tedesco che non sei riuscito ad avere
o la trasposizione che non ti ha
mai interessato troppo. Vedi Popolizio, con una voce e
una presenza sceniche straordinarie, e pensi che sia perfetto per il
ruolo di colui che ingannava e incantava il
gregge. Vedi Matano, ancora, e ti domandi cosa ci
faccia in un film semiserio, e pensi che peccato: ti è sempre stato
simpatico, sì, ma non che come attore convinca granché. Comunque poco male. Perché combattuto tra pro e contro, tra il desiderio di
recuperare l'originale e la consapevolezza che questo aggiornamento
potesse cogliere più nel (nostro) segno, sono andato a vedere la commedia satirica in cui a
tornare non è il famigerato baffone, bensì il socio. Letteralmente
piovuto dal cielo, si fa seguire da un aspirante documentarista – e
a Matano, con il ruolo giusto, male non si
può volere – in giro per uno Stivale da riconquistare. Gli extracomunitari, le unioni civili, la destra e
la sinistra che non esistono più: a detta sua, il nostro disonore.
Gli italiani lo trovano spassoso e affascinante, lo scambiano per un
comico: gli danno un programma che fa ascolti, e tutte le ragioni.
Miniero prende senz'altro il meglio dal film originale, sferza e
smuove, ma il politicamente corretto resta – a
sorpresa, direi, se parte di un Paese di spettatori permalosi, di
gente più colpita dall'uccisione di un cagnolino in CGI che dalle
persecuzioni razziali. Si ride dunque moltissimo, ma a denti serrati.
Si ha paura, sotto sotto. Lo share, la popolarità, dicono come i più
trovino il Duce non soltanto simpatico, ma una soluzione necessaria.
Voce della ragione, una nonna smemorata che mette la pelle
d'oca con i suoi ricordi shock. Al suo arrivo in sala,
eppure, Sono tornato non ha fatto gran rumore. Troppo
intelligenti gli italiani, o troppo punti sul vivo per proferire
verbo? Si ride nerissimo, ci si guarda indietro e
avanti. Dove eravamo. Dove andremo. In una Italia su ruote, sui
canali della TV trash, che spererebbe di riprendere tutto ciò che è
suo. Un nulla di fatto, sublimato dalla peggiore forma di nostalgia.
(6,5)
Si
è riso più che con Favola. Si è storto il naso più che per
la mancanza di carattere di Dopo la guerra. La soglia
della credibilità, abbassata più che nella fiaba Tito e gli
alieni. Ma non parliamo di una commedia grottesca,
di un dramma politico che non sa bene che pesci prendere, di
fantascienza per bambini; piuttosto della
disperazione per la crisi economica, di sesso e potere, del lato
sporco di internet. Di una ragazza che a diciott'anni mette all'asta
la propria verginità per salvare la casa dal pignoramento. Lei è
una De Angelis tutta tette a vista e bronci, che nella sua
cameretta chatta con il romantico avatar doppiato dall'attore di Mommy e si concede un paio di topless davanti
alla webcam. Donatella Finocchiaro, qui mesta e avvinazzata, è sua
madre: ci prova anche lei a spogliarsi, a un certo punto, ma alla fine cuce alla figlia un vestito da Cenerentola
per la temutissima notte con Haber: farmacista pescarese vizioso e
repellente, con un improbabile sottoposto che conosce il Deep Web e
una schiera di prostitute a cui proporre i peggiori giochi di ruolo.
Vuole la carne fresca, adesso, di un'adolescente che non contempla
altra via, che un lavoro non sembra mai cercarlo davvero, che ha fatto del
proprio status la versione sozza di Ready Player One. Vorrebbe
essere un dramma di denuncia ma ha gli scivoloni delle commedie sexy, questo Youtopia. Indifendibile su ogni fronte,
brutto e immorale, ridicolo per sbaglio – vedasi i ben poco
ammiccanti pruriti anali di una escort impegnata a flirtare col
farmacista sbagliato o un annuncio che, nonostante le lacrime esagerate
della Finocchiaro, genera l'ilarità in sala. Di cattivo gusto,
senza uno sguardo o un briciolo di sex appeal, Youtopia è
risate incerte a scena aperta e una bella De Angelis che, purtroppo, si
perde nelle maglie della rete, e della bruttezza. (4)