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mercoledì 17 aprile 2024

Gli snobbati: Estranei | The Iron Claw | May December

È uscito il 29 febbraio. Estranei, rarissimo, somiglia al suo anno bisestile: è un paradosso spazio-temporale, un'eccezione alla regola, una seconda opportunità. L'ultimo Andrew Haigh non fornisce bussole. A guidarci abbiamo solo gli occhi di Andrew Scott: uno sceneggiatore che non ha mai elaborato l'incidente in cui sono morti i genitori, né un'omosessualità vissuta con spavento. Il suo vicino, Paul Mescal, appare invece più disinibito: figlio di un'altra generazione, preferisce definirsi “queer” e usa la sua fisicità come arma di seduzione. I protagonisti si leccano le ferite sulla soglia di un grattacielo vetrato fingendo che il mondo non sia loro precluso; credendosi irraggiungibili. Preferendo infine la vulnerabilità alla solitudine, uno straordinario Scott ci conduce nella casa in cui è cresciuto: per diventare un uomo vero ha bisogno di fare pace con il bambino che è stato; di dichiararsi ai genitori, anche se morti; di mettere il solito angelo in cima all'albero di Natale, anche se gli spettri di mamma e papà non riescono a essere sereni. Il protagonista inconsolabile, chiamato tuttavia a consolare i vivi e i morti, minimizza. Va tutto bene. È acqua passata. Ma intanto ho pianto mentre lui piangeva. L'illusione di ordine interiore è stata spezzata via dalla consapevolezza che alcune mancanze non soltanto restano, ma lasciano voragini che risucchiano tutto: anche l'amore? Alcuni nodi in gola non si sciolgono mai. Alcune lacrime non si asciugano. Sono destinate a seccarsi in faccia e sui cuscini, rendendo scomodissimo un letto da condividere. Non si smette mai di sentirsi orfani. Per fortuna si dividono le notti in bianco con Mescal: queste volta, misterioso come in Aftersun ma meno sfuggente, è disposto a farsi stringere dopo un giro di pista in discoteca. E gli abbracci che finalmente si chiudono ci risarciscono così dei cerchi rimasti a metà, dei nodi insoluti, delle solitudini non fugate, in un capolavoro sull'accettazione che, come un vampiro alla nostra porta, ci svuota per farci sentire più pieni. (9)

Quattro fratelli, educati all'eccellenza dal padre manager, vivono e muoiono di wrestling. Tratta da una vicenda talmente struggente da apparire a tratti frutto d'invenzione, l'epopea sportiva della famiglia Von Erich è una tragedia senza scampo che non romanticizza né i loro trionfi né le loro sciagure. Coperti da una corazza di muscoli, i protagonisti s'illudono che niente potrà colpirli: neanche la presunta maledizione che aveva già ucciso uno di loro, il primogenito, all'età di sei anni. In casa si cresce seguendo i dogmi della religione cattolica e della mascolinità tossica. Sul ring, così come in privato, è vietato piangere. Ogni talento, dalla musica alla pittura, va represso: esistono soltanto lo spirito di competizione e l'agonismo sfrenato. Ormai abituato a raccontarci grandi storie di prigionia fisica e psicologica, Sean Durkin ci mostra la vulnerabilità di quattro lottatori che si immaginavano, a torto, invulnerabili. Ne viene fuori un dramma asciutto, classico, solidamente vecchio stile, in cui Zac Efron è spinto al meglio e all'eccesso: The Iron Claw avrebbe meritato la nomination a Miglior Film ben più di altri candidati. Messo ai margini prima dal genitore ingombrante, poi da quei fratelli minori più intraprendenti e carismatici, Efron si rivela essere il cuore emotivo di una storia in cui non dovrebbe esserci spazio per l'emozione. Non è cosa da uomini tutti d'un pezzo. Per fortuna, The Iron Claw ci racconta anche di una virilità in evoluzione; di una famiglia patriarcale che, dalla crisi nera, uscirà inevitabilmente plasmata. Per fortuna, non sono un uomo tutto d'un pezzo. E nel finale, con mio fratello accanto, mi sono commosso senza vergogna. (8)

A quasi dieci anni da Carol, Todd Haynes torna alle grandi dive, alle relazioni scandalose, al fascino fumoso del melodramma. Benché passato questa volta in sordina, guadagna comunque una nomination agli Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale e spiazza con un gioco di specchi gustosamente metacinematografico ispirato a un caso di cronaca. Negli anni Novanta, un'insegnante stringe una relazione con un allievo tredicenne: dopo la galera, si sposano ed hanno tre figli, ormai in procinto di diplomarsi. Dall'esterno sembrano il ritratto della felicità. Ma dietro al loro amore, tutt'altro che sano, cosa si nasconde? Ficcanasa l'attrice indipendente Natalie Portman, come sempre leziosa e perfetta: chiamata a interpretare Julianne Moore, qui insolita femme fatale del Sud che sforna torte e maneggia fucili da caccia, minaccia di scoperchiare un vaso di Pandora per la gioia dei tabloid. A pagarne le conseguenze sarà soprattutto uno straordinario e laconico Charles Melton: bambino interrotto, adulto a metà, regala momenti di sincera commozione in un thriller, per il resto, troppo algido per conquistare tutti. Incerto negli intenti, vario nelle citazioni, May December è un elegante ibrido al femminile le cui dive, magnetiche, affascinano come le star della Hollywood degli anni d'oro. Nella società dell'immagine, siamo tutti voyeur. Ci ossessionano i retroscena, i biopic, i true crime. Ma la complessità dei fatti sfugge puntualmente, anche se allo specchio catturiamo i manierismi e il make-up dei soggetti studiati; anche se, nella passione simulata, l'eccitazione si confonde a volte con la finzione scenica. La verità vola via dalle mani, come una farfalla monarca. (7,5)

giovedì 12 marzo 2020

Recensione: La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer

La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer. Adelphi, € 10, pp. 224 |

Gli anni Cinquanta sono gli stessi dello splendido Lontano dal paradiso, a sua volta ispirato ai melodrammi del regista Douglas Sirk. Gonne a campana, scarpe Oxford, capelli impomatati e foulard annodati sotto il mento. Una schiera di villette tutte identiche, tutte perfette, con i rampicanti sulla facciata e l’oceano al di là del vialetto. In un quartiere residenziale da depliant, il Sunset, la coppia composta da Holland e Pearlie si oppone ai dispiaceri più grandi – la poliomelite contratta dal figlio, le notizie della guerra in Corea, i commenti maliziosi di parenti e vicini – concedendosi la carezza di un dessert dopo cena. Se il marito incarna le migliori virtù americane, bellissimo e cordiale, la moglie sembrerebbe al contrario mite e servizievole: custode silenziosa dei meccanismi familiari, in realtà, Pearlie si è assunta le responsabilità maggiori. Accettare Holland con i suoi misteri, con i suoi silenzi, con il suo cuore mal funzionante; difenderlo dalle preoccupazioni – gli schiamazzi, le tragedie internazionali – scegliendo il cane più ubbidiente della cucciolata e tagliando via dal quotidiano le pagine dedicate alla cronaca nera. Lo ha conosciuto in Kentucky, prima della Seconda guerra mondiale, e lo ha ritrovato su una spiaggia della California alla fine del conflitto. Ha promesso alle zie che si sarebbe presa cura di lui, che lo avrebbe tenuto d’occhio. Anime gemelle, pensate, sono nati ad appena un giorno di distanza. Come continuare a portare felicemente una maschera se l’arrivo di uno sconosciuto alla porta rompe gli equilibri? Buzz ha occhi scintillanti e indagatori, un passato da obiettore di coscienza e un appartamento da scapolo di cui si dichiara stanco. A capo di una fabbrica di corsetti, conosce a menadito i segreti del mondo femminile. Dunque anche quelli di Pearlie?

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardando mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena.
Ora amici e ora nemici, in un poligono sentimentale dai risvolti imprevedibili, i protagonisti balleranno un tango della gelosia fatto di passioni, sgambetti, tiri mancini. Giunto per la prima volta alla mia attenzione grazie all’omonimia con il film di Noah Baumbach, La storia di un matrimonio è un dipinto di Edward Hopper che prende finalmente vita. Un ritratto struggente ma incantevole su anni insidiosi. Dietro la patina dorata, regnavano il perbenismo e il sospetto, l’intolleranza e la discriminazione: non c’era spazio per gli invisibili, per i medi, per gli ordinari. L’autore, allora, sceglie di ricordarli qui. Con una testimonianza che al lettore ricorderà un’abitudine dei soldati in partenza: firmavano una banconota da un dollaro per continuare a circolare; per lasciare un segno nel mondo. Con bravura impressionante Andrew Sean Greer racconta le esercitazioni antiaeree, le cacce alle streghe e ai comunisti, il conflitto dalla prospettiva dei vili che non l’hanno combattuto. Nati in una brutta epoca, i suoi personaggi si adeguano con rimedi estremi all’atmosfera tesissima del circondario.

Da quella sera sarei stata come una forestiera venuta da un paese lontano, dove non è mai stato nessuno e di cui nessuno ha mai sentito parlare. Un'immigrata di una terra scomparsa: la mia gioventù.

Dal momento che in guerra e in amore ogni mezzo è lecito, quanto ci vorrà affinché la crocerossina senza macchia cominci a pensare alla maniera dei reazionari, ad abbracciare il cambiamento, a rifiutare l’osservanza delle convenzioni sociali? Su un fondale teatrale composto da salotto e corridoio, specchio insieme di una nazione e di una relazione, si mescolano i pudori e i fervori, l’eccezionale e l’ordinario di una partitura di rara eleganza. Esercizio stilistico, dirà pure qualcuno, davanti a uno stile d’altri tempi che sembra proprio risalire all’epoca dei classici del genere noir – l’autore, contemporaneo, sta per compiere cinquant’anni. Ma fra le pagine si respira a ben vedere commozione vera, una suspance palpabile. La storia di un matrimonio è una perla che invito a scoprire o riscoprire, saltata fuori dai sogni degli esteti di ogni dove. L’erba del vicino è sempre più verde. Ma nel buio oltre la siepe dei Cook, lo stesso del capolavoro di Harper Lee, si nascondono intrighi agrodolci e malefatte un po’ crudeli. Il tutto, messo in scena nei toni del bianco e nero, in un eterno contrasto che rende raggianti le zone di luce e spaventosi i coni d’ombra.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – La canzone dei vecchi amanti