Visualizzazione post con etichetta Killing Eve. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Killing Eve. Mostra tutti i post

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)