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martedì 29 dicembre 2020

[2020] Top 10: Il mio cinema, nell'anno che il cinema ce l'ha tolto

10. His House: Presentato in anteprima al Sundance, un horror indipendente che racconta con i toni della ghost story la tragedia dell'immigrazione clandestina. Per riflettere, nello stile del cinema di Ken Loach, ma con qualche brivido in più.

9. Shirley: Un po' biopic, un po' thriller, purtroppo inedito in Italia, è un faro acceso sulla vita oscura di un'autrice famosissima – anzi famigerata – interpretata qui dalla camaleontica Elisabeth Moss. Per chi è affascinato dai meccanismi del parto creativo, soprattutto quando genera mostri.

8. Ema: L'ultima fatica del cileno Pablo Larraìn, all'indomani di innumerevoli film politici, si dedica anima e corpo a una storia controversa e passionale su una ballerina pansessuale e sul suo desiderio di maternità nonostante tutto. Contro natura, oltre natura. 

7. Il buco: Poetico, politico, claustrofobico, è uscito nel clou del primo lockdown. Qualcuno lo ha amato, qualcuno lo ha odiato, qualcun altro ha amato odiarlo. Ma questa distopia spagnola a tinte forti – ambientata in un carcere verticale dove vige la legge del più forte – è forse il film più rappresentativo dell'anno.

6. Favolacce: Sono giovani, sono belli, sono volenterosi. Soprattutto, sono il futuro che il cinema italiano non sapeva di meritare. Fabio e Damiano D'Innocenzo, premiati in pompa magna per la miglior sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino, sono infine giunti a seminare turbamento anche su Amazon Prime Video.


5. Swallow: Si chiama picacisco, ed è una compulsione che spinge a inghiottire oggetti di varia forma e natura per dar voce a un disagio interiore. È questo il tema di un esordio shock – un horror originale, elegante, femminista –, con una Bennett in fuga dalla sua gabbia dorata.

4. Soul: Lo abbiamo visto un po' tutti sotto Natale ed è stato il regalo più bello che il 2020 potesse farci. È l'ultimo capolavoro Disney-Pixar. Per me il film più maturo, adulto e profondo del filone.

3. Jojo Rabbit: Ai tempi non mi era piaciuto in realtà. Lo avevo definito innocuo, una favoletta più graziosa che bella. Però ci ripenso spesso e con emozione, e vorrei che il 2020 finisse proprio come finisce il film del premiato Waititi: ballando, con David Bowie in sottofondo.

2. Sto pensando di finirla qui: In pole position non poteva mancare lui, Charlie Kaufman, con un viaggio al termine della notte e della ragione folle, destabilizzante, logorante. Riempie prima di orrore, poi di nostalgia.

1. Sound of Metal: Negli anni Venti c'era il cinema muto. È possibile, oggi, un cinema sordo? Da quest'idea difficoltosa ma coraggiosissima parte un piccolo dramma disposto a farsi valere alla prossima stagione dei premi. Un'odissea lunga due ore interpretata da un incredibile Riz Ahmed, nel ruolo di un batterista che perde l'udito e sperimenta, così, un nuovo mondo. Quel mondo diventa anche il nostro. In un cinema che è esperienza umana, e condivisione.

giovedì 5 novembre 2020

Recensione: Cose che succedono la notte, di Peter Cameron

| Cose che succedono la notte, di Peter Cameron. Adelphi, € 19, pp. 240 |

L'inizio di questo romanzo dobbiamo sbircialo attraverso un finestrino ricoperto di brina. Dall'altra parte, a bordo di un treno di cui sono gli unici passeggeri, siedono compostamente un uomo e una donna senza nome. Il mezzo di trasporto scorre tra tunnel e foreste, muovendosi senza posa in coni d'ombra che resteranno impenetrabili fino all'ultima pagina. Le temperature sono prossime allo zero. Il paesaggio, fuori, è quello di un imprecisato paese nordico situato sopra il sessantesimo parallelo. Da qualche parte, non troppo distante, si agita un mare ghiacciato. La coppia newyorchese si è spinta fino alla fine del mondo per adottare un bambino, una creaturina paffuta che chiameranno Simon. L'umore, nonostante tutto, non è dei migliori. Sposati da una decina d'anni ma minacciati dalla sterilità, l'uomo e la donna fronteggiano in silenzio un ulteriore dramma: la malattia di lei, giunta al punto di non ritorno. Mentre lui resta lucido, realista ma sempre affettuoso, lei si trincera invece nella rabbia cieca: preferirà confidare nelle magie miracolose dei ciarlatani, anziché nelle inutili premure del compagno.

Ricorda, tutti ci sentiamo così. Viviamo in un'epoca buia, nessuno riesce a trovare la propria strada. Procediamo a tentoni, come i ciechi. Somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile. Noi non siamo migliori. […] Ma ci sono cose peggiori dell'essere ciechi e del procedere al buio, cose molto peggiori.

Amandosi tra alti e bassi, a dispetto dell'incomunicabilità crescente, l'uomo e la donna trascorrono la prima di una lunga serie di notti di neve in un hotel dal nome impronunciabile: una struttura kitsch, tutta moquette a pelo lungo e arabeschi fuori moda, che sembra un incrocio tra la quarta stagione di American Horror Story e una commedia pastello di Wes Anderson. Coloro che affollano il bar e la hall, però, sono proprio usciti da un film esistenzialista del miglior Paolo Sorrentino. Ciarlieri, malinconici e solitari, gli altri ospiti sembrano mossi da un'euforia ingiustificata. Sconvolgono le simmetrie dei dipinti di Hopper e, amichevoli, pronunciano soliloqui teatrali e raccolgono confessioni intime. Mentre l'acquavite scorre a fiumi e le sigarette bruciano fino al filtro, l'uomo e la donna faranno in particolare la conoscenza della deliziosa Livia Pinheiro-Rima – un'anziana artista in là con gli anni, con un passato rocambolesco e una vistosa pelliccia d'orso – e di Henk, un panciuto uomo d'affari pronto a importunare il protagonista con continue avance sessuali. Il pensiero dell'adozione passerà improvvisamente in secondo piano quando la coppia verrà a sapere dell'esistenza di un guaritore, fratello Emmanuel: se esistesse una cura, il protagonista – destinato a diventare vedovo – non avrebbe più bisogno della “toppa” di un neonato? Il mio primo Peter Cameron, iniziato a Halloween, parte da spunti fortemente sinistri.

Non ha niente a che fare con l'amore. La gentilezza – che parola orrenda – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo. È lì che entra in gioco la gentilezza: quando non c'è amore.

La coppia spogliata di un'identità, gli scenari innevati e le stranezze diffuse, accanto alle riflessioni sul disamore e sull'elaborazione dei traumi, mi hanno ricordato moltissimo i fasti di Sto pensandodi finirla qui: l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman dove ogni stranezza si abbinava a un simbolo preciso e il mistero angosciante, nella poesia dell'epilogo, si trasformava a sorpresa in un musical. Forse non il romanzo più adatto per una conoscenza preliminare, soprattutto perché i dubbi del lettore sul reale significato della storia non verranno mai fugati del tutto, Cose che succedono la notte è una lettura atipica e suadente, personale e onirica. Una terapia di coppia raccontata in un eterno dormiveglia, in cui lo stile di Peter Cameron – rassicurante e caldo, con i suoi dettagli vitali, con i suoi dialoghi veritieri – aiuta le pupille ad abituarsi all'assenza di luce. Non tutto torna al proprio posto, anzi: a ben vedere manca un senso manifesto, una morale scritta all'ultimo rigo, ma il viaggio è stranamente confortevole. Me ne sono accorto verso la conclusione, afflitto dalla malinconia che solitamente accompagna la fine delle vacanze: in questo limbo ci avrei messo le tende. Lì dove avrebbe potuto prevalere l'irritazione, infatti, trionfa una curiosità irresistibile nei confronti di una psichedelia alla Becket. Cose che succedono la notte è un'elaborazione dell'inconscio e del quotidiano: più che a un incubo, spesso e volentieri somiglia a un sogno. Di quelli di cui al risveglio - sensazione frustrante ma bella – vorresti correre ad appuntare i dettagli su un foglio volante. Sceso dal letto, purtroppo, non li ricordi più.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Patti Smith – Because the Night

sabato 3 ottobre 2020

Mr. Ciak: Sto pensando di finirla qui | Shirley | The Vast of Night | Le strade del male

Quando Charlie Kaufman decide di adattare un romanzo, vietato aspettarsi trasposizioni senza guizzi. Il mago degli arrovellamenti psicologici prende una storia già frustrante su carta – in molti hanno abbandonato la lettura a metà – e la rende ancora più criptica. C’è una coppia in macchina: lui sembra soddisfatto, lei comincia a covare un’insoddisfazione profonda. Si cena tutti insieme, in una fattoria, e i parenti sono stranissimi. Poi, sulla via del ritorno, una tappa in gelateria nonostante le temperature sottozero e una visita in un liceo popolato solamente da un anziano custode. Cosa vogliono dirci queste fermate? A chi appartiene il punto di vista che ci racconta questa storia d'incomunicabilità? A dispetto della confezione elegante e glaciale, Sto pensando di finirla qui è un pentolone di disagi e suggestioni. Alla tormenta di neve corrisponde il tormento della rivelazione Jessie Buckley e del sempre più impegnato Plemons: parlano tantissimo – degli scritti di Wallace, del cinema di Cassavetes, di fisica, poesia e relazioni –, ma glissano sullo show camaleontico di mamma Collette; su un futuro vago e su un passato traumatico. Agevolato dalla lettura del romanzo, ho finito con l’amare questo film. Soprattutto in un epilogo che con un colpo d’ala si distacca dalla claustrofobia di Reid e sceglie di esprimersi attraverso l’animazione, il musical. Come funziona la mente umana? Quando siamo a pezzi vediamo tutto nero o possiamo evadere fino a vedere la vita in Technicolor? Kaufman ci guida in un viaggio al termine della notte, e della ragione, che sembra tante cose e nessuna insieme. Un teatro popolato da antichi fantasmi, con figuranti vestiti a festa per celebrare la fine di tutto quanto. O l’inizio di una tardiva speranza? (8)

Chi era Shirley Jackson, l’autrice che King annovera fra i suoi maestri? Una donna depressa, dedita all’alcol e all’insoddisfazione; brutta se confrontata con un marito gaudente. La sua fama di scrittrice horror le ha conferito presto un fascino stregonesco fino a farne un tutt’uno con i suoi personaggi. Cinica e affermata, qui viene descritta nel mezzo di una crisi sentimentale e creativa che coincide con l’arrivo di una coppia di neosposi: lui assistente universitario, lei moglie trofeo. La simmetria tra le due donne le porterà a scoprirsi complici. L’ambiguità del rapporto è coronata per di più dalla stesura di un racconto ispirato alla vicenda di una ragazza scomparsa: la terza protagonista femminile, benché assente; la terza protagonista in cerca della propria voce. Shirley ne avrà abbastanza per darne a tutte e tre? Quasi uscito da un romanzo dei suoi, il film è un biopic fuori dai canoni. C’è tutto: il processo editoriale, il parto creativo, le luci e le ombre di una pessima fama, il femminismo, l’attrazione non detta che si fa ossessione. Come The Hours, ritratto di Virginia Woolf che mescolava finzione e verità, Shirley coglie le peculiarità di un’autrice sull’orlo del baratro e senza bisogno di trucchi la immortala grazie alla performance di una Moss al suo meglio. Fuoriclasse impareggiabile, l’attrice australiana è una bestia di raro talento. Quanto sprezzo, quanta fierezza, quanta sensualità. Accanto a lei brilla la stella di Odessa Young: fragile e timida, con una bocca grande e sgraziata, prima intenerisce e poi sconvolge con un personaggio inafferrabile. L’identificazione con la ragazza scomparsa si farà inquietante. Tra fantasticherie, effusioni e sospetti, il mistero maggiore sarà l’amicizia che la lega alla Jackson. Operazione stratificata, al passo coi tempi senza mai essere ruffiana, piacerà ai cultori dell’autrice e incuriosirà i profani. Dopo aver sbirciato sulla scrivania di Shirley, e nel suo cuore, vorrete necessariamente conoscere anche il contenuto dei suoi libri. (7,5)

Una centralinista ciarliera con il pallino di Nancy Drew e uno speaker radiofonico dalla parlantina a raffica captano frequenze misteriose. È una tranquilla sera degli anni Cinquanta nel New Mexico. Il resto della città è distratta dagli schiamazzi di una partita in corso nella palestra del liceo. Chi baderebbe alle stranezze del cielo, a parte i protagonisti? A metà tra un podcast e una puntata di Ai confini della realtà, The Vast of Night omaggia i classici della fantascienza – dai classici in bianco e nero a Spielberg – e le infinite possibilità della narrazione. È prolisso. È ondivago. È sospeso. A tratti, puro esercizio stilistico. Ma agli espedienti della messa in scena, ai dialoghi fiume, ai soliloqui teatrali e ai piani sequenza si reagisce con due occhi grandi così. E altrettanta meraviglia suscita la scrittura, non tanto per le tematiche – in definitiva già sentite – ma per lo sperimentalismo del cinema fieramente indipendente. Esordio alla regia da incorniciare, farà la gioia dei cinefili doc armati di pazienza. Davanti alla vastità della notte, e alla potenzialità di questo cinema, non si trattengono i brividi. Lassù qualcuna ci guarda. E noi, preferendolo al rivale Netflix, continuiamo a guardare sorpresi le proposte di Amazon Prime Video. (7)

Più grande è il cast, più clamoroso è il guazzabuglio! Impossibile non pensarlo davanti allo sperpero di talenti delle Strade del male. Chi non vorrebbe vedere il film che ha riunito sullo stesso set gli attori delle principali saghe degli ultimi anni – da Spiderman a It, da Edward Cullen al Soldato d’inverno, senza scordarci Dursley di Harry Potter? Quella che potrebbe sembrare una sinergia degna degli Avangers, in realtà, è al servizio di una storia luttuosa e serissima: anche troppo. Ispirato al romanzo di Donald Ray Pollock, il film di Antonio Campos è vittima delle proprie ambizioni e di un intreccio che funzionerà  su carta, meno su pellicola. Nonostante le due ore e diciotto, forse avrebbe meritato una miniserie per raccontare queste generazioni di uomini. Figli di genitori assassinati o assassini, a loro volta costretti a uccidere o a uccidersi per sottrarsi al malessere, i protagonisti trovano pace nelle illusioni dell’amore o nell’abbaglio della fede. Immersi nelle atmosfere del Southern Gothic, dovrebbero essere brutti, sporchi e cattivi. Netflix li scambia con uno squadrone di giovani, belli e celebri, confezionando un film sin troppo patinato per rendere giustizia a una storia scabrosa. Poco amalgamate tra loro, le vicende appaiono giustapposte e i personaggi inconciliabili, legati soltanto dal filo delle coincidenze. Antonio Campos ha intenzioni buone ma confuse: pasticcia con un cast difficile da gestire. A parte un Holland sorprendentemente maturo e un Pattinson che qui gioca a fare Waltz, gli altri attori si ritagliano partecipazioni ininfluenti. Né thriller né dramma, né carne né pesce, Le strade del male è un fritto misto di star servito su un letto di blanda disperazione. A dispetto delle tinte fosche e del sangue sparso, non è Tarantino. (5,5)

sabato 23 maggio 2020

Il romanzo che ha ispirato il prossimo film di Charlie Kaufman: recensione di Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid

| Sto pensando di finirla qui, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 253 |

Sto pensando di finirla qui. La protagonista, per tutto il tempo priva del nome, lo pensa della sua attuale relazione e della sua vita, considerata inappagante. Di lei sappiamo pochissimo. Soltanto che viaggia in macchina – direzione, la fattoria dei suoceri – e che accanto ha Jake, professore amorevole e premuroso che frequenta da qualche settimana. Stanno imparando a conoscersi, ma la protagonista fa fatica. Ad abituarsi al rumore della deglutizione del partner, alle conversazioni che arrancano, alla desolazione di quelle strade secondarie. Qual è la percezione che l’uno ha dell’altra? Cosa pensano, mentre fuori dal finestrino si susseguono immagini rapide di campi e nuvole? Una tempesta è in arrivo. A metà tra Tom at the farm e Il gioco di Gerald, questo romanzo è lo snervante flusso di coscienza di una donna in balia delle proprie ansie sociali. Dei ricordi, della solitudine, del mal di vivere, dei bilanci con cui mette in discussione sé stessa e la propria relazione.

I racconti basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la realtà, quella succede una volta sola.
Sto pensando di finirla qui. È il pensiero del lettore più impaziente, davanti a un thriller psicologico che si concede un preambolo lungo cento pagine per entrare nel vivo della narrazione. Il romanzo di Iain Reid, presto un film Netflix grazie al talento immaginifico dell'acclamato Charlie Kaufman, è costituito da riflessioni sulla vita di coppia e da tappe stranissime. Episodi all’apparenza grotteschi, che scandiscono un trip lisergico e contorto, affascinante nel suo destabilizzarci continuamente. Il ritorno a casa dei personaggi, infatti, sarà ritardato da contrattempi terrificanti. Si parte dalla cena servita in un casolare in stato di semiabbandono – carne sanguinolenta, verdura in gelatina, e per finire il gioco dei mimi –, con un duo di genitori sopra le righe a guardia di una porta ricoperta di graffi: conduce in cantina. Si prosegue con il desiderio impellente di granita al Dairy Queer, anche in pieno inverno. Si finisce con un tour claustrofobico in una scuola vuota – o almeno si spera che lo sia –, a metà tra un labirinto e una prigione.

La mia storia non è come un film dell’orrore, gli dico. Non ti fa fermare il cuore e non ti gela il sangue nelle vene. Non ci sono mostri o violenze. Nessun salto dalla sedia. Per me, queste cose non sono spaventose. Invece, quello che ti disorienta, che capovolge ciò che da per scontato, che disturba e scompagina la realtà, quello sì che fa paura.
Sto pensando di finirla qui. Lo dici alle prese con la seconda metà, quando fai le ore piccole pur di ultimare la lettura. Pur di venirne a capo. All’inizio scettico, ti scopri terrorizzato da piccoli dettagli inquietanti e da elementi stridenti, che nel silenzio della casa addormentata mettono letteralmente i brividi. Lo stile di Reid, stringato, introduce sottopelle un serpeggiare di sensazioni difficili da descrivere. Dice bene la copertina, sì: avrai paura senza sapere perché. Non c’è niente che non vada, ma allo stesso tempo nulla torna. Perché tutto può cambiare all’improvviso. Pagina dopo pagina la storia ci svelerà il suo significato più allegorico e profondo. Ma serve attendere, assecondare la curiosità, perché i dialoghi suoneranno innaturali qui e lì e le situazioni in cui i protagonisti si cacciano appariranno a dir poco surreali. Non tutto viene giustificato alla luce dell’epilogo. Non tutto lascia a bocca aperta, soprattutto se i film di genere ormai non hanno grandi segreti per voi. Ma molto gli si perdona, soprattutto grazie ai ritmi deliranti e ossessivi, da istantaneo mal di testa, che ricordano uno squillo di telefono nel cuore della notte. Non stupisce che l’autore di Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee e Anomalisa abbia visto il potenziale dell’autore, magari da mettere meglio meglio a fuoco in una trasposizione che già mi figuro diversissima: ancora più folle. Se dovessi immaginare di trarre una storia da un dipinto di Escher, comunque, sarebbe proprio così.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Joy Division – Love Will Tear Us Apart

sabato 27 febbraio 2016

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: The Danish Girl, Mustang, Anomalisa

Attore, Attrice non protagonista, Costumi, Scenografia
Una modella che tarda ad arrivare, un dipinto che ha bisogno delle ultime pennellate, quel marito artista che accetta di posare per lei, giovane pittrice in cerca d'affermazione. Le scarpe con il tacco sono strette, le calze stringono, ma la sensazione della seta addosso risveglia in lui la metà negata. Gerda e Einar assecondano di comune accordo l'emergere del lato femminile di lui: un po' di trucco, un vestito d'alta sartoria, una parruccha rossa... et voilà. Lili si risveglia, a una festa, con il bacio di uno sconosciuto, come nelle favole. E la favola la vive, ma di nascosto. La moglie paziente, nel mentre, piange in silenzio e sopporta. Il mistero di ciò che ha dentro, in testa, si abbatte anche sul corpo. Una dolorosa trasformazione psicofisica e Lili, mondana ed egoista, prende il sopravvento. Come un'amica immaginaria persa crescendo, che torna a sorpresa alla nostra porta e reclama il suoi spazi vitali, assieme ai nostri. C'è chi vorrebbe imprigionare Einar in una camicia di forza, il disturbo mentale è il verdetto; ma c'è chi, come Gerda, fedele fino all'ultimo, sa che Lili, un giorno, potrà diventare una farfalla. Un corpo che non calza a pennello, una straziante storia vera e, allo scorso Festival di Venezia, si era già sicuri che The Danish Girl si sarebbe fatto valere alla notte degli Oscar. Un amore trascendentale, un'altra trasformazione e, alla macchina da presa, il Tom Hooper così caro all'Academy. “E' stato come baciare me stessa”, racconta una Alicia Vikander qui dolce e risoluta, parlando del primo incontro con il marito artista. Nei quadri, infatti, lei lo vede già donna. Tra sé e sé, pensa in anticipo a una trasformazione mai tentata. La mente non metabolizza ancora, eppure la pittura – sfogo, immediatezza – accetta con facilità l'inaccettabile. Eddie Redmayne, ancora una volta con un ruolo ipercaratterizzato e arduo – e non perché la questione sia tabù, ma perché in Stephen Hawking, così come nei meandri di Lili, c'è il serio rischio di non uscire più -, veste per la prima volta abiti femminili e due personaggi. E, ancora una volta, lascia scossi e toccati. Einer, contrito e provato nella mascolinità, e la sua controparte nascosta, al contrario colorata e frivola: tra i due estremi, l'uomo e la donna, uno sconcertante lavoro di introspezione, un Redmayne particolarmente grazioso en travesti e un cambiamento che il maniacale lavoro di mimetismo palesa agli occhi. Da effeminato, con gli svolazzi delle mani e il passo danzante, ci dà poi l'impressionante illusione di cambiare pelle; alla fine, è Lili. Quand'è che un attore è il migliore della sua categoria, mi ha chiesto mio fratello durante la visione? Quando fa la differenza. Quando non permette che il film, senza di lui, abbia ragione d'essere. Se fosse per me, allora, en plein per un giovane interprete che, per il secondo anno consecutivo, ha la sfacciata fortuna di imbattersi nel ruolo di una vita e in una partner tanto comprensiva, tanto grande, quando lo fu la Jones. Hooper, raffinatissimo, porta un Redmayne in stato di grazia, di nuovo, e la splendida Alicia in un quadro di quelli di Gerda. C'è tanta bellezza, dunque, ma non mancano nemmeno il corpo, l'eros, il dolore di lui – che urla, e nessuno lo sente – e quello di lei – vittima dell'amore eterno nei riguardi del solo uomo che non potrà mai avere. Fino alla poetica immagine finale, almeno: una sciarpa che vola, il ricordo di un aquilone, il resoconto al mattino di un bel sogno. E Gerda che ha paura di svegliare bruscamente loro – dove inizia Einar e dove la sua controparte, ormai, non si sa più - e noi spettatori. Sonnambuli senza riposo e, tanta è stata l'emozione, senza più lacrime. (8)

Miglior film straniero 
Turchia, giorni nostri. L'ultimo giorno di scuola, come accade ovunque, genera euforia, qualche lacrimuccia, il baccano degli studenti felici e contenti, con tutta un'estate di dolce far niente all'orizzonte. Come accade nella mia città, ad esempio, e in tutte quelle a un passo dal mare, si corre in spiaggia al suono della campanella e ci si schizza l'acqua salata in faccia. La si schiva tra una risata e l'altra e le ragazze, punzecchiate, si aggrappano al collo dei ragazzi: a cavallo, accolgono la bella stagione. Ma per cinque ragazze turche, cinque sorelle, quel gesto di giovanile avventatezza è l'inizio della fine. Sarà, per loro, l'ultima estate da trascorrere insieme. Una vicina chiacchierona, comportamenti sconsiderati e improvvisamente, attorno alla loro casa, sorgono le sbarre di un carcere e fioccano visite di indiscreti pretendenti. Le orfane di Mustang, il film franco turco che avrà il mio sincero sostegno alla notte degli Oscar – e non solo perché ho visto solo questo all'interno della cinquina, per quest'anno -, hanno gli occhi chiari, la pelle abbronzata, i capelli lunghi lunghi. Sono bellissime, in età da marito, stando ai ragionamenti degli adulti, e indomabili. La più piccola delle sorelle, schietta e ribelle, racconta queste piccole donne appese ai cornicioni e sui trespoli della loro gabbia dorata, queste verigini suicide che d'amore talora vivono e taloro  muiono. Qualcuna si sposerà per desiderio, qualcuna per ordine di uno zio normativo o di una simpatica nonna che poco ha voce in capitolo e qualcuna, come la giovane narratrice, imparerà a guidare e, in segreto, a sognare una Istanbul che sembra un pianeta a parte. Uscito lo scorso autunno in Italia, il promettente, potente esordio di Deniz Gamze Erguven ha rari difetti, anzi, due: quell'etichetta di film drammatico, serio e rigoroso, che un po' stretta gli sta, e la pigrizia, che poi sarebbe un difetto giusto mio. Recuperato più per dovere che per voglia, Mustang si è rivelato un film diverso – sarà che il film straniero, comunemente, lo si immagina lungo, indipendente, di nicchia –, bello, toccante. Fresco e colorato, nonostante il tema ti mostri la tragica realtà delle spose bambine e gli strascichi di una antiquata società patriarcale, per gran parte del tempo è una commedia adolescenziale orientaleggiante, con l'estate delle grandi scelte e la sensazione di vivere per sempre. Sgattaiolare di nascosto, avere rapporti sessuali preservando la verginità, abbandonare gli studi per diventare perfette massaie: ci si stringe insieme, si stringono denti e pugni, e crescere – scoprirsi donne, mogli: oggetti – pare l'ennesimo gioco spensierato. Mustang, modernissimo e pieno di ottimismo, ha un cuore che pompa, le mille contraddizioni del suo Paese affascinante e terribile e cinque eroine come poche. Contro le lenzuola da sbandierare, con impressi i segni rossi della prima notte di nozze, e le tradizioni medievali dei loro avi, queste sorelle di un cinema francese che non delude si fanno scudo. Proteggono noi dalla pesantezza in agguato, se una simile storia fosse stata raccontata con altri toni, e praticano squarci alle loro brutte gonne per mostrare le gambe. Senza il velo, a capelli sciolti, nel vento. E trasformano la loro realtà, così, da prigione a baluardo, da dramma a commedia, facendo di Mustang il film di cui più ti penti per l'imperdonabile ritardo del recupero. (7,5)

Miglior film d'animazione
Michael Stone è un eterno passeggero. Vive viaggiando e, per lavoro, dà consigli agli altri. Una notte di pioggia l'ha portato a Cincinnati per il lancio del suo ultimo best-seller e, orgoglioso e cauto, si tiene stretto il suo accento britannico e il suo bagaglio a mano. E' ospite al Fregoli: un hotel stellato che gli offre una spaziosa camera per fumatori all'ultimo piano e, a sorpresa, una conoscenza che farà la differenza. Lì, l'indaffarato Michael incrocia la stralunata Lisa, e potrebbe avere inizio così una di quelle chiacchieratissime, poetiche commedie romantiche che piacciono a me. Hanno dolori e vite intense e una notte insieme prima di separarsi. A parole mie, Anomalisa è una storia d'amore alternativa, molto nelle mie corde: metteteci anche i protagonisti di mezza età, il sesso imbarazzato, gli ambienti circoscritti, i dialoghi a opera di un signore scrittore. In pratica, invece, soprattutto se sceneggiato e diretto dalla mente di Eternal Sunshine of The Spotless Mind, diventa più originale e bizzarro del previsto: ci sono due grandi attori – David Thewlis e Jennifer Jason Leigh: quest'ultima, straordinaria ancora una volta, dopo l'exploit con Tarantino – ma doppiano tozzi omini in stop motion; la romcom, perfino nell'esplicito rapporto sessuale, si fa a cartoni; i personaggi che popolano l'hotel e il mondo, fatta eccezione per i due protagonisti, hanno tratti anonimi e la stessa voce. Le figure di Kaufman, nonostante le prodezze dell'animazione, hanno sul viso quella che ha tutta l'aria di essere una maschera posticcia. Come mai, ci si domanda, e perché Lisa, eppure non bellissima, non brillantissima, è l'impensata variabile nel mondo dello scrittore sempre a zonzo? Lo psicoanalitico Anomalisa ci dà molte chiavi di lettura e, allo stesso tempo, nessuna in particolare. Candidamente, si potrebbe dire che abbiamo bisogno di una sola voce, purché sia quella giusta, per sorridere alla vita. Documentandosi un po', invece, si scoprirebbe tutt'altro: ad esempio, riferimenti criptici nel nome stesso dell'albergo che fa da sfondo. Fregoli, trasformista italiano, ha dato il nome all'omonima sindrome: un raro delirio in cui il malato si sente braccato da una persona che cambia aspetto e, stando a lui, si camuffa per confondergli le idee. Ecco il perché dei volti simili ma diversi, delle voci omologate. Se la prima parte – introspettiva, tenera, logorroica – fa del film un gioiello, la seconda – più visionaria, sbrigativa – lascia confusi, soddisfatti a metà. Ma venti minuti irrisolti possono forse cancellare una splendida ora introduttiva? Un Freud ci andrebbe a nozze, il nostro Pirandello avrebbe tanto da ridire sulle maschere, gli esseri umani e sui misteri insondabili della nostra psiche. Io, pur non apprezzandolo al cento percento, con qualche forte riserva legata alla vaghezza della chiusa, ho trovato che in Anomalisa ci fosse tanta, ma tanta di quella umanità... Pur parlando di disumanizzazione, tra le righe. Pur essendo fatto, a prima vista, di tanti cliché sull'anima gemella e plastilina. (7)