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giovedì 5 novembre 2020

Recensione: Cose che succedono la notte, di Peter Cameron

| Cose che succedono la notte, di Peter Cameron. Adelphi, € 19, pp. 240 |

L'inizio di questo romanzo dobbiamo sbircialo attraverso un finestrino ricoperto di brina. Dall'altra parte, a bordo di un treno di cui sono gli unici passeggeri, siedono compostamente un uomo e una donna senza nome. Il mezzo di trasporto scorre tra tunnel e foreste, muovendosi senza posa in coni d'ombra che resteranno impenetrabili fino all'ultima pagina. Le temperature sono prossime allo zero. Il paesaggio, fuori, è quello di un imprecisato paese nordico situato sopra il sessantesimo parallelo. Da qualche parte, non troppo distante, si agita un mare ghiacciato. La coppia newyorchese si è spinta fino alla fine del mondo per adottare un bambino, una creaturina paffuta che chiameranno Simon. L'umore, nonostante tutto, non è dei migliori. Sposati da una decina d'anni ma minacciati dalla sterilità, l'uomo e la donna fronteggiano in silenzio un ulteriore dramma: la malattia di lei, giunta al punto di non ritorno. Mentre lui resta lucido, realista ma sempre affettuoso, lei si trincera invece nella rabbia cieca: preferirà confidare nelle magie miracolose dei ciarlatani, anziché nelle inutili premure del compagno.

Ricorda, tutti ci sentiamo così. Viviamo in un'epoca buia, nessuno riesce a trovare la propria strada. Procediamo a tentoni, come i ciechi. Somigliamo a quegli animaletti sotterranei che scavano la terra fredda e umida nella speranza di trovare una radice commestibile. Noi non siamo migliori. […] Ma ci sono cose peggiori dell'essere ciechi e del procedere al buio, cose molto peggiori.

Amandosi tra alti e bassi, a dispetto dell'incomunicabilità crescente, l'uomo e la donna trascorrono la prima di una lunga serie di notti di neve in un hotel dal nome impronunciabile: una struttura kitsch, tutta moquette a pelo lungo e arabeschi fuori moda, che sembra un incrocio tra la quarta stagione di American Horror Story e una commedia pastello di Wes Anderson. Coloro che affollano il bar e la hall, però, sono proprio usciti da un film esistenzialista del miglior Paolo Sorrentino. Ciarlieri, malinconici e solitari, gli altri ospiti sembrano mossi da un'euforia ingiustificata. Sconvolgono le simmetrie dei dipinti di Hopper e, amichevoli, pronunciano soliloqui teatrali e raccolgono confessioni intime. Mentre l'acquavite scorre a fiumi e le sigarette bruciano fino al filtro, l'uomo e la donna faranno in particolare la conoscenza della deliziosa Livia Pinheiro-Rima – un'anziana artista in là con gli anni, con un passato rocambolesco e una vistosa pelliccia d'orso – e di Henk, un panciuto uomo d'affari pronto a importunare il protagonista con continue avance sessuali. Il pensiero dell'adozione passerà improvvisamente in secondo piano quando la coppia verrà a sapere dell'esistenza di un guaritore, fratello Emmanuel: se esistesse una cura, il protagonista – destinato a diventare vedovo – non avrebbe più bisogno della “toppa” di un neonato? Il mio primo Peter Cameron, iniziato a Halloween, parte da spunti fortemente sinistri.

Non ha niente a che fare con l'amore. La gentilezza – che parola orrenda – la riserviamo a chi non amiamo, a chi non possiamo amare. Siamo gentili con quelli che non amiamo proprio perché non li amiamo. È lì che entra in gioco la gentilezza: quando non c'è amore.

La coppia spogliata di un'identità, gli scenari innevati e le stranezze diffuse, accanto alle riflessioni sul disamore e sull'elaborazione dei traumi, mi hanno ricordato moltissimo i fasti di Sto pensandodi finirla qui: l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman dove ogni stranezza si abbinava a un simbolo preciso e il mistero angosciante, nella poesia dell'epilogo, si trasformava a sorpresa in un musical. Forse non il romanzo più adatto per una conoscenza preliminare, soprattutto perché i dubbi del lettore sul reale significato della storia non verranno mai fugati del tutto, Cose che succedono la notte è una lettura atipica e suadente, personale e onirica. Una terapia di coppia raccontata in un eterno dormiveglia, in cui lo stile di Peter Cameron – rassicurante e caldo, con i suoi dettagli vitali, con i suoi dialoghi veritieri – aiuta le pupille ad abituarsi all'assenza di luce. Non tutto torna al proprio posto, anzi: a ben vedere manca un senso manifesto, una morale scritta all'ultimo rigo, ma il viaggio è stranamente confortevole. Me ne sono accorto verso la conclusione, afflitto dalla malinconia che solitamente accompagna la fine delle vacanze: in questo limbo ci avrei messo le tende. Lì dove avrebbe potuto prevalere l'irritazione, infatti, trionfa una curiosità irresistibile nei confronti di una psichedelia alla Becket. Cose che succedono la notte è un'elaborazione dell'inconscio e del quotidiano: più che a un incubo, spesso e volentieri somiglia a un sogno. Di quelli di cui al risveglio - sensazione frustrante ma bella – vorresti correre ad appuntare i dettagli su un foglio volante. Sceso dal letto, purtroppo, non li ricordi più.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Patti Smith – Because the Night

venerdì 12 aprile 2019

Recensione: Chi ha rubato Annie Thorne?, di C.J. Tudor

| Chi ha rubato Annie Thorne?, di C.J. Tudor, Rizzoli, € 20, pp. 351 |

Tornare a casa in una città della provincia inglese in cui ogni dettaglio urla tragedia. Affittare un cottage a un prezzo stracciato, perché teatro di un delitto violento: una mamma, poi morta suicida, ha frantumato la testa del figlio contro il televisore, lasciando scritto con il sangue che l'adolescente non era quello di sempre. Fra passato e presente, con un futuro in forse, imbattersi inevitabilmente in un mistero da risolvere: qual è il filo rosso che lega la città mineraria a una serie di drammatiche sparizioni e, soprattutto, di impossibili ritorni? Prendete i ritorni all'ovile di It, mossi dall'attrazione per l'orrore; aggiungete gli abomini di Pet Semetary – i defunti, sì, trovano anche qui nuova linfa grazia a una macabra sepoltura –, con la partecipazione tutt'altro che insolita di ragazzini prima persi per sempre, poi ritrovati, che si trasformano a vista d'occhio negli eredi di Regan MacNeil. Abbonderanno, superfluo specificarlo, le cave dell'occulto e le pareti imbrattate di rosso, i tubi gorgoglianti e le bambole logore, presenze inquietanti che all'improvviso liberano la vescica sulla moquette. Insomma: nel romanzo di C.J. Tudor, da me attesissima dopo il buon L'uomo di gesso, è presente tutto l'armamentario. C'è una botola che porta i giovani sconsiderati al centro della terra. E c'è qualcuno che, giusto sopra, vorrebbe costruirci un parco pubblico: cosa non smuovono il vile denaro, infatti, e la paura di morire?

A volte hai solo una scelta, ed è quella sbagliata.

Per fortuna c'è Joe, voce narrante che fa la differenza: ex emarginato infiltratosi nella banda dei gradassi, da adulto è un piantagrane che non vorresti conoscere. Un professore di letteratura con false referenze a carico, una coscienza lercia e i conti in sospeso di quei giocatori d'azzardo famosi per avere sempre l'asso nella manica: anche se i debiti hanno le gambe lunghe – e hanno spezzato le sue, ormai zoppo – e lo scovano anche ad Arnhill, dove ci sono ben altre grane per un bugiardo patologico. 
Un'email anonima lo convoca lì, dove la fine ha avuto inizio, e lo obbliga a ricordare l'amicizia con il fragile Chris, il bullo Hurst e l'inarrivabile Marie, finita in moglie al ragazzo sbagliato. I fantasmi delle adolescenze passate, le questioni irrisolte e archetipi destinati a ripetersi, parlano dappertutto di Annie: la sorellina di Joe scomparsa per quarantottore, venticinque anni prima, e riapparsa dal nulla che l'aveva inghiottita con un'indole stravolta. In questo pullulare a fantasia di vizi e drammi pregressi c'è tanta carne al fuoco e i guai, i luoghi oscuri, stanano te: mai viceversa. Quando l'omaggio, spudoratissimo, è però una pallida imitazione?

Vorrei poter dire alla mia sorellina che le volevo bene. Che la amavo con tutto il cuore. Era la mia migliore amica, la persona con cui potevo essere davvero me stesso, l'unica capace di farmi ridere fino alle lacrime.
Ma non posso. Perché a otto anni mia sorella è scomparsa. All'epoca pensai che fosse la cosa più terribile che potesse mai accadere al mondo.
Solo che poi tornò.

L'autrice venera i mondi di Stephen King, ma questa volta non riesce a rielaborarli con originalità. Di superarli, ovviamente, non c'è il minimo rischio. Scontato e derivativo, con il difetto aggiunto di comprimari inverosimili – su tutti Gloria, sadica strozzina sbucata quasi dalla schiera di bulli e pupe di Martin Scorsese –, Chi ha rubato Annie Thorne? risulta eppure un riuscitissimo romanzo di genere. Che intrattiene e intriga dall'inizio alla fine. Che in una casa vuota, alla luce sbilenca della lampada, nell'ora delle streghe spaventa. 
I dialoghi suonano cinematografici, il protagonista è indagato con la scrupolosità di uno scavo archeologico e, in conclusione, ecco una raffica di colpi di scena a catena, sorprendenti ma poco ragionati. Il vero enigma è uno: l'inspiegabile efficacia di un horror mordi e fuggi, che al pari dell'ultimo film in sala di Pascar Laugier brilla a modo suo, per raccapriccio e strizzate d'occhio così esagerate da far simpatia. 
Lo scriveva Umberto Eco a proposito di Casablanca: «Due cliché ci fanno ridere. Cento cliché ci commuovo. Perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando fra loro e celebrano una festa di ritrovamento».
Quanto divertimento c'è, in questa piccola festa di morte?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Phaeleh feat. Augustus Ghost – Whistling in the Dark

lunedì 8 aprile 2019

I ♥ Telefilm: The OA S02 | True Detective S03

Ambiziosa, autoriale e impenetrabile, nell'anno dei fasti di Stranger Things si era imposta a sorpresa come mia serie del cuore. Non l'avevo compresa fino in fondo, eppure mi aveva commosso. Con le sue coreografie ipnotiche e metaforiche. Con i suoi protagonisti indecisi fra l'additare la malattia mentale della loro guida spirituale oppure abbandonarsi al miracolo. Il finale, per me perfetto così, ci doveva qualche spiegazione. The OA, attesa al varco non senza timore, è tornata ad aprirci occhi e mente, a prenderci in giro, con un nuovo arco di episodi. Se l'attesa è stata ripagata, le si perdona anche il ritardo: assolutamente necessario per riprendere le fila, stupirci e, a tratti, superarsi. Prairie, la sempre incantevole Brit Marling, è andata incontro a morte certa ma infine ci è riuscita: ha fatto il salto in un'altra dimensione. L'atterraggio ha avuto effetti collaterali: da un lato, infatti, deve imparare a muoversi nell'esistenza dell'alter-ego Nina, imprevedibile e viziosa; dall'altro, invece, fare i conti con il fatto che Homer non sappia chi lei sia e con il pensiero che Jason Isaacs, il folle che l'ha tenuta per sette anni rinchiusa, ricopra anche lì un ruolo di potere. Prairie, ricoverata in un ospedale psichiatrico, è prigioniera insieme alle altre cavie di Hap. Alle ambientazioni di Maniac e Homecoming si sovrappongono le vicende di un nuovo personaggio, un detective in cerca di un'adolescente scomparsa, e quelle dei compagni di Prairie, commoventi liceali on the road reduci da un'amicizia impossibile da dimenticare. Due dimensioni distinte, tre diversi piani narrativi: cosa succederà quando si sfioreranno? The OA promette faville e frustrazione. Di ripetersi. La seconda stagione rischia di dire troppo, vero, e troppo presto. Fa sentire qui e lì la mancanza dei suoi adolescenti: nonostante il surclassamento a personaggi secondari, comunque, ci regalano gli attimi più struggenti – saranno quelle danze affascinantissime, o forse il candore di chi si fida ciecamente. Consapevoli dello strano patto narrativo, quest'anno si lascia seguire con minori difficoltà. Guadagna ritmo, comprimari, quesiti. Osa, contaminandosi con l'horror alla Lynch e il leggero trash di fughe e feste mascherate. Il salto si fa maggiore, somiglia a un volo impossibile su San Francisco. La totale comprensione della visione è questione di fede. Siamo punto e a capo, con lo stesso pugno di mosche e un'immutata suggestione. L'epilogo non è che lo specchio riflesso del precedente. L'interpretazione, al centro di dubbi prima fugati e poi rinnovati, non è univoca. La serie, infatti, ha i passaggi segreti e le zone cieche della casa degna di Hill House, costruita da un ingegnere e da una medium, nella quale si imbattono i nostri protagonisti: giovani sognatori vi hanno smarrito al suo interno il lume della ragione e le pareti, sottilissime, promettono di collegarci a realtà alternative. Come sarà il mondo dall'alto, visto dal rosone istoriato della facciata? Prairie promette ai naviganti una visione d'insieme splendida e destabilizzante, simile a quella di Neil Armstrong quando si voltò in assenza di gravità e vide la terra. E The OA è proprio una creatura aliena. Una serie lunare dove tutto è possibile, ogni domanda è lecita, ma le risposte potrebbero negarcisi. Questo la rende amata da qualcuno, odiata da altri. Ma una provocazione intellettuale senza precedenti. (8)

Una piccola comunità, due bambini scomparsi nel bosco, una famiglia che si sgretola sotto il peso della tragedia. Un corpo viene ritrovato presto, infatti; l'altro no. Il mistero dura venticinque anni. Non ci saranno superstiti in casa Purcell, ma due segugi, per fortuna, non smetteranno mai di chiedere, scavare, provocare. Messa così, fatta eccezione per la suddivisione in tre piani temporali, la trama è la stessa di un giallo come tanti: una ricerca tanto delicata quanto preoccupante, di quelle che anche sul piccolo schermo abbiamo visto e rivisto spesso. A onor del vero, tutto è come appare. Ben poche variazioni sul tema, a parte l'insolita parentesi dolce-amara con i protagonisti invecchiati, e nessun guizzo fino all'ottava puntata. Non si può parlare di delusione, eppure era lecito aspettarsi maggiore complessità da un ritorno tanto inaspettato. Erano gli intrighi difficoltosi, i personaggi criptici e gli spunti di attualità la cifra stilistica di True Detective? Dal momento che i pregi della prima stagione si erano rivelati anche i difetti della seconda, la HBO ha ripiegato su una semplicità che premia. Lineare non tanto nella struttura quanto nella pianificazione, il mistero che sono chiamati a sbrogliare gli ottimi Mahershala Ali e Stephen Dorff si protrae nel tempo – tanti buchi nell'acqua, tante false risoluzioni e altrettante ripartenze – anche se, come ci conferma l'epilogo, certe storie vanno avanti da sé. Reduce del Vietnam e guardato con sospetto dal razzismo, Ali – straordinario, al punto che verrebbe voglia di scommettere già su di lui nella prossima stagione dei premi – fa prima i conti con i conflitti d'interesse per la moglie romanziera, poi con l'oblio della demenza. Il ritrovato Dorff, tutto d'un pezzo anche sotto il trucco che lo appesantisce, è il classico sbirro dai metodi poco ortodossi e la vita sentimentale sregolata, nonostante spesso e volentieri i ruoli di potere si invertano: chi è allora il poliziotto buono, chi quello cattivo? I ritmi sono quelli lenti a cui ci siamo affezionati, i dialoghi ben scritti abbondano – a sorpresa, questa volta affiora un'emozionalità sconosciuta – e lo scioglimento, immancabilmente, arriva. In un cameo fotografico fanno capolino perfino McConaughey e Harrelson, insieme all'ipotesi di traffici umani, ma siamo fuori pista. Come si diceva, la serie si mantiene su stilemi classici. Un colpo di cuore, allora, giunge davanti a quel finale che in rete divide. Non mi spiego, sinceramente, il perché delle libere interpretazioni fioccate qui e lì; le critiche di chi dice di aver visto Pizzolato lavarsene le mani. Ci sono brividi, epifanie, immagini, che percepiti attraverso la demenza del personaggio principale sanno invece dare speranza e armi pacifiche a chi crede nell'immaginazione; nelle seconde opportunità. C'è una confusione di quelle buone a indicarti piazzole d'emergenza in questo viaggio, rigorosissimo ma un po' anonimo, al termine della notte. (7)

lunedì 25 marzo 2019

Recensione: Non sono stato io, di Daniele Derossi

| Non sono stato io, di Daniele Derossi. Marsilio, € 16, pp. 231 |

Ottocento abitanti, un orizzonte suggestivo di montagne e vallate, la notte che cala prestissimo e ti invoglia a rifugiarti nella sicurezza di casa tua durante il rigore dell'inverno. Il soggiorno a Serana, villaggio immaginario dell'Alta Val di Susa, si prospetta un paradiso o forse un inferno? Se da un lato affascinano gli sfondi innevati e la promessa di tranquillità, soprattutto se in fuga da un terribile dramma familiare, dall'altro insospettiscono i bisbigli diffusi e le credenze popolari: anni e anni di Twin Peaks o Silent Hill, gialli d'atmosfera in stile La ragazza della nebbia, ci hanno infatti invogliato a diffidare dalle false regole di buon vicinato e dalle insidie meteorologiche delle città dell'estremo nord. Prevedibilmente, la protagonista Ada non troverà pace accanto al figlio Giacomo. Sono tornati da Londra con la coda fra le gambe. Un trasferimento che è un'autentica retrocessione, pur di fuggire a malori che tutti reputano ormai psicosomatici. Bella e snob, giudicata non a torto un pericolo per le donne sposate, Ada all'inizio appare libera come il vento: le pillole sotto prescrizione del terapeuta al mattino, una telefonata alla mamma se c'è bisogno di andare a prendere il bambino a scuola dalle suore, ed eccola che può finalmente staccare la spina. Riprendere i contatti con i vecchi amici e gli ex fidanzati coi quali ha sperimentato il brivido proibito delle prime volte, seguire le lezioni di ceramica a dispetto delle mani un po' tremanti, considerare il sesso riparatore il miglior oppiaceo. In ordine sparso si intrometteranno: le irruzioni di un animale notturno, forse una volpe, responsabile del giardino a soqquadro; la sparizione a Halloween della piccola Jennifer, uno scricciolo vestito da Sposa cadavere che riapre ferite mai del tutto rimarginate; le crescenti stranezze di Giacomo.

Quando eri piccola tuo padre si divertiva a cambiare ogni volta qualche particolare alle storie che leggeva. Cappuccetto rosso baciava il lupo che si trasformava nel principe azzurro, la carrozza non trasportava Cenerentola al castello ma in un reame incantato, dove diventava la regina delle fate. Non sapevi mai che cosa sarebbe successo e a ogni passaggio inatteso ti brillavano gli occhi per l'eccitazione. Adesso, invece, ti piacciono solo i film che hai già visto, o le storie che conosci a memoria. Ora sai che le sorprese sono quasi sempre cattive.

Come spiegarsi gli occhi rossi e i vaneggiamenti del figlio? Il primo pensiero va all'abuso di televisione e PlayStation, ma è dettato dal pressappochismo di genitori che al giorno d'oggi vedono soltanto quello che vogliono vedere. I luoghi comuni sull'infanzia, e non quelli oscuri. Il bambino ha una vita segreta che neanche immagina: fa scherzi alle amiche antipatiche, distrugge trenini e Barbie, simula tempeste di sabbia inalando cannella in polvere e funerali attraverso la sepoltura di bestiole mutilate. Si spinge, soprattutto, in cima a quel castello inaccessibile: nel Cinquecento, la prigione di un negromante che scherzava con le rune e il fuoco. A guidare quel bambino introverso, bilingue, dall'incarnato più scuro degli altri – il padre, Bashir, è un chirurgo pakistano –, è un Lucignolo che sfida l'altezza delle grondaie e apostrofa Giacomo con nomignoli femminili quando si tira indietro. Ha i capelli rossi, si chiama Robi: peccato che a scuola dicano di non conoscerlo. Sulla splendida copertina citano Durrenmatt e Ammaniti, paragoni certamente calzanti, ma Non sono sono stato io mi ha ricordato più The Babadook e Goodnight Mommy: horror su genitrici imperfette e bambini incorreggibili, dove ogni cosa è intuibile, molto è lasciato alla libera interpretazione del fruitore e, finale frettoloso a parte, le singole sequenze si fanno divorare in una spirale crescente d'angoscia.

I bambini non sanno di essere crudeli.

Erano anni che non mi capitava di leggere un romanzo tutto d'un fiato. Il merito spetta alla bravura di Daniele Derossi – l'omonimia con il calciatore è puramente casuale –, che riesce a incastonare una storia di per sé poco originale su pagine, su fondali, che fanno la netta differenza. Non s'inventa niente dal niente, Non sono stato io. Importano più il come del perché. I colpi di scena a volte tali non sono: lettori e personaggi, a lungo, hanno quasi un diverso grado di conoscenza sui fatti, e le svolte shock scuotono più loro che noi all'alba di nuove consapevolezze. Nella scrittura di Derossi, guizzante come la coda della sanguinaria gatta Messalina, si alternano capitoli in seconda persona, botta e risposta degni di una sceneggiatura cinematografica, sbobinature di interviste giornalistiche.
Nella sua Serana fondamentalmente intollerante nei confronti dello straniero le paure ancestrali oscillano dai lupi alle streghe arse vive ai tempi dell'Inquisizione, fino alle carovane di zingari e giostrai: perfino il macellaio, nel retrobottega, farnetica di alchimisti, ufo e altre leggende urbane. L'autore, senz'altro accattivante, ha l'arma a doppio taglio della brevità e scarsa fantasia con i nomi di battesimo – in duecento pagine, ho notato sorridendo sotto i baffi, incrociamo ben due Davide e gli interessi amorosi di Ada si chiamano Sergio e Giorgio a rischio di creare una certa confusione. La sua indagine poliziesca, sociologica, antropologica tiene mirabilmente in considerazione, tuttavia, gli stati d'animo, le coloriture dialettali, la percezione del diverso presso regioni in maggioranza leghiste, e il prodotto finale è una di quelle fiabe gotiche che tengono per sé il discrimine fra disturbi mentali e fenomeni paranormali, thriller psicologico e horror puro. Una lettura di confine, a confine: fra generi d'intrattenimento e, nel congedo, fra disperazione profonda e speranza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Lucio Dalla - Attenti al lupo

mercoledì 13 marzo 2019

Recensione: Elevation, di Stephen King

| Elevation, di Stephen King. Sperling & Kupfer, € 15, pp. 194 |

Castle Rock, Maine, non è nuova alle stranezze. La sparuta popolazione comprende infatti bottegai mefistofelici, scrittori affetti da personalità multiple, cani rabbiosi e bambini irrequieti che, a passeggio sulle rotaie, un'estate si imbattono in un misterioso cadavere. Ne abbiamo avuto un assaggio anche nell'omonima serie televisiva prodotta da Hulu, ancora in attesa di distribuzione in Italia, e proprio lo scorso anno abbiamo fatto tappa presso le contraddizioni del New England con La scatola di bottoni di Gwendy. Se il paranormale è di casa, non può dirsi lo stesso del progresso. Tre quarti della repubblicana e immaginaria Castle Rock, alle scorse elezioni, avrebbe votato Trump e in mancanza di mostri e diavoli, a un passo dal giorno del Ringraziamento, stavolta i cittadini mormorano a mezzavoce dell'ultima novità giunta in paese. Una sfacciata coppia omosessuale con la fede all'anulare, un'attività in centro e quasi l'intera comunità contro. Ci racconta dell'arrivo delle donne Scott, web designer di quarantadue anni, che lavora dal salotto di casa sua per una catena di grandi magazzini e, fresco di divorzio, si gode del cibo di consolazione e le fusa dell'irresistibile gatto Bill. È un informatico di mezza età, ma figuratevelo più come un boscaiolo di buona forchetta: centodieci chili, un morbido salvagente di ciccia attorno ai fianchi, un omaccione discretamente in salute ma non senza affanni. Finché la bilancia elettronica non inizia a mandargli inspiegabili avvisaglie: sta perdendo mezzo chilo al giorno. Ha forse un male incurabile? L'ipotesi è da escludere, perché il suo corpo si alleggerisce mentre la massa resta immutata. La forza di gravità ha perso il controllo su di lui.

Il tempo è invisibile. A differenza del peso.
Ah, forse anche questo non era vero. Il peso lo potevi sentire, certo – quando avevi troppi chili addosso, era come se fossi arrancoso – ma in fondo non era, proprio come il tempo, solamente un costrutto umano? Le lancette dell'orologio, i numeri sulla bilancia non erano solo dei modi per tentare di misurare forze invisibili che sortivano effetti visibili? Un debole sforzo per ingabbiare una realtà più grande, che andava oltre ciò che gli umani consideravano realtà?

Aiutato dall'amico Bob, medico in pensione, sceglie di tenersi quella stranezza per sé e di dare il via a un implacabile giorno alla rovescia da attendere fra curiosità e paura. Cosa comporterà l'arrivo del fatidico Giorno Zero? Scott si gode la situazione nella totale inconsapevolezza: può correre, spiccare balzi altissimi, ballare Stevie Wonder in cucina e, soprattutto, tendere un ramoscello d'ulivo a quelle vicine che fanno sparlare. 
Deirdre e Missy, passate dall'agonismo della maratona di New York ai dodici chilometri scarsi di quella indetta a Castle Rock per beneficenza, hanno due boxer che fanno puntualmente i bisogni nel giardino del protagonista e l'Holy Frijole, un ristorante vegetariano sabotato dai concittadini ma apprezzato dai turisti. Con la stagione estiva finita da un pezzo, come far quadrare i conti? Neanche i bambini, messi in allerta da genitori bigotti, passano da loro per chiedere dolcetto o scherzetto: come se lesbica e strega fossero sinonimi, in alcuni angoli ciechi a corto di buona educazione. 
Quando ogni argomento è polemica, tutti hanno un'opinione per tutto, l'esistenza si scopre tanto vana quanto vanitosa, Stephen King preferisce eccezionalmente rispondere non a tono bensì con una storia come Elevation. Una miracolosa fiaba laica con i piedi ben piantati nell'attualità, le classiche strizzate d'occhio ai suoi mondi confinanti – la band scolastica si chiama, ad esempio, Pennywise and the clowns – e i segreti di una vita lunga, tollerante, straordinariamente produttiva.

Tutti dovrebbero poter vivere un'esperienza come questa, pensò, e forse, quando arriva la fine, era proprio ciò che accadeva. Forse, al momento di morire, tutti salgono verso l'alto.

Senza il bisogno di pagine in eccesso, ma con troppa melassa qui e lì, il Re del brivido mette da parte l'orrore a cui ci ha abituato e con lo stile di sempre, con la puntualità di sempre, firma un racconto dolce e metaforico che invita a vivere con levità. Con gentilezza. Certo che sì, ci ha abituato a meglio e a peggio negli anni, eppure c'è una certa urgenza nelle parole di Elevation, un desiderio di ascesi e di candore che tocca il cuore, nonostante la morale retorica da buontempone sia spesso in agguato. Aggiungono valore, tuttavia, la sua maturità artistica e anagrafica; la saggezza di un instancabile settantenne che non smette di imparare lezioni importanti. Il suo protagonista è sano oppure malato? Sta per morire, o finalmente per vivere? Staffe e zavorre lo tengono a terra, ma di staffe e zavorre deve liberarsi. Per volare, così, sopra le asperità e i livori, godendosi le conseguenze benefiche del porgere l'altra guancia, i rapporti di buon vicinato e la compagnia degli amici a quattro zampe. La morale è che dovremmo lasciarci andare, librarci come fossimo Mary Poppins o la casa fluttuante del cartone Up, pur di osservare la società da una diversa prospettiva. Complice lo spettacolo dei fuochi d'artificio fuori stagione, dall'alto niente è abbastanza grande da non poter essere aggiustato. Piccolo nel formato, affatto nelle intenzioni, Elevation è un bignami sull'insostenibile leggerezza dell'essere Stephen King.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Elton John – Rocket Man

giovedì 13 settembre 2018

Recensione: Bad Man, di Dathan Auerbach

| Bad Man, di Dathan Auerbach. Sperling & Kupfer, € 18,90, pp. 394|

Un'immagine come tante se ne vedono, in fila alle casse del supermercato. Un bambino che fa i capricci perché deve usare il bagno d'urgenza, un fratello maggiore che lo asseconda pur perdendo le staffe, gli altri acquirenti che di sottecchi guardano e giudicano gli schiamazzi del primo e la mancata pazienza del secondo. Eppure, quando il piccolo Eric scompare come in un gioco di prestigio, mai uscito dalla toilette, tutti sembrano guardare altrove. La norma, nei paesi di provincia che hanno tutto da nascondere. La norma nei romanzi di genere, soprattutto se prendono in prestito da Stephen King – metro di paragone per antonomasia – le comunità omertose, i luoghi quotidiani trasformati in scenari da incubo, gli adolescenti insicuri e solitari chiamati a scoprire strada facendo verità, amicizia, coscienza di sé. Come in It, perciò, ci sono facce di bambini scomparsi che tappezzano i pali della luce e sopravvissuti che cercano affannosamente, senza darsi pace. Se lì una tragedia indicibile colpiva tra capo e collo Bill, il più popolare e integrato tra quegli indimenticabili Perdenti, qui il protagonista è invece Ben: quasi omonimo, eppure agli antipodi per via dei chili di troppo – centodieci – e di una gamba che lo sorregge a fatica. Ha abbandonato la scuola quando costretto a ripetere nuovamente l'anno, rappresenta una spina nel fianco per le forze dell'ordine a causa di un desiderio di giustizia a confine con l'ossessione, divide una casa che non possono più permettersi con un padre e una matrigna che lo accusano tacitamente dell'accaduto. Gli ci vorrebbe una via di fuga, gli ci vorrebbe un lavoro – con lo stipendio, i colleghi ciarlieri, l'indipendenza che comporta. L'amaro paradosso? Trovarlo, dopo tanto cercare, proprio nel supermercato in cui la fine della sua famiglia ha avuto inizio. Come magazziniere, di notte. Tra le nebbie della cella frigorifera, i sospiri profondi del condizionatore guasto e una pressa mortale già protagonista di diversi incidenti sul lavoro, le corsie desolate ospitano un direttore che spia tutto; rinoceronti di peluche e simboli enigmatici scorti d'un tratto ovunque; scatole impilate con attenzione certosina lì dove avevamo lasciato invece il nostro disordine. Eric, o quel che ne resta, ha mai varcato le porte automatiche? Sempre dubbioso e in allerta, Ben e i suoi nuovi amici – Marty e Frank, spalle comiche a cui subito si vuol bene – si improvvisano investigatori e collezionano sospetti. Qualcuno, tuttavia, vorrebbe sabotarli: forze paranormali, o un'ombra senza volto che magari di giorno è un insospettabile cliente del supermercato?

Ed è questo che è la speranza in realtà. Un anestetico […] Non risolve nulla: si limita ad anestetizzare e rassicurare, finché non riesce a sacrificare i disperati sull'altare della sua fiamma brillante. E, mentre la speranza ci conforta, diventa sempre più facile dimenticare che anch'essa era contenuta nel vaso di Pandora. È l'unico orrore che non sia stato liberato nel mondo quando il vaso è stato scoperchiamo. E l'unico orrore che vive dentro di noi.

Dici creepypasta – quello il background di un esordiente tutt'altro che alle prime armi, ma nato e cresciuto in rete –, dici omaggio a Stephen King – quello l'imprinting letterario –, e questo Bad Man rischieresti purtroppo di sottovalutarlo, subodorando un'amatorialità che non c'è. Bastano infatti poche pagine per dirsi conquistati dal dramma di un personaggio ai margini, da un'ambientazione anni Ottanta accennata appena col buon gusto di chi non ha intenzione di cavalcare l'onda di una retromania venuta presto a nausea, da una vividezza espressiva che durante la lettura restituisce lo spasso del cameratismo e il disgusto delle macabre scoperte. I difetti arrivano soltanto poi, e non si può dire che nella seconda metà non rovinino un romanzo partito sotto i migliori auspici. Quattrocento pagine sono troppe per un esordio ai confini della realtà. La suspance e la curiosità scemano per forza di cose e, accumulando indizi e colpi di scena alla rinfusa, sembra inevitabile un finale non all'altezza del mistero di partenza. Il cadavere rinvenuto nel prologo, perfino l'uomo cattivo del titolo: chi sono, alla fine dei conti? Perché abbandonare il supermercato, scenario originalissimo, per dedicarsi a boschi alla luce della luna, scuole in stato di abbandono e altri luoghi comuni? Alcuni, allora, sembrano buchi narrativi veri e propri, altri spunti su cui arrovellarsi il cervello sfogliando Bad Man all'incontrario, altre porte da lasciare socchiuse per il seguito che qualcuno ipotizza. Dathan Auerbach ha preso lezioni dal migliore, e dal Re ha tratto brividi grandi e piccoli, tutto il calore della solidarietà maschile, il male in incognito. A malincuore, però, anche la verbosità di cui sono vittima le ultime cento pagine; ne risentono i ritmi sempre più dilatati, così, e la curiosità di lettori sempre più disattenti, se guidati da un esordiente tanto capace di dipingere scene orrorifiche quanto impacciato a gestire meccanismi male oleati. Gioco bello ma che dura troppo, e che forse da qualche parte è ancora in corso. Partita a nascondino con sorpresa – forse ancora aperta –, in cui chi conta si confonde con chi cerca, o viceversa.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Clash – Lost in the Supermarket